Carnaio


Recensione a G. Cavalli, Carnaio, Fandango Libri, Roma 2019, Euro 17

È una distopia che assomiglia tanto a un’allegoria della situazione contemporanea questo bel libro, Carnaio di Giulio Cavalli.

L’opera si apre con il ritrovamento di un cadavere da parte del pescatore Giovanni Ventimiglia nella cornice di DF, luogo immaginario, ma che ammicca surrealmente alla situazione di Lampedusa.

Uno shock che sarà seguito da una vera e propria invasione di corpi morti. Quelli, come li chiameranno gli abitanti di DF, si abbatteranno a ondate con anche più di ventimila cadaveri sul paesino trasformandolo, per la risonanza mediatica dello strano caso, nel “centro del mondo”.

Con “i segni di chi arrivava da lontano” e il colore della pelle “nero, non nerissimo. Però africano forse. Di quei posti lì”, quelli verranno percepiti dagli abitanti di DF e dal governo centrale come un vero e proprio flagello. Si ipotizzerà presto che si tratti dei probabili residui di un ignoto genocidio di cui a nessuno importa nulla, perché in fondo all’occidentale medio ciò che accade nel resto del mondo interessa solo nella misura in cui interviene a ledere i suoi interessi, impedendogli di coltivare il proprio orticello. Così, DF si ritrova inizialmente inerme al cospetto di un’invasione di cadaveri che peraltro sono curiosamente tutti pressappoco della medesima età e delle medesime misure, forse allusione al fatto che da parte dei caucasoidi gli appartenenti ad altri gruppi umani sono spesso erroneamente e frettolosamente percepiti quali individui completamente identici. Cavalli ci introduce abilmente nell’atmosfera paesana, mantenendo nella prima parte la presenza di un narratore esterno, ma focalizzando il punto di vista degli abitanti del luogo. Persone normali, con le loro idiosincrasie, manie, virtù, ideologemi e filosofemi più o meno strampalati; alcuni abitanti recano con sé il triste bagaglio di vissuti anche frustranti (si pensi alla coppia Percinati-Ventimiglia).

Eppure nella seconda parte la situazione cambia. DF – resasi autonoma dal governo centrale, giudicato inefficiente – appare tutta protesa a proteggere la purezza dei suoi “residenti”, arrivando a escludere dalla cittadinanza membri della comunità unicamente perché non figli di nativi, e soprattutto a trarre profitto dal “riuso” dei cadaveri di quelli. Gradualmente, gli abitanti si abitueranno a cose atroci come bruciare i corpi per produrre e vendere energia, realizzarne raffinati articoli di pelletteria e persino cibarsi delle loro carni, con eleganti pietanze da nouvelle cuisine. In questa sezione, l’autore opta per la narrazione interna, in prima persona, variando di capitolo in capitolo il punto di vista e attuando costantemente – con l’eccezione di alcuni casi (si veda il diciassettesimo capitolo) – l’artificio dello straniamento rovesciato, atto a presentare quali normali situazioni del tutto anomale. Colpisce e ha echi arendtiani l’assoluta banalità con cui la normalissima popolazione di DF scivola nella più totale mancanza di pietas, illudendosi di erigere barriere architettonicamente inoppugnabili contro la morte che arriva dall’Africa e convincendosi sempre più di poter considerare asetticamente le vittime di una tragedia dalle cause sconosciute alla stregua di un “carnaio” di cui profittare in un incessante processo di spersonalizzazione dell’umano.

C’è tutta l’ottusità dell’italiano medio nel dieffino doc. Un emblema ne è l’agghiacciante Lilly Carboni, che si dichiara studentessa presso l’università della vita (e quanto è di moda oggi vantarsi di tale insulsaggine) e si proclama pomposamente “direttrice artistica” della novella DF, soltanto per l’ipocrisia di aver voluto celare l’odore di morte della centrale con l’introduzione di essenze dalle fragranze provenzaleggianti nelle ciminiere. E questa lucida follia la senti aleggiare in quasi tutti i personaggi, che si adagiano nella nuova atroce ‘normalità’ accontentandosi di finzioni e surrogati della quieta, sebbene anonima, realtà marinara precedente; rivelatrice, in tal direzione, è la voce della bambina di Tiralosi, la quale coglie e denuncia con candore disarmante la natura fittizia di quello che pomposamente viene spacciato per ‘mare’, ma tale non è. E quando ti accorgi che persino gli abitanti di un mortorio qualunque – in tutte le accezioni possibili del termine – si lasciano cogliere dalla smania sovranista e dallo slogan del “DF First”, comprendi come questa non sia una mera distopia, ma un’allegoria di processi ormai tristemente in atto. Per non parlare del capitolo 25, “Chiusi”, che pare addirittura profetico di quanto realmente abbiamo vissuto dal febbraio 2020 a questa parte.

