La funzione del critico letterario


Perché questo blog?
Il Giano bifronte cerca uno spazio per parlare di critica letteraria. In modo serio, per quanto sarà in sua facoltà.
L’industria culturale contemporanea è asservita a logiche editoriali che spesso sono ben lontane da un nobile intento di valorizzazione del talento. Si assiste sempre più alla serializzazione delle scritture, alla riproposizione ossessiva di figure, intrecci, immagini in linea con le richieste di un pubblico dagli orizzonti d’attesa sempre più poveri, irrimediabilmente proteso alla ricerca di un intrattenimento sterile.
Il compito del critico è quello di ricercare la complessità, l’anello che sfugge alla catena della banalità e rivela quella cura che connota un’opera di qualità. Non deve stroncare; è un’operazione sterile e inelegante che rivela un fondo di narcisismo e fa a pugni con l’onestà intellettuale. È piuttosto maggiormente corretta la posizione di chi fa passare sotto silenzio ciò che giudica meno valido e dà risalto al valore, laddove esso traspaia e, in alcuni casi, risplenda.
Certo, nelle valutazioni letterarie gioca un ruolo non trascurabile la soggettività della percezione del critico. È però anche vero che, al di là della singolarità e dell’irripetibilità di ciascuna lettura, esistono fattori oggettivi che appariranno evidenti a ciascun interprete.
Cosa cercherà di fare il Giano bifronte? Si sforzerà di mettere in atto quanto auspicava Benedetto Croce; accostarsi al cuore poetico dei testi letti e, quando vi sentirà battere il suo, provare a oggettivare quell’impressione di bellezza percepita.

L’immagine in evidenza è l’olio su carta “I Gemelli” di Marisa Carabellese.

Angoli interni



Recensione a R. Maggiani, Angoli interni, con prefazione di Roberto Deidier, Passigli, Firenze 2018, Euro 16.50

Ci colpisce per la qualità stilistica e la profondità della riflessione la bella raccolta di Roberto Maggiani dal titolo Angoli interni, preceduta da un’acuta ed efficace introduzione di Roberto Deidier.

L’opera si annoda intorno a dodici sezioni che, come in una partitura sinfonica, sono percorse da Leitmotive in continuo affioramento a rinsaldare la vicenda cosmica e l’evoluzione del genere umano al destino dell’io lirico e delle figure a lui care.

Fitta è la meditazione sulle radici e sulla storia del genere umano, in continua sospensione tra il rischio di cedere al materialismo cui l’orgoglio della ragione può condurre e il desiderio di coltivare un innato bisogno di assoluto, di nobilitare l’esistere dell’uomo, sottraendolo a quel ritmo di aggregazione e disgregazione cui ci si domanda se debba soggiacere anche la parte più spirituale di ciascuno di noi.

La cultura scientifica dell’autore, laureato in fisica e con all’attivo un master di secondo livello in Scienza e Tecnologia Spaziale, fa sì che il linguaggio statutariamente univoco della scienza coesista con quello polisenso della poesia e sia esso stesso contagiato da una sorta di tensione alla plurivocità. È il caso degli stromatoliti o dell’entanglement quantistico, di cui la nota al testo dell’autore chiarisce, definendolo, le implicazioni simboliche: “due o più particelle generate da uno stesso processo o che si siano trovate in interazione reciproca per un certo periodo” “rimangono in qualche modo legate indissolubilmente (entangled), nel senso che quello che accade a una di esse si ripercuote immediatamente anche sull’altra, indipendentemente dalla distanza che le separa”.

È una poesia universale quella di Maggiani, che ha l’afflato della migliore cosmicità, perché è un’incessante inchiesta di senso, nella migliore tradizione dei montaliani “uomini che si voltano”, in perenne ricerca di quel ‘varco’ che immetta nel bel mezzo di una qualche verità. “Sarebbe bello evitare / l’inesistenza della morte – / o se (almeno) prima di scomparire / qualcuno potesse suggerirci  – / per un attimo tra i pensieri – / la verità sul mondo”. Una poesia che assume talora un’allure di perplessa riflessione, quasi a sorreggere il continuo movimento del pensiero che si autocorregge, per poi magari chiudere con un’arguzia da fulmen in clausula.

Una lirica in cui spesso realtà e metafora si intrecciano al punto che quasi più non ti riesce di districarle, come nel Fazzoletto, in cui l’elemento eponimo e il mare in reciproca metaforizzazione non sembrano più distinguibili. La labilità di tale confine emerge anche in un altro bel testo, quel La carrucola di chiara ascendenza montaliana, dalla chiusa suggestiva e concettosa al contempo.

Gli angoli interni sono anche un elogio della diversità, ispirato da una costante volontà di scardinare stereotipi e assurdi pregiudizi, quale quello – scientificamente infondato – della razza. Ecco che nasce quel canto limpido ch’è L’antico tamburo, che ci pone dinanzi alle origini dell’Homo sapiens: “Guardati dentro e troverai Africa: / il Paradiso perduto della specie Sapiens”. E poi ancora “Ascolta. Lo senti? / È l’antico tamburo – ti invita a convivere e a danzare / intorno al fuoco del nostro futuro”. Ci convincono fortemente anche i testi in cui l’eros omoerotico si impone all’attenzione. Esso si presenta ora quale irrepugnabile necessità ora come garbuglio, contemplato con ironia dal poeta nell’atto di pennellare la legge d’asincronia dell’attrazione ipostatizzata nella “somma sbagliata / degli angoli interni” che dà il titolo all’opera. Molto bello ci appare anche il testo che s’apre con “Non ci conosciamo / ma nello spogliatoio / mostri senza timore / la tua nudità – / io la mia”: esso ci pare segnalarsi per la grande schiettezza di rappresentazione e la limpida fattura del dettato, quasi fosse un’efflorescenza di lirica greca. Non a caso perfino l’epigramma fa la sua comparsa nella sezione degli Angoli interni, alla quale in esergo l’autore pone la seguente riflessione: “Quanta più bellezza potrebbe esserci nella nostra vita se solo non fossimo imbarazzati dalla diversità”.

Un’opera dunque che si sviluppa secondo molteplici direttrici: muove dalla storia del genere umano e della ricerca del mistero alla sua radice, irrimediabilmente inconoscibile, per poi volgere al peculiare mondo interiore del singolo con le sue moderne familiares, sino a ritornare, nel finale, alla riflessione metafisica. Inutile dire che la fede in Dio più che un saldo possesso appare una sorta di paradise lost. Il poeta si avvicina “alla Croce / non da cristiano ma da uomo”. Eppure le voci dal profondo non cessano di urlare il bisogno di un riscatto della sofferenza, di una restituzione della speranza nell’atto di raccogliere “tutto il Cosmo in un solo verso”. Questo tradurne la disarmonia in armonia, attraverso l’amorevole cura dei frammenti che ci circondano, potrà – chissà – consentire all’uomo dal perenne Streben di poter, fosse pure per un istante solo, percepire la presenza di quell’invisibile cui anela.

