Il mondo s’è fatto male


Recensione ad A. Vairano, Il mondo s’è fatto male, con prefazione di M.G. Calandrone, CSA editrice, Castellana Grotte 2019, Euro 12

È una raccolta compatta e interessante questa di Antonella Vairano, “un’opera sul male, che attraversa le nostre esistenze come un inevitabile pedaggio”, secondo quanto ben sottolinea Maria Grazia Calandrone nella bella prefazione.

La consapevolezza che Il mondo s’è fatto male rappresenta il Leitmotiv di un testo che muove – come dichiara Vairano – dalle premesse che “siamo al cospetto di un declino che ammorba e annichilisce, che crea e moltiplica povertà e miseria di creatività, di spirito, di mente”.

Germoglia così una raccolta di cui la genesi è esplicitata già nel canto incipitario: “Di acqua di sale / mi suda il seno. // Simultaneo canto, e pure livore”. Un canto che attende la panacea, ma è consapevole che al più potrà giungere “sulle dita asciutte” soltanto “il primo torpore / di luce essenziale”.

Bellezza e disfacimento coesistono. Il secondo testo s’intitola Bel mondo e, con una buona dose di amara ironia, ci prospetta la luminosità dei girasoli e quella aspra dei limoni; nell’uso del verbo “balla” finisce con l’alludere a una danza che confina con l’instabilis furor e che può determinare la vertigine. “Come corda di mare / di doppio capogiro… / non si ferma”.

Una grande ronde, insomma, in cui emerge l’elemento del legame, che può divenire un vero e proprio cappio (“impiccherei il verso annodato” o ancora “L’urlo costretto da maledizione avversa / a rimanere muto nel collo”). L’urlo soffocato, la gola gonfia, il gravame esteso all’intero corpo che diventa salma (proprio come quella a cui si tributa l’estremo saluto in Coralli d’oro) sono alcuni degli ingredienti della silloge. In essa compaiono immagini di distruzione, affidate ai tizzoni ardenti, memorie di mattanze racchiuse già nell’introduzione, che partendo dalla citazione di Soutine evoca scenari di mattatoio. Il ballo stesso del mondo – che tra l’altro è pericolosamente legato al gioco paronomastico del “Bolle” di Gonfia la gola – non sembra avere valenze positive, se le immagini di danza che affiorano nella raccolta non sono mai liberatorie. Non lo è la danza della Valchiria connessa alla Morte – loro era il compito di condurre al Walhalla le anime di eroi caduti in battaglia – e non lo è di certo il ballo ebbro di sangue di Salomè, in uno dei testi più interessanti: “L’odore rancido / della carne insolente / riempie i passi / dell’apostolo perdente. // Nella basilica consacrata dai secoli / non entra più nessuno”.

Quello dell’“apostolo perdente” è un altro dei motivi ricorrenti nel testo: è il “sacerdote fermo / con la preghiera in mano”; è l’“ultimo angelo” che fugge “all’odore della morte” in un’aura in cui le campane con il loro rintoccare “Strappano la pelle / al dio impotente”. Apostoli perdenti sono ancora lo straniero e l’ebreo in un mondo stantio che identifica nel diverso e nel debole gli “untori”, in un’atmosfera in cui pesa il silenzio del sacro, al punto che la voce di Babilonia arriva a scagliarsi in un atto ribelle contro lo stesso Dio: “Ehi Dio… / esci dal tuo cerchio d’incenso!” O ancora: “E che Dio abbiamo che / scompiglia le lingue / per non perdere il trono?”. Viene così ridimensionata la famosa hybris canonicamente condannata nell’episodio della torre di Babele. La silloge è pregna di memorie bibliche, come già rilevato da Calandrone; del resto è un immaginario apocalittico quello pennellato da Vairano, a cui fungono da controcanto l’innocenza dei fanciulli e la gioiosa apertura all’altro nel gioco rappresentate nelle fotografie a corredo dei testi. Eppure le apparenze non devono ingannare; è proprio la tensione al Sacro una delle corde più profonde e intense di Il mondo si è fatto male. Non è un caso che l’autrice arrivi a spiegarci, mediante immagini, cosa sia per lei la poesia in un testo dal titolo La sete e il cielo.

È una raccolta, questa, che bene esprime il senso di lacerazione dell’individuo e lo fa, tra l’altro, privilegiando le strutture binarie, corrispettivo tecnico della scissura chiaramente enunciata in Probabile incerto. Mentre impazzano “i corvi del disordine” e muoiono le “stelle ammuffite” si affaccia, talora, la speranza di una palingenesi, la cui enunciazione è affidata proprio alla Terra martoriata dall’uomo: “Morti o risorgenti, / andate. // Questo è stato un lungo inverno”.

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