La funzione del critico letterario


Perché questo blog?
Il Giano bifronte cerca uno spazio per parlare di critica letteraria. In modo serio, per quanto sarà in sua facoltà.
L’industria culturale contemporanea è asservita a logiche editoriali che spesso sono ben lontane da un nobile intento di valorizzazione del talento. Si assiste sempre più alla serializzazione delle scritture, alla riproposizione ossessiva di figure, intrecci, immagini in linea con le richieste di un pubblico dagli orizzonti d’attesa sempre più poveri, irrimediabilmente proteso alla ricerca di un intrattenimento sterile.
Il compito del critico è quello di ricercare la complessità, l’anello che sfugge alla catena della banalità e rivela quella cura che connota un’opera di qualità. Non deve stroncare; è un’operazione sterile e inelegante che rivela un fondo di narcisismo e fa a pugni con l’onestà intellettuale. È piuttosto maggiormente corretta la posizione di chi fa passare sotto silenzio ciò che giudica meno valido e dà risalto al valore, laddove esso traspaia e, in alcuni casi, risplenda.
Certo, nelle valutazioni letterarie gioca un ruolo non trascurabile la soggettività della percezione del critico. È però anche vero che, al di là della singolarità e dell’irripetibilità di ciascuna lettura, esistono fattori oggettivi che appariranno evidenti a ciascun interprete.
Cosa cercherà di fare il Giano bifronte? Si sforzerà di mettere in atto quanto auspicava Benedetto Croce; accostarsi al cuore poetico dei testi letti e, quando vi sentirà battere il suo, provare a oggettivare quell’impressione di bellezza percepita.

L’immagine in evidenza è l’olio su carta “I Gemelli” di Marisa Carabellese.

La figlia di Shakespeare


Recensione a P. Musa, La figlia di Shakespeare, Arkadia, Cagliari 2020, Euro 14.

Un bel ritratto d’artista la nuova fatica della scrittrice Paola Musa, La figlia di Shakespeare.

Una soggettiva incalzante, che segue la parabola discendente dell’attore Alfredo Destré, tornato alla ribalta, dopo un periodo di anonimato e l’esperienza di una mortificante serie televisiva, come Direttore artistico del teatro Global. La narrazione si apre sulla conclusione della stagione teatrale, da Destré consacrata, in virtù di una sua antica e pervasiva passione, alla rappresentazione straniante di opere shakespeariane riproposte “con sguardo rinnovato” e l’apertura a contaminazione con i feticci della società contemporanea. L’operazione appare riuscita e Destré è consapevole di apprestarsi a ricevere il prestigioso premio Shakespeare in the world.

Eppure sin dalle prime battute alcune ombre si stagliano sul suo trionfo imminente: il rapporto – connotato da una certa freddezza – con la figlia Clara e l’incontro, che dà avvio, di fatto, alla svolta con l’‘amico’ attore Enrico Parodi, che con lui ha condiviso le stagioni dell’illusione giovanile, ma è tristemente avviato sul viale del tramonto. Le allusioni di Enrico riaccenderanno i fantasmi di un passato torbido, fantasmi che torneranno a ghermire la psiche di Alfredo, trascinandolo sull’orlo dell’abisso sino al colpo di scena finale.

La figlia di Shakespeare è un’opera che avvince e vive della valida caratterizzazione del protagonista, ritratto a tutto tondo, nelle sue miserie morali come negli slanci che lo connotano. Emergono al fondo la storia di un’ambizione, il desiderio di emergere in un ambiente deprivato, il narcisismo con cui Alfredo si è accostato al medium del teatro. In tal direzione, si legga il suo rapporto con don Piero: Destré è disgustato dalle represse tendenze omosessuali del suo mentore, ma al contempo le stimola, allo scopo di manipolare l’altro servendosi delle sue debolezze. Emblematico anche il suo approfittare in gioventù di Maria-Ofelia, invasato da un furore egotico che lo aveva portato a recitare enfaticamente versi shakespeariani nel momento stesso in cui esercitava una violenza, forte di una superiorità intellettuale ma non etica. Eppure non mancherà in lui una resipiscenza; si pensi a quando, nel cap. XII, Musa indugia sui suoi moti interiori: “E l’assalì d’improvviso e a tradimento l’atroce dubbio che tutto quello sforzo per diventare qualcuno, tutta quell’enfasi nell’interpretare Riccardo Terzo, oppure Otello, ma anche nell’incarnare l’ovvietà mediocre del medico televisivo dalle certezze rassicuranti, altro non era che un disperato tentativo di celare a se stesso un uomo vuoto, senza volto e accenti”.

E quel vuoto sembra avvolgere e impregnare di sé il patinato mondo del teatro, nobile arte dietro la quale si celano infinite meschinità, un girotondo di anime perse o incarognite che Paola Musa dipinge senza risparmiarne le turpitudini, talora anche ricorrendo a un lessico crudo, nel contesto di uno stile sorvegliato. Un mondo soggetto alla mercificazione dell’arte: quel Valore rappresentato da Shakespeare, che Bloom poneva al vertice del canone occidentale, per continuare a parlare è costretto a contaminarsi, a scendere a patti con il delirio di una contemporaneità che a quella nobiltà ha abdicato. Non è nemmeno un caso il fatto che nel finale Destré sia riconosciuto nel parco da ragazzini che lo ricordano per il ruolo del medico nella commercialissima serie televisiva e che tra l’altro gli preferiscono l’attore che l’ha sostituito, ‘prodotto’ dalla dozzinale fucina di un reality show. E così sembra che a vincere sia Enrico, che ha preferito percorrere sino in fondo, senza ripensamenti, il viale del tramonto, restando “un attore di teatro puro”, incontaminato, solitario, con l’unica compagnia del cane Puck e di ricordi agrodolci. Quello che appariva l’antagonista virtualmente trionfa, ma in fondo il lettore coglie che il grande nemico di Alfredo non fosse la “figlia di Shakespeare” (o le figlie?) o l’antico collega guastafeste, ma il proprio lato oscuro lasciato a sonnecchiare e pronto a tornare rovinosamente alla ribalta per un inveterato e parossistico amor sui.

