La funzione del critico letterario

Perché questo blog?
Il Giano bifronte cerca uno spazio per parlare di critica letteraria. In modo serio, per quanto sarà in sua facoltà.
L’industria culturale contemporanea è asservita a logiche editoriali che spesso sono ben lontane da un nobile intento di valorizzazione del talento. Si assiste sempre più alla serializzazione delle scritture, alla riproposizione ossessiva di figure, intrecci, immagini in linea con le richieste di un pubblico dagli orizzonti d’attesa sempre più poveri, irrimediabilmente proteso alla ricerca di un intrattenimento sterile.
Il compito del critico è quello di ricercare la complessità, l’anello che sfugge alla catena della banalità e rivela quella cura che connota un’opera di qualità. Non deve stroncare; è un’operazione sterile e inelegante che rivela un fondo di narcisismo e fa a pugni con l’onestà intellettuale. È piuttosto maggiormente corretta la posizione di chi fa passare sotto silenzio ciò che giudica meno valido e dà risalto al valore, laddove esso traspaia e, in alcuni casi, risplenda.
Certo, nelle valutazioni letterarie gioca un ruolo non trascurabile la soggettività della percezione del critico. È però anche vero che, al di là della singolarità e dell’irripetibilità di ciascuna lettura, esistono fattori oggettivi che appariranno evidenti a ciascun interprete.
Cosa cercherà di fare il Giano bifronte? Si sforzerà di mettere in atto quanto auspicava Benedetto Croce; accostarsi al cuore poetico dei testi letti e, quando vi sentirà battere il suo, provare a oggettivare quell’impressione di bellezza percepita.

L’immagine in evidenza è l’olio su carta “I Gemelli” di Marisa Carabellese.

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L’inferno è vuoto.

 

Giuliano PesceRecensione a G. Pesce, L’inferno è vuoto, Marcos y Marcos, 2018.
Sulla notizia del suicidio di un immaginario papa Goffredo, in odore di santificazione, ambasciatore della fratellanza tra i popoli, al punto da esser stato insignito per ben due volte del premio Nobel per la pace, si apre il romanzo L’inferno è vuoto dello scrittore monzese Giuliano Pesce, edito da Marcos y Marcos. L’autore, focalizzando l’ottica sull’aspirante Grande Scrittore Fabio Acerbi, registra, già nel capitolo primo, gli effetti di tale evento a livello di tam tam mediatico, snocciolando in maniera incalzante le cifre riportate dai telegiornali e le reazioni convulse sui social network. Il folle volo del Pontefice è però solo il primo gradino di una sorta di apocalisse postmoderna che investe la Capitale, trascinandola in una spirale di violenze che si succedono a ritmo indiavolato. Non a caso questo è stato definito “un romanzo on the rock che scorre a perdifiato”.
L’opera si sviluppa in tre sezioni, ciascuna costituita da quindici brevi capitoli, con l’eccezione della terza, che ne conta sedici. Ogni macrosequenza è introdotta da un’epigrafe in lingua inglese, coerente rispetto ai temi e allo sviluppo della narrazione.
Il titolo, piuttosto interessante, potrebbe alludere alle ultime parole del pontefice Goffredo, che avrebbe negato l’esistenza di Dio, e quindi rinviare al crollo della speranza metafisica, ma potrebbe celare un ulteriore significato. Popolato da figure bestiali, che recano l’impronta della ferinità già nei loro nomi e soprannomi (si vedano il Cobra o il Nibbio, di manzoniana memoria), il mondo sembra modellato a immagine dell’Inferno e sorge pertanto il dubbio che quest’ultimo sia vuoto, perché l’elemento demonico si sarebbe in realtà integralmente riversato sulla terra.
Il romanzo squaderna quindi una realtà connotata da una deriva etica pressoché totale. Fabio Acerbi è un giovane grigio impiegato di un Grande Editore. Viene inviato a Roma, perché, allo scopo di scrivere un libro, possa carpire, complice un informatore, i segreti inconfessati che avrebbero condotto papa Goffredo al suicidio; il Cobra è il boss che con i suoi loschi affari domina l’Urbe; Alberto Gasman (come si evince dal cognome, che allude alla grandeur di una famiglia di artisti, con la deminutio tradotta nell’eliminazione della doppia) è un attore fallito, del tutto asservito al criminale sopra ricordato. Incaricato di uccidere il segretario di stato, il cardinale Bianchetti, altro manipolatore senza scrupoli, si rivelerà del tutto inetto. Intorno a loro ruotano il commissario De Santis, intuitivo ma pigro e sfortunato, i bravacci Bara e Beccamorto, la triste prostituta Mimì la Bruna e altre figure deformate dalla feritas e dalla follia.
Carri funebri involati rocambolescamente, cadaveri scorticati da personaggi degni di comparire in un film argentiano, improbabili sosia che si rivelano inquieti e/o depressi Doppelgänger destinati al suicidio… Sono gli ingredienti di un libro spiazzante, divertente, ma non privo dell’amaro. Gli esseri umani sono ridotti a burattini che si agitano in preda al parossismo; basta un soffio di vento per spazzare via le loro esistenze fragili e convulse. “Cos’è quella forza che fa nascere i fiori?”, si chiede morendo un personaggio. L’inferno è vuoto in realtà parrebbe infatti concepire esclusivamente il meccanismo di disgregazione e distruzione.
Una casualità spietata sembra far sì che ogni personaggio si trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato o, pur presentandosi l’Occasio, finisca con l’abbarbicarsi alla scelta peggiore. Anche l’amore, che potrebbe per i personaggi concretizzarsi nel sogno di una Rossa da concepire secondo l’ottica stilnovante, si traduce in una corsa sfrenata in una strada senza uscita. Eppure Pesce pennella questo suo mondo stralunato e schizofrenico con leggerezza, grazie all’ausilio di uno stile che ora si eleva (si veda Beccamorto che filosofeggia) ora s’ingaglioffisce nei discorsi dei bravi. Stile a metà tra il sardonico e il giocoso, come il volto di questo pazzo mondo che fa sulla terra le veci degli Inferi.

