La funzione del critico letterario


Perché questo blog?
Il Giano bifronte cerca uno spazio per parlare di critica letteraria. In modo serio, per quanto sarà in sua facoltà.
L’industria culturale contemporanea è asservita a logiche editoriali che spesso sono ben lontane da un nobile intento di valorizzazione del talento. Si assiste sempre più alla serializzazione delle scritture, alla riproposizione ossessiva di figure, intrecci, immagini in linea con le richieste di un pubblico dagli orizzonti d’attesa sempre più poveri, irrimediabilmente proteso alla ricerca di un intrattenimento sterile.
Il compito del critico è quello di ricercare la complessità, l’anello che sfugge alla catena della banalità e rivela quella cura che connota un’opera di qualità. Non deve stroncare; è un’operazione sterile e inelegante che rivela un fondo di narcisismo e fa a pugni con l’onestà intellettuale. È piuttosto maggiormente corretta la posizione di chi fa passare sotto silenzio ciò che giudica meno valido e dà risalto al valore, laddove esso traspaia e, in alcuni casi, risplenda.
Certo, nelle valutazioni letterarie gioca un ruolo non trascurabile la soggettività della percezione del critico. È però anche vero che, al di là della singolarità e dell’irripetibilità di ciascuna lettura, esistono fattori oggettivi che appariranno evidenti a ciascun interprete.
Cosa cercherà di fare il Giano bifronte? Si sforzerà di mettere in atto quanto auspicava Benedetto Croce; accostarsi al cuore poetico dei testi letti e, quando vi sentirà battere il suo, provare a oggettivare quell’impressione di bellezza percepita.

L’immagine in evidenza è l’olio su carta “I Gemelli” di Marisa Carabellese.

A due voci


Recensione a M. D’Attolico, A due voci, Dialoghi, Viterbo, 2020, Euro 12.

L’esordio narrativo di Mariapia D’Attolico avviene all’insegna di un tema di grande interesse sotto il profilo etico, ma anche culturale: la scelta di una madre di preservare comunque la vita di una bambina che i medici dichiaravano votata a morte certa, grazie anche alla forza avvolgente della musica, che l’ha sorretta nei momenti di difficoltà e ha cementato il legame profondo con la piccola, in qualche modo segnandone il destino di artista.

L’opera muove dall’esibizione da solista di Maria Serena, detta Molly, in Cattedrale, insieme all’orchestra sinfonica, con la madre che spicca tra le violiniste della prima fila. A filtrare l’evento lo sguardo entusiasta della sorellina Aurora, che trasfigura magicamente il momento. Poi prende corpo l’analessi: la storia di Daniela e del suo amore profondo per la musica e poi della gravidanza, con i pronostici funesti dei medici e la sua ostinata volontà di procedere in un percorso verso la vita, che tutti le avevano vivamente sconsigliato di portare avanti. Dagli ambienti del Bambin Gesù in cui avviene il miracolo della ripresa della piccola Molly, operata al momento della nascita, si torna al presente, alla realtà di Maria Serena, quattordicenne, alle prese con masterclass, concerti e una promettente carriera di solista nel futuro.

A due voci è un inno alla speranza, alla vita e all’amore materno. La narrazione procede con un’attenzione al dettaglio a tratti quasi cronachistica, che induce il lettore a mettere a fuoco con chiarezza gli ambienti e i personaggi. A questa precisione si affianca un incedere lirico, direi quasi a passi di danza, soprattutto nei momenti in cui la musica – e ciò accade spesso – diviene padrona della scena e s’innalza l’appassionato elogio di un’arte che forse più di ogni altra sa parlare a quanto di ancestrale e archetipico vibra nel cuore di un uomo. Del resto, l’autrice cerca proprio attraverso la parola di evocare una fascinazione analoga a quella dell’arte cui le protagoniste si sono votate. Non è casuale la scelta di aprire i capitoli con versi composti dalla D’Attolico, i quali, in alcuni momenti nodali della vicenda, fungono da commento e da controcanto al dolore. Versi che, nell’esibita naïveté di alcune soluzioni, rappresentano il corrispettivo, mediante medium verbale, della musica stessa. Quest’ultima è acutamente definita, in quanto indispensabile strumento di supporto, “io ausiliario”.

 A ciò si aggiunga la naturale delicatezza della voce della D’Attolico, che riesce a comunicare anche attraverso la forza del “non detto” (si consideri, a tal proposito, l’incontro di Molly con il padre nella seconda parte del racconto) e, con poche pennellate, sa definire la natura più profonda di alcuni rapporti umani, come quello tra Daniela e sua madre nei primi mesi di vita di Maria Serena, ben tratteggiato. Del resto, altrettanto ben delineata è l’intesa tra la quattordicenne e la mamma, con gli sguardi e i pensieri di ciascuna magari non comunicati verbalmente, ma comunque costantemente intellegibili all’altra e forieri di energia e coraggio. Studiate anche le simmetrie tra le vicende di Daniela e Molly: si pensi, per esempio, alla crisi che suscita nella prima la richiesta del maestro di imparare a far vibrare il violino e il difficile approccio con il docente di una masterclass, per la seconda, a cui viene rimproverato, non a caso, un vibrato.

 Insomma, è un lavoro che convince e colpisce questa partitura A due voci, che comunica l’incanto che può emergere nel quotidiano, complice la dedizione al Valore, sia la musica o altro. Una narrazione che, celebrando l’“ultima dea” degli antichi, quella che non abbandona mai gli uomini e a volte trionfa, offre al lettore consolante ristoro in un’epoca difficile, sospesa tra la frenesia di un vivere ormai palesemente inaccettabile e la stasi della sospensione che spesso coglie il nostro esistere, come nel tempo di lockdown in cui questo canto di gioia ha veduto la luce.

La congiura


Recensione a F. Introna, La congiura, Roma, Newton Compton, 2017, Euro 9.90.

Un pregevole e accurato lavoro di ricostruzione storica si pone a fondamento dell’intrigante romanzo La congiura, opera di Federica Introna.