Il ragazzo delle arance


Recensione a G. Poli Disanto, Il ragazzo delle arance, L’Erudita, Roma, Euro 17.

Delle volte quello che si presenta quale divertissement,come il Diverthriller Il ragazzo della arance della scrittrice Giulia Poli Disanto, può celare un’operazione di grande serietà e di profonda civiltà.

Il ragazzo delle arance del titolo è Tobia Barbato, giovanissimo studente dell’istituto alberghiero di Santeramo, che vive il disagio arrecato alla sua quotidianità dalla sindrome di Asperger, da cui è affetto e di cui l’autrice, in una premessa latrice anche di riferimenti autobiografici, descrive la fenomenologia. Le sue abitudini sono sconvolte dall’accusa di aver rubato il solitario della signora Cristina, mentre, con alcuni compagni, le faceva visita intrattenendosi con il pappagallo Cicorita. Il ritrovamento nel suo borsello dell’anello scomparso, unitamente ai pregiudizi legati alla sua innata cleptomania, lo condurranno attraverso l’esperienza dolorosa di un istituto, “il giardino dei ragazzi felici”, e poi alla fuga e alla vita da accattone. L’incontro con Lolita Lobosco, creatura partorita dalla fantasia della scrittrice Genisi, e la dedizione dei genitori, unitamente alle abilità di detective in erba di Tobia (che peraltro disprezza i romanzi gialli) traghetteranno il lettore verso l’immancabile happy end. Numerose sorprese lo attenderanno al varco in quella ch’è la storia di un’indagine, ma soprattutto il ritratto di un’anima bella e complessa e una storia di amicizia e amore, inteso nella più profonda valenza di piena accettazione dell’umano e apertura all’altro.

Giulia Poli Disanto sceglie di spiazzare il lettore, ricorrendo a una tecnica antica quanto efficace, quella dello straniamento, teorizzato dal formalista Sklovskij, ma, nella pratica, di matrice ben più antica. L’assunzione di un punto di vista inusuale induce chi si accosta all’opera a rivolgere uno sguardo vergine al reale, osservando le cose come se apparissero per la prima volta. Così, l’adozione dell’ottica di Tobia, sul quale è focalizzato l’intero romanzo, salvo alcuni passaggi (si consideri l’e-mail della maestra Giacomina nel finale), consente al lettore di osservare il mondo secondo lo sguardo del giovane. Questo induce a cogliere la logica che si cela dietro manifestazioni apparentemente incomprensibili (l’atto di togliersi le scarpe nei momenti di panico, gli accessi di rabbia, gli episodi di incontinenza), a intendere le ragioni alla base di atti come l’accumulo di oggetti apparentemente privi di connessione tra loro, a solidarizzare con le ossessioni di controllare le situazioni attraverso la reiterazione di abitudini e rituali (si consideri, per esempio, l’odio per i numeri dispari, forma di rifiuto della solitudine). E poi lo sguardo di Tobia si rivela creativo, a tratti colorito come quando definisce in modo originale un’espressione del volto paterno (p. 35) o, riprendendo una definizione del babbo, paragona a due “vecchi gallinacci” gli agenti che l’hanno interrogato. Lo stesso stile, di grande vivacità, a tratti mimetico per esigenze narrative, trae giovamento dall’assunzione di questa prospettiva straniante, perché acquista una freschezza e una verità che rappresentano uno dei punti di forza dell’opera. Opera che, con ironia, si abbandona anche – si è già citato l’omaggio alla Genisi –  a riferimenti metaletterari, riconducibili ad altri romanzi della Poli Disanto (Ciliegie a mezzanotte, con la recensione di Giulia Notarangelo) o a modelli quali Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, anch’esso incentrato sulla detection di un ragazzo affetto da Asperger, Christopher. Quest’ultimo tra l’altro, in modalità affini al Ragazzo delle arance chenon si separa mai dalle sue testuggini, ha un topolino addomesticato di nome Toby, al quale forse il nome di Barbato strizza l’occhio. 

Insomma, un’opera da leggere e rileggere, per esplorare mondi interiori alla cui soglia spesso non ci accostiamo perché temiamo di faticare a comprenderli. Una lezione di umanità, per deporre ogni becero pregiudizio sulla diversità e, proprio come Tobia, intraprendere un itinerario, non sempre facile, che dalla rigidità figlia della paura ci conduca ad abbracciare la vita. Amandola, nella sua infinita varietà.

Ragazzo italiano


Recensione a Gian Arturo Ferrari, Un ragazzo italiano, Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 2020, Euro 17.10.

Un ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari è un’opera interessante, che con levità, non disgiunta dall’impegno, proietta il lettore in un momento particolare della storia italiana, quello che corre dal secondo dopoguerra al boom economico.

A fungere da filo conduttore il romanzo di formazione del giovanissimo Ninni, poi ribattezzato dal padre di colpo, con un atto da lui interpretato come una sorta di violenza psicologica, con il suo nome d’origine, Piero. Ninni vive la sua infanzia tra Zanegrate, nel Milanese, paese paterno, e Querciano, in Emilia Romagna, dove risiede la famiglia della nonna, figura amatissima e centrale nel plot dell’opera. Quando i genitori si trasferiranno a Milano, il giovane conoscerà la dimensione della metropoli lombarda, accarezzata solo di sfuggita e, in un’ottica di incantesimo straniante, nelle gite di fanciullo.