 

Aspettando i Naufraghi

Orso Tosco

Recensione a Orso Tosco, Aspettando i Naufraghi, Edizioni minimum fax, Roma, 2018.

Aspettando i Naufraghi è il primo romanzo dello scrittore e sceneggiatore Orso Tosco, già autore di racconti pubblicati su Watt e altre riviste. L’opera reca in epigrafe un pensiero di Georges Braque, pienamente in armonia con la narrazione: “L’azione è una catena di atti disperati che permette di conservare la speranza”.

Efficace l’incipit, che si apre su una festa stralunata, in cui i partecipanti sono disperatamente protesi a dimenticare sé stessi prima del programmato suicidio di massa. Un’atmosfera buñueliana, in cui l’autore adotta abilmente la tecnica dello straniamento. Il protagonista, Massimiliano, non è mai chiamato per nome nella sequenza, ma è ripetutamente “l’uomo” o “l’uomo in costume da bagno” e così gli altri attori di una tragedia che si concluderà con il mancato suicidio del personaggio principale, per aprire una finestra su un’altra storia.

Infatti, il resto del romanzo, in attesa dell’arrivo di questi “Naufraghi”, per i quali il pensiero corre ai barbari kavafisiani (saranno forse la distruttiva soluzione al naufragio dell’umanità?), come nella Montagna incantata di Mann o nella Diceria dell’untore di Bufalino, è prevalentemente ambientato in una clinica, in cui è ricoverato il padre del protagonista. Un sanatorio sulla montagna, immerso in un paesaggio maestoso, in cui la Natura pare reclamare con veemenza i propri diritti e dichiarare la propria supremazia sull’uomo.

È qui che Orso Tosco offre una riuscita galleria di vinti. Il dottor Malandra, morfinomane; Guido, l’infermiere rozzo e ubriacone, eppure dotato di una certa, sebbene abbrutita, umanità; Olga, la suora dal passato scomodo, forse il personaggio meglio delineato sotto il profilo psicologico. Sono loro a offrire assistenza – non direi conforto – al gruppo di malati terminali dell’Hospice San Giuda, microcosmo derelitto, che finisce con l’assurgere a metafora di un’umanità languente, vicina all’asfissia, eppure disperatamente attaccata alla vita.

L’opera scorre lungo meandri distopici e affascinanti. Si deve attendere ben il quinto capitolo per ricevere qualche informazione sull’antefatto, e, in sostanza, su chi siano i naufraghi. Eppure anche qui tutto resta su un piano sospeso. Queste figure appaiono inafferrabili e al contempo onnipresenti. Sono definiti in prevalenza per negazioni, proprio perché forse rappresentano la negazione stessa di un assetto sociale destinato all’implosione. La loro negazione muove dallo strumento principe del consesso umano, la parola: più volte nel corso della narrazione, si ribadisce come essi si siano “ormai definitivamente lasciati il linguaggio alle spalle” e quanto il loro affermare la propria presenza si concretizzi in un movimento avvolgente e distruttivo, tradotto in una “ininterrotta serie di azioni”. Più tardi, sembra che quella dei naufraghi assurga a vera e propria condizione ontologica, cui si possa addirittura appartenere senza consapevolezza.