Le vicende si collocano nel 65 d.C.; l’autrice racconta i retroscena della celebre congiura dei Pisoni, ordita contro l’imperatore Nerone e fallita a causa della delazione di uno schiavo di Scevino. Figura chiave dell’opera è la liberta Epicari, a proposito della quale Tacito, nel XV libro degli Annales, parlò del “fulgido esempio di eroismo, dato da una donna, una liberta, che in un così grande pericolo volle proteggere degli estranei e quasi degli sconosciuti, mentre degli uomini nati liberi, dei cavalieri e dei senatori romani, senza essere sottoposti a tortura, tradivano ognuno le persone più care”. Introna riesce a pennellare così un convincente ritratto di donna, sondando le motivazioni della liberta, squadernandone i moti della psiche, mettendone in rilievo la coerenza, il coraggio e persino le doti oratorie. Si consideri, a tal proposito, il momento in cui, durante un ricevimento presso Calpurnio Pisone, Epicari eccita gli animi degli astanti a lottare per la libertà, riuscendo a catturarne l’attenzione, dopo l’iniziale diffidenza verso quello che ad alcuni poteva apparire l’eccesso di ardire, inopportuno, di una donna, per giunta di precedente condizione servile.

La vicenda della congiura è ricostruita in retrospettiva, dopo un prologo concitato, non privo di note liriche (l’immagine di Epicari che affiora nella memoria, col suo “sguardo d’ossidiana” e l’allure quasi divina). Dal drammatico incipit si passa all’ambientazione distesa – ma con il fuoco che cova sotto le ceneri – della villa di Baia di Calpurnio Pisone, dominata dall’icona della peschiera, che assume un ruolo chiave negli sviluppi della vicenda, ma si colora anche di valore metaforico:  Epicari, infatti, con sguardo lucido, darà vita ad accostamenti analogici tra gli uomini che aderiranno alla congiura e specie ittiche, mostrando una sorta di preveggenza e senz’altro grande finezza di penetrazione psicologica. Eppure ella commetterà un grave errore, quello di fidarsi del suo primo amore, Volusio Proculo, ammiraglio romano. Quest’ultimo è un altro personaggio molto ben costruito dall’autrice; si tratta di una figura ambigua, non priva di slanci ideali, ma persa nel vortice di uno smarrimento, il cui primo momento sembra esser stato una violenza (non inusuale) di matrice omosessuale, subita come un trauma, e poi di un vero e proprio processo di corruzione, che lo ha reso partecipe del celebre assassinio di Agrippina, descritto da Tacito in una delle più belle pagine della letteratura latina e rievocato anche nella Congiura. Introna non manca di assumere anche il punto di vista di Proculo, di rivelarci i suoi tormenti, di sondarne le oscure motivazioni.

La focalizzazione però assume – e questa ci appare un’ottima scelta – come precipuo riferimento un personaggio che la storia ha trascurato, Marco Anneo Mela, schiacciato tra il fratello, Lucio Anneo Seneca, e il figlio, il Lucano del Bellum civile, entrambi presenti nel romanzo. Mela vive nella passione per Epicari, nel senso della giustizia che lo anima, nello slancio ideale che connota ben pochi dei personaggi della Congiura. Lo stesso Lucano, poeta straordinario, non si mette di certo in luce positivamente, arrivando, pur di salvarsi, a denunciare la propria stessa madre, Acilia, come racconta ancora Tacito negli Annales.

Un romanzo che presenta molti pregi. La già menzionata ricostruzione storica, che consente di accostarsi a una pagina interessante, e non sempre nota ai più, dell’età giulio-claudia; la qualità di uno stile sorvegliato, elegante ma non a discapito della comunicatività; l’approfondimento psicologico dei personaggi; la costruzione avvincente del plot, in cui non mancano coloriture giallistiche, per l’innesto di un’indagine dall’esito sorprendente. Soprattutto è l’occasione per accostarsi a una figura femminile che s’impone sul piedistallo della storia, dando straordinaria e struggente prova di sé.

Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido


Recensione a F. Amendola, Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido, Aviapervia, 2017, Euro 14.

È giunto a coronamento di un importante percorso artistico e culturale il volume Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido, opera del critico lucano Francesca Amendola. La monografia è stata stampata nel 2017, con la compartecipazione del Consiglio regionale della Basilicata, dall’editore Aviapervia, con presentazione di Francesco Mollica e prefazione di Neria De Giovanni, Presidente dell’A.I.C.L. (Associazione Internazionale dei Critici Letterari). In copertina la suggestiva acquaforte acquerellata di Donato Linzalata, una ripresa del mito delle Baccanti declinata espressionisticamente. Ad Anna Santoliquido, Francesca Amendola ha dedicato anche il volume Una vita in versi. Trentasette volte Anna Santoliquido, che annovera contributi critici di celebri studiosi in merito alle opere della scrittrice lucana.

Anima mundi è stata data alle stampe poco dopo il conseguimento da parte della Santoliquido della Laurea Apollinaris Poetica presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, tributata, per la sua carriera artistica, alla poetessa forenzese, fondatrice, nel 1985, e tuttora presidente del prestigioso Movimento internazionale Donne e Poesia, in prima linea nella diffusione della cultura, con peculiare attenzione per le espressioni figlie della creatività femminile. Nelle vesti di animatrice del movimento, Santoliquido si è resa protagonista dell’organizzazione di convegni ed eventi, con qualificate presenze di livello internazionale.