Un ragazzo italiano ha il dono di rinsaldare la storia d’Italia con la microstoria di Ninni, tra l’altro con il valore aggiunto dell’adozione dell’accattivante prospettiva di uno sguardo vergine (con focalizzazione interna pur nella presenza di una narrazione in terza persona), che gradatamente diviene sempre più smaliziato.

Le vicende di Ninni si incastonano in quelle di coloro che gli gravitano attorno e così, inevitabilmente, l’individuale assurge a collettivo. Le problematiche legate al rapporto con il padre, rispetto al quale il protagonista avverte un crescente senso di estraneità (fenomeno tutt’altro che raro nell’adolescenza); l’attaccamento quasi morboso alla figura della nonna, che diviene una madre della gioia, ma anche una maestra di vita e cultura… E poi ancora l’angustia soffocante del vivere nella dimensione paesana, con il personaggio di Matilde che si illude di ricreare nella sonnolenta campagna romagnola atmosfere degne di romanzi di Jane Austen, suscitando flirt tutt’altro che indissolubili e ben differenti dall’amore leggendario tra Elizabeth e Darcy. Il velleitarismo del vivere inimitabile, che suscita il riso al cospetto dell’umana insipienza, si fonde con la riflessione pedagogica, quest’ultima fitta, a cominciare dalle metodiche discutibili della maestra di Zanegrate, classista e carica di pregiudizi, incapace di cogliere le potenzialità del tartagliante Ninni, per continuare con l’elogio di una didattica fondata sulla dimensione dialogica ed esperienziale, quella del maestro Poli, sino ad arrivare all’azione modellante soprattutto di un docente intellettuale di Liceo, Fumagalli (dietro cui si cela Arturo Brambilla), stroncato da una fine prematura. In filigrana, si coglie anche l’opportuna sottolineatura della declassazione, in atto nel presente e ormai evidente a tutti, del ruolo della figura dell’insegnante, confinato in una dimensione piccolo-borghese e tutt’altro che aurato da quel prestigio sociale che in alcuni casi ancora traspare dalle pagine del Ragazzo italiano.

E poi potremmo sottolineare la memoria del fascismo e delle distruzioni belliche, le recrudescenze dello stesso, le prime avvisaglie degli interessi per la politica da parte del giovanissimo protagonista, che si avvia alla vita e ha un gran fame di cultura (cultura peraltro ancora libresca, come rivela la mancata conoscenza di un intellettuale come Fortini). E che dire del disincanto del “grande poeta” impiegato in un “grande quotidiano” (ovviamente Montale), che con amara ironia prospetta agli aspiranti studenti di Lettere un futuro tutt’altro che roseo?

Nonostante tutto, sebbene sia dietro l’angolo la stagione del disincanto, Ferrari chiude sapientemente sul viaggio in un’Ellade tanto sognata, la cui essenza apparirà risiedere nel “quasi insopportabile contrasto tra quel che si vedeva e quel che significava”. In quella terra “amara come il suo odore”, Piero sentirà prender vita quanto letto tra i libri, immaginando gli scenari del superbo incipit della scolta nell’eschileo Agamennone. E in lui potranno identificarsi tutti i ragazzi per i quali quel mitico viaggio in quinta liceo è stato il primo al di fuori dei confini dell’Italia, una boccata di ebbra libertà, un’iniziazione al futuro distacco dal nido.

Un’opera stilisticamente convincente, in cui tanti potranno riconoscersi, riconoscere i propri ‘tartagliamenti’, reali o metaforici che siano, gli incanti e i disinganni che l’esistere riserva, le ebbrezze e le amarezze. Insomma, per dirla con un’espressione di Penna, il “dolce rumore della vita”.

Il fantasma dei fatti


Recensione a B. Arpaia, Il fantasma dei fatti, Parma, Guanda, 2020, Euro 18.05.

Un’opera sorprendente Il fantasma dei fatti di Bruno Arpaia, in cui realtà storica e fictio si intrecciano, nel fiorire di ipotesi su un periodo estremamente complesso della storia italiana e internazionale. A fungere da Leitmotiv l’interrogativo che risuona poi, in maniera nitida, a p. 197: “fra il 1961 e il 1963 c’era stata o no una cospirazione contro l’Italia per farle perdere il treno dell’autonomia energetica e scientifica e relegarla, come sempre, a un ruolo da comparsa sul palcoscenico mondiale?”

Il fascino di questa nuova opera di Bruno Arpaia è legato a numerosi fattori. La ricostruzione storica è accurata e adeguatamente supportata sotto il profilo bibliografico. L’autore ci introduce nel suo scriptorium, svelandoci l’andamento delle sue ricerche e al contempo guidandoci, nel racconto di circostanze che invece potrebbero essere romanzate, in uno spazio labirintico, in cui non si riesce mai a cogliere l’esatta demarcazione tra fictio e verità. Infatti, l’opera si connota per il moltiplicarsi delle narrazioni e dei punti di vista. A dare il là alla quête di Arpaia sono le ipotesi del giornalista Pietro Greco e, nel corso dell’opera, si alternano la narrazione in prima persona dello scrittore campano, che – come già detto – ci conduce nei meandri del suo work in progress, raccontandoci, postmodernisticamente, la storia del testo, e un altro punto di vista. Un personaggio che s’intuisce (forse) fittizio e finalizzato a proiettarci nel Québec del 1978, per porci direttamente a colloquio con la sfingea, statuaria personalità di Karamessines. Ne emerge un quadro intrigante, ricostruito ipoteticamente da Arpaia, perché – sulla scorta di quanto asserito da Sciascia – non “sono tanti i fatti quanto ‘i fantasmi dei fatti’ a costituire la letteratura”.