Se il vivere umano non è altro che “esistere per la morte”, a queste figure mitiche spetta il compito di “vivere per sconfiggere la vita, per dimenticarla, per donarla come fosse concime a un mondo nuovo”.

Un’opera possente, d’impronta espressionista, che ora occhieggia all’epica riletta in chiave straniante (si vedano le battaglie tra l’esercito regolare, i naufraghi e i seguaci di ‘Santa’ Bibiana, con il suo misticismo della morte) ora a un pulp declinato, non di rado, sul versante lirico. Lo stile si giova dell’oscillazione tra un’intonazione alta, abbinata a una robusta tensione filosofica, e il gusto della precipitazione, tendenze spesso coesistenti nel medesimo personaggio e nella medesima situazione. Si considerino, a tal proposito, le sequenze di Gramigna ancor più delle pagine dedicate a Guido. Convincente primo romanzo per lo scrittore Orso Tosco, cui non manca la corda di un’elegia che riconcilia con la vita. Oltre e nonostante i molteplici naufragi dell’esistere dell’uomo.

L’avvocato del diavolo

L'avvocato del diavolo

Oggi il Giano bifronte apre una finestra su uno dei suoi romanzi preferiti, un’opera che risale al 1959 e si rivela ancora oggi di un’attualità straordinaria. Giano ripropone, stralciandolo e operando alcune modifiche, un articolo pubblicato anni prima sul periodico diocesano molfettese “Luce e Vita”.

Quando la fede non s’intride d’amore e non determina un moto spontaneo di carità, essa finisce con l’inaridirsi e s’infiacchisce nella routine. È questo il monito che emerge con vigore nel bellissimo romanzo L’avvocato del diavolo (1959) dello scrittore australiano Morris L. West (1916-1999), uno struggente e ispirato apologo sulla santità, ambientato nella Calabria del secondo dopoguerra, piagata dalla povertà e dalle ferite inferte da un conflitto sfociato in lotta fratricida tra italiani.

“Avvocato del diavolo” o, più eufemisticamente, “promotore della fede” è il ruolo che monsignor Blaise Meredith, il protagonista dell’opera, un uomo all’occaso della sua parabola terrena a causa di un tumore che gli corrode i visceri, riceve dalla Congregazione dei Riti. A lui spetterà il difficile compito di individuare le falle nell’esistenza di Giacomo Nerone, nel corso del suo processo di beatificazione.

 L’opera si apre nel clima maestoso delle gerarchie romane, in un’aura che s’imbeve della perfezione maestosa delle cattedrali, dello splendore dei marmi, contraltari della fede in crisi di Mons. Meredith, ma anche di altri illustri prelati, colpevoli di aver smarrito il contatto con il corpo vivo della Chiesa, il popolo.

Saranno il trasferimento in Calabria e l’incontro con la difficile realtà di due paesi gemelli, roccaforti montane speculari e al contempo antitetiche, che l’indurranno a riconsiderare l’intera propria esistenza e a guardare con occhi diversi, non più velati da canonica diffidenza, ma simpatetici, all’irregolare figura del beatificando Nerone. Tutto lascerebbe supporre l’assenza di reali supporti alla causa: Nerone è un angelo dal viso ambivalente, che ha costretto al ‘concubinato’ una popolana, Nina Sanduzzi, generando con lei un figlio, Paolo, anch’egli marchiato dall’ambiguità, perché succube del fascino del pittore inglese Nicholas Black, in un rapporto ai limiti del plagio omoerotico. Accusato di collaborazionismo verso i tedeschi, Nerone è stato ucciso dai partigiani comunisti: tutto congiurerebbe a facilitare il compito del promotore della fede…

Eppure, in Blaise Meredith, si insinua il dubbio che la santità si sia manifestata con vigore in quel piccolo grande uomo che ha declinato il verbo dell’amore e della carità tra gente defraudata d’ogni cosa. L’aura di serena saggezza che circonda Nina Sanduzzi, la reticenza di coloro che hanno collaborato, inermi o più fortemente collusi con gli assassini, all’esecuzione di Giacomo, la scoperta di un miracolo gelosamente celato dalla stessa Sanduzzi… Tutti questi elementi finiranno con il riconciliare Blaise con sé stesso e con la sua fede e gli ispireranno nel finale un prodigioso, incondizionato atto d’amore. Un ruolo fondamentale in tale progressione sarà rivestito dalle accese, ma amichevoli, conversazioni col medico d’origine ebraica, Aldo Meyer, incarnazione di una tensione al bene, non ancora illuminata dalla grazia dell’incontro con l’amore divino.