L’uomo che vendette il mondo


Recensione ad A. Galano, L’uomo che vendette il mondo, Scatole Parlanti, Viterbo 2021, Euro 15.

È una storia struggente, raccontata con levità e forza al contempo, quella che Alessandro Galano costruisce ne L’uomo che vendette il mondo.

L’opera trae il titolo da una celebre ed enigmatica canzone del “Duca Bianco”, David Bowie, The Man Who Sold the World, testo in cui si stratificavano più suggestioni, compreso il bellissimo incipit di Antigonish di Hughes Mearns. Il cantautore spiegava come nella genesi del brano entrasse il complesso processo di ricerca e scoperta del Sé, movimento che – ben coglie Galano – è strettamente connesso al nostro rapporto con gli altri e con il mondo.

“I thought you died alone / A long long time ago”: sono questi i versi chiave più volte evocati dal romanzo, accanto all’immagine della pioggia incessante che causa la rottura degli argini e travolge, in un brano dei Led Zeppelin, When the Levee Breaks.

È una storia di solitudini che si intrecciano e diventano sodalità quella che Galano pennella. Eppure nemmeno la sacralità dell’amicizia, a volte, può impedire che si muoia soli, quando il fiume dell’inquietudine dilaga.

È un’inquietudine, quella che Alex – il personaggio intorno a cui ruota l’intera vicenda – si porta nel cuore, radicata nella storia familiare e sedimentatasi nella navigazione esistenziale. Il giovane cerca di placarla, accumulando esperienze e viaggi, ma lo diceva anche Orazio: “Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt”. Così, il giovane, in seguito a un’overdose di ketamina e all’investimento da parte di un’automobile, si ritroverà ricoverato in una clinica per malati psichici, Villa Navis, dove verserà in stato catatonico, apparentemente paralizzato.

Il romanzo si apre con il suo migliore amico Santo Bardi, precario docente con la valigia, altra figura di inquieto, che, recatosi a far visita ad Alex, sbaglia stanza e finisce con l’entrare in quella di una vecchia accudita da una badante albanese, Alba Laura. Fingerà che l’anziana signora sia sua zia ed entrerà in confidenza con la ragazza, stabilendo con lei interazioni sempre più delicate e intense. Nel frattempo, farà visita ad Alex, dialogherà con il direttore della clinica, il celebre neurologo Noverati, interagirà con le donne della vita sua e dell’amico: Paola, con cui Santo aveva avuto una relazione “sbagliata”, e Ida, energica sorella di Alex.

Tutto questo, mentre gli argini della memoria si rompono e gradualmente la storia di Alex, delle sue “sparizioni controllate” e della loro amicizia, riaffiora, in retrospettiva e anche grazie all’espediente del viaggio, che condurrà il protagonista a Budapest, alla ricerca della misteriosa e tormentata Agotha. Luoghi e ricordi si intrecciano: notevoli le sequenze ambientate presso la Tomba della Medusa, omaggio al sito archeologico della provincia foggiana. Il momento, seppur delineato con levitas, raggiunge il culmine nell’avvicinamento di Alex “alla statua di pietra incassata nella parte”, ulteriore declinazione del suo cupio dissolvi che sfida il superstizioso rischio della pietrificazione.

Il desiderio di autodissoluzione di Alex trova la sua oggettivazione nel simbolo marino. Il mare attraversa l’intero romanzo; l’acqua è presente pervasivamente. La clinica, Villa Navis, rimanda ossessivamente alla Narrenschiff dell’alsaziano Sebastian Brant. La pioggia accompagna un momento significativo della relazione tra Alba Laura e Santo e del resto quella dell’appartarsi di personaggi per un temporale è storia antica; Didone ed Enea ne costituiscono un antecedente illustre. Nella narrazione si colgono due momenti di estrema tensione: una prima Spannung è raggiunta nella sequenza della bufera a Marina Piccola, nel corso della quale Alex si lancia in mare, come a voler godere vitalisticamente della furia degli elementi ed esserne travolto. Santo lo segue e, più inesperto, perde i sensi, per poi risvegliarsi, messo in salvo dall’amico. “Quello fu l’ultima volta che lo vidi, prima di Villa Navis”. Questo ci sembra l’episodio più significativo; senz’altro ci troviamo dinanzi alla pagina più intensa del romanzo, carica di echi bachelardiani. “L’acqua porta lontano, l’acqua passa come i giorni. Ma un’altra rêverie si impossessa di noi, ci insegna una perdita del nostro essere nella dispersione totale. Ciascun elemento possiede una sua propria dissoluzione, la terra ha la polvere, il fuoco il fumo. L’acqua dissolve nel modo più completo. Ci aiuta a morire totalmente”, scriveva infatti l’epistemologo francese nella sua Psicanalisi delle acque. L’elemento acquatico ritornerà nello scioglimento finale, durante il momento topico del Capodanno, che si carica anche di suggestioni pirandelliane, legate all’Enrico IV. E ancora una volta Santo si troverà in pericolo.

Un bel romanzo, ben scritto, curato nei dialoghi e ricco di suggestioni culturali. Un’opera che coinvolge e induce alla meditazione, un lacerante inno all’amicizia e alla vita, che spesso rompe gli argini e ci pone al cospetto del fluire del nostro magmatico esistere.

L’isola che non c’era


Recensione a L. Bonetti, L’isola che non c’era, Il ramo e la foglia, Roma 2021, Euro 15.

Vi sono libri ch’è necessario leggere e rileggere per coglierne le sfumature, in quanto – come in ogni Zirkel im Verstehen che si rispetti – solo muovendo dalle parti al tutto e da quest’ultimo di nuovo alle parti, se ne può meglio illuminare la comprensione.

L’isola che non c’era di Leonardo Bonetti è uno di questi casi. Si tratta di un’opera complessa, stratificata, una vera e propria sfida nella quale il lettore si lascia coinvolgere, sino al sorprendente e struggente finale, in cui si assume piena consapevolezza – come ben evidenziato da Antonio Prete nella Postfazione – che “il racconto fantastico si è trasformato in un racconto morale”.

Pregio del romanzo, accanto alla costruzione che ci ha fatto per certi versi ricordare il modello delle vittoriniane conversazioni, è lo stile, comunicativo e al contempo arcano, ricco di squarci lirici. Esso contribuisce a forgiare l’enigma di questo libro. Un libro che si muove in scenari distopici travestiti da utopia e che finisce con il diventare un’intensa allegoria dell’eterno e insondabile mistero della scrittura.

