La funzione del critico letterario


Perché questo blog?
Il Giano bifronte cerca uno spazio per parlare di critica letteraria. In modo serio, per quanto sarà in sua facoltà.
L’industria culturale contemporanea è asservita a logiche editoriali che spesso sono ben lontane da un nobile intento di valorizzazione del talento. Si assiste sempre più alla serializzazione delle scritture, alla riproposizione ossessiva di figure, intrecci, immagini in linea con le richieste di un pubblico dagli orizzonti d’attesa sempre più poveri, irrimediabilmente proteso alla ricerca di un intrattenimento sterile.
Il compito del critico è quello di ricercare la complessità, l’anello che sfugge alla catena della banalità e rivela quella cura che connota un’opera di qualità. Non deve stroncare; è un’operazione sterile e inelegante che rivela un fondo di narcisismo e fa a pugni con l’onestà intellettuale. È piuttosto maggiormente corretta la posizione di chi fa passare sotto silenzio ciò che giudica meno valido e dà risalto al valore, laddove esso traspaia e, in alcuni casi, risplenda.
Certo, nelle valutazioni letterarie gioca un ruolo non trascurabile la soggettività della percezione del critico. È però anche vero che, al di là della singolarità e dell’irripetibilità di ciascuna lettura, esistono fattori oggettivi che appariranno evidenti a ciascun interprete.
Cosa cercherà di fare il Giano bifronte? Si sforzerà di mettere in atto quanto auspicava Benedetto Croce; accostarsi al cuore poetico dei testi letti e, quando vi sentirà battere il suo, provare a oggettivare quell’impressione di bellezza percepita.

L’immagine in evidenza è l’olio su carta “I Gemelli” di Marisa Carabellese.

La vasca del Führer


Recensione a S. Dandini, La vasca del Führer, Einaudi, Torino 2020, Euro 17.50.

Tutto muove da una fotografia, nella narrazione de La vasca del Führer, opera di Serena Dandini.

Prinzregentenplatz 16, Monaco, 30 aprile 1945. Uscita dagli orrori di Dachau, eternati in scatti che – come quelli, ancor più terribili, di Buchenwald – ancora oggi appaiono la più veritiera rappresentazione di tutto l’orrore di cui gli uomini sono capaci, Lee Miller, fotografa, ora reporter di guerra, si faceva immortalare, dal collega e amante David Scherman, nella vasca da bagno di Adolf Hitler. Quell’appartamento dagli “interni anonimi”, dozzinali, le aveva rivelato la banalità del male, della mostruosità che si cela dietro apparenze di normalità. Ecco, quindi un atto liberatorio e provocatorio: portare il fango di Dachau, di cui erano ancora macchiati gli stivali, nel falso lindore di quel luogo. E poi, osserva la Dandini, se “lo sterminio della bellezza è l’arma preferita di ogni propaganda che si rispetti”, il fatto di infilarsi nuda nella vasca del suo più bieco profanatore, assurgeva a “personale esorcismo per scongiurare il male, una vendetta artistica contro la brutalità del potere”.

È da questa sequenza, assunta a immagine attorno a cui riannodare le fila di un’esperienza esistenziale straordinaria, all’insegna del genio e della ricerca della libertà, che la Dandini muove per esplorare la vita di Elizabeth Miller, detta Lee. Dal giorno del suicidio di Hitler, atto di cui Miller era inconsapevole quando compì quel gesto provocatorio e liberatorio al contempo, l’autrice torna all’anno 1915, all’infanzia nell’americana cittadina di Poughkeepsie. Questa stagione fu funestata dalla violenza sessuale patita nel 1914 da un amico di famiglia. Dopo quell’evento, il padre di Lee, Theodore, ingegnere, “seguita a fotografare” la figlia, con la speranza di “cancellare la macchia con la bellezza delle immagini, ma sa che dietro l’apparenza perfetta di quel corpicino si cela un malessere a cui non può porre rimedio con le sue conoscenze scientifiche”.

Quel malessere e quel corpo bellissimo, che spesso la Miller cercherà di camuffare, quasi di sconciare, trasformandosi (lei, che ne Le sang d’un poète di Cocteau aveva incarnato la statua di Venere) in “sciatta virago”, l’accompagneranno nel suo percorso di vita. Un cammino che la condurrà da modella per riviste di moda, grazie al fortunato incontro con Condé Nast, a musa-amante-collega di Man Ray sino a divenire, ossimoricamente, per la rivista simbolo del culto della bellezza e dell’eleganza, “Vogue”, reporter di guerra. In tali vesti, Lee vivrà orrori che le provocheranno un disturbo da stress post-traumatico. Il tentativo di lavare via il dolore proprio lì, nella vasca collocata in quel luogo straniante, emblema del Male stesso, non sarebbe infatti riuscito. Lee avrebbe sposato l’amato Arthur Penrose, avrebbe avuto un figlio, Antony, si sarebbe dedicata alla cucina nella cornice apparentemente idillica di Farley Farm, ma non avrebbe cessato di alimentare nel cuore quel profondo senso di dolore con cui non si può scendere a patti.

Questo di Serena Dandini è un libro intenso, che sconvolge, puntando l’obiettivo su un’esperienza individuale che si fa collettiva. Con Lee Miller, rivive una generazione di artisti (Man Ray, Cocteau, Ernst, Leonora Carrington, Picasso) che coltivò un sogno di libertà poi tradito dalla storia. L’autrice riesce a far cogliere questo anche grazie all’intreccio tra la parola e l’arte della fotografia. Emblematico è l’esempio di quello che Dandini chiama, proprio per le allusioni al quadro di Manet, Le Déjeuner sur l’herbe, con Lee e le altre donne a seno nudo, in una sorta di “istantanea di una pacifica e sensuale quiete prima della tempesta”. Questo scatto contrasta fortemente con la fotografia che dà il titolo all’opera, per cui varrebbe a commento, a nostro avviso, un’osservazione che la scrittrice avanza a fine libro: “Non c’era più traccia della ragazza spensierata che inseguiva il proprio destino nelle strade del mondo”. Si diceva, dunque, come La vasca del Führer, spesso focalizzato sull’ottica di una Lady Penrose ormai malata che rammemora il passato, sia anche il ritratto di una generazione. Di Man Ray: del furore che lo coglie quando “decide di tramutare il corpo di Lee in un bersaglio da fare a pezzi” nelle sue opere (ormai presentendo l’abbandono), come dell’aura straordinaria che quest’uomo conserva, anche fragile e anziano (ma ancora lucidissimo), quando, nella sezione finale, è protagonista con Lee di un incontro magico in cui a parlare sono gli sguardi. Di Picasso, con la sua amara arguzie; di Leonora Carrington e Dora Maas, “amazzoni intraprendenti” tradite dalla vita.

Un’opera che scava attraverso l’introspezione, per donarti all’improvviso immagini fulminee: colpisce, per esempio, il contrasto tra il canto di Chevalier e il “coro macabro” dei soldati tedeschi in controcanto, arrogante sberleffo contro chi invita a “parlare d’amore”. Un romanzo che trae forza dallo stile ora asciutto ora lirico ora espressionistico; tra le pagine più intense quelle che descrivono l’orrore di fotografie come Dead prisoners, immagini che qualunque negazionista dovrebbe vedere per poi definitivamente tacere. Si avverte, in più passaggi, un senso di rispecchiamento, con le dovute distinzioni, nel sogno e nelle sofferenze della protagonista e di accorata riflessione su una contemporaneità in cui la memoria si affievolisce e i mostruosi parti di un’irrazionalità sempre più diffusa inducono a coltivare dubbi angoscianti.