Questo romanzo, con poesia e vigore, dischiude una serie di prospettive di riflessione: c’è l’immagine della Chiesa operosa e di quella corrotta, che perpetua il proprio esistere attraverso atti formali ormai privi di qualsiasi slancio interiore; v’è uno straordinario messaggio di tolleranza e si respira anche un incrollabile affetto per le più giovani vite, quelle che necessitano di maggior protezione, perché serenamente possano sbocciare in armonia col mondo.

Emerge soprattutto l’idea che la santità si edifichi giorno dopo giorno, nella costante dedizione al prossimo, nell’abnegazione con cui si è disposti a morire a sé stessi perché una nuova alba d’amore possa sorgere.

Da duemila anni

Recensione a M. Sebastian, Da duemila anni, trad. italiana di M.L. Lombardo, Fazi, Roma 2018.
“se potessi superare duemila anni di talmudismo e melanconia, se potessi avere ancora, supponendo che qualcuno della mia stirpe ce l’abbia mai avuta, la limpida gioia di vivere…”
Nella Romania degli anni Venti, il montare dell’antisemitismo induce a vere e proprie persecuzioni degli studenti universitari di origine ebraica a Bucarest. Lo stesso io narrante, alter ego di Mihail Sebastian, è da alcuni colleghi allontanato brutalmente dalle lezioni. I giovani ebrei cercano di far fronte comune, alcuni rivendicano orgogliosamente ogni ferita rimediata, quasi in virtù di un’atavica vocazione al dolore e al martirio. Il protagonista, invece, si dibatte in una profonda crisi interiore, che l’induce a registrare, alla luce del pensiero di Montaigne, ogni declinazione di questo profondo senso di inquietudine, in un diario da cui negli anni successivi prenderà le distanze. Ne nasce un’analisi lucida della condizione ebraica, delle ragioni ‘metafisiche’ che hanno portato all’odio feroce verso questo popolo e che si sono ammantate ora di motivazioni religiose ora di rivendicazioni economiche.
Decisivo, nella vita del protagonista, sarà l’incontro con il docente Ghiţă Blidaru (presumibilmente ispirato a Nae Ionescu, prefatore dell’opera, pubblicata nel 1934 in romeno). Il vitalismo di quest’uomo lo spingerà a “tentare il salto”, passando alla facoltà di architettura, bilanciando la sua ipertrofia intellettuale con la scoperta del “sentimento di servire la terra, la pietra, il ferro”. Modellando la plastilina, il giovane avvertirà un senso inesplicabile di libertà. Il diario, pur negato, prosegue snodandosi in sei sezioni che vedono l’io narrante (o dovrei dire l’io lirico?) partecipare ai lavori per la costruzione dei pozzi di Rice a Uioara, trascorrere un periodo della sua vita a Parigi (proprio come accaduto a Sebastian, che però operò nel settore giuridico e nella critica letteraria) e, infine, dedicarsi alla costruzione della villa di Blidaru a Snagov. Così, mentre la Romania arde per l’incendio dell’ascesa della Guardia di Ferro, braccio armato del fascismo romeno di Codreanu, l’uomo, ora impegnato in una lotta dialettica contro i suoi interlocutori di sempre, contagiati dal clima antisemita, si impegnerà a realizzare qualcosa di concreto, che radichi alla vita. “Avrò qualcosa da offrire a questo incendio”, afferma la voce narrante alla fine della quinta parte.
Un libro straordinario, che nel 1934 suscitò scandalo, sia per la prefazione di Ionescu, “in sostanza un vero e proprio libello dell’antisemitismo”, come afferma Mauro Barindi, sia perché l’opera mostrava i lati oscuri della società romena, squadernando i peggiori istinti antiebraici che vi albergavano.
Il romanzo, dallo stile limpido, di una bellezza cristallina, lascia il segno. Rientra tecnicamente nella cosiddetta narrativa artificiale, ma brulica di autobiografia e verità storica. Dietro ogni personaggio, gli studiosi hanno individuato concreti attori dell’esistenza di Sebastian, stroncata nel 1945 da un’incidente, pochi mesi dopo la reintegrazione nel ruolo di docente presso l’Università di Bucarest.
Gli snodi concettuali sono notevoli. Interessante la difesa della fisiocrazia da parte del professor Blidaru: per quanto romantica e inattuale essa possa essere, si rivela “un’idea contadina, un’idea semplice della vita, un’idea che scaturisce dalla biologia”, forse una paradossale possibilità di salvezza. La figura di Sami Winkler consente di riflettere sul fenomeno del sionismo, con i suoi fautori (Berl Wolf, con il suo emblematico invito a cantare) e i suoi detrattori (le obiezioni concrete del marxista S.T. Haim), altro personaggio chiave. Poi che dire di Maurice Buret, che osserva gli uomini come creature da acquario, e dell’affare di Uioara, che genera il conflitto tra Blidaru e l’architetto Mircea Vieru, maestro del protagonista. La guerra dei pozzi contro i pruni, di un principio astratto contro la Vita, per Blidaru unico valore. Ne scaturisce la domanda se l’uomo, “con la sua azione individuale, possa intervenire nel processo latente delle forze della vita collettiva per modificarle, imponendo loro un obiettivo a esse estraneo, per quanto superiore questo sia”. Non a caso, the New York Times Review Books ha posto l’accento sull’attualità di quest’opera. Nel corpo del romanzo si evincono gli effetti della crisi del 1929 – si considerino, per esempio, i riferimenti ad Albert Oustric –, con il suo portato nefando, che ha incancrenito situazioni già da tempo in atto. Molti personaggi, come la Vally simile a Louise Brooks, si muovono quasi assopiti in un’oscura indifferenza, che in realtà è riflesso di un disagio profondo. Eppure quest’indifferenza finisce col trascinare tutto e tutti verso gli orrori di una storia che tutti conosciamo e forse troppo dimentichiamo.
Emozionanti le pagine finali in cui il protagonista, senza rinnegare il suo essere ebreo, si dichiara anche, a dispetto di tutti, romeno e uomo del Danubio, cose che gli “appartengono non giuridicamente e in astratto”, “bensì fisicamente, in virtù dei ricordi, delle gioie e delle tristezze”. Il congedo è straordinario, con il saluto alla casa di Snagov, ora ultimata. “Sei ciò che ho sempre sognato di essere”, scriverà il suo creatore, “una cosa semplice, pura e serena, con il cuore pronto ad accogliere ogni stagione”.