La morte improvvisa, in un incidente stradale, dell’ingegnere e informatico italiano Mario Tchou, prologo alla triste e insensata fine della Divisione elettronica Olivetti, venduta “per pochi spiccioli” all’americana General Electric… La fine a Bascapé di un personaggio scomodo come Enrico Mattei, il caso di Felice Ippolito e le vicende di Domenico Marotta, direttore dell’Istituto superiore di Sanità (ISS). Tutte storie complesse, esaminabili secondo molteplici e variegati punti di vista, ma che – come Arpaia ben evidenzia – rappresentano i prodromi di una condizione di “sviluppo senza ricerca”. Modello i cui effetti hanno influito in maniera determinante sul passato e sul presente del nostro Paese. Arpaia si domanda se, alla base di tali esiti, si possa intravedere la possibilità di un complotto internazionale, qualunque ne sia la matrice. Prende il via una narrazione che verte intorno all’affascinante figura di Thomas Hercules Karamessines. Nella nota al testo, lo scrittore precisa come, sebbene vi sia effettivamente stato a capo della Stazione Cia di Roma alla fine degli anni Cinquanta e sia poi stato Direttore delle operazioni coperte della Central Intelligence Agency un uomo con quel nome, morto di infarto nel 1978, “il personaggio del libro che porta il suo nome” sarebbe “frutto della fantasia”, quindi di “pura invenzione”. Allo stesso modo afferma che “molti altri eventi raccontati nel romanzo sono frutto di invenzione. Forse”.

E questa ci pare una potente opera di letteratura. Un lavoro che sussume in sé tutta la produzione dell’Arpaia, da quello che a nostro avviso costituisce il suo capolavoro, dedicato a Benjamin e al suo angelo della storia, sino al celebre L’Energia del vuoto, la cui gestazione corre parallela alla genesi della quest sui fatti italiani degli anni Sessanta, e a Qualcosa, là fuori. Una storia collettiva, in cui rivivono il giornalista Giuseppe D’Avanzo e sodalitates intellettuali che sembrano appartenere a una dimensione ormai lontanante. Lucidissime le pagine che affrontano la crisi dello “scrittore di classe media”, tema che Arpaia affronta con grande onestà intellettuale, radiografando gli effetti del vertiginoso “crollo della lettura”. Effetti che, peraltro, ci paiono in linea con le connotazioni di un periodo storico, quello attuale, “in preda a un vento che” soffia “impetuoso in direzione contraria a ogni speranza”.

Il fantasma dei fatti non è certamente libro da leggere distrattamente sotto gli ombrelloni di un’estate che volge al declino e che forse non è mai iniziata. È un’opera da rileggere, meditare, discutere, adatta a chi desideri cogliere un senso negli accadimenti storici, anche se forse, come l’autore stesso arriva amaramente a ipotizzare, la realtà è ben più triste di un complotto internazionale. Probabilmente il nostro “sviluppo senza ricerca” è materiato di “incoscienza, ignoranza, miopia”, figlio del trionfo pervasivo degli interessi privati a discapito della pubblica utilità. “Una storia tutta italiana, insomma”.

Il pianto dell’alba


M. De Giovanni, Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, Einaudi, Torino, 2019.

Il pianto dell’alba di Maurizio De Giovanni è un’ulteriore riprova (il Giano bifronte critico ne sta segnalando diverse) di come ormai le barriere tra letteratura alta e letteratura di genere siano quanto mai labili e di quanto il giallo, con il motivo dell’inchiesta di senso, sia sempre più uno strumento per indagare il reale, campo d’azione per ottime prove di scrittura.

Il pianto dell’alba è l’ultima, struggente, avventura del commissario Ricciardi, alla quale si riannoda l’intero ciclo del barone di Malomonte. Frequenti risultano pertanto i riferimenti alle indagini precedenti, allusioni che peraltro non inficiano la comprensione dello svolgimento delle vicende, perché l’opera può essere letta a sé, senza cognizione dei precedenti capitoli della serie.

L’ultima ‘ombra’ perché ipostasi della sua capacità di rivelare le condizioni che hanno condotto alla morte di un individuo è il funesto dono di Luigi Alfredo Ricciardi: vedere le anime in trapasso e raccoglierne l’ultimo pensiero. Dolore che si raggruma negli occhi verdi del barone, eredità della fragile figura materna e retaggio che l’uomo teme di consegnare all’erede (Nelide, la governante, è convinta sia femmina) che la sposa Enrica è in procinto di donargli.

Così, mentre si approssimano i giorni del parto, Ricciardi si trova coinvolto in un’indagine non autorizzata, per salvare Livia, ex cantante lirica ancora innamorata di lui, dalla falsa accusa di aver assassinato Il maggiore Manfred Kaspar von Brauchitsch, vecchia ‘conoscenza’ di Luigi Alfredo e di sua moglie. Spetterà a lui tentare di sventare le manovre del crudele Falco, nel contesto delle ripercussioni in Italia della tragica faida tra SA e direttivo nazionalsocialista e con lo spettro del confino fascista sempre incombente. Ad aiutarlo Bruno Modo, medico idealista e coraggioso, il brigadiere Maione – che si avvarrà delle informazioni del femminiello Bambinella –, la contessa Bianca Borgati di Roccaspina (anche lei innamorata del barone), la già citata Nelide e un accolita di giusti, sprezzanti del rischio connesso all’indagine. Tutto questo, mentre apparizioni di spiriti e oscuri presagi sembrano preannunciare un futuro sinistro.