Il protagonista, Leo, dopo la scomparsa della “pulzella” – termine arcaico usato più volte ironicamente – e della di lei famiglia con cui coabitava da anni in modo apparentemente sereno, decide di esplorare “l’isola che non c’era”. Un mito contemporaneo, che nel capitolo primo viene delineato con ampio ricorso a topoi tipicamente idillici, in una forma che rasenta la prosa lirica. Nel capitolo terzo, che vede Leo porsi “alla volta dell’isola” si legge così: “Un’isola, si vociferava raccogliendo le testimonianze più disparate, venuta su dal mare subito dopo la scomparsa del libro che, a detta di alcuni, ne avrebbe descritto la nascita e il mito”. Subito è dunque delineato il legame tra il luogo e la scrittura. Connessione ribadita dal capitolo quarto, in cui tra i primi incontri di Leo c’è quello con un bambino che “passa ore e ore a parlare con i suoi personaggi di sogno”, in una famiglia di cui sappiamo che “i tre fratelli, prima di iniziare a mangiare, hanno lavorato a uno scritto che ora leggeranno a voce alta”. Così, mentre Leo a poco a poco comincia a interagire con gli abitanti del luogo mediante lo strumento della conversazione (e dell’inchiesta, direi), noi assistiamo al work in progress del libro di Bonetti, nel suo ergersi attraverso la focalizzazione sul protagonista. La domanda che subito al lettore viene spontaneo porsi è questa: se l’oblio di un libro ha fatto ricomparire l’isola, cosa accadrà in seguito alla scrittura di questa nuova opera in fieri? Nel frattempo, conosciamo una serie di personaggi; tra loro il dottor Elwin, detto Dottor timido. È una figura che racconta di sé, delle sue ricerche pregresse e della sua vita affettiva, ma sarà davvero un narratore attendibile? Altro personaggio chiave è Aldina; fidanzata con Giorgino, selvaggia e malinconica al contempo, stabilisce delle interazioni sempre più intense con Leo e il lettore percepisce così una strana energia tra le due figure, senza poter prevedere com’essa vada a canalizzarsi.

E poi sono numerosi i fattori di fascino della narrazione: nell’isola (in cui non vige tribunale ma sembra operare un controllo occulto) si verifica quello che potremmo chiamare il “paradosso delle madri”. Le donne generano figli che non educano; lasciano la casa del coniuge subito dopo il parto per essere sostituite da altre donne che alleveranno bambini non propri, salvo poi abbandonare la dimora familiare una volta divenute esse stesse madri. Anche questo paradosso ci sembra alludere alla scrittura, metaforico parto in cui la madre-scrittore/scrittrice libera ciò che ha generato e lascia che siano altre donne-lettori/lettrici a favorire il dispiegarsi della vita di un’opera (è uno dei cardini della critica reader oriented).

Ogni capitolo si connota per la presenza di elementi allegorici (la discesa in un pozzo in cui sono custodite farfalle morte, il volo di una mongolfiera, la fuga di una donnola), puntualmente spiegati dall’autore che libera dalla vernice che li incrosta tali frammenti di senso, ricollegandoli a concetti astratti ed esistenziali. Forte la presenza di luoghi simbolici, come la casamatta verso la quale Leo ossessivamente tende, iniziando un surreale viaggio da incubo che lo condurrà al finale. Finale di cui non sveliamo nulla, ma che – questo possiamo dirlo –  oscilla tra elegia e speranza. Perché sempre l’uomo sarà portato a scrivere e a far affiorare mondi verso cui navigare e in cui dolcemente perdersi.

Nessuno sotto il letto


Recensione a P. Musa, Nessuno sotto il letto, Arkadia, Cagliari 2021, Euro 14.

“Nessuno sotto la tavola, nessuno sotto il canapè… / Nessuno sotto il letto; nessuno nel gabinetto; / nessuno nella veste da camera, / pendente dalla parete in attitudine sospetta”. Le parole di A Christmas Carol sono chiarificatrici del significato dell’evocativo titolo del romanzo di Paola Musa Nessuno sotto il letto, edito da Arkadia.

L’opera si pone quale terzo capitolo di una trilogia dedicata ai vizi capitali, apertasi con L’ora meridiana e proseguita con La figlia di Shakespeare, già recensito dal Giano bifronte. Questa volta, come la citazione dickensiana posta anche in esergo subito rivela, a essere indagato e rappresentato è il peccato di avarizia.

Se A Christmas Carol si apriva con la notizia della morte di Marley, il romanzo della Musa ci introduce, in posizione incipitaria, nel bel mezzo della dimora-agenzia di pompe funebri di Arnaldo Trombetta, nel sonnolento borgo di Santa Donata al Vento, consacrato a una santa non canonizzata e alquanto discussa, sulla cui agiografia l’autrice si soffermerà con ironia. Le sequenze incipitarie sono descrittive e pennellano abilmente l’ambiente in cui il protagonista, sul quale è focalizzata la vicenda, trascina la sua esistenza inaridita dall’assenza dell’amore e dal peso della lezione di un padre avaro in tutto, anche nelle manifestazioni d’affetto e nel legame con la propria famiglia d’origine. L’uomo, all’epoca della narrazione, è ormai defunto, ma il figlio percepisce ancora la sua aura di ipercontrollo, tanto da rifuggire da quel poco di civetteria della morte che la pratica della “tanatoprassi”, su cui Musa si sofferma, potrebbe in qualche modo innestare nella sua vita.

Subito emerge il tema dell’avarizia, che si dispiega nel risparmio del danaro, nella tendenza all’accaparramento di beni immobiliari, persino nell’economia del tempo: il padre, su suggerimento della moglie, teneva sempre pronte le vesti di ‘rappresentanza’, per poter agevolmente ricevere con abiti decorosi i parenti dei defunti anche nel cuore della notte. Dalla famiglia Trombetta, l’ottica si amplia subito, attraverso il discorso del parroco don Mariano, all’intero borgo. Ipostasi dell’avarizia che l’attanaglia è la denatalità: il sacerdote denuncia, non a caso, l’invecchiamento della popolazione e la presenza di soli dodici bambini. Egli stesso dichiara di essere inizialmente caduto in errore e di aver interpretato come “sobrietà, degna di umile santità” quelle che poi si sono rivelate “insidie di certe ataviche grettezze”. Il ‘sermone’ pronunciato a uso e consumo dell’amico Trombetta finirà con l’allargare ulteriormente la prospettiva alle alte sfere delle gerarchie ecclesiastiche. Con poche battute, Musa finisce così con il mostrare quanto quel morbo che attanaglia il piccolo borgo di Santa Donata sia in realtà un male pervasivo.