Il volume si compone di ventiquattro capitoli, che ripercorrono, secondo un ordine cronologico e al contempo tematico, le tappe dell’itinerario culturale di Anna Santoliquido, a partire dalla nascita a Forenza e dal “viaggio nella memoria” attraverso l’infanzia e la giovinezza dell’autrice, il percorso di formazione tra Londra e Bari e poi l’insegnamento, la pubblicazione delle raccolte liriche, la feconda collaborazione con l’Est europeo, la dedizione agli altri generi letterari (si pensi al teatro con Il Battista, ma anche alla narrativa), sino alle due piccole antologie poetiche (le Poesie estravaganti e quelle in dialetto forenzese) e alla Ballerina sui tetti, bella incursione nell’ambito della poesia per bambini. Amendola s’inoltra in questo complesso e articolato itinerario avvalendosi di pregevoli strumenti esegetici, mostrando piena adesione alla materia affrontata e dando spazio, di volta in volta, oltre che alle proprie osservazioni sui singoli testi, anche alle molteplici voci che, nell’ambito della critica letteraria internazionale, hanno rivolto la loro attenzione all’opera di Anna Santoliquido. Felice è l’intreccio tra elemento biografico e riproposizione di versi dell’autrice (si consideri, per esempio, il potente ritratto della nonna Francesca nel poemetto dedicato alla “sposa agreste); per operare la sua ricostruzione, Amendola si serve anche di stralci di interviste alla poetessa lucana e di quanto dichiarato da Santoliquido nelle sezioni paratestuali delle sue opere. Condivisibile anche la scelta di inquadrare l’operato della dedicataria della monografia nel vasto e complesso panorama della scrittura femminile, che Amendola tratteggia, dopo aver messo in guardia il lettore dal rischio della deminutio annidato nel luogo comune della donna/angelo del focolare, muovendo da Trotula da Salerno, autrice di un trattato di ginecologia, e passando per la valsinnese, rinascimentale, Isabella Morra, particolarmente cara alla Santoliquido, sino a pervenire a figure come Giuliana Brescia. Opportunamente Amendola ricorda anche la deplorevole tendenza, in alcune celebri antologie e in manuali scolastici ancora in uso, a una ridotta presenza di testi, in versi o in prosa, di scrittrici, nonostante il panorama internazionale ne abbia consacrate molte, nel corso del Novecento e non soltanto. È da rimarcare come Amendola riesca molto bene a scandagliare i rapporti culturali che Anna Santoliquido ha saputo instaurare con importanti poeti del Novecento come Pierro e soprattutto con figure rilevanti del panorama letterario italiano, come Maria Luisa Spaziani, ed estero. Si consideri a tal proposito l’amicizia con la serba Desanka Maksimović, La madre dell’est di una poesia di Santoliquido, con la quale la Nostra ha condiviso, tra l’altro, l’attenzione all’eccidio di Kragujevać. A quest’ultimo, già materia del canto della Maksimović in Fiaba cruenta, Santoliquido ha dedicato, su committenza delle istituzioni della città stessa, il visionario e struggente poemetto Città fucilata. Non è ozioso, a tal proposito, ricordare come nel 2010 sia stata conferita alla scrittrice la cittadinanza onoraria di Serbia.

Molti dunque i meriti nella ricostruzione di Francesca Amendola che, con stile accattivante e competenza, pone solide basi per i successivi studi sulla poetessa lucana, fornendo, tra l’altro, un’ampia e accurata bibliografia, che dà conto anche dei servizi Rai realizzati sull’opera e sull’attività culturale della Santoliquido.

Nata nel contesto di una numerosa famiglia lucana, figlia di quella Casa di pietra cui ha dedicato la sua poesia forse più celebre (testo comparso nei Figli della terra ed eponimo anche della raccolta pubblicata in romeno Casa de piatră), Anna Santoliquido riesce con caparbietà, e nonostante gli ostacoli frapposti sul suo percorso (non ultimo l’assenza di una scuola media nella natia Forenza), a completare il suo percorso di studi. Si laurea in Lingue presso l’Università degli Studi di Bari e si perfeziona in Inghilterra, affinando la pratica di traduttrice e inaugurando la sua dedizione agli studi di linguistica e psicolinguistica, i cui esiti influenzano fortemente l’atmosfera di raccolte come Decodificazione; si pensi al colto divertissement linguistico alla base di testi come Such is life.

La prima raccolta, costituita da quarantacinque poesie, I figli della terra, pennellava, come evidenzia Amendola “una dimensione leggendaria e fatata della Lucania”, “ventre materno, porto nostalgico e memoriale”. Una poesia onesta, in armonia con la linea antinovecentista nella “ricerca della musicalità non contaminata dall’ermetismo”, che conosceva alcune delle sue più felici declinazioni nell’icona della rimpianta madre in preghiera, ipostasi – come quel ciuffo d’erba cresciuto per ‘miracolo’ tra le ‘crepe’ – della dolceamara Vita stessa, o nell’avvolgente danza della “pupattola impazzita”, che tra levità e ritmo incalzante, diviene trascrizione del destino umano.

Alla prima raccolta hanno fatto seguito altre opere, in cui, a partire da Decodificazione, Santoliquido si è distinta – come ben ha evidenziato Pegorari – per il “neosublime ottenuto tramite un linguaggio più sostenuto ed elegante, educato alla metafisica e all’intimismo ‘novecentista’”. Uno dei vertici di questo percorso è senz’altro Ofiura (1987), in cui, se, assumendo a immagine chiave della raccolta l’“aggraziata e fragile” stella serpentina del Mediterraneo, l’autrice celebra nella sua imponente fisicità il paesaggio di Puglia e la forza vivificante del mare, dall’altra ne denuncia la contaminazione per opera umana (si pensi all’effetto devastante delle petroliere). Il canto, attualissimo, delle morti in mare dei migranti in Metànoia si vena di surrealismo e di angelicismo mistico, in una sorta di Pentecoste poetica, vibrante d’umanità. Germoglia quell’uso felice della quartina che diverrà una sphragìs della Santoliquido, e che sarà usata come sferza contro il mondo ipocrita in Rea confessa.

Sarebbe difficile, in questo breve spazio, ripercorrere accuratamente il lungo itinerario di Anna Santoliquido. Il suo “femminismo femminile” – espressione utilizzata in Slovenia in riferimento alla scrittrice – conosce una delle sue più calde espressioni nella plaquette Nei veli di settembre, in cui limpidezza del dettato e corde della tenerezza celebrano l’amore materno per il figlio Manuel, cesellando un vivido ritratto di adolescente, solare e al contempo ombroso, dal corpo assimilabile a un “oceano in tempesta”.  E quel ritratto appare in continuità con gli altri sguardi rivolti alla vita in boccio; i versi si innalzano carichi di pietas soprattutto quando la gioventù è conculcata o stroncata sul nascere dal verbo disumano della violenza. Il riferimento è alla silloge Bucarest, nella quale i morti della Romania che ora si libera dalla dittatura sono effigiati nell’icona di un anonimo “figlio di Bucarest”, inconnu cui si riconosce il dono, quasi neostilnovistico nella ricodificazione di un topos generalmente operante al femminile, di spegnere “l’afa / con la grazia  / e l’odio / con la vita”. E come mater dolorosa e Maddalena piangente ai piedi delle croci dell’umanità (del resto la scrittrice ha definito il poeta lustracroci), Santoliquido ha cantato i morti di Kragujevac, vittime dell’eccidio perpetrato dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. In Città fucilata, una delle sue prove più vibranti, la poeta affronta la poesia civile senza cadere in una facile retorica, regalando pagine ora dense di lirismo struggente, nella dolente contemplazione delle vite recise, ora palpitanti di tensione etica. Memorabili versi come questo, di scultorea sentenziosità: “Franz Böhme / ho pietà del tuo stato / ma sono i caduti / che stringo al seno”. In generale, forte appare l’incidenza della gnome nella poesia di Anna Santoliquido, che non di rado, nei Versi a Teocrito (anche in quel sentire “Saffo al fianco / e stuoli di serafini sulla testa”) come in è per questo che erro, colora i suoi versi di suggestivo profetismo. Non a caso, Amendola sottolinea felicemente in Incontri il ricorrere dell’immaginario della Sibilla e degli apollinei responsi sulle foglie, dispersi dal vento. “è l’angelo a portarmi le parole / le lascia nei vasi rotti / il vento le disperde / ed è per questo che erro”. Nell’immagine di questa inchiesta di senso, che coglie la verità nelle pietre di scarto in una costante tensione metafisica, è racchiuso il senso di una parabola artistica che affascina e smuove le corde dell’emozione, per effetto di una parola che sa coniugare levitas, grazia e suadente ironia con scultoreo e icastico vigore.