È un libro che cattura, Carnaio, nel suo essere sorretto da un’ironia corrosiva e dalla capacità dell’autore di rendere vivo e vibrante il paradosso. Lo stile trascorre dalla mimesi del parlato al lirico, con momenti in cui l’autore si serve di un periodare abnorme, vicino al flusso di coscienza senza riprodurne pienamente le caratteristiche, allo scopo – quasi individuando un correlativo delle ondate sul piano espressivo – di mostrare la frenetica effusione del pensiero e del parlato popolare. Un’opera che suscita un sorriso amaro al cospetto dell’umana miseria e che si spera possa far seriamente riflettere il lettore.

Rileggendo Come fossi solo di Marco Magini


Recensione di M. Magini, Come fossi solo, Firenze, Giunti, 2014.

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“A Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire”. È il dolente refrain del potente romanzo-verità Come fossi solo dell’aretino Marco Magini (Giunti, 2014). Il romanzo è stato finalista per il Premio Calvino 2013 ed è stato tra i sottoposti alla giuria del “Premio Strega” 2014. A nostro avviso, avrebbe meritato un piazzamento ben più importante, considerato l’alto impatto drammatico e la qualità della scrittura. Per questo, a distanza di quattro anni, lo riproponiamo alla lettura.
Come fossi solo si basa su documenti e materiale processuale per i “riferimenti storici al massacro di Srebrenica e al relativo processo”; i dettagli della narrazione, invece, sono opera di Magini. Lo scrittore adotta una triplice focalizzazione interna, restituendo le vicende attraverso l’ottica di un giudice della Corte Internazionale dell’Aja, lo spagnolo Romeo González, e secondo il punto di vista di Dirk, un casco blu olandese di stanza a Srebrenica, e del soldato serbo-croato Dražen Erdemović, unico reo-confesso tra coloro che parteciparono al genocidio della città bosniaca.
La sensazione che pervade il lettore è di netto straniamento: egli è indotto a seguire con viscerale partecipazione la discesa all’inferno di Dirk, le cui conseguenze sono preannunciate dalla scena iniziale (“Ho affogato nel deodorante l’odore di vomito di ieri sera), e quella di Erdemović, che si troverà dinanzi alla terribile scelta di uccidere settanta uomini inermi o morire da disertore. La Storia si dipana come un pugno nello stomaco, in una sequela di orrori indicibili. Si imprimono nella memoria la sequenza della violenza perpetrata ai danni di una donna bosniaca da un gruppo di soldati ubriachi o quella dell’assassinio di un bimbo, strappato alle braccia della madre e sgozzato come un agnello sacrificale al cospetto di inerti caschi blu. Subentra lo sgomento; si è colti dalla stessa frenesia, inane, che anima il soldato Dirk nell’elaborare una lista “della salvezza” di cui egli stesso coglierà solo troppo tardi l’enorme potenziale. E soprattutto si condivide la solitudine di Dražen, quel suo inerme protestare contro un disegno di Morte ordito dalla follia umana. Il suo orrore dinanzi all’annichilimento del valore della vita umana, raccapriccio per una coercizione all’omicidio plurimo di Stato che conosce nel vomito liberatorio il suo correlativo oggettivo… Ribrezzo si prova anche nel familiarizzare con le dinamiche di una giustizia volubile, per cui le interazioni e le rivalità tra giudici contano più della dedizione alla Verità. E in fondo la Verità qual è? Forse che “a Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire”?
Un’opera possente, straordinaria, con cui le “nuove generazioni (e non solo) dovranno fare i conti”. Perché solo se sapranno riconoscere la barbarie, dov’essa si è manifestata in maniera nitida e disumana, gli orrori di Srebrenica non avranno luogo in altre contrade.

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