Si legge d’un fiato, lo stile è limpido ed elegante, le figure sono molto ben caratterizzate, anche nelle articolazioni più paradossali (si veda la passione del bellissimo ambulante Tanino, che pareva uscito da un acquerello, per la non avvenente Nelide). La governante, senz’altro, appare una delle figure meglio connotate, nelle sue idiosincrasie, ma anche nei suoi trasalimenti; bella la frequente focalizzazione su Enrica, polo statico, insieme alla creatura nel suo grembo, verso cui il dinamismo inquieto di Ricciardi tende. Un’aura di tragedia aleggia sull’intera opera, da un lato avvolgendola in un cupo fatalismo, acuito da ricordi strazianti, ma dall’altro non facendo mai venir meno l’idea che l’uomo debba operare ai fini del bene, anche in una società degradata. Infatti, a connotare d’un’atmosfera cupa quest’investigazione nel torrido luglio napoletano è soprattutto la consapevolezza della corruzione che domina le gerarchie fasciste e che alimenta stolidi personalismi e la deriva morale. Eppure, nonostante questo pervasivo senso del fato avverso e nonostante il buio di un’epoca tremenda della storia d’Italia, la leggerezza dell’ironia, continuamente esercitata, lo stupore al cospetto della vita, vivido negli occhi neri e dolci di Enrica, lasciano aperta la speranza che il “primo pianto” accolto dall’alba non debba necessariamente essere espressione soltanto di immedicabile dolore.

Maregrigio


Recensione a V. Restivo, Maregrigio, Officina Milena, 2020, Euro 13.

Crudezza e poeticità si intrecciano e si fondono nel nuovo romanzo di Vincenzo Restivo, Maregrigio, edito da Officina Milena.

L’autore, casertano, annoda le vicende attorno agli eventi del 15 giugno, a Dragona, con gli abitanti della frazione in subbuglio per la festa annuale della Madonna sull’Acqua, di cui fervono i preparativi.

Nella calura soffocante, in un errare di “anime perse” tra ambienti degradati, il cui squallore è accresciuto dal sentore di urina e dai graffiti osceni, sono delineate le storie parallele dei membri delle ‘famiglie’ Catino e Miele. I Catino, con un padre che non riesce ad aver presa sulla realtà, la cui principale preoccupazione è, nella prima parte del romanzo, accertare la ‘virilità’ del figlio maggiore Ezio… Marisa, mater familias che reagisce al grigiore asfittico (in cui si percepisce sprofondata) stabilendo una relazione adultera con un giovane amico dei figli, salvo poi nutrire un crescente senso di rimorso e pagare, per la sua ‘distrazione’, un amarissimo scotto. E poi i giovanissimi Catino, Diego, dalla psiche contorta, partecipe della deriva etica dell’ambiente in cui vive, e Stefano, che cerca, invano, nella logica della matematica il riscatto dall’insensatezza. I due resteranno coinvolti nella torbida vicenda di un sequestro di persona, tratteggiato con alcuni, discreti, ammiccamenti a sequenze di Ammanniti, sebbene con esiti e soluzioni fortemente differenti. In questo contesto familiare straniante, il migliore appare proprio Ezio, che sconta l’amara realtà di essere patentemente omosessuale in un contesto paesano portato alla denigrazione e alla persecuzione omofoba. Vivo è il contrasto tra le delicatezza con cui l’autore ne descrive i turbamenti erotici per il coetaneo Francesco Ciano e il contesto di profondo degrado in cui il primo ‘incontro’ tra i due si verifica, laddove tutto riconduce a un senso di sporcizia e clandestinità. Le pressioni e le violenze cui Ezio andrà incontro nella seconda parte del romanzo lo accostano a Teresa Miele, l’altra faccia della medaglia. Figlia di prostituta, condannata alla prostituzione ella stessa dalla follia di un padre incestuoso, la giovane è costretta a un gravidanza dagli echi derobertiani. Teresa appare votata al rifiuto totale della femminilità nella totalità delle sue declinazioni, in misura complementare allo stesso Ezio, che ha rigettato il modello di mascolinità rappresentato dal genitore, ma alla sua nuova amica non può tacere le difficoltà di vivere così.

Leitmotiv dell’opera è la pena di trascinare l’esistere in una “periferia desolata”, dove tutto è degrado e persino gli spiriti tendenzialmente più puri – Ezio, Teresa e lo stesso Stefano – muovono, scientemente o meno, verso la rovina e finiscono loro malgrado con l’essere resi partecipi del verbo della violenza e dell’empietà. Lo stile aderisce in maniera vibrante alla materia trattata. A sequenze di grande crudezza, come quella della disavventura di Diego con i coetanei intenzionati a umiliarlo, si contrappongono scampoli di lirismo nel girovagare di Ezio e Teresa nei momenti di sospensione dell’azione incalzante. Il montaggio è efficace, come risalta soprattutto nella sequenza finale, che accosta l’elevazione del simulacro mariano al solitario scacco patito da Teresa e alla corsa affannosa di Marisa, ora mater dolorosa cui fanno eco, in controcanto, le voci della festa e lacerti di preghiere.

Insomma, un’opera che ci convince questo Maregrigio, per la vocazione al narrare di Vincenzo Restivo, per la sua capacità di delineare in maniera efficace le psicologie di un mondo in cui la pietà sembra apparire in dismissione – o restare retaggio degli esclusi dal consesso sociale – e per il realismo nella costruzione e nella conduzione del romanzo. Romanzo che si chiude sul dolore di Ezio mentre il cielo esplode di fuochi d’artificio, amaro contraltare della morte della speranza, che già prima, per differenti ragioni, il piccolo Stefano aveva presentito.

Ritorno a Blue River


Recensione a G. Caputo, Ritorno a Blue River, Officina Milena, Euro 7.

Ritorno a Blue River è il romanzo d’esordio, edito da Officina Milena, della scrittrice capuana Grazia Caputo, autrice che evidenzia sin dalle prime battute la capacità di avvincere il lettore e di calarlo pienamente nella realtà rappresentata.