Gli ultimi giorni di quiete


Recensione ad A. Manzini, Gli ultimi giorni di quiete, Sellerio, Palermo 2020, Euro 14.

Il romanzo Gli ultimi giorni di quiete di Antonio Manzini è un’opera che avvince il lettore con la forza di una vicenda lineare e intensa, suscitando una ridda di riflessioni cui non è possibile dare una risposta precisa.

Il tema è di quelli che da secoli alimentano i dibattiti tra gli uomini: al cospetto di un’ingiustizia compiuta dal sistema garante del diritto positivo, quanto è lecito alla parte lesa vendicarsi e sin dove può spingersi questo naturale istinto? E poi quanto è lecito perseguitare un uomo che abbia commesso errori anche gravissimi, ma che sta cercando di venir fuori dal baratro e rinascere a nuova vita? E se quest’ultimo non ha pagato a sufficienza, è poi legittimo questo suo desiderio di rifiorire, soprattutto se la colpa appartenente al passato è un omicidio? E, in ultima istanza, chi decide l’entità di quel ‘pagare a sufficienza’? Le vittime? Il colpevole? Il sistema? La giustizia divina?

Insomma, il tema è estremamente stimolante. Nora e Pasquale Camplone hanno perso il loro unico figlio, il vitale e generoso Corrado, in una rapina occorsa alla tabaccheria di loro proprietà. Il ragazzo, studente proiettato verso un brillante futuro di avvocato (proprio come il nonno), era stato ucciso da un rapinatore, mentre sostituiva suo padre nell’attività di famiglia. Bene, la madre, Nora, un giorno, in treno, riconosce l’assassino di Corrado, Paolo Dainese e, colta dall’istinto, scende dal mezzo e lo segue. Scopre così che, dopo appena cinque anni di carcere, l’uomo è stato rilasciato e che tenta di rifarsi una vita, a Roseto, con la parrucchiera Donata. Marito e moglie si ribellano a quella che appare loro una colossale ingiustizia e decidono di vendicare la morte del figlio, colmando le lacune di un sistema che scarso rispetto riconosce alle vittime di atti di violenza. Complice un amico, Pasquale acquista una pistola, con l’intento di affrontare direttamente e uccidere Dainese; Nora adotta una strategia più raffinata, cominciando a perseguitare l’uomo con la sua muta presenza, con l’aria di rimprovero degli occhi ormai spenti e le accuse affidate a volantini e altri strumenti. Insomma, per Dainese quelli precedenti il viaggio in treno saranno “gli ultimi giorni di quiete” e il lettore resterà avvinto a porsi mille interrogativi, alcuni dei quali troveranno gradualmente risoluzione nel corso delle vicende. Donata è a conoscenza dell’entità del reato del compagno tanto amato? E il datore di lavoro di Paolo, parente della donna? Come reagirà Dainese allo stalking della mater dolorosa? E le persone che lo circondano? Nora continuerà a perseguire la sua vendetta a dispetto di tutto? E Pasquale? Avrà il coraggio di premere il grilletto?

A questi interrogativi non risponderemo, perché inficeremmo il piacere del lettore di addentrarsi nei meandri di un’opera che appassiona, sorretta dall’energia di uno stile asciutto ed efficace, molto incisivo anche nelle descrizioni, che si colorano di valori simbolici. Pensiamo alla casa vacanze della famiglia Camplone, ormai cadente, ridotta a dimora dei topi, così simile alla vita dei coniugi, dominata dalle rovine di un passato con cui i due non riescono a fare i conti e riconciliarsi. E proprio contro quei mobili, contro quel tempio dismesso del ricordo che Pasquale proverà il revolver, ben consapevole che sparare a un uomo non sia la medesima cosa. Molto efficace è anche la maniera in cui Manzini segue i suoi due protagonisti nella longa nox, in cui lo sconvolgimento interiore trova il suo equivalente nella natura tempestosa. “Nora aveva cominciato un viaggio che non prevedeva la sua presenza”, intuirà Pasquale, che però acquisirà piena consapevolezza anche della necessità di una rinascita. Rinascita che, per avvenire, deve passare attraverso il superamento di un’egotica concentrazione sul proprio dolore e il ritorno all’attribuzione di valore a ogni vita: il personaggio toccherà uno dei momenti più bassi nel corso del romanzo quando urlerà al nipote autistico, Danilo, che sarebbe stato meglio se a perdere la vita fosse stato lui e non Corrado. Forse, però, a volte un uomo deve attraversare le vie più buie per comprendere quanto sia necessario un cambio di rotta. Non è un caso che il lettore stesso sia indotto a compiere un tortuoso percorso, dalla totale solidarietà iniziale nei confronti di Nora a un progressivo senso di straniamento e di distanziamento dalla protagonista.

Al fondo di questa storia ci sembra di sentire echeggiare la sentenza terenziana dell’Homo sum. Ci sono colpe gravissime, è vero, dinanzi alle quali spesso impossibile appare il perdono. Nella natura umana è insito il seme del bene, ma altrettanto facile è ridestare l’animale rabbioso che soggiace al fondo di ciascuno di noi. Forse l’unica soluzione è nella pietas per chi soffre e nella fiduciosa apertura alla vita. La tragedia incombe, ma istanti di felicità possono esserci ancora regalati se ci abbandoniamo, fosse pure per un solo attimo, all’incessante movimento dell’esistere e alle sue ‘occasioni’, proprio come l’icona più bella di questo romanzo, il Danilo che “felice se ne stava con la bocca aperta a prendere l’aria sul viso”, tenendo “gli occhi socchiusi”, mentre “sotto i pini maestosi, nella terra umida, le cicale dormivano aspettando l’estate”.

I delitti della salina


Recensione a F. Abate, I delitti della salina, Einaudi, Torino 2020, Euro 18.

L’ambientazione cagliaritana all’inizio del Novecento e la carica umana della protagonista, unitamente alla capacità di tratteggiare una varia umanità, rappresentano i maggiori punti di forza del bel romanzo di Francesco Abate, I delitti della salina.

Accurata la ricostruzione storica, che ci conduce nei salotti in cui si ordiscono gli intrighi di una nobiltà boriosa e senza scrupoli, così come nel tanfo del bordello della Tedde e poi ancora nelle saline (bello l’incipit “Le piramidi di salgemma si accesero di rosa”) e tra i derelitti del lazzaretto. Motore della vicenda l’affiorare “tra il fango e la sabbia” di “un corpo piccolo e sgraziato”, cui seguiranno altri ritrovamenti.

Si tratta di uno dei piciocus de crobi (“i ragazzi della cesta”), adolescenti e preadolescenti laceri e rifiutati dalla società, che sopravvivono trasportando la spesa di caritatevoli dame o svolgendo per pochi spiccioli lavori di facchinaggio. Emblemi di un’umanità emarginata, scomoda, delle cancrene che il bel mondo volutamente ignora.