E poi a interrompere il flusso dei pensieri notturni di Trombetta, di cui scopriamo la passione per David Copperfield –  unico libro da lui letto perché l’altro, ricevuto in dono a Natale (e si intende subito sia A Christmas Carol) gli era stato sottratto senza spiegazioni (e capiamo perché) dal padre –, è un dickensiano “picchiotto alla porta”. Trombetta apre, perché crede che sia il tanto atteso annuncio di morte del signor Serrano, e invece si ritrova davanti una figura degna del magrittiano Golconda. “L’uomo teneva ancora l’ombrello aperto e inspiegabilmente pioveva però solo sopra la sua testa”. Quest’uomo, con disinvolta arroganza, vincendo la mancanza di accoglienza di Arnaldo (anche questa si rivelerà un vizio collettivo, peraltro connesso all’avarizia stessa), si instaura in casa sua, spodestandolo dal letto coniugale dei genitori, su cui dormirà con i calzari sporchi di fango. Questo particolare non è irrilevante perché questo personaggio è destinato a portare il “dolce rumore della vita” nell’aridità esistenziale di Trombetta.

Musa cavalca questa situazione assurda, pennellando una surreale black comedy di grande incisività, perché, quando arriverà la notizia della tanto attesa morte (almeno presunta) del signor Serrano, lo sconosciuto seguirà come un’ombra il Trombetta, scombinando i suoi piani, mettendo a nudo (nel vero senso della parola) le sue fragilità… Un particolare rilevante è l’indugiare dell’autrice sui calzari; non a caso, per entrare in casa Serrano, tutti i personaggi – tranne lo sconosciuto – si toglieranno le scarpe. Questo li esporrà quasi a una deposizione delle maschere. Il riferimento alle calzature non è affatto secondario, perché sono lo strumento che ci accompagna nel nostro cammino e ci aiuta a non ferire il piede, diversamente nudo. Un altro aspetto che ci sembra interessante è la presenza di figure di predicatori: a don Mariano, si affiancano la presenza del maestro Verga e del medico, predicatori occasionali ma ben più incisivi del parroco stesso, figure ormai ai margini della società e che, come tali, riescono a denunciarne senza infingimenti la grettezza, a svelarne i più bassi moventi. Arnaldo seguirà così un cammino impervio, tra scosse telluriche reali e figurate che lo ricondurranno a contatto con i suoi vulnera, passando per il recupero memoriale della figura del cugino Arminio.

Sul finale non anticipiamo nulla, ma possiamo dirvi che quest’opera, che alterna accensioni indiavolate a momenti di sospensione oratoria, riserva molte sorprese e che il canto natalizio fuori stagione, ambientato in novembre, la pascoliana “estate fredda dei morti”, non delude, complici la cura e la grazia dello stile dell’autrice

Il Cantico dei Cantici


Recensione a S. Ciric, Cantico dei cantici, a cura di S. Guida, La Città del Sole, 2021, Euro 12.

È un testo raffinato e intenso la riscrittura del Cantico dei cantici elaborata dalla scrittrice Slobodanka Ciric e corredata da numerosi testi esplicativi, di Pasquale Giustiniani, Deborah Di Bernardo e Daniela Marra, oltre che illustrata dalle tavole figurative di Mila Maraniello.

Come ben chiarisce l’autrice nelle Note esplicative, il personaggio autobiografico di Liberata (che poi è la traduzione in italiano del suo nome), “attraverso il suo cercare l’Amore, vuole raccontare la Storia dell’umanità, confusa e smarrita nella spasmodica ricerca di un Dio da seguire e amare incondizionatamente”. Se anche Dio non è mai nominato, vi sono chiari riferimenti a lui nel “corteo nuziale” del Quarto poema, che riprende quello del re Salomone, ma anche in altri elementi. Nel Primo poema, infatti si parla di “padre della creazione e figlio generato”, della sua possibilità di ‘screare’ così come ha creato e ancora del fatto che “la sua sinistra sa ciò che fa la sua destra”, chiaro ribaltamento di Matteo 6, 3.

Ciric segue in maniera piuttosto precisa l’allure del cantico, optando però per una suddivisione in dieci poemi a cui vanno aggiunte le appendici (bipartite come nell’originale). La riscrittura reinterpreta in un intreccio di storia personale e collettiva al contempo il complesso, enigmatico e meraviglioso testo biblico, che raggiungeva l’apice nell’“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata”, e nel finale lacerante: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore”.

L’autrice sa bene che quel testo prendeva il nome di “Cantico dei cantici” a voler evidenziarne l’assoluta sublimità perché al mondo non v’è forza più nobilitante e rigenerante dell’Amore, anche quando esso procura sofferenza. Non è un caso che la Ciric riprenda fedelmente i due momenti della quête compiuti dalla donna in cerca del suo diletto, che vedono nel primo caso la collaborazione delle ronde e nel secondo, onirico (forse evangelicamente riecheggiato nella parabola delle vergini stolte), il dileggio e l’umiliazione, da parte della comunità, di Liberata che ha tardato ad aprire allo sposo. I riferimenti alla malignità della gente e al suo invidere, presenti nel Cantico probabilmente nella metafora delle volpi e senza dubbio nell’enigmatico 8,1, riecheggiano anche nella riscrittura di Ciric, con la sostituzione dei cani alle volpi e accenti analoghi al passo citato: “Vorrei che tutti fossimo fratelli / allattati al seno della stessa nutrice! / Potrei venirti incontro e baciarti davanti alla porta, / senza che nessuno ci biasimi per i baci audaci”. Ma bello anche il riferimento ai “vecchi che mormorano, / spiando tra le fronde di leccio e lentisco”, che mi ha fatto ripensare ai senes severiores di Catullo.

Nell’opera, diversamente dalla figura dell’amato, aerea e inafferrabile sebbene descritta (spesso con metafore militari) secondo il canone delle bellezze (Ciric rispetta l’elencazione del Cantico, ma ovviamente reinventa il biblico plazer e lo stesso fa il Diletto), il personaggio di Liberata assume una sua precisa connotazione.

Nel primo poema, l’autrice riprende lo schema del “Bruna sono ma bella”, adattandolo a sé. A quello che sarà il topos del fuscula, sed formosa contrappone, nel rispetto della costruzione avversativa, il proprio essere “Non più giovane ma bella, / o rivali ancora acerbe”, definendosi “l’idromele della poesia, / il frutto maturo e succoso”. È subito evocata anche l’esperienza della dolorosa partenza dalla propria terra, la Serbia: “La mia gente mi ha rinnegata: / voleva che restassi a fare la guerra”. L’immaginario bellico balena più volte; Liberata stessa affianca all’immagine del giardino, il biblico hortus conclusus, l’icona della fortezza. Tale è divenuta colei che “è stata più volte dal destino travolta”. Non a caso Ciric si accosterà a Ecate, per il suo vivere una triplice dimensione (trascendente, mortale e terrena); all’amato, lei che ha già conosciuto per due volte la maternità, potrà solo offrire il suo grembo non più come “culla della vita”, ma come scrigno puro da custodire e amare. L’amore per il proprio luogo di origine emerge anche nella sostituzione dei toponimi biblici, riferiti all’ovest asiatico, con l’immagine della lipizzana o con l’epiteto di “tiglio dei Balcani”. In realtà, all’abbondanza dei toponimi nel Cantico dei Cantici subentra una maggiore rarefazione, che accentua il senso di visionarietà già presente nello splendido ipotesto. Lo stile della Ciric è elegante, evocativo, l’atmosfera sensuale e l’effetto d’insieme raffinato; un’ottima occasione per apprezzare la qualità di una meditata riscrittura moderna e per rileggere un antico capolavoro che ancora ci commuove nella sua forza di dar voce al mistero dell’Amore, la più grande aspirazione di ogni creatura.