Ispirata, come l’autrice stessa afferma, al genere degli slasher movies e al cinema horror, l’opera esordisce con un’atmosfera perturbante, che cita Scream e opta per un periodo d’ambientazione caro alla narrativa e alla filmografia del terrore, la festa di Halloween.

Protagonista delle vicende è la giovane, ma già affermata, scrittrice Grace Jones, nome che ammicca alla celebre cantante e attrice giamaicana, ma che, al contempo, rinvia all’autrice stessa. Quest’ultima, infatti, spiegherà nella postfazione di aver trasfigurato in chiave romanzesca memorie legate a dolorose esperienze di bullismo.

Di fatto, la Blue River che viene rappresentata, legata a una singolare leggenda, dalla quale emerge la necessità di rapportarsi ai fantasmi del passato per esorcizzarli e proseguire il cammino, si colloca in un non meglio definito contesto americano, ma potrebbe sorgere in qualsiasi luogo. L’atmosfera apparentemente sonnolenta, in realtà unheimlich, l’immagine dei giovinastri che scorrazzano in motorino dettando legge (così cara a Stephen King, ma frequente anche nella narrativa italiana), la logica del branco che trionfa e conduce alla tragedia, le amicizie che si sfaldano per il desiderio di fuga e si rinsaldano al momento opportuno… Sono molti gli ingredienti che concorrono a pennellare un’aura inquietante, in cui si inserisce la tragica notte che la protagonista e la sua ritrovata migliore amica dovranno trascorrere per sfuggire alla violenza omicida di una banda di coetanei. Quegli stessi coetanei che avevano reso difficile la loro adolescenza, vissuta a metà tra timore e desiderio non sempre represso.

Molti sono i nodi che emergono dal romanzo della Caputo. La difficoltà, soprattutto per le giovani donne dotate di sensibilità e volontà di emergere, di crescere in una provincia che non offre possibilità e inchioda a un vivere ripetitivo, in cui germoglia la gramigna di patologie dell’anima. Il mito del bad boy, legato all’immaginario adolescenziale e ipostasi della vena di crudeltà che caratterizza un’età così delicata del percorso umano. Tale mito prende corpo nella figura di Jack Rider, al quale la Caputo sin nel nome, fonicamente, ha voluto attribuire connotazioni di durezza. Jack rappresenta il fantasma erotico-respingente di un’adolescenza vissuta nel disadattamento; è il ragazzo crudele di cui Grace anela a risvegliare le corde della dolcezza, non del tutto assenti, ma annegate nel tripudio del machismo da branco. È senz’altro Jack il personaggio più ambiguo e meglio riuscito di questo Ritorno a Blue River; il lettore s’attende la sua redenzione, l’autrice gli regala scampoli di focalizzazione interna nel finale a illuminarne i moventi e a mostrarci come dietro un bad boy possa celarsi la totale o parziale incapacità di esprimere correttamente il linguaggio delle sensazioni e dei sentimenti.

Insomma, non spiace questo Ritorno a Blue River, agile, ben scritto e da leggersi tutto d’un fiato sino al sorprendente finale. In esso, Grazia Caputo lascia aperte le porte all’immaginazione del suo pubblico, che coglie come l’avventura del romanzo non sia conclusa, ma si rivela foriera delle ulteriori possibili declinazioni che la fantasia di ciascuno vorrà regalarle.

La vendetta di Oreste


Recensione a G. Ricciardi, La vendetta di Oreste, collana Darkside, editore Fazi, Roma, 2019, Euro 16.

La vendetta di Oreste di Giovanni Ricciardi è un ottimo esempio di come il giallo possa valicare le caratteristiche della letteratura di genere e diventare un valido strumento d’indagine storica e di riflessione sul destino e sulla natura dell’uomo.

Ciò poi può avvenire facilmente se a condurci nei meandri della detection è un romanziere colto come Ricciardi, docente di latino e greco in un liceo romano, amante, nella migliore tradizione classica, dell’arte allusiva. Quella che, nel bel mezzo di un’indagine, ti innesta le parole usate da Eugenio Montale per dar voce all’ossessione del varco, che nei Limoni era evocata nell’ansia di “scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità”. Quando si dice, a fine cap. IV, che “Il vecchio Oreste non si riprese mai e se ne andò, come gli uomini che non si voltano, col suo segreto”, il lettore percepisce chiaramente la citazione di Forse un mattino andando e coglie come, dietro ogni investigazione, si celi ben più che il tentativo di sbrogliare un gaddiano “garbuglio”. In gioco è il senso stesso dell’esistere e dell’agire di ogni essere umano.

La vicenda prende le mosse dalla morte dell’anziano Oreste, che vorrebbe rivelare, prima dell’ultimo viaggio, qualcosa di importante al commissario Ponzetti, amico di famiglia. L’uomo spira prima di poterlo fare; anni dopo, rovistando tra le cose del padre in cerca di un quadro di valore (apparentemente scomparso), il figlio Marco trova, in una cassaforte, una pistola risalente alla seconda guerra mondiale e l’appassionata lettera di una donna, indirizzata a un misterioso Ulisse. Deciso a scoprire qualcosa di più sul segreto nascosto da Oreste, Marco chiede l’aiuto di Ponzetti, che coinvolgerà nell’indagine la propria figlia neolaureata in lettere, Maria, e l’ispettore Iannotta. Un’indagine, dunque, non intrapresa per scoprire la verità sull’uccisione di un uomo, ma per compiere un percorso a ritroso nella memoria e ricostruirne la vita.