A condurre un’indagine non autorizzata l’“unica giornalista donna della Sardegna”, privata del suo titolo per aver sostenuto la verità a favore delle sigaraie in un’inchiesta e “finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche di scarso valore”. Clara Maylin Simon è un personaggio affascinante, nato dalla penna di Abate e sicuramente destinato a nuove avventure. È una figura che ben si addice al clima che caratterizza l’opera. Si erge come un’isola, una zona franca in una terra in cui sordidi compromessi vigono fra l’autorità costituita e la nobiltà. La sua origine è in parte cinese, viva in quel nome Maylin (con cui non a caso un parente l’apostroferà durante l’avventura) che la donna sembra voler archiviare; orfana di entrambi i genitori, è desiderosa di conoscere quanto accaduto a suo padre, il capitano Simon, e in fondo lo spera ancora vivo. Figlia di una delle famiglie più rinomate di Cagliari, è tuttavia emarginata per l’essere “mezzosangue” e per la natura di donna desiderosa di emancipazione, indotta a sposare una delle professioni maschili par excellence. Si sente “straniera tra i cinesi, intrusa tra gli italiani”; i reietti la considerano troppo in alto, mentre i nobili la giudicano indegna del loro consorzio. Forse è per questo che Clara sarà spinta a farsi carico della piccola Martinica, bambina tra i “piciocus”. “Ha la pelle troppo scura per questa città”, dichiarerà la Simon, guardandola pensosa e non a caso, in una scena d’intensa drammaticità, la piciochedda sarà apostrofata, da un ragazzino violento, come “negra”, prima di essere aggredita con un “coltello per le cozze”.

Attorno a Clara, di cui Abate riesce a rendere in maniera netta e vigorosa la complessa personalità, tra impulsi di virago e femminilità (si veda la sua evidente sensibilità agli odori), gravitano l’amico e collega Ugo Fassberger e il bel tenente Rodolfo Saporito. Aria da zerbinotto, innamorato di Clara esattamente come il giornalista, quest’ultimo giungerà in Sardegna dopo aver prestato servizio a Napoli e si troverà a cooperare con la Simon. Saporito è un altro personaggio molto interessante, che alterna slanci generosi (epica la scena durante gli scontri tra carabinieri e proletari durante il funerale dei piciocus) a momenti in cui pare prevalere in lui un’indole calcolatrice e ambiziosa. Ben riusciti i vari comprimari: dalla coraggiosa sigaraia Sarrana – simpatica aiutante – alla piccola Martinica, dal reduce Africo, ora condannato ai lavori forzati nel bagno penale, all’odiosa contessa Dessy Pinna, arida dama dedita a una carità pelosa e narcisistica, o al dottor Callisto Rombi.

Un romanzo avvincente, dai continui colpi di scena, e dallo stile curato e suadente. Un’opera che ci trasporta in una dimensione fascinosa e che descrive accuratamente gli ambienti, connotandoli spesso (a volte in primo luogo) sotto il profilo olfattivo. Muovendosi tra il chiacchierio velenoso dei maggiorenti e gli scontri di anarchici e socialisti contro le forze dell’ordine, tra le urla folli della sifilitica Marigosa nel lazzaretto o nella tana dei piciocus, il lettore si appassiona alle vicende narrate e si affeziona ai personaggi di Abate. E se il motivo del complotto a tratti sembra trionfare, non meno trascinante è il canto vitalistico (e malinconico al contempo) dell’anarchico biondo Anacleto all’apparizione della Cio-Cio-San cagliaritana. Perché quando la speranza sembra tramontata e l’automobile sembra aver perduto inesorabilmente il carburante, forse è solo il preludio a un nuovo viaggio verso chissà quali approdi.

Se avessi avuto gli occhi neri


Recensione a G. Sorge, Se avessi avuto gli occhi neri, goWare, 2020, Euro 14.99.

È un lavoro interessante e di gradevole lettura questa storia familiare abilmente costruita da Gianfranco Sorge e data alle stampe con goWare.

Se avessi avuto gli occhi neri, espressione che implica un adynaton e allude al colore degli occhi di Carmelo e alla sua vicinanza fisiognomico-emotiva alla figura della madre, ci proietta nel contesto della Sicilia dei primi del Novecento, per traghettarci sino ai giorni nostri, con puntate londinesi e nel Nord Italia, seguendo le vicende della famiglia Sperlinga Della Torre.

Uno dei pregi è l’accurato scandaglio psicologico dei personaggi e non poteva essere diversamente, considerando la formazione e l’esperienza lavorativa dell’autore, “medico chirurgo, dirigente psichiatra dell’azienda sanitaria catanese e docente di Psicopatologia presso la scuola di specializzazione dell’Istituto italiano di psicoanalisi di gruppo”.

Le vicende muovono dal tentato suicidio di nonna Stella, ottuagenaria, invischiata in un rapporto malato con il marito Sebastiano, quasi centenario, stanco di vivere, ma non di tiranneggiare la coniuge. Accanto ai due protagonisti, di cui l’autore ricostruisce la storia sin dalle prime interazioni amorose (per effetto delle quali la donna era stata quasi stregata dal fascino del giovane appartenente alla nobiltà ed era rimasta soggiogata dai suoi occhi neri), l’obiettivo è puntato sui loro figli, Santa e Carmelo, e sulla nipote Aurelia. Sorge adotta un impianto narrativo complesso, attraverso la variazione dei punti di vista.

L’opera è composta da due parti. Nella prima, in seguito al tentato suicidio di Stella, a narrare la vicenda è lo psichiatra che prende in cura la donna. Al suo punto di vista si alterna quello dell’anziana donna che, per fargli comprendere le ragioni che l’hanno condotta a compiere quel gesto, prende a raccontargli la propria vita e la singolare e tormentata parabola dell’amore per Sebastiano Sperlinga. Quest’ultimo è forse il personaggio più complesso del romanzo. Sorge non adotta mai il suo punto di vista, ma è il patriarca il fulcro dei pensieri e il motore delle vicende degli altri membri della famiglia. Si intuisce sin dalle prime battute che l’uomo sia affetto da un’oscura psicopatologia; non è sufficiente il retaggio machista, che ne costituisce il background culturale, a spiegare i suoi comportamenti sadici nei confronti di colei che ha scelto come propria compagna, ‘amandola’ in una modalità ossessiva e possessiva. Sicuramente in Sebastiano è viva la memoria dei don Rodrigo della tradizione (del resto, il misterioso signorotto resta il vero enigma del romanzo storico manzoniano); ammiccamenti si possono cogliere nella scena delle intimidazioni al padre di Stella, in cui rivive qualcosa della braveria di alcuni personaggi dei Promessi sposi. Sembra in parte attiva anche la memoria del feuilleton, con il motivo dell’onesta fanciulla perseguitata, qui affidato al personaggio di Stella. Sorge è molto abile nel lasciar intuire la condizione patologica dello Sperlinga, ma nel non fornirci spiegazioni sulla stessa, per cui don Sebastiano, nei suoi oscuri moventi e nella sofferenza che alimenta in sé e purtroppo infligge agli altri, rimane a nostro avviso l’elemento di maggior interesse del romanzo.

La seconda parte ci conduce al presente, in una continua staffetta tra la figlia della defunta Santa, Aurelia, narratrice interna, apparentemente il personaggio meno inquieto della storia, e Melissa, un tempo Carmelo. È proprio quest’ultima a recare in sé il significato del titolo. Secondogenito degli Sperlinga, sin dalla nascita Carmelo era stato rifiutato dal padre per gli occhi azzurri, che lo connettevano alla genia dei Santoro, famiglia della moglie, e troppo esulavano dal prototipo del maschio mediterraneo dagli occhi neri. Erano nati così l’odio-amore di Carmelo per il padre e il legame morboso con la figura materna, che l’avrebbe indotto al rifiuto della mascolinità e all’immedesimazione nel proprio punto di riferimento, la madre. Ecco dunque la scelta oggettuale di tipo omosessuale e gradualmente l’inclinazione ad abbracciare la condizione transgender. Carmelo diverrà Melissa e l’operazione per il cambiamento del sesso suggellerà la sua rinascita, poi coronata dal legame con Kadir, non a caso ‘portatore’ di bellissimi occhi neri. Il presente si alterna al racconto della vita di Melissa, con squarci anche della storia della sorella Santuzza. Per entrambi, il rifiuto del rapporto malato dei genitori e di un contesto asfissiante e carico di pregiudizi si tradurrà perfino nella rimozione dei nomi di tradizione ricevuti – anche Santa si farà ribattezzare Suza – e nell’adozione di comportamenti anticonformisti.