Quei giorni a Bucarest

Quei giorni a Bucarest

Recensione a Stefan B. Rusu, Quei giorni a Bucarest, Roma, Syncro/Europa (Playground), 2018.
Una Bucarest malinconica e allo stesso tempo vivida è il suggestivo scenario del romance di Stefan B. Rusu, Quei giorni a Bucarest. L’opera è stata pubblicata nel 2018 da Syncro/Europa, nuovo marchio, “erede e sviluppo della collana High School della casa editrice Playground”, parte del gruppo editoriale Fandango. Peculiarità di Syncro/Europa l’attenzione a romanzi che narrino le storie “di giovani adulti alle prese con i temi dell’amore gay”.
Qualche cenno alla trama. Nel 1992 la cittadina romena aveva già vissuto la rivoluzione che aveva condotto all’esecuzione di Nicolae Ceaușescu e alla fine della dittatura, ma il traguardo di una piena emancipazione economica e libertaria era ancora lontano.
Protagonista della vicenda è lo studente Nicu Sterescu, collaboratore della rivista Jurnal Universitar; inviato dalla testata a seguire le prove dell’adattamento teatrale, da parte di alcuni studenti del liceo “Ion Neculce”, di Dichiarazione d’amore, film cult degli anni Ottanta, incontra il bellissimo diciassettenne Gabriel e ne resta folgorato.
Il romanzo segue le vicende dell’amore tra i due giovani, complicate dalla presenza dell’italiano Vittorio, che ha iniziato Nicu all’omosessualità, e dai pregiudizi che indurranno il padre di Gabriel, accademico, e il fratello David, militare, a ostacolare in ogni modo la relazione con l’“invertito”.
Quei giorni a Bucarest è un romanzo interessante e non convenzionale. Valida è la costruzione dei personaggi, a cominciare da Nicu, sincero, onesto, capace di un amore autentico, a tratti anche colto da rimorsi per quel suo modo di amare disprezzato dalla società. Ben delineato anche Gabriel, con la sua passione per la rappresentazione della vita attraverso il medium fotografico e l’umore borderline, ai limiti della psicosi.
Convincente l’ambientazione, con l’aura di grazia fanée che connota la capitale e che emerge per esempio nella descrizione del quartiere Lipscani, “una piccola isola di bellezza nella città del cattivo gusto voluta dal dittatore”. Bellezza e degrado, talora bellezza che affiora nel degrado stesso, si fondono e confondono e costituiscono una delle ragioni di maggior fascino del romanzo. Opera che sotto il profilo stilistico riesce bene a rendere la contaminazione di altezza del sentire e materialità istintuale che connota l’esistenza umana. Lo stile infatti registra momenti lirici nelle descrizioni di Gabriel o del suo furtivo bere le ore d’amore di Cristian e Cornelia e attimi di voluta precipitazione a fini realistici (la scena del lenzuolo macchiato che diviene telone per la proiezione). Nel complesso un lavoro notevole e in più momenti emozionante, che riflette sulle imperscrutabili alchimie e declinazioni dell’amore.