Il ritmo è agile, spesso brillante; concorrono a tale effetto molteplici fattori, come, per esempio, gli inserti di romanesco del pittoresco Iannotta o arguzie quali questa del cognato del commissario, lo spagnolo Jorge: «mejor un funeral que un padre precario y jobsact». Gradualmente, il lettore entra a contatto con una tragedia collettiva spesso ignorata, “il dramma, a lungo taciuto, dell’esodo istriano e dei profughi giuliano-dalmati”. Rivive così la vicenda della città di Pola, con il caso di Maria Pasquinelli, l’insegnante italiana che, in segno di protesta per l’assegnazione della città alla Jugoslavia, il 10 febbraio 1947, uccise il generale Robert de Winton. In un felice intreccio di microstoria e macrostoria, il commissario viene a conoscenza dell’azione della figura di don Giulio Facibeni, fondatore dell’Opera, di carattere caritativo, della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa.

Per non parlare degli echi classici… Nella ricostruzione del legame tra Oreste Zarotti e il geniale studente dell’istituto tecnico per geometri Ulisse Visentin, più volte vincitore della tenzone dantesca, si scoprono molteplici fattori allusivi. Non a caso, nella funesta saga degli Atridi, Oreste è deputato a vendicare l’uccisione del padre Agamennone (Pirandello se ne servirà, ponendolo a confronto con Amleto, per esplicare la differenza tra l’eroe classico e l’eroe moderno). Oreste vive anche nel legame fraterno con Elettra e nell’amicizia, proverbiale, con Pilade. E infatti Ricciardi, per spiegare il rapporto che idealmente si viene a creare tra Ponzetti e il defunto Oreste, richiama l’“Ego sum Orestes” di una tragedia pacuviana, pronunciato nel topico momento in cui Pilade si finge l’amico per salvarlo e l’Atride vorrebbe impedire questo sacrificio. Versi che Dante aveva ripreso nel canto XIII del Purgatorio e anche questo non è casuale, perché la memoria dantesca gioca un ruolo non secondario nel plot. Vendetta e amicizia sono due motivi fondamentali nel romanzo; è proprio un senso di sodalità, che supera il dato strettamente biografico, a congiungere gli attori di quest’inchiesta corale. Superfluo parlare dell’immaginario legato alla figura di Ulisse, emblema del viaggiatore “bello di fama e di sventura” per eccellenza. 

Insomma, un giallo colto, ma tutt’altro che di difficile fruizione. Il lettore si appassiona sin dalle prime battute ed è irretito dall’intreccio sapientemente ordito da Ricciardi. E, al termine di un accattivante, a tratti struggente, itinerario nella storia individuale e collettiva, finisce col lasciarsi persuadere che la miglior vendetta sia quella che non viene consumata.

Il dono della tigre


Recensione a B. Garavelli, Il dono della tigre, Giuliano Ladolfi, Borgomanero (NO), 2020, Euro 15.

È un affascinante itinerario volto all’esplorazione dell’animo umano questo nuovo “thriller psicologico” della scrittrice Bianca Garavelli, Il dono della tigre.

Il giornalista radiofonico Alberto Alemanni, da poco separatosi dalla moglie Francesca e alle prese, non senza difficoltà, con il tentativo di ricostruire il quotidiano e mantener vivo il rapporto con la figlia Simonetta, è turbato da un sogno ricorrente, che lo vede avvicinato da una misteriosa figura femminile. Il sorriso della donna incute in lui una paura che non riesce a definire. Sarà Chiara, sua giovane assistente, con la quale sin dalle prime battute del romanzo si verificano le delicate interazioni di un amore in boccio, a indurlo a cercare di comprendere cosa si cela dietro il contenuto onirico ossessivo. Grazie alla dott.ssa Panebianco, e con la mediazione di un simpatico antropologo, Alberto si inoltrerà nei meandri dell’onironautica, coltivando il cosiddetto “sogno lucido” per giungere a una più profonda consapevolezza di sé e attuare quello che Freud avrebbe definito il “ritorno del rimosso”.

L’ambientazione della nuova opera della Garavelli è la Milano dei Navigli, in cui gli spazi rumorosi della movida cedono spesso il posto ai silenziosi scenari che l’anima modella o alle corti signorili in cui l’eco della memoria rivive. Il personaggio principale si muove come se il mondo intorno a lui divenisse d’improvviso ovattato, in una sorta di frequente stato di rêverie che rappresenta l’allure del romanzo stesso e costituisce una delle principali ragioni del suo fascino. Centrale è il motivo del viaggio, che affiora con l’evocazione del gozzaniano Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India. Gozzano, non a caso, in Signorina Felicita scriveva “vïaggio per fuggire altro vïaggio” e questo monito pare adattarsi bene a un personaggio chiave del Dono della tigre. In realtà, l’autrice sembra far proprio il motto oraziano per cui Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt ed esortarci ad ascendere il nostro monte Ventoso, esplorando noi stessi, senza proiettare il nostro desiderio di pace in un altrove impossibilitato a lenire le piaghe del cuore.

Nel romanzo non manca la documentazione: questo appare evidente soprattutto quando la Garavelli s’inoltra negli spazi dell’onironautica. Alludiamo, per esempio, ai frequenti riferimenti alla popolazione malese dei Senoi. Studi antropologici a partire dagli anni Cinquanta hanno rivelato la loro attenzione alle dinamiche oniriche, che, grazie alla pratica del sogno lucido, essi riuscivano a integrare positivamente nel quotidiano, anche allo scopo di risolvere conflitti interpersonali.

Insomma, Il dono della tigre (non sveliamo il significato di quest’evocativo titolo, che emerge nitidamente nei capitoli finali dell’opera) è un romanzo che riesce a catturare il lettore sin dalle prime battute. L’autrice dissemina subito indizi per consentire a quest’ultimo di inoltrarsi nel viaggio psichico di Alberto. Si rimane affascinati dalla pervasività della dimensione onirica, in un thriller che non inquieta, perché lo stile della Garavelli accarezza. La voce suadente dell’autrice ti conduce per mano, con la sua aura avvolgente, in un mondo in cui anche i conflitti divengono funzionali alla pacificazione interiore e il dolore, tappa ineludibile del vivere, non necessariamente è preludio all’annientamento. Il dono della tigre ci esorta ad andare incontro all’unheimlich che ci ottunde il respiro, a familiarizzare con le zone d’ombra dello spirito, a percepire la luce che rende struggente e bellissima l’esperienza della vita.