L’opera affronta una serie di tematiche spinose, non ultime la condizione transgender, con una raffinata analisi del senso di colpa che l’accompagna, talora non senza intenti autodistruttivi, e la delicata questione dell’eutanasia. Alcuni passaggi appaiono di un realismo piuttosto crudo, ma generalmente l’autore si accosta con delicatezza e finezza introspettiva a problematiche tutt’altro che di facile trattazione. Costante nell’opera è l’accettazione della diversità, che deve essere percepita come ricchezza, ipostatizzata nell’icona del rombo-losanga, non a caso marchio delle creazioni di Melissa.

Lo stile è curato; non mancano, con funzione mimetica, elementi dialettali. Se avessi avuto gli occhi neri è una storia che avvince e si lascia leggere scorrevolmente; quando, nel finale, si potrebbe avere l’impressione di un’impennata buonista, in virtù del generale senso di conciliazione che parrebbe trasparire, un ultimo colpo di teatro sorprende il lettore, a suggellare una narrazione in cui non conviene dare alcunché per scontato.

Borgo Sud


Recensione a D. Di Pietrantonio, Borgo Sud, Einaudi, Torino 2020, E. 18.

Tra la Francia e l’Abruzzo, Grenoble e Pescara, si dipanano le vicende del nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, che trovano in Borgo Sud, la zona marinara (Borgo Marino) del capoluogo abruzzese, il loro centro ideale.

Il romanzo è il seguito del fortunato L’Arminuta, vincitore del Premio Campiello 2017. La “ritornata”, ora adulta, insegna in un’università francese, rispecchiandosi, madre mancata, nei suoi studenti, di cui spesso rivive in sé attese e ferite. Una telefonata la riconduce nell’Italia centrale, in un Abruzzo bellissimo ma dalle mille ferite, a riannodare lo sfilacciato rapporto con la sorella Adriana, vittima di un ‘incidente’.

L’itinerario di Borgo Sud si colloca a metà strada tra discesa agli Inferi e viaggio sentimentale. È un percorso fisico, che porta la protagonista a fare i conti con le ferite del suo passato, rivivendo, attraverso la rammemorazione, quelle vicende e così svelandole al lettore.

L’opera si concentra sul rapporto tra le due sorelle, indagando la complessità della psiche delle donne e soffermandosi sulla tormentata relazione con la madre, che aveva addirittura maledetto Adriana, colpevole, in seguito a un rimprovero, di aver levato la propria mano contro la donna. Madre che, in passato, aveva affidato la protagonista a un’altra donna, Adalgisa, esponendola al doloroso momento del rifiuto quando, in età adolescenziale, nell’Arminuta, si era veduta restituire alla povera e caotica famiglia d’origine.

La tormentata figura di Adriana, così come le altre che popolano il romanzo, è rappresentata secondo il punto di vista della protagonista. Narratrice interna e focalizzazione interna, infatti, sono due cardini della costruzione del romanzo; il terzo è un sapiente intreccio di piani temporali differenti. L’opera si apre su un ricordo: la pioggia improvvisa durante la festa di laurea di Piero, poi marito della narratrice. Il secondo capitolo ci riporta al presente e alla stanza d’albergo pescarese in cui la protagonista si trova, punto di partenza per il recupero memoriale dell’appartamento in via Zara, ch’era stato teatro della vita matrimoniale e anche dell’improvviso arrivo di Adriana – e del figlio neonato Vincenzo – nella casa e nella routine degli sposi. Prima crisi, prefigurazione di quella, ancor più grave e carica di conseguenze, che avrebbe causato il rientro della protagonista in Abruzzo. Il capitolo terzo ci introduce nella ambientazione grenoblese, per poi ricatapultarci in via Zara, luoghi che ricorrono anche nel quarto, in cui tra l’altro è presente anche una bella descrizione della città natale di Stendhal. La struttura dunque è piuttosto complessa; il lettore deve ricostruire le informazioni, muovendosi nello spazio e nel tempo insieme alla protagonista. Di Pietrantonio fa anche un sapiente uso della prolessi, sin dal primo capitolo, in cui l’explicit svela sin dalle prime battute della narrazione il naufragio della storia d’amore con Piero.

Molti sono i motivi che percorrono Borgo Sud. Il senso doloroso della perdita, vivo già nel ricordo di Vincenzo, il fratello delle ragazze, una delle figure più memorabili dell’Arminuta, ma in generale profondamente radicato, quasi immanente, nell’immaginario dell’io narrante. L’inibizione della maternità, che si manifesta in forme surrogate (si veda il rapporto con gli allievi, ma anche quello con il nipote, che richiama, in modo più sfumato, quello, ben più caratterizzato – perché tali erano gli intenti dell’autrice – in Bella mia). Il desiderio di libertà, che per Adriana si traduce nella vita di Borgo Sud, inizialmente, e successivamente in quel senso d’ali che la conduce a fughe e ritorni dal luogo dell’odio-amore, aneliti che poi si tradurranno in un volo concreto, fisico, ma rovinoso.

Molto abile anche la caratterizzazione delle figure maschili. Ci piace molto Piero, gentile, talora intorpidito, incoronato d’alloro nell’incipit, sebbene la corona triumphalis non si addica a un personaggio così inquieto, icasticamente racchiuso nelle arrampicate che lo portano a scalare montagne (ci piace particolarmente la descrizione di p. 24; ci pare schiudersi a significative implicazioni simboliche). Anticipazione del complesso percorso che lo porterà – complice anche lo scenario marino – ad appropriarsi di sé, itinerario altrettanto ripido e impervio. Con pochi, ma abili tratti è ben caratterizzato anche Rafael, ipostatizzato nel disordine folle della sua casa, chiara rappresentazione, a nostro avviso, della caoticità del suo rapporto con Adriana.

Ora asciutto ora distesamente descrittivo, il gradevole e al contempo sorvegliato stile della Di Pietrantonio, non privo di innesti colloquiali e dialettali, è il prezioso suggello di un’opera ben riuscita, che, nel finale, si apre a una sommessa, muta preghiera. Quella pudica e timida richiesta di pace che nasce dal cuore di chi magari ha smesso di credere, ma non di aprirsi alla speranza.

Troppo freddo per Settembre


Recensione a M. De Giovanni, Troppo freddo per Settembre, Einaudi, Torino 2020, E. 18,50.

Scorre in maniera gradevole e avvincente questo nuovo capitolo delle avventure di Gelsomina Settembre, detta Mina, l’assistente sociale presso il Consultorio Quartieri Spagnoli Ovest di una Napoli di cui l’autore, Maurizio De Giovanni, mostra le ferite, così come lo splendore (si pensi al capitolo XXV, in cui è descritto l’aperitivo sulla terrazza del caffè Miragolfo).

