Repubblica luminosa

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Recensione ad Andrés Barba, Repubblica luminosa, trad. di Pino Cacucci, Milano, La Nave di Teseo, 2018.

Originale e meritevole di grande attenzione il romanzo Repubblica luminosa di Andrés Barba, un’opera che realizza pienamente il freudiano concetto di unheimlich. L’universo dei bambini è da sempre un mistero per gli adulti, ma quando, nella cornice del paese di San Cristòbal, un gruppo di fanciulli tra i nove e i tredici anni, comparsi misteriosamente e gradualmente impostisi all’attenzione, prende d’assalto il supermercato Dakota, pugnalando due adulti, lo scollamento tra i due mondi si consuma definitivamente in maniera inquietante. Le famiglie cominceranno ad assistere alla trasformazione anche dei loro stessi piccoli, quasi magicamente calamitati da quella banda di sparenti diabolici angeli, che – dopo una prima sperimentazione fallita nella selva circostante – nelle fogne daranno vita a una repubblica luminosa.

“L’attenzione di chi ha paura è come l’attenzione dell’innamorato”. Quei piccoli mendicanti cui prima si passava accanto senza forse nemmeno notarli, e poi addirittura i filii familias, sempre riconosciuti come angelicati – ma privi di voce in capitolo – membri delle nostre comunità, si impongono all’attenzione. Il loro essere elementi perturbanti fa sì che li si guardi con occhio diverso, in un crescendo di tensione che sfocia poi nel finale tragico, eppure inevitabile.

Molte sono le frecce all’arco di Andrés Barba. Valida l’idea, peraltro abbastanza topica ma ben condotta, di voler presentare un esempio di narrativa artificiale quasi fosse ascrivibile all’ambito della naturale. Il primo strumento è l’assunzione di un io narrante interno alle vicende, un funzionario dei servizi sociali coinvolto nello scandalo, che si avvale del filtro della memoria per rievocare gli eventi. La memoria – si sa – è il fattore ‘scorporante’ per eccellenza e pertanto, mentre la narrazione si veste di un’aura leggendaria, a bilanciamento Barba introduce abilmente stralci di fittizi articoli di giornale, lacerti di presunte interviste o saggi sociologici, persino frammenti dall’inchiesta. Si adopera, insomma, per introdurre in un contesto credibile – addirittura avvalorato da testimonianze – la fictio alla base dell’opera. L’effetto è di notevole efficacia.

Emerge al fondo uno scontro Natura-Cultura, visibile sin dal principio nella descrizione della selva e del paesaggio di San Cristòbal, i quali si stagliano vividi nei loro cromatismi accesi, in particolare il rosso. La prima percezione di quella natura selvaggia è infatti offerta dai “colori (…) nitidi, essenziali e di una brillantezza folgorante”. Spicca però, già come un presagio, l’immagine del Rio Eré, “con i suoi quattro chilometri di larghezza” e l’aspetto di “un immenso fiume di sangue”. Elemento che subito attira l’attenzione è la presenza dei nativi, i ñeê, entità intermedia tra gli abitanti ‘civilizzati’ e i bambini misteriosi, che addirittura qualcuno riterrà magicamente “scaturiti dal fiume”.

Come non pensare subito al fatto che i fanciulli riconducano alla più pura incarnazione del bon sauvage? Al mondo degli adulti essi contrappongono una comune insolita, in cui non esiste il lavoro, ma una seria dimensione ludica. Serissimo sarà infatti il loro tentativo di costruire nella società regolamentata dagli adulti una nuova comunità, dotata persino di un proprio codice linguistico (geniale tutta la sezione sulla lingua dei trenta giovanissimi). Nonostante ciò, esso si rivelerà fallimentare. Quei bambini hanno troppo assorbito le caratteristiche del mondo degli adulti per non riprodurne le dinamiche. La violenza in primis, quella che eserciteranno nell’assalto al supermercato, moderno parco-giochi che precedentemente era stato loro violentemente negato. La razzia del supermercato vanificherà definitivamente tale tentativo di integrazione – fosse anche di semplice giustapposizione – e indurrà i fanciulli alla fuga nella selva. La loro metamorfosi dall’heimlich all’unheimlich per gli adulti relegherà il loro spazio di ribellione alla sola dimensione possibile, quella dell’esclusione dal consesso civile.

Eppure il ritorno allo stato di natura è impossibile: non è un caso che nella selva una dei bambini trovi la morte per il morso di un serpente. Per l’uomo non è più praticabile una mera riconduzione allo stato naturale.  L’ultima possibilità di sopravvivenza rimasta è dunque quella sotterranea delle fogne.

Qui la metamorfosi raggiunge l’apogeo. I bambini si acquattano in nicchie – come santi cui rivolgere preghiere -, ma sono santi materici, che fanno l’amore secondo dinamiche adulte. Santi scalzi che entrano in contatto con entità misteriose, forse prodotte solo dalla loro smodata fantasia. Che esercitano un richiamo tellurico e celeste su altri bambini, attratti nella loro repubblica dominata dalla “luce”. Le pagine che descrivono la penetrazione degli adulti in quel sottosuolo sfavillante di luminosità sono le più belle del romanzo, direi che assurgano a vera poesia.

La natura, complice l’umano, è pronta a reclamare i suoi diritti e a radere al suolo la hybris di quella repubblica dell’innocenza perduta. Resta un senso di tristezza che si fa elegia, grazie al dono di un romanzo dal fascino ipnotico e arcano.

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