Le morte


Recensione a J. Ibargüengoitia, Le morte, La Nuova Frontiera, Roma 2021, Euro 15.

Un romanzo asciutto e pluriprospettico questo Le morte del messicano Jorge Ibargüengoitia, scritto nel 1977 e ispirato alla vicenda delle sorelle González Valenzuela, artefici della morte di almeno novantuno vittime, prevalentemente prostitute. Il romanzo è stato recentemente pubblicato in Italia dalla Nuova Frontiera nella bella traduzione dallo spagnolo di Angelo Morino.

Nascono così Serafina e Arcángela Baladro, ciniche tenutarie di tre bordelli, di cui (già informati del loro arresto) seguiamo in retrospettiva, attraverso le testimonianze delle persone coinvolte nell’inchiesta, ascesa e declino. La prima con cui entriamo in contatto è Serafina: in un’atmosfera stralunata, la vediamo consumare, coadiuvata anche dal capitano Bedoya (uno dei personaggi chiave dell’intreccio), il tentativo di omicidio del suo antico amante, Simón Corona. L’attentato non solo non sortisce l’effetto sperato, ma suscita un’indagine che farà emergere gli ‘scheletri nell’armadio’ (o dovremmo dire nel giardino) delle due sorelle. Ricostruiremo così la storia delle “morte”, le prostitute sepolte nel Casino del Danzón (una delle case di tolleranza) e in un fondo di proprietà delle Baladro (dall’antifrastico nome di Los Angeles), attraverso frammenti di interrogatori o di testimonianze rese dalle persone coinvolte.

L’opera, illuminata dal dono dell’humour nero di un corrosivo Ibargüengoitia, ci pone subito dinanzi agli occhi una figura femminile, Serafina, che si rivela sin dal principio un fascio di contraddizioni: nella sezione incipitaria, infatti, si inginocchia devotamente al cospetto di un simulacro della Vergine Maria a San Juan del Camino (una “madonna miracolosa”) per chiederle la grazia che la propria vendetta vada a buon fine. La Baladro conserva tuttavia, a suo modo, un germe di purezza ed è caratterizzata da una profonda passionalità; nel suo anelito ad essere amata intensamente e sinceramente, non manca di slanci, sebbene risulti totalmente incapace di entrare realmente in empatia con il prossimo. Non a caso ella riusciva a tenere legato a sé l’amato Simón Corona grazie ai servigi di una polizia compiacente, facendolo incarcerare come disertore ogni qualvolta l’uomo desiderasse di allontanarsi da lei per tornare al Salto de La Tuxpana, la sua terra. Proprio la candida confessione di queste manovre da parte di Serafina in un momento di accorata intimità aveva determinato il definitivo abbandono del Corona e fatto nascere il desiderio di vendetta nella donna. Poi, un po’ come l’ariostesca Doralice, Serafina conosce il capitano Bedoya e, momentaneamente, “dimentica colla massima facilità i lontani ed i morti per i vivi e i vicini” (abbiamo preso in prestito parole utilizzate da Rajna in riferimento al personaggio femminile del Furioso).

Più dura e calcolatrice è senz’altro la sorella Arcángela, matronale nella sua imponenza. La ‘udiamo’ dire tranquillamente al cognato Teófilo, cui affida alcune prostitute ribelli, da tenere recluse: “Dagli da mangiare quello che vuoi. Se vedi che qualcuna cerca di scappare, prendi la carabina e sparale dietro”. Questo gelido cinismo coesiste con una calda attitudine materna, che la indurrà a cercare di proteggere, vanamente, il figlio Humberto, per evitare che imbocchi sentieri sbagliati, e ad assumere l’attitudine della mater dolorosa, quando quest’ultimo morirà, dopo aver varcato la soglia del México Lindo, uno dei locali delle Baladro. “Non si avvicina al cadavere, né lo prende fra le braccia, né lo guarda piangendo, come si potrebbe supporre, ma indietreggia, si siede sul bordo di una sedia e, con le mani sulle ginocchia, chiude gli occhi e urla”. È come se il Fato, assumendo le forme della Nemesi, incombesse sulle due donne e facesse concretizzare per loro quelle vices che dai fasti ti sprofondano nella polvere, di cui parlava Brecht nella famosa Canzone del re Salomone. Forse l’invidia altrui contribuirà a far sì che gli effetti della loro sconsiderata avidità si spingano ben oltre le loro intenzioni; emblematica è la frase pronunciata dalla sorella Eulalia, poi coinvolta nelle loro manovre: “Per molti anni è sembrato che Dio le proteggesse. Mentre mio marito e io abbiamo perso tutto quello che possedevamo tre volte, lavorando onestamente, le mie sorelle sono diventate ricche vivendo nell’immortalità”.

L’autore delinea, senza mai giudicare i suoi personaggi, un mondo fatto di passioni che si dispiegano talora animalescamente (si veda la drammatica lotta tra Evelia e Feliza o l’assalto di alcune prostitute a Marta), nonostante l’animo umano si riveli alquanto complesso e sfaccettato. Un microcosmo in cui accade di tutto: discorsi improvvidi e balli galeotti che causano conseguenze gravose; automobili che caricano e scaricano cadaveri; donne che escono da ‘case chiuse’ solo apparentemente chiuse spostandosi, attraverso i terrazzi, nelle abitazioni adiacenti; prostitute che tentano di seppellirne vive altre; balaustre che crollano e mille altri eventi che determinano frequenti accelerazioni del ritmo. Nei momenti salienti della narrazione (l’incipit del capitolo settimo con la morte di Beto; la conclusione del capitolo quattordicesimo abilmente filtrata dal punto di vista di Ticho), Ibargüengoitia si avvale dell’ipotiposi, descrivendo vividamente le situazioni e, attraverso un sapiente uso del presente e la ricchezza di particolari, facendoti immaginare visivamente la scena. Quando il lettore si trova di fronte a questa variazione nello stile della narrazione è già preparato al fatto che stia per incombere un tragico evento o che comunque si preannunci una svolta nelle vicende. Un libro agile e geniale in cui non esistono anime candide, ma anche il nero appare tutt’altro che monocromo.