Troppo freddo per Settembre è un giallo atipico; già a poco più della metà della narrazione scopriamo chi è il ‘colpevole’ della morte, apparentemente accidentale, dell’anziano professor Gravela, docente di Lettere in un istituto tecnico della città e ormai in pensione. Confinato in quella che pomposamente l’odiosa nuora definisce ‘dependance’, in realtà un “sottotetto, non accatastato in quanto inabitabile”, l’uomo è deceduto per le esalazioni venefiche di una stufa, dovute all’ostruzione causata alla canna dalla presenza di un nido d’uccello, particolare strano nel freddo mese di gennaio. De Giovanni segue le indagini parallelamente condotte dal magistrato De Carolis e dal macchiettistico e acrofobo maresciallo Gargiulo, tonto quanto basta per divenire sorgente inesauribile di situazioni comiche, e quelle dell’assistente sociale Mina, indotta a interessarsi alla questione dalla madre di Rosario Contini, marito della figlia di un boss, e coadiuvata dal fascinoso ginecologo Mimmo e dal lascivo portiere Rudy. Tra l’altro, al lettore che non conoscesse già il personaggio di Mina, De Giovanni riserva un coup de théâtre notevole, svelando soltanto dopo la rivelazione dell’‘assassino’ le ragioni per cui Mina conosce De Carolis. Eppure, che un legame ci sia potrebbe intuirsi sin dai capitoli secondo e terzo, sulla base del fatto che entrambi i personaggi sono rappresentati alle prese con la rammemorazione, per Mina di una rovinosa educazione religiosa (e di un “corso individuale intensivo di addestramento catechistico” che ha sapore di orrorifico trauma adolescenziale) e per De Carolis con l’odore di legna bruciata a fungere da inusitata madeleine proustiana.

In realtà ciò che interessa al lettore e all’autore non è tanto scoprire chi abbia ostruito la canna fumaria (in fondo qualcosa si potrebbe intuire sin dal principio), ma come Settembre potrà districare il garbuglio che la sua assistita le ha servito su un piatto d’argento: salvare il giovane Rosario Contini. Tutti pensano che il ragazzo, ritornato in libertà dopo la delazione del suo amato professore, che gli era costata sei anni di galera, abbia perpetrato la sua vendetta e lavato la macchia sul suo onore. Eppure sin dal principio, si coglie che il perfetto candidato al ruolo di bad boy della situazione appare poco a suo agio in questi panni. È melanconico, guarda il figlio dormire con una tenerezza quasi muliebre, in carcere si è laureato in economia e ha insegnato l’italiano a due compagni di cella. Qualcosa non quadra; forse la chiave è proprio in una di quelle storie raccontate dal professor Gravela alla nipotina Fabiana, personaggio fondamentale nella vicenda, narrazioni segnalate in corsivo da De Giovanni. Sembra un apologo senza alcuna importanza (la posizione incipitaria dovrebbe però indurre a dubitare che tale sia) e invece è utile a intuire la sottile regia alla base della vicenda: “quello che sembra una fortuna può non esserlo, e quello che sembra una disgrazia può avere anche, alla lunga, lati positivi”. Come si può capirlo? “Si deve fare una cosa che quasi nessuno sa fare (…) Si deve aspettare”.

Così si fa strada nel lettore l’idea che la vera parola che ci salva sia quella affidata agli ultimi, nella fattispecie i vecchi e i bambini, coloro che quasi mai nessuno ascolta, a parte la gente che – come Mina – si sente “fuori posto” e quindi è in grado, pur nei suoi limiti, di sintonizzarsi con anime ‘fuori chiave’. Troppo freddo per Settembre ci appare un ottimo esempio di “letteratura carnevalizzata”. Un Saturnale in cui gli ultimi prendono la parola e scrivono una storia diversa da quella che il senso comune avrebbe raccontato. Un affare di donne (e di anziani), perché sono loro a risolvere la partita, in un mondo che continua a declinare il verbo del maschilismo e non si accorge di quanto sia fallace. Una storia in cui tutti appaiono al posto sbagliato: Mina nelle sue forme eccessivamente conturbanti; Mimmo nel ruolo di latin lover decisamente imbranato; il figlio e genero di un boss anelante alla cultura che salva e i nipoti adolescenti di un professore ormai votati all’opacizzante subcultura televisiva e abbrutiti; il medico divenuto barbone per scelta (dolorosa) e il docente delatore di uno studente di cui era innamorato (paternamente e intellettualmente parlando). La lista potrebbe allungarsi… Perché ‘carnevalizzazione’ sia, componente fondamentale è il travestimento, che, in molti casi, altro non appare che il momentaneo abbandono delle maschere sociali per esprimere ciò che in fondo si è: si pensi all’aristocratica tamarra Delfina, a suo agio nei panni di quella che potrebbe essere una flegrea Suellen, per interpretare la quale deve solo dissimulare alcuni tratti e accentuarne altri. E che dire dell’inconsapevole Mimmo che sembrerà ciò che non è, pur esercitando il suo mestiere abituale, o di Deborah, la quale dovrà accettare di apparire in una luce sgradevole, pur di essere ciò che desidera? Per non tralasciare il fatto che Mina, nel finale, stavolta sponte sua, si cimenterà con l’atto di indossare abiti spiccatamente muliebri, abdicando forse per un attimo alla sua immagine di virago (una virgo militans moderna) e perdere la propria antipatica sicumera in un discorso tanto sconclusionato, da far concorrenza ai flussi di coscienza di Gargiulo.

Per concludere l’analisi di questo avvincente libro, non ci resta che sottolineare come l’evolversi dell’intreccio sia sempre connotato da un’allure brillante e da uno stile curato, con tratti di lirismo, per esempio nel capitolo XXXV, focalizzato su Rosario, paradossalmente, a nostro avviso, il personaggio più delicato dell’intero romanzo. Un’opera in cui un’alleanza di donne si serve del codice maschilista per risolvere un garbuglio, in maniera tale che alla fine la piccola principessa nelle vesti di bimba abbia il suo non proprio regale, ma assolutamente decoroso, premio al cospetto della madre-matrigna e che anche il camorrista sognatore possa forse andare incontro a un altro destino. A significare che perfino in gennaio, dalle panie di quella che sembra una disgrazia e forse non lo è, una rondine possa spiccare il volo verso la sua primavera.

È quello che ti meriti


Recensione a B. Frandino, È quello che ti meriti, Einaudi, Torino, 2020, Euro 16.

Ciò che ci ha colpito in prima battuta nel romanzo di Barbara Frandino È quello che ti meriti è la costante presenza di quello che tecnicamente si definisce “sguardo dell’estraniato”, il quale percorre l’intera narrazione e ne costituisce, a nostro avviso, il principale motivo di fascino.

È la storia di un’alienazione vissuta nel contesto di un matrimonio nato per amore e, paradossalmente, in cui l’amore non è spento, ma coesiste polemologicamente con il suo contrario. Un logorio legato a eventi precisi, a una ‘sterilità’ (chi leggerà il romanzo comprenderà l’uso tra virgolette di questo termine) della coppia – cui si è contrapposta la paternità dell’uomo nella relazione adultera con Anna – , ma, in generale, al lento e progressivo allontanamento che spesso colpisce le coppie di sposi.

L’incipit è dominato dal silenzio assordante dell’ambiente ospedaliero in cui il marito di Claudia – questo è il nome della protagonista – è ricoverato per un grave incidente domestico, dovuto a un improvviso infarto, che ha veduto la moglie, pur presente al momento dei fatti, tardare nel prestar soccorso all’uomo. Seguiamo così la riabilitazione e il ritorno a casa di Antonio, le interazioni di Claudia con il medico che ha curato l’uomo, le successive evoluzioni-involuzioni del rapporto di coppia, intervallate da analessi che rivelano gli eventi che hanno preceduto l’incipit in medias res.

Non è un caso che Susan Sontag scrivesse – già negli anni Sessanta – che “uno dei temi prevalenti del cinema e della letteratura seri di oggi è appunto il fallimento dell’amore”. Gli elementi che però rendono convincente questo romanzo della Frandino sono legati alla costruzione dell’opera.