I fuochi di Sant’Elmo


Recensione a C. Caredda, I fuochi di Sant’Elmo, Scatole parlanti, Viterbo 2019, Euro 13.

Un fascino difficilmente definibile caratterizza l’esordio narrativo di Claudia Caredda, I fuochi di Sant’Elmo, edito da Scatole parlanti, del Gruppo editoriale Utterson.

Il viaggio che il protagonista intraprende – e che nel corso del romanzo sembra configurarsi come fuga dall’orrore figlio di un’infelicità ricamata quotidianamente – è un movimento non solo fisico, ma una vera e propria peregrinatio animae. Non a caso l’approdo concettualmente più alto è rappresentato da Ilusión, luogo in cui realtà e fictio, desiderio e dolore si fondono e confondono.

Caredda costruisce l’itinerario di Emanuele muovendo da una Perugia richiamata attraverso la dimensione memoriale e tutta compressa tra le mura etrusche (ma attraversata dall’eco del Sessantotto), e conducendolo dall’Inghilterra alla mitizzata Isola di Wight, dagli United States al Messico, da Cuba alla Corsica. Un percorso in cui il giovane è indotto a reinventarsi, a intraprendere nuovi lavori (persino quello di cuoco su una nave, inaugurato con la preparazione di una lasagna immangiabile), a rapportarsi a nuove dimensioni – la scoperta della lettura, grazie al libraio Julián, amante delle parabole – e a nuove figure femminili. Personaggi che sembrano recare marchiate nel proprio spirito le stesse dolenti stimmate della madre di Emanuele: l’insoddisfatta Nathalie, la prima in cui s’imbatterà; la cinefila Madeline, impastoiata nell’inautenticità di un esistere da spettatrice ora annoiata ora nevrotica; Eloise, preda di una poetica follia che le impone – e impone a chi la ama – limiti che solo un atto di violenza potrà sormontare. Su tutte emerge Jana, incontrata a Cuba; in lei Emanuele ravviserà la sublimazione dei tratti gioiosi – offuscati dal tempo e della vita – della stessa madre, che al giovane appariva tanto simile ad Anna Magnani. A caratterizzare Jana una levitas che ne fa una creatura aerea, ‘lotofaga’ un po’ per scelta, un po’ perché quello dell’oblio è il suo destino. Sicuramente – almeno a nostro avviso – l’incontro con questo personaggio femminile e l’imprevedibile epilogo della sua storyline rappresentano il momento di maggiore intensità del romanzo stesso.

Il viaggio di Emanuele è dominato dall’elemento ‘marino’; oserei, anzi, dire che il mare è protagonista assoluto dei Fuochi di Sant’Elmo. Esso può essere il cruccioso terreno dello sconvolgimento – sia tempesta o mareggiata –, a cospetto del quale l’uomo ama favoleggiare (si pensi al significato del titolo stesso), anche nelle più terribili avversità, l’idea di una presenza provvidenziale che ti salva. Di un senso più profondo che possa riscattare il mistero del dolore. Più frequentemente il mare è una finestra spalancata sull’infinito, infinito sul quale lasciare che i ricordi – gioiosi, amari o addirittura laceranti – si ricompongano perché l’uomo potrà meglio andare incontro alla Vita solo riappacificandosi con il proprio passato. Fare i conti con sé stessi può equivalere a scoprire ciò che neppure minimamente si sarebbe immaginato: è così che Emanuele si rivela sempre più simile al padre odiato e mai compreso, ma telepaticamente rivissuto. In fondo il suo anelare al mare, proprio come il baudelairiano uomo libero, è estremamente vicino a quello che, forse, è stato l’ultimo “sogno del prigioniero” del genitore. Perché ognuno ha percezione diversa delle proprie e altrui prigioni e spesso i tentativi di evasione possono risolversi in atti tragicamente distruttivi, nell’annientamento di sé o dell’altro.

Efficaci la memoria calviniana che percorre il romanzo (la stessa tappa cubana appare un omaggio all’autore delle Città invisibili), gli innesti in lingua spagnola e l’opzione per una sezione intitolata “Epistolario”, una sorta di pre-appendice funzionale alla comprensione di alcuni eventi e all’esito finale dell’intreccio. Un romanzo molto ben condotto, un crescendo di emozioni e intensità, sino all’epilogo surreale e commovente. Lo spazio bianco della pagina diviene il prato in cui aspirazioni, paure ed esperienze del giovane protagonista si incontrano con quelle di una ridda d’anime inquiete e del lettore stesso, che del sentire di quell’umanità varia e dolente si percepisce partecipe.

La figlia di Shakespeare


Recensione a P. Musa, La figlia di Shakespeare, Arkadia, Cagliari 2020, Euro 14.

Un bel ritratto d’artista la nuova fatica della scrittrice Paola Musa, La figlia di Shakespeare.

