Rileggendo Come fossi solo di Marco Magini

Recensione di M. Magini, Come fossi solo, Firenze, Giunti, 2014.

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“A Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire”. È il dolente refrain del potente romanzo-verità Come fossi solo dell’aretino Marco Magini (Giunti, 2014). Il romanzo è stato finalista per il Premio Calvino 2013 ed è stato tra i sottoposti alla giuria del “Premio Strega” 2014. A nostro avviso, avrebbe meritato un piazzamento ben più importante, considerato l’alto impatto drammatico e la qualità della scrittura. Per questo, a distanza di quattro anni, lo riproponiamo alla lettura.
Come fossi solo si basa su documenti e materiale processuale per i “riferimenti storici al massacro di Srebrenica e al relativo processo”; i dettagli della narrazione, invece, sono opera di Magini. Lo scrittore adotta una triplice focalizzazione interna, restituendo le vicende attraverso l’ottica di un giudice della Corte Internazionale dell’Aja, lo spagnolo Romeo González, e secondo il punto di vista di Dirk, un casco blu olandese di stanza a Srebrenica, e del soldato serbo-croato Dražen Erdemović, unico reo-confesso tra coloro che parteciparono al genocidio della città bosniaca.
La sensazione che pervade il lettore è di netto straniamento: egli è indotto a seguire con viscerale partecipazione la discesa all’inferno di Dirk, le cui conseguenze sono preannunciate dalla scena iniziale (“Ho affogato nel deodorante l’odore di vomito di ieri sera), e quella di Erdemović, che si troverà dinanzi alla terribile scelta di uccidere settanta uomini inermi o morire da disertore. La Storia si dipana come un pugno nello stomaco, in una sequela di orrori indicibili. Si imprimono nella memoria la sequenza della violenza perpetrata ai danni di una donna bosniaca da un gruppo di soldati ubriachi o quella dell’assassinio di un bimbo, strappato alle braccia della madre e sgozzato come un agnello sacrificale al cospetto di inerti caschi blu. Subentra lo sgomento; si è colti dalla stessa frenesia, inane, che anima il soldato Dirk nell’elaborare una lista “della salvezza” di cui egli stesso coglierà solo troppo tardi l’enorme potenziale. E soprattutto si condivide la solitudine di Dražen, quel suo inerme protestare contro un disegno di Morte ordito dalla follia umana. Il suo orrore dinanzi all’annichilimento del valore della vita umana, raccapriccio per una coercizione all’omicidio plurimo di Stato che conosce nel vomito liberatorio il suo correlativo oggettivo… Ribrezzo si prova anche nel familiarizzare con le dinamiche di una giustizia volubile, per cui le interazioni e le rivalità tra giudici contano più della dedizione alla Verità. E in fondo la Verità qual è? Forse che “a Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire”?
Un’opera possente, straordinaria, con cui le “nuove generazioni (e non solo) dovranno fare i conti”. Perché solo se sapranno riconoscere la barbarie, dov’essa si è manifestata in maniera nitida e disumana, gli orrori di Srebrenica non avranno luogo in altre contrade.

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