La scelta è quella di un soggettivismo estremo, attraverso la narrazione in prima persona, condotta da Claudia e l’esclusiva assunzione del suo punto di vista. Frandino decide anche di non virgolettare le battute dei personaggi, proprio a voler rimarcare che tutto il processo cui assistiamo è ricostruzione mentale dell’io narrante. E nella mente di questa narratrice, non del tutto attendibile (diremmo), il lettore si perde come in un labirinto, a tratti solidarizzando con lei, a tratti sentendosi straniato, perché percepisce che il senso di una pur giustificabile alienazione sia tale da determinare comportamenti al confine con una sorta di lucida follia.

È poi singolare il ricorso al motivo del doppio, uno dei fattori che Freud sottolineava essere maggiormente forieri di Unheimlichkeit (ricorriamo ancora una volta a questa categoria; il lettore ci perdonerà) e al quale Otto Rank dedicava un celeberrimo saggio. Il doppio nel romanzo della Frandino è sviluppato in una sorta di rappresentazione per complementarità e opposizione. Anna richiama Claudia, ma si colloca all’opposto di ciò che Claudia è. Alla ‘sterilità’ di Claudia si contrappone la maternità di Anna, ma soprattutto Claudia sembra figura del mutismo e nascondimento, tanto quanto la ‘rivale’ è appariscente e ‘chiassosa’ (nell’ottica dell’io narrante). Non è un caso che la protagonista eserciti la professione di ghost writer e covi un malessere dapprincipio introvertito e poi divenuto esplosivo, mentre Anna si connota come portatrice di una femminilità alquanto diversa. Ci sembra a tal proposito significativo un passaggio, in cui avvertiamo lo sguardo giudicante di Claudia su di lei: “Sentivo i passi di Anna allontanarsi sul marciapiede, tacchi non risuolati: le donne eleganti non fanno tutto quel rumore quando camminano”. Il dottor Martini richiama la figura del suo paziente Antonio; come Antonio, il medico ha un figlio, ma, diversamente da quanto avviene per l’altro, la madre del ragazzo non compare mai all’orizzonte, esattamente come Claudia vorrebbe obliterare il pensiero di Anna. Martini è disordinato quasi quanto Antonio, rispetto al quale la protagonista scriveva “è incredibile il disordine che quell’uomo riesce a produrre nelle poche ore che trascorre a casa”. È singolare come il tradimento perpetrato con Martini non appaia nemmeno tale e come, peraltro, il medico parli alla donna del fatto che senz’altro il marito sarebbe tornato a casa. Egli non sembra, insomma, contendere Claudia ad Antonio, come se i due personaggi maschili del romanzo fossero proiezioni di una stessa istanza. Persino la coppia che, nella casa accanto, tributa memoria indelebile a un figlio morto, isolandosi e isterilendosi in una sorta di abitazione-mausoleo, ci pare affine a ciò che Claudia e Antonio sono, prigionieri di un matrimonio incancrenito, su cui hanno pesato ragioni in qualche modo analoghe. L’ultimo evidente sdoppiamento è quello che vede l’unione tra i due protagonisti ipostatizzata nell’albero di melograno – galeotto nel momento dell’incidente –, corroso al suo interno da una “larva che ingrassa (…), divorandogli il midollo e il vigore”. Quella carie che ha nome rodilegno e che ha intaccato anche l’armonia dei due coniugi. Ecco che, alla luce di questo, il finale, che non sveliamo, assume un carattere liberatorio e – complice la presenza della coppia di vicini – apre la via a molteplici sviluppi.

Una bella prova narrativa, insomma, suggellata da uno stile elegante e da una capacità di introspezione notevole; un’opera che avvince il lettore e lo induce a interrogarsi sulla natura umana e su questo inafferrabile mistero ch’è l’amore.

La palude dei fuochi erranti


Recensione a E. Baldini, La palude dei fuochi erranti, Rizzoli, Milano 2019, Euro 18.

Romanzo appassionante e intrigante, La palude dei fuochi erranti di Eraldo Baldini ci pare squadernare il trionfo del freudiano unheimlich.

Le vicende si svolgono nella Romagna del 1630, nell’immaginaria Lancimago, luogo che svolge il ruolo di ‘frontiera’. Grazie al cordone sanitario controllato dal Monsignor Diotallevi, incaricato dal Commissario apostolico, essa dovrebbe assurgere ad avamposto contro l’epidemia di peste che sta dilagando, dopo aver già recato morte e distruzione nel Milanese (Manzoni docet), a Bologna e in altre zone della regione, impedendole di infestarne le terre ancora intatte e salvare anche le Marche e il Ferrarese. Due sono i luoghi chiave di Lancimago: l’abbazia retta da Leone, in cui Baldini ci introduce nell’incipit di questo romanzo ‘gotico rurale’ e nella quale prenderà alloggio Diotallevi, e il ‘palazzotto’ – di manzoniana memoria, ma più dimesso – del feudatario locale Lorenzo Cappelli. L’opera si apre su suggestioni culinarie – l’odore del brodo di pollo – che dovrebbero apparire portatrici di note rassicuranti per il lettore e, invece, tra l’altro richiamate circolarmente nel finale del secondo capitolo (parte di una struttura a dittico), sono funzionali a introdurre la memoria storica del dolore. Infatti, il primo capitolo è filtrato secondo l’ottica del decano Girolamo, i cui pensieri introducono il tragico nodo della peste incombente e ripercorrono, nell’elenco delle epidemie di cui il religioso ottuagenario era stato testimone, un “calendario d’inferno che prevedeva solo giorni di calvario”. Tra l’altro, significativo è il nesso ‘inferno-inverno’, accentuato dall’evidente gioco paronomastico sottolineato nel finale da Diotallevi, ma in realtà allusivamente ricorrente nell’intero romanzo.

Il primo capitolo si chiude con la notizia, data a Girolamo dall’abate, che la fossa ch’egli stava facendo scavare per accogliere le eventuali vittime del morbo è in realtà già piena. Il secondo capitolo, infatti, in cui il narratore esterno punta l’obiettivo sul punto di vista di Leone, è dominato dalla tragica scoperta di un mucchio di scheletri di uomini, donne e bambini, massacrati molto tempo prima per non si sa quali oscure ragioni. Colpisce – similitudini e metafore del testo sono tra gli elementi più raffinati del testo, accanto alla sua architettura – il paragone della posizione dei “resti umani” con “una danza macabra che si fosse arrestata all’improvviso per il tacitarsi della musica”. Nell’opera sono presenti altri rinvii all’arte di Tersicore, ma sono tutti accomunati dal fatto che appaiono privi di quella grazia e di quella gioia che solitamente accompagnano l’atto del ballare, divenendo assimilabili – nell’immaginario dei personaggi – a sinistre contorsioni, figlie del Maligno. Non a caso, l’episodio che dà il titolo al romanzo, il prodigio dei ‘fuochi erranti’ nella palude, che tra l’altro compare nel capitolo sesto (dato numerologicamente interessante), viene paragonato a una “sorta di danza sgraziata”. Tale elemento sarà poi richiamato nel successivo ‘ballo del Diavolo’, funzionale all’introduzione del personaggio della santa sull’albero, non esente da echi calviniani, ma non connotato da particolari elementi di levità (‘grazia leggera’ a parte), impregnato com’è di dolore. Fanciulla che ha nome Maddalena e rappresenta forse il residuo di purezza della comunità, che i malvagi (si ricordi la battuta della ‘strega’ Luigia) vorrebbero rimuovere.