I segreti di una culla vuota


Recensione a F. Cabras, I segreti di una culla vuota, Caserta, Officina Milena, Euro 15.

Valida prova nell’ambito del thriller psicologico questo I segreti di una culla vuota, opera della scrittrice sarda Federica Cabras.

Il romanzo verte sulla detection condotta dalla protagonista Beatrice Angelica Farris all’indomani della morte del marito Lorenzo, avvocato di successo. Il difficoltoso percorso di elaborazione del lutto per la perdita di un amore stroncato prematuramente sarà reso ancor più unheimlich dall’ambigua presenza di una donna che, ormai ridotta alla larva di sé stessa, si aggira intorno all’abitazione di Beatrice. Una visita al cimitero, compiuta dalla protagonista nel tentativo di giustificarsi con l’ombra del marito per l’attrazione improvvisamente provata per il giornalista Samuele, sarà rivelatrice: Beatrice scoprirà che l’ossuta creatura che la tormenta è la madre del piccolo Giorgio Marcialis, assassinato misteriosamente nel 2012. L’idea che Lorenzo, tanto amato e idealizzato, possa aver avuto un ruolo nella tragedia dei Marcialis diverrà per la vedova una vera e propria ossessione e la trascinerà in un vortice di eventi imprevedibili, con al suo fianco Samuele a proteggerla dagli altri e da sé stessa.

Non anticipiamo nulla sugli sviluppi dei Segreti di una culla vuota, dal finale realmente imprevedibile, ma ci limiteremo a esprimere alcune considerazioni e valutazioni. Innanzitutto, l’opera si mostra compatta e avvincente; l’avvio è volutamente lento e incentrato sulla caratterizzazione psicologica dell’io narrante, Beatrice stessa, di cui seguiamo il tormentato cammino di riemersione dal trauma della vedovanza. Una serie di elementi metonimici, per parlare in termini narratologici, lascia subito intuire al lettore qualcosa di stridente nell’incidente occorso a Lorenzo. Perché l’eccesso di velocità, notizia fatta scivolare da un’attenta testimone oculare degli eventi? E che contiene quella pen drive che la Farris sente istintivamente il bisogno di conservare, trovata tra gli effetti personali del marito? Abilmente Cabras introduce nella narrazione indizi che un osservatore superficiale potrebbe considerare irrilevanti, ma che il lettore smaliziato subito identifica come fattori chiave. La stessa allusione al difficile rapporto con la madre Lucrezia di primo acchito potrebbe apparire uno di quegli ingredienti atti a suggerire il colore psicologico e invece nel prosieguo anch’esso sarà foriero di importanti sviluppi.

Cabras innesta così una spirale di eventi ed enigmi che irretiscono il lettore, facendo sì che il romanzo, abbastanza corposo, sia fruibile in tempi brevissimi, proprio per la forza dell’effetto sospensione suscitato dall’autrice. Lo stile è curato, i dialoghi oscillano tra il drammatico e il brillante, in virtù dell’ironia corrosiva che appare tratto caratteriale tanto della protagonista, quanto del suo aiutante Samuele. Due personaggi che sembrerebbero a tratti rasentare quel cinismo intellettuale snob che Fruttero e Lucentini avrebbero classificato come “stronzismo”, ma che in realtà rivelano un’umanità e un senso morale piuttosto alti, al di là di quanto le azioni stesse parrebbero suggerire. Senz’altro la figura meglio caratterizzata è quella della protagonista. Sicuramente Cabras pone a frutto il tempo trascorso a svolgere lavori di editing e non a caso è proprio questo il mestiere che attribuisce alla detective suo malgrado di questi Segreti. Non sembrano casuali i due nomi, pomposi e con alle spalle una tradizione ben precisa, che le vengono attribuiti in funzione direi antifrastica. Beatrice è l’emblema dell’angelicismo per eccellenza, colei ch’è datrice di “beatitudine”; l’Angelica ariostesca del femminino stilnovistico e poststilnovista serbava traccia solo nel nome, non di certo nei comportamenti da eroina boccacciana. Beatrice Angelica, in principio, vive a occhi chiusi; concentrata sulla letteratura e sulla magnificazione del suo matrimonio perfetto, con un uomo bello e sensuale che pare l’incarnazione del principe azzurro. Il trauma del lutto e soprattutto la scoperta cui l’incontro con la madre di Marcialis la condurrà innescheranno in lei un processo di acquisizione di coscienza. Il suo mondo patinato ne sarà sgretolato, ma ne germoglieranno, nel passaggio dall’incanto al dolore, e poi all’azione, una maggior consapevolezza della vita e un amore più maturo.

Come si diceva, la narrazione è affidata alla voce della stessa Beatrice, anche se alcuni momenti strategici sono focalizzati sulle due figure chiave del romanzo, Teresa, la madre del piccolo Giorgio, e Lorenzo, l’uomo perfetto non privo di incrinature. Quest’apertura prospettica consente al lettore di meglio comprendere le ragioni delle altre voci e di aprirsi a giudizi meno trancianti, grazie al fattore simpatetico. Efficace anche il titolo, che allude senz’altro alla prematura fine del piccolo Giorgio, affrontando il tragico tema della violenza gratuita ai danni di fanciulli indifesi, ma anche alla ragioni che hanno condotto alla voluta ‘sterilità’ dell’unione di Beatrice e Lorenzo.

Insomma, una lettura che consigliamo e non soltanto agli appassionati del thriller.