Il ragazzo delle arance


Recensione a G. Poli Disanto, Il ragazzo delle arance, L’Erudita, Roma, Euro 17.

Delle volte quello che si presenta quale divertissement,come il Diverthriller Il ragazzo della arance della scrittrice Giulia Poli Disanto, può celare un’operazione di grande serietà e di profonda civiltà.

Il ragazzo delle arance del titolo è Tobia Barbato, giovanissimo studente dell’istituto alberghiero di Santeramo, che vive il disagio arrecato alla sua quotidianità dalla sindrome di Asperger, da cui è affetto e di cui l’autrice, in una premessa latrice anche di riferimenti autobiografici, descrive la fenomenologia. Le sue abitudini sono sconvolte dall’accusa di aver rubato il solitario della signora Cristina, mentre, con alcuni compagni, le faceva visita intrattenendosi con il pappagallo Cicorita. Il ritrovamento nel suo borsello dell’anello scomparso, unitamente ai pregiudizi legati alla sua innata cleptomania, lo condurranno attraverso l’esperienza dolorosa di un istituto, “il giardino dei ragazzi felici”, e poi alla fuga e alla vita da accattone. L’incontro con Lolita Lobosco, creatura partorita dalla fantasia della scrittrice Genisi, e la dedizione dei genitori, unitamente alle abilità di detective in erba di Tobia (che peraltro disprezza i romanzi gialli) traghetteranno il lettore verso l’immancabile happy end. Numerose sorprese lo attenderanno al varco in quella ch’è la storia di un’indagine, ma soprattutto il ritratto di un’anima bella e complessa e una storia di amicizia e amore, inteso nella più profonda valenza di piena accettazione dell’umano e apertura all’altro.

Giulia Poli Disanto sceglie di spiazzare il lettore, ricorrendo a una tecnica antica quanto efficace, quella dello straniamento, teorizzato dal formalista Sklovskij, ma, nella pratica, di matrice ben più antica. L’assunzione di un punto di vista inusuale induce chi si accosta all’opera a rivolgere uno sguardo vergine al reale, osservando le cose come se apparissero per la prima volta. Così, l’adozione dell’ottica di Tobia, sul quale è focalizzato l’intero romanzo, salvo alcuni passaggi (si consideri l’e-mail della maestra Giacomina nel finale), consente al lettore di osservare il mondo secondo lo sguardo del giovane. Questo induce a cogliere la logica che si cela dietro manifestazioni apparentemente incomprensibili (l’atto di togliersi le scarpe nei momenti di panico, gli accessi di rabbia, gli episodi di incontinenza), a intendere le ragioni alla base di atti come l’accumulo di oggetti apparentemente privi di connessione tra loro, a solidarizzare con le ossessioni di controllare le situazioni attraverso la reiterazione di abitudini e rituali (si consideri, per esempio, l’odio per i numeri dispari, forma di rifiuto della solitudine). E poi lo sguardo di Tobia si rivela creativo, a tratti colorito come quando definisce in modo originale un’espressione del volto paterno (p. 35) o, riprendendo una definizione del babbo, paragona a due “vecchi gallinacci” gli agenti che l’hanno interrogato. Lo stesso stile, di grande vivacità, a tratti mimetico per esigenze narrative, trae giovamento dall’assunzione di questa prospettiva straniante, perché acquista una freschezza e una verità che rappresentano uno dei punti di forza dell’opera. Opera che, con ironia, si abbandona anche – si è già citato l’omaggio alla Genisi –  a riferimenti metaletterari, riconducibili ad altri romanzi della Poli Disanto (Ciliegie a mezzanotte, con la recensione di Giulia Notarangelo) o a modelli quali Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, anch’esso incentrato sulla detection di un ragazzo affetto da Asperger, Christopher. Quest’ultimo tra l’altro, in modalità affini al Ragazzo delle arance chenon si separa mai dalle sue testuggini, ha un topolino addomesticato di nome Toby, al quale forse il nome di Barbato strizza l’occhio. 

Insomma, un’opera da leggere e rileggere, per esplorare mondi interiori alla cui soglia spesso non ci accostiamo perché temiamo di faticare a comprenderli. Una lezione di umanità, per deporre ogni becero pregiudizio sulla diversità e, proprio come Tobia, intraprendere un itinerario, non sempre facile, che dalla rigidità figlia della paura ci conduca ad abbracciare la vita. Amandola, nella sua infinita varietà.

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