Il secondo capitolo introduce anche i personaggi del conte e di suo cugino, Ferdinando Zecchini, quest’ultimo successivamente descritto, insieme a Diotallevi, dal personaggio dell’ambiguo Frate Guido.

Zecchini e Diotallevi si riveleranno le figure chiave del romanzo. Infatti, Baldini, a partire da questo momento, adotterà la focalizzazione, in maniera alternata, su loro due. Diotallevi è, di fatto, il protagonista dell’opera. Inizialmente non desta simpatia; si mostra spocchioso, quasi privo di pietas, tutto preso com’è dal suo ruolo di miles Christi. Un ‘soldato’ che, peraltro, crede ormai più nella Chiesa che in Dio stesso e impone il suo parere per effetto di un’auctoritas donatagli dall’esterno e mal tollerata dalla gente di Lancimago, monaci compresi. In realtà, il personaggio si evolve e ne emergono anche le debolezze: sarà proprio l’episodio dei ‘fuochi erranti’ a far riaffiorare il ricordo di un prodigio analogo avvenuto a Pietramala, che aveva segnato l’infanzia e la vita futura del religioso. Non è un caso che egli prenda le difese della strega Luigia, sì, forse per puntiglio verso il conte, ma anche per il senso di giustizia che vive al fondo del suo cuore. Certo, in lui permarrà un fondo di cinismo che, infatti, affiora nuovamente nel finale, ma – ci sembra – corretto da una maggior consapevolezza della presenza di Dio: “Io della Bibbia non dubito, né della Pietà e della giustizia dell’Altissimo”. Zecchini, invece, incarna il versante prometeico della scienza, ch’egli tuttavia non coltiva al servizio del bene comune, ma in ottemperanza a un – ci venga perdonato l’anacronismo – superomismo incosciente (purtroppo tristemente attuale) non privo di conseguenze per la comunità.

Tanti sono i nodi interessanti. L’unheimlich è affidato al motivo di ciò ch’è sepolto nella terra e da essa riaffiora: i morti del primo capitolo, che sembrano alludere alla presenza del Maligno nelle terre del Convento e sono figli di quella cattiva coscienza lancimaghese gradatamente destinata a venire alla luce; i fuochi erranti del sesto, i quali destano la ‘memoria involontaria’ di Diotallevi. Ancora particolarmente significativa è l’allusione, nei pensieri di Zecchini, a un ‘tesoro sepolto’ nella Terra, ‘scrigno smisurato di potenza e ricchezza’.

Centrale è il motivo della frontiera, incarnato da Lancimago (uscirne può recare alla rovina), ma richiamato, alla Lotman, nella figura dell’ex boia, Frate Orso, garante dei meccanismi di traducibilità e decifrazione del reale per Diotallevi, ma ancora dalla presenza della strega, nella sua marginalizzazione, e della Maddalena che vive sulla quercia, limes tra terra e cielo. Proprio le figure femminili assumono una funzione interessante, connotate, a modo loro, da una purezza che l’universo maschile non comprende e vuole obliterare, celandole agli sguardi, quando non neutralizzare.

Un’opera avvincente e dalla costruzione raffinata, ricca di implicazioni simboliche e impreziosita da uno stile fluido ed elegante, felice nelle descrizioni come nella narrazione e nella costruzione dei dialoghi. Questi risultano ben incastonati nel ritmo incalzante di un’avventura in cui gli elementi dell’immaginario dell’acqua e del fuoco si fondono a rappresentare un’istanza di purificazione dal Male metafisico (è vero), eppure incarnato in creature umane. Male che pare sonnecchiare nelle remote contrade al confine tra la vita e la morte e invece è sempre attivo e pronto a ghermire le sue prede.

Ricordati di Bach


Recensione ad A. Cappagli, Ricordati di Bach, Einaudi, 2020, Euro 17.30

È un romanzo appassionante e coinvolgente Ricordati di Bach della livornese Alice Cappagli, che ci introduce con levità e ironia, ma anche con quel “dolce dolore” che ha nome malinconia, nel microcosmo della protagonista Cecilia, nomen omen visto che la donna consacrerà la sua esistenza alla musica. Esattamente come l’autrice, che ha suonato per trentasette anni il violoncello nell’orchestra del Teatro alla Scala, approdo anche del suo alter ego letterario.

Ricordati di Bach ripercorre, romanzescamente, alcune tappe dell’esistenza dell’autrice stessa, trasfuse nell’esperienza biografica di Cecilia e intessute di quei fregi che la fictio sa intrecciare.

L’opera si apre in pieno straniamento, con l’ottenne Cecilia in stato di shock, appena reduce da un incidente d’auto che le lederà il nervo radiale della mano sinistra. Lo sguardo allucinato della bambina trasfigura oggetti e persone: il medico “vecchio brutto e calvo”, i ventilatori che paiono staccarsi dal soffitto per piombare addosso come armi letali, le mascherine bianche del personale infermieristico che per sineddoche finiscono col sostituire gli individui stessi. L’autrice opta per una focalizzazione interna che manterrà sapientemente per l’intero arco della narrazione; ovviamente gli eventi non sono veduti in presa diretta, ma richiamati retrospettivamente. Quello che potrebbe sembrare lo sguardo della bambina è in realtà quello della donna adulta, forte della “robusta formazione classica” ossessione del padre. Non è affatto un caso che la figura materna sia paragonata a p. 10 a un’ “anfora etrusca” e molteplici altri esempi si potrebbero fare: più tardi, al capitolo ventunesimo, con una similitudine brillante l’amicizia barcollante tra Cecilia e la sua compagna Odila verrà figurata come un’ombra “sbrindellata e malconcia, peggio della Filosofia apparsa nella cella di Boezio” e altrove, sempre in contesto di straniante deminutio, era richiamata nientemeno che la catasta-pira di Didone-Elissa.

Dalla tragedia del nervo radiale danneggiato, complici la forza di volontà, la fiducia – presentata come altalenante, ma in realtà solida – di una madre lunare ed emotiva e la ‘scommessa’, nel vero senso della parola, del bizzarro maestro Smotlak, si dispiegherà la storia di un amore, quello per il violoncello, foriero del riscatto e dell’affermazione di Cecilia.

L’innamoramento è descritto con lirismo al suo nascere, nella dimora dei nonni, ramo familiare in cui allignavano la passione e il talento musicale, ormai appartenenti al passato e declassati alle mere e tristi esibizioni salottiere di una nubile zia Cocca, a uso e consumo di vicini incartapecoriti. Il capitolo terzo è uno dei momenti più suggestivi del romanzo. Cecilia ottiene di dormire in casa della zia e le viene assegnata la camera del nonno ospedalizzato e qui, in una sorta di museo del temps jadis, la bambina compie la sua scoperta. Cappagli la descrive con i toni della vera e propria epifania, in cui prima il violoncello, immaginato, è assimilato al gatto che Cecilia stava accarezzando (e che, guarda caso, aveva provocato un primo, miracoloso sussulto, della mano ‘alienata’) e poi – attraverso anche l’uso di termini quali ‘catafalco’ e ‘sarcofago’ – a un “essere vivente in letargo”. Insomma, il violino assurge a doppio di Cecilia stessa; ecco spiegata anche l’insistenza in particolari descrittivi, tutt’altro che superflui e ridondanti, tanto nel capitolo in questione, quanto nei momenti in cui Cecilia e la madre si recano da liutai, in un contesto a metà strada tra deposito del ‘ciarpame reietto’ e paradiso di delizie.