Quel che resta


Recensione a G. Notarangelo, Quel che resta, Tabula fati, Chieti 2021, Euro 11.

Intensa e interessante questa terza raccolta di versi della poetessa barese Giulia Notarangelo, edita da Tabula fati, preceduta da lucidi scritti di Daniele Giancane e Patrizia Calefato.

Quello che subito colpisce (e che è tipico di Notarangelo) è la tendenza alla brevitas, che diviene icasticità e immediatezza espressiva. L’andamento dei versi, in alcuni casi anche monosillabici, ammicca a tratti al sillabato ungarettiano. Questa allure, più che alla volontà di stabilire un ritmo quasi singultante, può essere ricondotta al percorso del pensiero, che scava e incide nel cuore, per poi offrire il frutto della riflessione e dell’autoauscultazione con estrema densità e concisione. Emblematico è quanto dichiarato in uno dei testi dall’autrice: “Mi / piace / la / poesia / fatta / di poco // Quella / che / giunge / dritta / alla meta // Quella / che / lascia / sempre / senza parola”. Notarangelo, dunque, assume l’attitudine dello scultore; ogni verso sembra figlio di una lotta con la costante tentazione dell’afasia.

Forte è la connotazione metaletteraria della raccolta. Alla parola poetica si contrappone quella logora e abusata del chiacchiericcio quotidiano, brulicante anche nella piazza globale dei social. Non sempre, medita l’autrice, il coltivare versi è figlio di quel movimento empatico che spinge a cesellarli con amore, come si curerebbe una rosa; emblematico è il ritratto dello scrittore narciso, “incantato / dal dondolio” dei suoi versi. La poetessa invece concepisce la scrittura come “ricerca / di SENSO”, ma ne fa anche la vessillifera di “quel che resta”, lieto o amaro che sia, oltre che memoria di quanto non è più.

È una raccolta in cui possono ravvisarsi alcuni elementi che concorrono al “mito personale” dell’autrice. Uno di questi è l’immagine ricorrente del “deserto / dei cuori”, una delle barriere più temute dalla poetessa e non a caso varcate dalla figura che diviene il nume tutelare dell’opera, la madre, capace di ‘valicare indenne’ tali avamposti di anaffettività. Quella materna è un’assenza-presenza che appare lacerante nell’antologia: se Notarangelo aspira alla “poesia / fatta / di poco” (e non a caso predilige l’haiku tra le sue forme espressive), la madre è depositaria di una “saggezza / fatta / di poco”, una sapienza quotidiana che si declina nella vicinanza e nella disposizione al sorriso, “che scacciava / le nubi”. Al mito dell’aridità imperante la poetessa contrappone una presenza positiva, uno degli elementi – Bachelard ce lo insegna – più cari all’immaginario femminile: il mare. Mare che non a caso viene definito “Mater” e diviene alter ego di Marisa e di Giulia stessa, che si definisce doppiamente madre, se si considerano le sue creature di carta. Al topos del mare d’inverno, col suo “abbraccio (…) di neve”, si accosta quello, caro a Montale, della Casa sul mare, che però non sembra assumere valore limitaneo. Essa infatti finisce quasi, a nostro avviso, con l’apparire metafora dell’anima della poetessa stessa, del suo aprirsi all’infinito e accoglierlo in sé attraverso la tensione lirica.

Forte è anche il richiamo ai luoghi fisici della Puglia, terra a cui l’autrice leva il suo canto d’amore, rimemorandola nel “fontanone / di Giovinazzo”, scenario dell’evocazione della nonna Giulia, con la Nostalgia che pervade, per esempio, il canto innalzato a Santo Spirito, teatro dell’azzurro (“Il terrazzo / sul mare / sorridente”), ma anche icona della perdita e della melancolia (“Il viale / degli oleandri / che non c’è”). Se l’ironia non manca (il gusto di scindere parole composte a creare calembour, la riflessione pacata e garbata sull’inautenticità di rapporti umani congelati e scongelati all’occorrenza, il delizioso commiato al 2018 e il saluto all’anno nuovo, giunto “con una cornucopia / di vento”, ne sono esempi concreti), il desanctisiano “dolce dolore” in Quel che resta costituisce una sorta di basso continuo e rende quest’opera tanto simile alle “mattinate / di tardo / settembre / con quella giusta / malinconia” che si fa elegia.

Un uomo in mutande


Recensione ad A. Vitali, Un uomo in mutande, Garzanti, Milano 2020, Euro 18.60.

La scrittura di Andrea Vitali ha il dono di un innato senso del ritmo, che rende la lettura avvincente e brillante al contempo.

Questi fattori emergono con decisione anche nel romanzo Un uomo in mutande. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò, una commedia che si tinge di giallo e che ci proietta ancora una volta nella Bellano d’epoca fascista, in cui il maresciallo Maccadò, lieto ma anche in ansia per la gravidanza dell’amatissima moglie Maristella, deve cimentarsi con uno stranissimo caso. Una vicenda che suscita subito anche l’attenzione dell’appuntato Misfatti (e della sua consorte, alla cui frittata di patate e cipolle è dedicato l’incipit del capitolo I), perché vi sarà coinvolto Salvatore Chitantolo, giovanotto mai più mentalmente ripresosi da un incidente in barca nel quale aveva rischiato l’annegamento. Chi è l’uomo in mutande che Salvatore dichiara di aver visto fuggire nottetempo? E chi ha causato l’incidente alla levatrice Aristidina Zambecchi, ritrovata in stato di incoscienza e ricoverata in ospedale? Nella Bellano il cui argomento del giorno è la cosiddetta “redenzione igienica”, causa di litigiosità e tra i Leitmotive dell’opera, si fa presto ad accusare di un crimine non meglio precisato il ‘diverso’ Chitantolo e a muovere dal piano letterale della tutela sanitaria a quello metaforico del repulisti da individui indesiderati e potenzialmente pericolosi. Misfatti  e Maccadò cercheranno di dirimere l’aggrovigliata matassa e di evitare sgradevoli conseguenze per il giovane e sua madre.

Seguendo la vicenda principale, Vitali ci presenta una ben riuscita galleria di personaggi. Il direttore delle poste, Aneto Massamessi, ambizioso e desideroso di abbandonare la sonnolenta Bellano; sua moglie Percilla, inquieta; il postino – o meglio il “procaccia” – Erminio Fracacci, figura irresistibilmente generatrice di situazioni comiche; l’onorevole Dissetati in preda a irrefrenabili flatulenze e sua moglie, la compassata donna Aminta; l’energica e saggia suor Anastasia. Un posto di rilievo nella trama occupa Fusagna Carpignati, molto ben delineata da Vitali. Attivista del fascio femminile, donna poco avvenente e decisamente instabile, ha l’abilità di innamorarsi di uomini del tutto disinteressati a lei, individui che poi finisce col pedinare in maniera ossessiva. Per fortuna, vale per lei il virgiliano “Varium et mutabile semper femina”, per cui la stagione di ogni amore compulsivo non è duratura e la predatrice finisce presto con il puntare qualche altro sventurato.