Una soggettiva incalzante, che segue la parabola discendente dell’attore Alfredo Destré, tornato alla ribalta, dopo un periodo di anonimato e l’esperienza di una mortificante serie televisiva, come Direttore artistico del teatro Global. La narrazione si apre sulla conclusione della stagione teatrale, da Destré consacrata, in virtù di una sua antica e pervasiva passione, alla rappresentazione straniante di opere shakespeariane riproposte “con sguardo rinnovato” e l’apertura a contaminazione con i feticci della società contemporanea. L’operazione appare riuscita e Destré è consapevole di apprestarsi a ricevere il prestigioso premio Shakespeare in the world.

Eppure sin dalle prime battute alcune ombre si stagliano sul suo trionfo imminente: il rapporto – connotato da una certa freddezza – con la figlia Clara e l’incontro, che dà avvio, di fatto, alla svolta con l’‘amico’ attore Enrico Parodi, che con lui ha condiviso le stagioni dell’illusione giovanile, ma è tristemente avviato sul viale del tramonto. Le allusioni di Enrico riaccenderanno i fantasmi di un passato torbido, fantasmi che torneranno a ghermire la psiche di Alfredo, trascinandolo sull’orlo dell’abisso sino al colpo di scena finale.

La figlia di Shakespeare è un’opera che avvince e vive della valida caratterizzazione del protagonista, ritratto a tutto tondo, nelle sue miserie morali come negli slanci che lo connotano. Emergono al fondo la storia di un’ambizione, il desiderio di emergere in un ambiente deprivato, il narcisismo con cui Alfredo si è accostato al medium del teatro. In tal direzione, si legga il suo rapporto con don Piero: Destré è disgustato dalle represse tendenze omosessuali del suo mentore, ma al contempo le stimola, allo scopo di manipolare l’altro servendosi delle sue debolezze. Emblematico anche il suo approfittare in gioventù di Maria-Ofelia, invasato da un furore egotico che lo aveva portato a recitare enfaticamente versi shakespeariani nel momento stesso in cui esercitava una violenza, forte di una superiorità intellettuale ma non etica. Eppure non mancherà in lui una resipiscenza; si pensi a quando, nel cap. XII, Musa indugia sui suoi moti interiori: “E l’assalì d’improvviso e a tradimento l’atroce dubbio che tutto quello sforzo per diventare qualcuno, tutta quell’enfasi nell’interpretare Riccardo Terzo, oppure Otello, ma anche nell’incarnare l’ovvietà mediocre del medico televisivo dalle certezze rassicuranti, altro non era che un disperato tentativo di celare a se stesso un uomo vuoto, senza volto e accenti”.

E quel vuoto sembra avvolgere e impregnare di sé il patinato mondo del teatro, nobile arte dietro la quale si celano infinite meschinità, un girotondo di anime perse o incarognite che Paola Musa dipinge senza risparmiarne le turpitudini, talora anche ricorrendo a un lessico crudo, nel contesto di uno stile sorvegliato. Un mondo soggetto alla mercificazione dell’arte: quel Valore rappresentato da Shakespeare, che Bloom poneva al vertice del canone occidentale, per continuare a parlare è costretto a contaminarsi, a scendere a patti con il delirio di una contemporaneità che a quella nobiltà ha abdicato. Non è nemmeno un caso il fatto che nel finale Destré sia riconosciuto nel parco da ragazzini che lo ricordano per il ruolo del medico nella commercialissima serie televisiva e che tra l’altro gli preferiscono l’attore che l’ha sostituito, ‘prodotto’ dalla dozzinale fucina di un reality show. E così sembra che a vincere sia Enrico, che ha preferito percorrere sino in fondo, senza ripensamenti, il viale del tramonto, restando “un attore di teatro puro”, incontaminato, solitario, con l’unica compagnia del cane Puck e di ricordi agrodolci. Quello che appariva l’antagonista virtualmente trionfa, ma in fondo il lettore coglie che il grande nemico di Alfredo non fosse la “figlia di Shakespeare” (o le figlie?) o l’antico collega guastafeste, ma il proprio lato oscuro lasciato a sonnecchiare e pronto a tornare rovinosamente alla ribalta per un inveterato e parossistico amor sui.

Il ragazzo delle arance


Recensione a G. Poli Disanto, Il ragazzo delle arance, L’Erudita, Roma, Euro 17.

Delle volte quello che si presenta quale divertissement,come il Diverthriller Il ragazzo della arance della scrittrice Giulia Poli Disanto, può celare un’operazione di grande serietà e di profonda civiltà.

Il ragazzo delle arance del titolo è Tobia Barbato, giovanissimo studente dell’istituto alberghiero di Santeramo, che vive il disagio arrecato alla sua quotidianità dalla sindrome di Asperger, da cui è affetto e di cui l’autrice, in una premessa latrice anche di riferimenti autobiografici, descrive la fenomenologia. Le sue abitudini sono sconvolte dall’accusa di aver rubato il solitario della signora Cristina, mentre, con alcuni compagni, le faceva visita intrattenendosi con il pappagallo Cicorita. Il ritrovamento nel suo borsello dell’anello scomparso, unitamente ai pregiudizi legati alla sua innata cleptomania, lo condurranno attraverso l’esperienza dolorosa di un istituto, “il giardino dei ragazzi felici”, e poi alla fuga e alla vita da accattone. L’incontro con Lolita Lobosco, creatura partorita dalla fantasia della scrittrice Genisi, e la dedizione dei genitori, unitamente alle abilità di detective in erba di Tobia (che peraltro disprezza i romanzi gialli) traghetteranno il lettore verso l’immancabile happy end. Numerose sorprese lo attenderanno al varco in quella ch’è la storia di un’indagine, ma soprattutto il ritratto di un’anima bella e complessa e una storia di amicizia e amore, inteso nella più profonda valenza di piena accettazione dell’umano e apertura all’altro.