Rileggendo Come fossi solo di Marco Magini

Recensione di M. Magini, Come fossi solo, Firenze, Giunti, 2014.

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“A Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire”. È il dolente refrain del potente romanzo-verità Come fossi solo dell’aretino Marco Magini (Giunti, 2014). Il romanzo è stato finalista per il Premio Calvino 2013 ed è stato tra i sottoposti alla giuria del “Premio Strega” 2014. A nostro avviso, avrebbe meritato un piazzamento ben più importante, considerato l’alto impatto drammatico e la qualità della scrittura. Per questo, a distanza di quattro anni, lo riproponiamo alla lettura.
Come fossi solo si basa su documenti e materiale processuale per i “riferimenti storici al massacro di Srebrenica e al relativo processo”; i dettagli della narrazione, invece, sono opera di Magini. Lo scrittore adotta una triplice focalizzazione interna, restituendo le vicende attraverso l’ottica di un giudice della Corte Internazionale dell’Aja, lo spagnolo Romeo González, e secondo il punto di vista di Dirk, un casco blu olandese di stanza a Srebrenica, e del soldato serbo-croato Dražen Erdemović, unico reo-confesso tra coloro che parteciparono al genocidio della città bosniaca.
La sensazione che pervade il lettore è di netto straniamento: egli è indotto a seguire con viscerale partecipazione la discesa all’inferno di Dirk, le cui conseguenze sono preannunciate dalla scena iniziale (“Ho affogato nel deodorante l’odore di vomito di ieri sera), e quella di Erdemović, che si troverà dinanzi alla terribile scelta di uccidere settanta uomini inermi o morire da disertore. La Storia si dipana come un pugno nello stomaco, in una sequela di orrori indicibili. Si imprimono nella memoria la sequenza della violenza perpetrata ai danni di una donna bosniaca da un gruppo di soldati ubriachi o quella dell’assassinio di un bimbo, strappato alle braccia della madre e sgozzato come un agnello sacrificale al cospetto di inerti caschi blu. Subentra lo sgomento; si è colti dalla stessa frenesia, inane, che anima il soldato Dirk nell’elaborare una lista “della salvezza” di cui egli stesso coglierà solo troppo tardi l’enorme potenziale. E soprattutto si condivide la solitudine di Dražen, quel suo inerme protestare contro un disegno di Morte ordito dalla follia umana. Il suo orrore dinanzi all’annichilimento del valore della vita umana, raccapriccio per una coercizione all’omicidio plurimo di Stato che conosce nel vomito liberatorio il suo correlativo oggettivo… Ribrezzo si prova anche nel familiarizzare con le dinamiche di una giustizia volubile, per cui le interazioni e le rivalità tra giudici contano più della dedizione alla Verità. E in fondo la Verità qual è? Forse che “a Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire”?
Un’opera possente, straordinaria, con cui le “nuove generazioni (e non solo) dovranno fare i conti”. Perché solo se sapranno riconoscere la barbarie, dov’essa si è manifestata in maniera nitida e disumana, gli orrori di Srebrenica non avranno luogo in altre contrade.