Insomma, ne emerge un ritratto di provincia scoppiettante, in cui il lettore è costantemente invogliato a procedere non solo e non tanto per scoprire come si concluderà la vicenda di questi uomini in mutande che si moltiplicano nel prosieguo degli eventi, ma soprattutto per il piacere di godere spensieratamente la compagnia degli abitanti di Bellano. Un mondo che ti accompagna gioiosamente, anche nei momenti in cui le problematiche divengono più serie. Una realtà in cui un peto può rendersi artefice di un miracolo e al buon senso degli individui spetta il compito di disinnescare le trappole che la vita e gli altri uomini predispongono. Efficace la scelta del narratore esterno con focalizzazione interna variabile, che determina un vario prospettivismo e fa sì che il lettore conosca gli eventi da più angolazioni e sia sempre al corrente di dettagli che i personaggi ignorano. Ci piace molto anche la struttura che richiama l’equivalente poetico delle coblas capfinidas. Ogni capitolo si chiude con un’immagine che viene ripresa in apertura del successivo, ma innestata in altro contesto. Per esempio, il capitolo 15 si chiude con “Se avesse avuto il coraggio di osare, avrebbe dato una carezza a quell’appuntato tanto premuroso” e il sedicesimo si apre con “Una carezza, era cominciato tutto da lì, quando la Fusagna aveva venticinque, quasi ventisei anni e aveva già imboccato la via dell’avvizzimento precoce”. Quando contribuisce a rendere la struttura perfettamente concatenata e conferisce all’insieme una grande compattezza. A questo si aggiunge il dono di uno stile chiaro e accattivante, capace di evocare tanto l’immediatezza del parlato quanto la pomposità del linguaggio ufficiale e del burocratese, di cui perfetto pendant sono i nomi altisonanti, e ormai in disuso, degli attori e delle comparse delle vicende, tra cui anche una Mercuriale Fededegna in Carpignati e un farmacista Geode Futon, “che pur confermando di essere il genitore naturale di Valentino Futon era anche conscio del fatto che suo figlio fosse un idiota”. Un’opera che ti cattura con levità, ma non cela, pur nel sorriso, la fatica del vivere, suggellata in quella “gioia tutta interiore della quale avvertiva appena l’anomalia” che leggiamo percepita dal maresciallo Maccadò nel finale.

Quello che non sai


Recensione di S. Galluzzo, Quello che non sai, Fazi, Roma 2021, Euro 16.

Vi sono libri che colpiscono per la capacità dell’autore o autrice di scavare nella psiche umana e mostrarne i moti più indecifrabili. Opere che ci inducono a meditare sulla zona d’ombra che spesso uomini e donne sono chiamati ad attraversare, a volte senza neppure avere piena consapevolezza del proprio smarrimento e del bisogno di aiuto a esso correlato.

Tra questi libri possiamo senz’altro annoverare Quello che non sai di Susy Galluzzo, edito da Fazi. Un’opera che ci ha colpito e indotto a serrati tempi di lettura, sempre con un profondo senso di straniamento per la materia e l’ottima costruzione della figura della protagonista, Michela, detta Ella.

Il romanzo si presenta nella forma di un diario in cui Ella elegge a interlocutrice la madre defunta. Il lettore scoprirà nel corso della narrazione che proprio il momento della morte della donna ha rappresentato un trauma lacerante per Michela e che probabilmente esso si pone all’origine delle sue turbe. Tra l’altro un filo sottile, ma percettibile a chi legge, connette l’evento appena citato con quello – paradossale – con cui esordisce la vicenda.

Ella è andata, secondo consuetudine, a prendere la figlia tredicenne Ilaria (“è la mia vita. E anche la mia morte”, scrive alla madre) dall’usuale allenamento di tennis. La ragazza, dal carattere difficile, reso ancor più spigoloso da un disturbo ossessivo compulsivo, è, come molte adolescenti, distratta dal suo smartphone e attraversa la strada senza prestare particolare attenzione al movimento delle automobile. Ella vede distintamente una Juke avanzare velocemente verso la ragazza e coglie come il giovane autista sia a sua volta più attento alle notifiche del suo cellulare che alla strada. Potrebbe gridare, avvisare la ragazza, ma, per ragioni che il lettore gradualmente arriverà a comprendere, è come pietrificata e lascia che sia il cane Duccio a salvare Ilaria. A partire da questo momento, il rapporto con la ragazzina sarà minato e Michela entrerà in una spirale di incomprensioni che sfoceranno nell’instaurarsi di un vero e proprio inferno domestico. La relazione con suo marito Aurelio, già tacitamente in crisi, si sgretolerà, complice l’apparire all’orizzonte del pugliese Federico. L’intervento della terapeuta Rebecca Castelli, esperta nel curare disturbi psicologici dell’età adolescenziale, sembrerebbe poter riportare la pace nella burrascosa famiglia, ma non vogliamo aggiungere altro, lasciando ai lettori il piacere di scoprire l’evoluzione degli eventi.

Il romanzo è chiaramente costruito in soggettiva. La scelta di Michela come narratrice interna orienta sin dal primo momento le reazioni di chi si accosta all’opera. Si ha subito la tendenza a solidarizzare con Ella; a cogliere come il suo disagio sia figlio di un’esistenza trascorsa ad annullarsi per costruire una confort zone all’inquieta Ilaria e al poco presente Aurelio, il padre buono. Si è indotti persino a giustificare il poco comprensibile gesto iniziale: l’omissione di un grido che sarebbe stato la reazione più naturale al pericolo corso dalla figlia. Poi gradualmente si colgono e meglio si comprendono i comportamenti della donna. Michela soffre di una mania di controllo analoga a quella di Ilaria e diversamente declinata. Le ferite che hanno solcato la sua anima ne hanno fatto una creatura perennemente sull’orlo dell’abisso. Emblematica a tal proposito la percezione che ha di Rebecca Castelli come una nemica, una donna insinuatasi nella sua quotidianità non per rendere più serena la vita di Ilaria per effetto della terapia, ma addirittura per sostituirsi a Ella nell’affetto della tredicenne e persino di Aurelio. Si arriva a momenti in cui la distorsione del reale è totale, ma il lettore ingenuo stenta a rendersene conto, proprio in virtù del fascino che caratterizza la figura di Michela. Alcune vicende porteranno a una graduale presa di distanze dal personaggio, che – proprio nell’istante in cui il fruitore dell’opera ha chiaro che essa abbia raggiunto il suo punto più basso – ti sorprende per il coraggio improvvisamente dimostrato. In più, l’autrice riesce a introdurre anche un elemento suscitatore di suspense: un misterioso uomo con la maglia rossa che si materializza nei momenti topici per Ella e pare spiare le sue azioni.