Tutto il romanzo ripercorre questa storia di amore e riscatto sino al diploma e alle audizioni e alla finale rivincita di Cecilia. Si sorride, inseguendo personaggi strampalati come Smotlak, il padre e la madre di Cecilia, il sovietizzante maestro Cini, ma ci si commuove e ci si emoziona quando la riflessione si inarca sul potere della musica di Bach (e non solo) e quando le contrarietà della vita fanno vibrare di dolore la protagonista come il cigno di Saint-Saëns.

Abile la costruzione, convincente ed elegante lo stile, infarcito di toscanismi quali ‘corbellare’, ‘ciacciare’ o di accostamenti coloriti come quel “giulebbe” di cui il padre si serve per bollare con sommo disprezzo ciò che la figlia – e la madre con lei – prescelgono per la sua formazione, a cominciare dal liceo sperimentale, per proseguire, dopo l’approdo al Classico, con l’Istituto Mascagni in cui si svolgevano gli studi musicali della ragazza.

Un’opera cui non mancano le caratteristiche dell’arte allusiva, come nell’episodio della trattoria veneziana, tutto giocato all’insegna dello straniamento, a rievocare le suggestioni dell’Osteria di Gorgonzola nei Promessi sposi.

Ricordati di Bach è l’efficace apologo di quell’umana resistenza alle avversità e di quell’amore per l’arte che possono dar senso e valore all’esistenza umana, rappresentando ciò che rimane e ci salva quando tutto il resto è sprofondato in un abisso.

Bambinate


Recensione a P. Paterlini, BambinateEinaudi, Torino, 2020, Euro 16.50.

È un libro forte, in alcuni momenti crudo, sempre spiazzante questo Bambinate di Piergiorgio Paterlini.

Alla base del romanzo un assunto pasoliniano: “Il conformismo degli adulti è tra i ragazzi già maturo, feroce, completo. Essi sanno raffinatamente come far soffrire i loro coetanei: e lo fanno molto meglio degli adulti perché la loro volontà di far soffrire è gratuita: è violenza allo stato puro. Non conosce né comprensione, né alcuna forma di pietà, o di umanità”. Un tema recentemente sempre più assurto agli onori della cronaca, anche perché la rete ha condotto all’emersione tutta una serie di atti che usualmente restavano celati nel segreto.

A guidare l’io narrante è la nitida consapevolezza della crudeltà insita in quelle pratiche definite “bambinate”, con superficiale deminutio, dal mondo adulto, abilissimo – come alcuni personaggi della Purloined letter di Poe –  nel non vedere ciò che appare in piena evidenza. È un narratore ambiguo, quello che dice “io” nel romanzo di Paterlini; il lettore adotta il suo punto di vista e si immedesima in lui, ma in realtà si tratta di una figura alienata. La sua alienazione è trascritta metaforicamente dall’autore nel capitolo “Il vento nelle grondaie”, quando il personaggio, dalla finestra dell’hotel, con un binocolo spia ciò che resta della sua vecchia casa, “abbandonata, diroccata, sventrata”. Inizialmente non sembri nemmeno farci caso, ma, poi, terminata la lettura del romanzo, hai l’impressione che quel luogo rifletta un’anima lacerata e ormai anche piuttosto derealizzata, in cui – nel generale senso di dismissione – resta in piedi “una porta sprangata da un’asse di legno, inchiodata di traverso su due battenti”…

È la porta che si spalanca su un’ora zero, in realtà la punta di un iceberg di una serie di ripetute e condivise crudeltà ai danni del piccolo Denis, compagno di scuola delle elementari del protagonista. Il classico bersaglio delle violenze del più classico branco: povero, orfano dei genitori, bassa estrazione sociale, difficoltà nell’apprendimento, difetti di pronuncia (la mancanza del suono “sc” che induce a soprannominarlo “Semo”) e balbuzie… Prelevato la mattina del Venerdì Santo da un combriccola di compagni di scuola, guidati da Ermes, Denis vive il suo “Getsemani”, condotto in cima alla Montagnola dopo essere stato insultato, picchiato, reso bersaglio degli sputi dei fanciulli, persino denudato e palpato dal capobranco – già latentemente omosessuale (quell’omoerotismo represso che non di rado, a nostro avviso, si nasconde dietro l’ipereccitato e sbandierato machismo di tanti bulletti) –, prima di venir legato a una croce e abbandonato tra lo scherno generale. Insomma, uno scimmiottamento della Via Crucis, iniziato dinanzi alla Chiesa locale e rievocato dal protagonista tra echi evangelici e crudo realismo. L’io narrante, parte integrante del gruppo in questione, è presente agli eventi e vive uno straniante senso di ignavia. Non agisce, attende vigliaccamente che siano gli adulti – il sacerdote, le anziane zitelle di passaggio, il bidello della scuola elementare – a interrompere quegli atti inaccettabili, eppure si scontra con una folla di controsamaritani. Essi notano la stranezza di quella situazione, ma, giudicandola una ‘bambinata’, non intervengono, se non con blandi e alquanto generici inviti alla compostezza. Il ‘bidello’ addirittura, credendo si tratti di un innocente gioco, coadiuva i bulli nel portare in cima alla Montagnola il povero Denis.

Quest’atto segnerà la mente del protagonista, che già alimentava in sé, ancor prima della scuola elementare, una sorta di panico al cospetto degli altri bambini. La sezione del Getsemani – momento più riuscito dell’opera – presenta molti richiami: la Via Crucis, l’episodio, rovesciato, del buon samaritano, forse persino l’incipit della “Congiura degli innocenti” di Alfred Hitchcock.

 La vicenda è recuperata in retrospettiva, perché il protagonista la narra per effetto di un’analessi, quando è tornato, ormai sessantenne, a distanza di tempo nel suo paese, perché invitato a una cena degli odiati ex compagni di classe. Tra l’altro molto ben costruita appare la sutura tra il piano del presente e quello della memoria, perché a fungere da anello di congiunzione è l’incontro, sempre di Venerdì Santo, con la signora Edda, coraggiosa novantenne, ben diversa dalle bigotte sopraggiunte nel giorno fatidico. L’io narrante arriva a pensare che, se quell’incontro fosse avvenuto cinquant’anni prima, la sua esistenza sarebbe stata del tutto diversa. Ciò che non è inizialmente chiaro è il fine di questo alienante e inspiegabile pellegrinaggio nei luoghi di una rammemorazione sgradevole: un viaggio catartico? Il lettore arriverà a comprenderlo solo nel sorprendente finale, dopo la scialba “ultima cena” funzionale all’evento che segna lo scioglimento dell’intreccio. È così che il personaggio eticamente migliore risulta proprio il piccolo Denis, divenuto adulto e affidato alla Casa della Carità; l’unico momento di resipiscenza dell’io narrante si ha forse proprio quando intende che, in fondo, la vittima delle loro azioni era il più intelligente tra tutti. E l’intelligenza vera – non dimentichiamolo – è la capacità di intus legere e saper a volte andare oltre, passaggio che non riesce al protagonista, prigioniero di un moralismo giudicante e impietoso, a nostro avviso non migliore del cinismo di Ermes.

Un romanzo molto interessante, che cattura e attanaglia, capovolgendo il trito e abusato luogo comune che le giovanissime generazioni costituiscano la parte migliore della società. Lo stile è curato e fluido, sospeso tra il mimetico e l’innalzamento dato da alcuni passaggi fortemente evocativi. Bambinate ci appare, insomma, il racconto di un’operazione fallita di Seelenchirurgie, in cui la giustizia e lo sdegno del senso morale finiscono col cedere alla logica dell’odio e coll’equipararsi alla barbarie stessa, in un clima di ambiguità assoluta.