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Il Club Vesuvio

Recensione a M. Gatiss, Il Club Vesuvio, trad. di E. Cantoni, Kowalski, Milano, 2005.
Mister Lucifer Box, pittore, affascinante dandy, nasconde una doppia vita che lo vede impegnato in qualità di “agente speciale al servizio di Sua Maestà”. Incaricato di indagare sulle strane circostanze della morte di due vulcanologi, entra in una spirale di misteri, intrighi e attentati che lo condurrà in una Napoli lunare, a indagare sull’inquietante Club Vesuvio, finendo con lo sventare un folle piano di distruzione della cittadina partenopea (e non solo).
Il romanzo di Mark Gatiss è spiazzante in ogni suo sviluppo, in virtù dell’imprevedibilità del suo luciferino protagonista. Si apre con un omicidio a sangue freddo compiuto da Mr. Box quasi fosse la cosa più naturale di questo mondo, per poi farci seguire le incursioni dell’uomo negli ambienti del jet set londinese di inizio Novecento. A Napoli, quando tutto sembra presupporre una romantica liaison tra Box e l’affascinante Bella Pok, pennellata in prima battuta con tratti da dama preraffaellita, spunta fuori il sensuale e canagliesco Charlie Jackpot, con un’inaspettata evoluzione degli eventi, che induce anche a un’inattesa ed efficace precipitazione stilistica (“For the well-bred gentleman there was surely only one recourse. I fucked him”).
L’opera si rivela un felice connubio di avventura e humour wildiano, senza tradire la sua vocazione di “spy story dandy”. Costante è la suspense, condita da un gusto tragicomico dell’azione; frequenti anche gli elementi metonimici, quali l’orribile occhio di vetro di Everard Supple, particolare apparentemente macabro-ornamentale, e invece tutt’altro che tale.
Uno dei punti di forza di Club Vesuvius è costituito dallo stile di Gatiss, ben reso nella versione italiana di Elena Cantoni. Elegante, ricercato, mai dozzinale, esso è innervato da uno spirito irresistibile nelle descrizioni più tranchantes, come quando di Venus si dice che “Her accent was as thick as tomato sauce” (molto ben rimodulato dalla Cantoni con “Il suo accento italiano era pesante quanto una parmigiana di melanzane”). Godibilissimo anche il citazionismo, sempre brillante, in particolar modo in casi come il seguente: il protagonista rimane a lungo nella vasca da bagno, “con i capelli che galleggiavano a pelo dell’acqua come un’aureola di alghe”. A questo punto, Gatiss vien fuori con un ilare “Quanto sarei piaciuto a Millais se mi avesse visto in quel momento!” e l’accostamento con Ofelia-Siddal, del tutto irriverente e dissacratorio, si rivela uno squisito tocco d’autore. L’onomastica è ora allusiva (il Jackpot è il “colpo grosso”, il colpo di fortuna, il montepremi e questo concetto ben si addice al personaggio di Charlie) ora antifrastica (Delilah, nella tradizione biblica connesso all’avvolgente seduzione femminile, è qui appannaggio di un donnone dal “sorriso sdentato”, peraltro efficientissimo).
Un’opera da gustare in ogni suo rivolgimento, lasciandosi catturare dalla colta e diabolica trama dell’abile Gatiss.

Ringraziamo l’amica scrittrice Olimpia E. Petruzzella, per averci segnalato questo libro. Il Giano bifronte, infatti, non si occuperà solo di testi di recentissima uscita, ma seguirà l’andamento delle sue letture più convincenti.

