Il Club Vesuvio

Recensione a M. Gatiss, Il Club Vesuvio, trad. di E. Cantoni, Kowalski, Milano, 2005.
Mister Lucifer Box, pittore, affascinante dandy, nasconde una doppia vita che lo vede impegnato in qualità di “agente speciale al servizio di Sua Maestà”. Incaricato di indagare sulle strane circostanze della morte di due vulcanologi, entra in una spirale di misteri, intrighi e attentati che lo condurrà in una Napoli lunare, a indagare sull’inquietante Club Vesuvio, finendo con lo sventare un folle piano di distruzione della cittadina partenopea (e non solo).
Il romanzo di Mark Gatiss è spiazzante in ogni suo sviluppo, in virtù dell’imprevedibilità del suo luciferino protagonista. Si apre con un omicidio a sangue freddo compiuto da Mr. Box quasi fosse la cosa più naturale di questo mondo, per poi farci seguire le incursioni dell’uomo negli ambienti del jet set londinese di inizio Novecento. A Napoli, quando tutto sembra presupporre una romantica liaison tra Box e l’affascinante Bella Pok, pennellata in prima battuta con tratti da dama preraffaellita, spunta fuori il sensuale e canagliesco Charlie Jackpot, con un’inaspettata evoluzione degli eventi, che induce anche a un’inattesa ed efficace precipitazione stilistica (“For the well-bred gentleman there was surely only one recourse. I fucked him”).
L’opera si rivela un felice connubio di avventura e humour wildiano, senza tradire la sua vocazione di “spy story dandy”. Costante è la suspense, condita da un gusto tragicomico dell’azione; frequenti anche gli elementi metonimici, quali l’orribile occhio di vetro di Everard Supple, particolare apparentemente macabro-ornamentale, e invece tutt’altro che tale.
Uno dei punti di forza di Club Vesuvius è costituito dallo stile di Gatiss, ben reso nella versione italiana di Elena Cantoni. Elegante, ricercato, mai dozzinale, esso è innervato da uno spirito irresistibile nelle descrizioni più tranchantes, come quando di Venus si dice che “Her accent was as thick as tomato sauce” (molto ben rimodulato dalla Cantoni con “Il suo accento italiano era pesante quanto una parmigiana di melanzane”). Godibilissimo anche il citazionismo, sempre brillante, in particolar modo in casi come il seguente: il protagonista rimane a lungo nella vasca da bagno, “con i capelli che galleggiavano a pelo dell’acqua come un’aureola di alghe”. A questo punto, Gatiss vien fuori con un ilare “Quanto sarei piaciuto a Millais se mi avesse visto in quel momento!” e l’accostamento con Ofelia-Siddal, del tutto irriverente e dissacratorio, si rivela uno squisito tocco d’autore. L’onomastica è ora allusiva (il Jackpot è il “colpo grosso”, il colpo di fortuna, il montepremi e questo concetto ben si addice al personaggio di Charlie) ora antifrastica (Delilah, nella tradizione biblica connesso all’avvolgente seduzione femminile, è qui appannaggio di un donnone dal “sorriso sdentato”, peraltro efficientissimo).
Un’opera da gustare in ogni suo rivolgimento, lasciandosi catturare dalla colta e diabolica trama dell’abile Gatiss.

Ringraziamo l’amica scrittrice Olimpia E. Petruzzella, per averci segnalato questo libro. Il Giano bifronte, infatti, non si occuperà solo di testi di recentissima uscita, ma seguirà l’andamento delle sue letture più convincenti.

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