Giulia Poli Disanto sceglie di spiazzare il lettore, ricorrendo a una tecnica antica quanto efficace, quella dello straniamento, teorizzato dal formalista Sklovskij, ma, nella pratica, di matrice ben più antica. L’assunzione di un punto di vista inusuale induce chi si accosta all’opera a rivolgere uno sguardo vergine al reale, osservando le cose come se apparissero per la prima volta. Così, l’adozione dell’ottica di Tobia, sul quale è focalizzato l’intero romanzo, salvo alcuni passaggi (si consideri l’e-mail della maestra Giacomina nel finale), consente al lettore di osservare il mondo secondo lo sguardo del giovane. Questo induce a cogliere la logica che si cela dietro manifestazioni apparentemente incomprensibili (l’atto di togliersi le scarpe nei momenti di panico, gli accessi di rabbia, gli episodi di incontinenza), a intendere le ragioni alla base di atti come l’accumulo di oggetti apparentemente privi di connessione tra loro, a solidarizzare con le ossessioni di controllare le situazioni attraverso la reiterazione di abitudini e rituali (si consideri, per esempio, l’odio per i numeri dispari, forma di rifiuto della solitudine). E poi lo sguardo di Tobia si rivela creativo, a tratti colorito come quando definisce in modo originale un’espressione del volto paterno (p. 35) o, riprendendo una definizione del babbo, paragona a due “vecchi gallinacci” gli agenti che l’hanno interrogato. Lo stesso stile, di grande vivacità, a tratti mimetico per esigenze narrative, trae giovamento dall’assunzione di questa prospettiva straniante, perché acquista una freschezza e una verità che rappresentano uno dei punti di forza dell’opera. Opera che, con ironia, si abbandona anche – si è già citato l’omaggio alla Genisi –  a riferimenti metaletterari, riconducibili ad altri romanzi della Poli Disanto (Ciliegie a mezzanotte, con la recensione di Giulia Notarangelo) o a modelli quali Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, anch’esso incentrato sulla detection di un ragazzo affetto da Asperger, Christopher. Quest’ultimo tra l’altro, in modalità affini al Ragazzo delle arance chenon si separa mai dalle sue testuggini, ha un topolino addomesticato di nome Toby, al quale forse il nome di Barbato strizza l’occhio. 

Insomma, un’opera da leggere e rileggere, per esplorare mondi interiori alla cui soglia spesso non ci accostiamo perché temiamo di faticare a comprenderli. Una lezione di umanità, per deporre ogni becero pregiudizio sulla diversità e, proprio come Tobia, intraprendere un itinerario, non sempre facile, che dalla rigidità figlia della paura ci conduca ad abbracciare la vita. Amandola, nella sua infinita varietà.

Ragazzo italiano


Recensione a Gian Arturo Ferrari, Un ragazzo italiano, Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 2020, Euro 17.10.

Un ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari è un’opera interessante, che con levità, non disgiunta dall’impegno, proietta il lettore in un momento particolare della storia italiana, quello che corre dal secondo dopoguerra al boom economico.

A fungere da filo conduttore il romanzo di formazione del giovanissimo Ninni, poi ribattezzato dal padre di colpo, con un atto da lui interpretato come una sorta di violenza psicologica, con il suo nome d’origine, Piero. Ninni vive la sua infanzia tra Zanegrate, nel Milanese, paese paterno, e Querciano, in Emilia Romagna, dove risiede la famiglia della nonna, figura amatissima e centrale nel plot dell’opera. Quando i genitori si trasferiranno a Milano, il giovane conoscerà la dimensione della metropoli lombarda, accarezzata solo di sfuggita e, in un’ottica di incantesimo straniante, nelle gite di fanciullo.

Un ragazzo italiano ha il dono di rinsaldare la storia d’Italia con la microstoria di Ninni, tra l’altro con il valore aggiunto dell’adozione dell’accattivante prospettiva di uno sguardo vergine (con focalizzazione interna pur nella presenza di una narrazione in terza persona), che gradatamente diviene sempre più smaliziato.

Le vicende di Ninni si incastonano in quelle di coloro che gli gravitano attorno e così, inevitabilmente, l’individuale assurge a collettivo. Le problematiche legate al rapporto con il padre, rispetto al quale il protagonista avverte un crescente senso di estraneità (fenomeno tutt’altro che raro nell’adolescenza); l’attaccamento quasi morboso alla figura della nonna, che diviene una madre della gioia, ma anche una maestra di vita e cultura… E poi ancora l’angustia soffocante del vivere nella dimensione paesana, con il personaggio di Matilde che si illude di ricreare nella sonnolenta campagna romagnola atmosfere degne di romanzi di Jane Austen, suscitando flirt tutt’altro che indissolubili e ben differenti dall’amore leggendario tra Elizabeth e Darcy. Il velleitarismo del vivere inimitabile, che suscita il riso al cospetto dell’umana insipienza, si fonde con la riflessione pedagogica, quest’ultima fitta, a cominciare dalle metodiche discutibili della maestra di Zanegrate, classista e carica di pregiudizi, incapace di cogliere le potenzialità del tartagliante Ninni, per continuare con l’elogio di una didattica fondata sulla dimensione dialogica ed esperienziale, quella del maestro Poli, sino ad arrivare all’azione modellante soprattutto di un docente intellettuale di Liceo, Fumagalli (dietro cui si cela Arturo Brambilla), stroncato da una fine prematura. In filigrana, si coglie anche l’opportuna sottolineatura della declassazione, in atto nel presente e ormai evidente a tutti, del ruolo della figura dell’insegnante, confinato in una dimensione piccolo-borghese e tutt’altro che aurato da quel prestigio sociale che in alcuni casi ancora traspare dalle pagine del Ragazzo italiano.

E poi potremmo sottolineare la memoria del fascismo e delle distruzioni belliche, le recrudescenze dello stesso, le prime avvisaglie degli interessi per la politica da parte del giovanissimo protagonista, che si avvia alla vita e ha un gran fame di cultura (cultura peraltro ancora libresca, come rivela la mancata conoscenza di un intellettuale come Fortini). E che dire del disincanto del “grande poeta” impiegato in un “grande quotidiano” (ovviamente Montale), che con amara ironia prospetta agli aspiranti studenti di Lettere un futuro tutt’altro che roseo?

Nonostante tutto, sebbene sia dietro l’angolo la stagione del disincanto, Ferrari chiude sapientemente sul viaggio in un’Ellade tanto sognata, la cui essenza apparirà risiedere nel “quasi insopportabile contrasto tra quel che si vedeva e quel che significava”. In quella terra “amara come il suo odore”, Piero sentirà prender vita quanto letto tra i libri, immaginando gli scenari del superbo incipit della scolta nell’eschileo Agamennone. E in lui potranno identificarsi tutti i ragazzi per i quali quel mitico viaggio in quinta liceo è stato il primo al di fuori dei confini dell’Italia, una boccata di ebbra libertà, un’iniziazione al futuro distacco dal nido.