Leggendo La famiglia Aubrey

Recensione a R. West, LA FAMIGLIA AUBREY, traduzione di F. Frigerio, Roma, Fazi, 2018.
La famiglia di Piers e Clare Aubrey sembra irridere il conformismo londinese di fine Ottocento. La donna, pianista che non ha perseguito la carriera cui avrebbe potuto aspirare, appare piuttosto trasandata e, a tratti, sembrerebbe astratta rispetto ai pensieri e alle opinioni della gente comune; l’uomo, irlandese, giornalista fascinoso, è del tutto inaffidabile. La mania per il gioco lo induce a indebitarsi continuamente, sino a impegnare, senza dir nulla alla moglie, i mobili della zia Clara e ad allontanare, con il suo comportamento, tutti gli ammiratori del suo raffinato intelletto. La vita di questa famiglia è narrata, con sguardo lucido e umoristico, da una delle figlie, Rose, nel bellissimo romanzo di Rebecca West (titolo originale, The fountain overflows), recentemente ripubblicato dall’editore romano Fazi, nella traduzione di Francesca Frigerio.
Nell’opera è chiaramente ravvisabile una componente autobiografica; come si può leggere in West’s world di Lorna Gibb, il padre di Dame Rebecca West (o, se si preferisce, Cicely Isabel Fairfield, 1893-1982), Charles, giornalista, era davvero affetto da gambling mania e arrivò effettivamente a vendere persino “one of the last heirlooms, a family portrait”. Chi abbia già gustato La famiglia Aubrey non potrà non cogliere, seppure con declinazione diversa, una chiara allusione a tale vicenda familiare nel corpo dell’opera. Nonostante l’inaffidabilità dell’uomo, ricorda la Gibb, egli godeva di un undeniable charm, che, nonostante tutto, conferì al suo ricordo una patina di romanticismo (a kind of romantic veneer). Anche il personaggio di Clare sembra modellato sulla madre Isabella, scozzese, e tratti autobiografici, che rinviano alla sorella maggiore Letty, si possono ravvisare in Cordelia.
Al di là di tali osservazioni, sono molto interessanti le letture che dell’opera hanno dato Ann Norton e Cheryl A. Wilson. La prima ha parlato di “paradoxical feminism”, perché la West, pur evidenziando i limiti del patriarcalismo della cultura occidentale, tradisce una sorprendente fede in essa e soprattutto il desiderio del ripristino di un’effettiva “male dominance”, impossibile in virtù delle caratteristiche negative che connotano le figure dei padri: l’ondivago Piers, il cinico cugino Jock, lo svagato e insopportabile Mr. Phillips. Non è un caso che, dopo la fuga del padre, Rose sia colta da un desiderio lacerante di lui, di saperlo intento a leggere nel regno del suo studio.
La Wilson, invece, ha sondato il legame tra femminilità ed elemento performativo, che nell’opera è effettivamente un nodo fondamentale. Infatti, il critico cita la sequenza della festa in casa Phillips, con le esibizioni di tutte le ragazzine (nella danza, nella recitazione o nella musica) e Rose che rifiuta di suonare il piano e improvvisa un gioco di lettura del pensiero. La musica è l’elemento dominante nella Famiglia Aubrey, ma la West respinge l’idea dello strumento come traghettatore delle giovani verso il ruolo di aggraziate dispensatrici di svago signorile. Infatti, Cordelia, dal nome non casualmente shakespeariano, è l’unica figura in cui si esalti l’aspetto di performer, proprio perché priva di reale talento. Per gli altri personaggi, a cominciare da Clare, la musica ha un valore sacro. Lo studio che li indurrà a trascorrere ore per perfezionarsi nell’esecuzione di pezzi, che solo da adulti (in quanto musicisti di professione, non amatoriali) faranno ascoltare al mondo esterno, aiuterà quei fanciulli a superare le forche caudine di un’infanzia poverissima, eppure magica grazie alla musica (e direi alla madre, musica ella stessa).
Un romanzo di una forza notevole. Apre scenari di riflessione sul futuro dell’Europa (il pamphlet pessimistico di Piers) che, salutati come deliranti da Pennington, si riveleranno tragicamente profetici; offre le coordinate per la lettura di un’epoca, anche attraverso i suoi personaggi emblematici, quali il ladro e assassino Charles Peace o il giudice Justice Lopes. Pennella, con impagabile umorismo, personaggi che si imprimono nella memoria, come Clare, con i suoi sofismi geniali dall’apparenza di idiozia, descritti con impietosa pietas da Rose, che scruta il mondo dalle specole misteriose della musica e della letteratura. E non cede al garbuglio del dolore.

About me

Gianni Antonio Palumbo (Molfetta, 20 marzo 1978, http://www.giannipalumbo.it), Alfiere del Lavoro, ha conseguito il Dottorato in Italianistica a Messina. È stato docente a contratto di “Letteratura italiana del Rinascimento” presso l’Università di Foggia; lo è attualmente di “Metodologia della critica letteraria” per l’a.a. 2017-2018. Insegnante di lettere presso il Liceo Classico e Scientifico “Matteo Spinelli” di Giovinazzo, è autore di contributi di critica letteraria sull’Umanesimo-Rinascimento, sulla letteratura contemporanea e delle monografie Vestali in un mondo senza sogni e La biblioteca di un grammatico sull’umanista Giuniano Maio. Ha ottenuto nel marzo 2017 l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia nel settore 10/F1 (Letteratura italiana); nel 2018 è stato abilitato per la seconda fascia in “Linguistica e Filologia italiana” (10/F3).
Redattore della rivista «La Vallisa» e dei periodici “Quindici” e “Luce e Vita”, prefatore di cataloghi d’arte, è autore di romanzi (I fantasmi di un poeta, La Meridiana, 1998; “Krankreich. Tramonto di un sogno”, Palomar, 2000; “Eternità. La leggenda di Destino e Sospensione”, Palomar, 2003), della silloge di poesia “Non alla luna, non al vento di marzo” (Schena, 2006), dei racconti di “Il segreto di Chelidonia e di pièce teatrali”, edite e inedite, tra cui Lena, Il treno, Chi ha paura delle ombre? e Il diavolo a cavallo. Ha conseguito premi letterari, tra cui il “Premio Valle dei Trulli” per la ‘Letteratura giovane’ nel 2000 con il romanzo “Krankreich. Tramonto di un sogno” in ex aequo con Chiara Gamberale. È stato Direttore artistico dell’ottava edizione della Notte bianca della Poesia presso l’Istituto Vittorio Emanuele II di Giovinazzo (23 giugno 2018). Ha ideato, per la stessa, il format dell’”Ostracismo 2.0″. Sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, polacco, albanese, russo e serbo.