Codice a sbarre


Recensione a Giulia Tubili, Codice a sbarre. Storie di assenti e di simbionti in cattività, Il Ramo e la Foglia edizioni, Roma 2022, Euro 14

L’esordio narrativo della scrittrice romana Giulia Tubili si rivela di notevole interesse, soprattutto perché il lettore ha la costante impressione di essere immerso in una colta sciarada di cui deve gradatamente mettere insieme i tasselli, per poi concludere quanto il reale sfugga a un preciso incasellamento in schematismi.

Il significato del Codice a sbarre si rivela nel racconto finale, Virus ex animo, ma in realtà prigioni e catene proliferano nelle narrazioni del volume, in cui i personaggi palesano fame d’aria nei circuiti di esistenze spesso asfittiche o comunque insoddisfacenti. Sia la prigione fisica di un corpo parzialmente ma irrimediabilmente paralizzato – come avviene nel racconto a nostro avviso più bello, La Farfalla del Limone – o sia quella mentale di un rapporto simbiotico quale quello sadico e distruttivo delle gemelle di Salomè, l’esistere sembra scontare il tempo della stasi o di un fluire così frenetico da divenire schizoide.

Codice a sbarre è un’opera in soggettiva; ogni capitolo è fondato sulla presenza di un narratore interno su cui è focalizzato il racconto. Talvolta, come in Salomè, l’autrice si diverte a mantenere, sciogliendola solo nel finale, la suspense sull’identità dell’io narrante. Nella maggior parte dei casi, questo viene invece a coincidere con il protagonista della narrazione e qui sorge l’elemento complessificante. Infatti, i personaggi chiave sono spesso figure nevrotiche quando non patologicamente instabili, protese a confondere realtà e personale visione delle cose, a tratti indotte persino ad abbandonarsi al fluire del processo allucinatorio. Ne deriva l’impressione, per il lettore, di navigare in un pelago oscuro, in cui è facile perdere la rotta, sebbene questa sensazione di smarrimento non vada mai a detrimento del piacere di inoltrarsi nella lettura. Quest’ultimo è vivido soprattutto grazie alle doti della scrittura di Tubili; si coglie l’abitudine dell’attrice – questa è la professione dell’autrice – al lavorio con una parola che deve farsi strada e corpo attraverso il processo di fonazione. È uno stile fiorito, a tratti crudo, ma sempre godibile. Si pensi all’ubertoso incipit di Ecclesialand: “Com’è dolce, Fantin. Lo chiamerei volpe se non fosse così sempliciotto ma è proprio come il canide che saccheggia i miei seni con lo sguardo. Lo fa, eccome! Neanche fossero le galline più opime del pollaio. E, in effetti, lo sarebbero: lattose e pulsanti di una vita bucolica. Piumati stendardi della plebe, così succulenti nel guarnire i piatti della nobiltà”. Tra l’altro, il passo è tratto proprio dal lungo monologo di un’attrice che sta per iniziare il suo spettacolo al cospetto di un pubblico dall’apparenza moralista e irreprensibile da cui è nauseata.

Di attori e attrici Codice a sbarre pullula, sin dal primo monologo, quello che ci racconta l’“ascesa” e decadenza di Asher “Ziggy” Meyerowitz, un tributo alla stand-up comedy, ma anche all’umorismo ebraico della Borscht Belt, circuito statunitense in cui tale genere di spettacolo fiorì tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Sicuramente, questo primo testo ci consente di innestare Codice a sbarre – più che nel genere del noir – nel solco della tradizione umoristica, come suggerisce anche la presenza di elementi grafici ormai in disuso, quali, nei dialoghi, il lineato di apertura e di chiusura.

Altro elemento che connota la raccolta è l’intramontabile tema del rapporto tra Eros e Thanatos, legame che si traduce in una sensualità traboccante, che impregna di sé buona parte dei racconti. È una sensualità incline al proliferare della fantasticheria; essa trabocca nelle pagine che descrivono gli approcci di Giuditta Della Seta e del “suo” Frank, ma emerge anche nelle volute estenuate del Jeu du Mouline: “Sonny, pur di non accantonare il vecchio completo, aveva completamente aperto la camicia e girato in più risvolti i calzoni. Pativa l’afa in un modo così sensuale da essermi spinta a dirglielo senza freni”. Questo racconto ci consente di introdurre un altro elemento d’interesse; nella partitura di Codice a sbarre alcuni testi (si veda l’incipitario Ziggystein) costituiscono narrazioni in sé conchiuse, altri invece si inarcano a generare ulteriori racconti, per cui Gitanes appare derivativo rispetto a Jeu du Mouline, che ne rappresenta l’antefatto.

Il motivo dei simbionti presente nel titolo si spiega anche con la frequenza dell’elemento del doppio caro a Otto Rank e manifestazione dell’unheimlich. È il rapporto che lega Myrtille e Paprika, degne di figurare in una pellicola di Avati, ma anche Philip e Jerome, la cui vicenda è all’origine di ben tre racconti, il primo dei quali muove dai “falsi ricordi” tipici dell’Effetto Mandela. Perché, se il perturbante è all’ordine del giorno in queste narrazioni stralunate e fascinose, lo straniamento ne sembra l’artificio principe. L’assunzione di punti di vista connotati da processi mentali quantomeno inusuali ti dà infatti l’impressione di muoverti a passi di danza in una giostra degli specchi, in cui tutto è sé stesso ed è al contempo deformato, e in questo misterioso luna park ti aggiri dilettosamente, pronto – ad attraversamento terminato – anche a riprendere il viaggio.

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