Un’opera stilisticamente convincente, in cui tanti potranno riconoscersi, riconoscere i propri ‘tartagliamenti’, reali o metaforici che siano, gli incanti e i disinganni che l’esistere riserva, le ebbrezze e le amarezze. Insomma, per dirla con un’espressione di Penna, il “dolce rumore della vita”.

Il fantasma dei fatti


Recensione a B. Arpaia, Il fantasma dei fatti, Parma, Guanda, 2020, Euro 18.05.

Un’opera sorprendente Il fantasma dei fatti di Bruno Arpaia, in cui realtà storica e fictio si intrecciano, nel fiorire di ipotesi su un periodo estremamente complesso della storia italiana e internazionale. A fungere da Leitmotiv l’interrogativo che risuona poi, in maniera nitida, a p. 197: “fra il 1961 e il 1963 c’era stata o no una cospirazione contro l’Italia per farle perdere il treno dell’autonomia energetica e scientifica e relegarla, come sempre, a un ruolo da comparsa sul palcoscenico mondiale?”

Il fascino di questa nuova opera di Bruno Arpaia è legato a numerosi fattori. La ricostruzione storica è accurata e adeguatamente supportata sotto il profilo bibliografico. L’autore ci introduce nel suo scriptorium, svelandoci l’andamento delle sue ricerche e al contempo guidandoci, nel racconto di circostanze che invece potrebbero essere romanzate, in uno spazio labirintico, in cui non si riesce mai a cogliere l’esatta demarcazione tra fictio e verità. Infatti, l’opera si connota per il moltiplicarsi delle narrazioni e dei punti di vista. A dare il là alla quête di Arpaia sono le ipotesi del giornalista Pietro Greco e, nel corso dell’opera, si alternano la narrazione in prima persona dello scrittore campano, che – come già detto – ci conduce nei meandri del suo work in progress, raccontandoci, postmodernisticamente, la storia del testo, e un altro punto di vista. Un personaggio che s’intuisce (forse) fittizio e finalizzato a proiettarci nel Québec del 1978, per porci direttamente a colloquio con la sfingea, statuaria personalità di Karamessines. Ne emerge un quadro intrigante, ricostruito ipoteticamente da Arpaia, perché – sulla scorta di quanto asserito da Sciascia – non “sono tanti i fatti quanto ‘i fantasmi dei fatti’ a costituire la letteratura”.

La morte improvvisa, in un incidente stradale, dell’ingegnere e informatico italiano Mario Tchou, prologo alla triste e insensata fine della Divisione elettronica Olivetti, venduta “per pochi spiccioli” all’americana General Electric… La fine a Bascapé di un personaggio scomodo come Enrico Mattei, il caso di Felice Ippolito e le vicende di Domenico Marotta, direttore dell’Istituto superiore di Sanità (ISS). Tutte storie complesse, esaminabili secondo molteplici e variegati punti di vista, ma che – come Arpaia ben evidenzia – rappresentano i prodromi di una condizione di “sviluppo senza ricerca”. Modello i cui effetti hanno influito in maniera determinante sul passato e sul presente del nostro Paese. Arpaia si domanda se, alla base di tali esiti, si possa intravedere la possibilità di un complotto internazionale, qualunque ne sia la matrice. Prende il via una narrazione che verte intorno all’affascinante figura di Thomas Hercules Karamessines. Nella nota al testo, lo scrittore precisa come, sebbene vi sia effettivamente stato a capo della Stazione Cia di Roma alla fine degli anni Cinquanta e sia poi stato Direttore delle operazioni coperte della Central Intelligence Agency un uomo con quel nome, morto di infarto nel 1978, “il personaggio del libro che porta il suo nome” sarebbe “frutto della fantasia”, quindi di “pura invenzione”. Allo stesso modo afferma che “molti altri eventi raccontati nel romanzo sono frutto di invenzione. Forse”.

E questa ci pare una potente opera di letteratura. Un lavoro che sussume in sé tutta la produzione dell’Arpaia, da quello che a nostro avviso costituisce il suo capolavoro, dedicato a Benjamin e al suo angelo della storia, sino al celebre L’Energia del vuoto, la cui gestazione corre parallela alla genesi della quest sui fatti italiani degli anni Sessanta, e a Qualcosa, là fuori. Una storia collettiva, in cui rivivono il giornalista Giuseppe D’Avanzo e sodalitates intellettuali che sembrano appartenere a una dimensione ormai lontanante. Lucidissime le pagine che affrontano la crisi dello “scrittore di classe media”, tema che Arpaia affronta con grande onestà intellettuale, radiografando gli effetti del vertiginoso “crollo della lettura”. Effetti che, peraltro, ci paiono in linea con le connotazioni di un periodo storico, quello attuale, “in preda a un vento che” soffia “impetuoso in direzione contraria a ogni speranza”.

Il fantasma dei fatti non è certamente libro da leggere distrattamente sotto gli ombrelloni di un’estate che volge al declino e che forse non è mai iniziata. È un’opera da rileggere, meditare, discutere, adatta a chi desideri cogliere un senso negli accadimenti storici, anche se forse, come l’autore stesso arriva amaramente a ipotizzare, la realtà è ben più triste di un complotto internazionale. Probabilmente il nostro “sviluppo senza ricerca” è materiato di “incoscienza, ignoranza, miopia”, figlio del trionfo pervasivo degli interessi privati a discapito della pubblica utilità. “Una storia tutta italiana, insomma”.

Il pianto dell’alba


M. De Giovanni, Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, Einaudi, Torino, 2019.

Il pianto dell’alba di Maurizio De Giovanni è un’ulteriore riprova (il Giano bifronte critico ne sta segnalando diverse) di come ormai le barriere tra letteratura alta e letteratura di genere siano quanto mai labili e di quanto il giallo, con il motivo dell’inchiesta di senso, sia sempre più uno strumento per indagare il reale, campo d’azione per ottime prove di scrittura.

Il pianto dell’alba è l’ultima, struggente, avventura del commissario Ricciardi, alla quale si riannoda l’intero ciclo del barone di Malomonte. Frequenti risultano pertanto i riferimenti alle indagini precedenti, allusioni che peraltro non inficiano la comprensione dello svolgimento delle vicende, perché l’opera può essere letta a sé, senza cognizione dei precedenti capitoli della serie.