Insomma, un romanzo affascinante, molto ben scritto, in cui curatissima appare la costruzione anche di Ilaria, con Galluzzo che riesce decisamente felice nella documentata delineazione delle caratteristiche del D.O.C. adolescenziale. Uno struggente duetto madre-figlia all’insegna delle incomprensioni e di un odi et amo che, come sempre, cela l’amore più profondo e disperato.  Un’opera dal finale lacerante, in cui una scomparsa improvvisa e inopinata appare, distintamente, il preludio di una speranza.

Le rovinose


Recensione di C. D’Angeli, Le rovinose, Il ramo e la foglia, Roma 2021, Euro 17.

È un’opera che cattura gradatamente l’interesse del lettore, sino ad avvolgerlo sempre più nelle spire di una storia di grande drammaticità, questo romanzo di Concetta D’Angeli.

Il titolo, estremamente significativo ed evocativo, Le rovinose, allude – credo – ai “fallimenti e alle ossessioni autodistruttive” che connotano le due protagoniste della vicenda, Silvana e Clara.

Scenario che fa da sfondo all’incontro tra le due donne, le quali stringeranno un rapporto che solo apparentemente diverrà più sfilacciato dopo il matrimonio della seconda col nobile e inquieto Annibaldi, è la città di Siena. Luogo a cui Silvana appare profondamente legata: “amava la purezza della lingua che ci si parla (…); spiantata com’era le pareva d’essere una nobildonna medievale ogni volta che apriva bocca; si sentiva protetta dalla sua città, chiusa nelle mura e nelle tradizioni antiche, dove tutti si conoscono”. “All’arcaica eleganza” della parte più nobile della città si contrappone il degrado dell’appartamento di via Bucalossi, che Clara condivide con coinquiline ‘spilorce’: “puzza di cucinato che appestava le scale, corrimano di plastica sulla ringhiera (…)”. eppure questo miserevole scenario diviene teatro dell’epifanica apparizione della “Bell’e Grulla” (come viene crudelmente soprannominata) Clara, il personaggio più affascinante e struggente del romanzo.

La ragazza, bellissima quanto Silvana si percepisce anonima e poco attraente, racchiude nel cuore un vulnus, legato alla perdita precoce di una madre amatissima, russa (sarà infatti la funzione di traduttrice occasionale di Clara a far incontrare le due donne) e divoratrice di romanzi. Una madre che da bambina era stata costretta a spiare a causa della gelosia morbosa di un padre violento e incapace di tenerezza. Per la giovane, fuggita dalla nativa Sassetta, l’amore si è sin dal primo momento rivelato strettamente correlato al dolore, alla pulsione all’autoannientamento. Gradualmente Silvana si scoprirà innamorata di Clara, ma il matrimonio di quest’ultima con il nobile Annibaldi – dal passato oscuro caratterizzato da legami terroristici – porterà l’amica a trasferirsi in Puglia col marito. Silvana, a sua volta, cercherà di concretizzare il suo sogno di diventare architetto e di vivere legami amorosi con altre donne.

Non staremo qui a fornire ulteriori informazioni sulla trama, perché auspichiamo che sia il lettore a scoprire gli sviluppi della vicenda. Ci soffermeremo, invece, sui fattori di pregio di questo bel libro. Interessante è la tecnica narrativa, con l’alternanza della narrazione in terza persona a momenti, frequenti, in cui Silvana funge da io narrante. Questi passaggi a volte avvengono con estrema rapidità, talora all’interno del medesimo periodo, suscitando una continua sensazione di straniamento. Efficace è anche il montaggio delle sequenze della storia, affidato ad analessi figlie dell’affiorare dei ricordi della protagonista, ma anche ai suoi dialoghi con figure importanti nel corso della vicenda, come l’amica Dorina. Curiosa è anche la presenza di una “parentesi metanarrativa” in cui l’autrice giustifica il suo intervento diretto allo scopo di chiarire le ragioni del comportamento, altrimenti inspiegabile (e in ogni caso dissociato), di Lorenzo Annibaldi. Nel finale, poi, la narrazione – inframmezzata già precedentemente dalle ambigue lettere ‘pugliesi’ di Clara – assume una forma diversa: D’Angeli riporta pagine di diario di quest’ultima, un vero e proprio memoriale inviato dalla masciara Filomena Saponaro a Silvana. Proprio quest’ultimo può considerarsi il fattore d’innesco dell’onda lunga e dolorosa della memoria che genera l’intera narrazione. Interessante anche la cronologia che l’autrice fornisce a conclusione del romanzo, a rendere ragione degli eventi che hanno insanguinato l’Italia dal 1976 al 1988. Infatti, la microstoria delle rovinose si rinsalda alla macrostoria del Paese negli anni di piombo, con gli attentati terroristici e le stragi di matrice mafiosa. Una violenza collettiva che si riverbera nel quotidiano dei soprusi patiti in particolar modo da Clara, che l’immaginario maschile crede di poter modellare a suo piacimento: emblematica, in tal direzione, la delirante metafora alchemica ossessivamente richiamata da Lorenzo, che di fatto si traduce nella demolizione psicologica dell’‘amata’.

D’Angeli costruisce sapientemente l’architettura del romanzo, che ha il pregio di uno stile asciutto, incline alla mimèsi nei dialoghi e fortemente evocativo nelle sequenze descrittive e riflessive. Si segnala anche la presenza del dialetto salentino, ulteriore fattore di isolamento, nella masseria pugliese in cui vive col marito, per il personaggio di Clara, circondata da persone mute o che parlano un idioma a lei incomprensibile. Il fattore linguistico – non a caso – aveva rappresentato una causa di isolamento anche per la madre della ragazza; la tata Cesira, infatti, dice questo a proposito della donna: “Eppoi non sapeva parlare, l’italiano l’ha imparato poco; col marito e la figliola, quando nacque, faceva uno gnaulìo… la lingua sua, il russo, pare il verso dei gatti, quant’è brutto!”

Una storia che induce a riflettere, pennellando un mondo di figlie che perpetrano, in un neppure tanto inconscio desiderio di dissoluzione, il triste destino delle madri o che, all’apparenza, cercano di emanciparsene, per poi trovarsi, d’improvviso e inopinatamente, a scoprire di aver amato quelle figure di cui avevano rifiutato lo stile di vita. Un racconto capace di avvincerti e spiazzarti, mentre ti conduce tra scenari di degrado che si rivelano libertari per poi svelarti, al contrario, la chiusura asfittica dei palazzi nobiliari e persino dell’apparente ariosità di una masseria immersa nella natura.