L’ultima ‘ombra’ perché ipostasi della sua capacità di rivelare le condizioni che hanno condotto alla morte di un individuo è il funesto dono di Luigi Alfredo Ricciardi: vedere le anime in trapasso e raccoglierne l’ultimo pensiero. Dolore che si raggruma negli occhi verdi del barone, eredità della fragile figura materna e retaggio che l’uomo teme di consegnare all’erede (Nelide, la governante, è convinta sia femmina) che la sposa Enrica è in procinto di donargli.

Così, mentre si approssimano i giorni del parto, Ricciardi si trova coinvolto in un’indagine non autorizzata, per salvare Livia, ex cantante lirica ancora innamorata di lui, dalla falsa accusa di aver assassinato Il maggiore Manfred Kaspar von Brauchitsch, vecchia ‘conoscenza’ di Luigi Alfredo e di sua moglie. Spetterà a lui tentare di sventare le manovre del crudele Falco, nel contesto delle ripercussioni in Italia della tragica faida tra SA e direttivo nazionalsocialista e con lo spettro del confino fascista sempre incombente. Ad aiutarlo Bruno Modo, medico idealista e coraggioso, il brigadiere Maione – che si avvarrà delle informazioni del femminiello Bambinella –, la contessa Bianca Borgati di Roccaspina (anche lei innamorata del barone), la già citata Nelide e un accolita di giusti, sprezzanti del rischio connesso all’indagine. Tutto questo, mentre apparizioni di spiriti e oscuri presagi sembrano preannunciare un futuro sinistro.

Si legge d’un fiato, lo stile è limpido ed elegante, le figure sono molto ben caratterizzate, anche nelle articolazioni più paradossali (si veda la passione del bellissimo ambulante Tanino, che pareva uscito da un acquerello, per la non avvenente Nelide). La governante, senz’altro, appare una delle figure meglio connotate, nelle sue idiosincrasie, ma anche nei suoi trasalimenti; bella la frequente focalizzazione su Enrica, polo statico, insieme alla creatura nel suo grembo, verso cui il dinamismo inquieto di Ricciardi tende. Un’aura di tragedia aleggia sull’intera opera, da un lato avvolgendola in un cupo fatalismo, acuito da ricordi strazianti, ma dall’altro non facendo mai venir meno l’idea che l’uomo debba operare ai fini del bene, anche in una società degradata. Infatti, a connotare d’un’atmosfera cupa quest’investigazione nel torrido luglio napoletano è soprattutto la consapevolezza della corruzione che domina le gerarchie fasciste e che alimenta stolidi personalismi e la deriva morale. Eppure, nonostante questo pervasivo senso del fato avverso e nonostante il buio di un’epoca tremenda della storia d’Italia, la leggerezza dell’ironia, continuamente esercitata, lo stupore al cospetto della vita, vivido negli occhi neri e dolci di Enrica, lasciano aperta la speranza che il “primo pianto” accolto dall’alba non debba necessariamente essere espressione soltanto di immedicabile dolore.

Maregrigio


Recensione a V. Restivo, Maregrigio, Officina Milena, 2020, Euro 13.

Crudezza e poeticità si intrecciano e si fondono nel nuovo romanzo di Vincenzo Restivo, Maregrigio, edito da Officina Milena.

L’autore, casertano, annoda le vicende attorno agli eventi del 15 giugno, a Dragona, con gli abitanti della frazione in subbuglio per la festa annuale della Madonna sull’Acqua, di cui fervono i preparativi.

Nella calura soffocante, in un errare di “anime perse” tra ambienti degradati, il cui squallore è accresciuto dal sentore di urina e dai graffiti osceni, sono delineate le storie parallele dei membri delle ‘famiglie’ Catino e Miele. I Catino, con un padre che non riesce ad aver presa sulla realtà, la cui principale preoccupazione è, nella prima parte del romanzo, accertare la ‘virilità’ del figlio maggiore Ezio… Marisa, mater familias che reagisce al grigiore asfittico (in cui si percepisce sprofondata) stabilendo una relazione adultera con un giovane amico dei figli, salvo poi nutrire un crescente senso di rimorso e pagare, per la sua ‘distrazione’, un amarissimo scotto. E poi i giovanissimi Catino, Diego, dalla psiche contorta, partecipe della deriva etica dell’ambiente in cui vive, e Stefano, che cerca, invano, nella logica della matematica il riscatto dall’insensatezza. I due resteranno coinvolti nella torbida vicenda di un sequestro di persona, tratteggiato con alcuni, discreti, ammiccamenti a sequenze di Ammanniti, sebbene con esiti e soluzioni fortemente differenti. In questo contesto familiare straniante, il migliore appare proprio Ezio, che sconta l’amara realtà di essere patentemente omosessuale in un contesto paesano portato alla denigrazione e alla persecuzione omofoba. Vivo è il contrasto tra le delicatezza con cui l’autore ne descrive i turbamenti erotici per il coetaneo Francesco Ciano e il contesto di profondo degrado in cui il primo ‘incontro’ tra i due si verifica, laddove tutto riconduce a un senso di sporcizia e clandestinità. Le pressioni e le violenze cui Ezio andrà incontro nella seconda parte del romanzo lo accostano a Teresa Miele, l’altra faccia della medaglia. Figlia di prostituta, condannata alla prostituzione ella stessa dalla follia di un padre incestuoso, la giovane è costretta a un gravidanza dagli echi derobertiani. Teresa appare votata al rifiuto totale della femminilità nella totalità delle sue declinazioni, in misura complementare allo stesso Ezio, che ha rigettato il modello di mascolinità rappresentato dal genitore, ma alla sua nuova amica non può tacere le difficoltà di vivere così.

Leitmotiv dell’opera è la pena di trascinare l’esistere in una “periferia desolata”, dove tutto è degrado e persino gli spiriti tendenzialmente più puri – Ezio, Teresa e lo stesso Stefano – muovono, scientemente o meno, verso la rovina e finiscono loro malgrado con l’essere resi partecipi del verbo della violenza e dell’empietà. Lo stile aderisce in maniera vibrante alla materia trattata. A sequenze di grande crudezza, come quella della disavventura di Diego con i coetanei intenzionati a umiliarlo, si contrappongono scampoli di lirismo nel girovagare di Ezio e Teresa nei momenti di sospensione dell’azione incalzante. Il montaggio è efficace, come risalta soprattutto nella sequenza finale, che accosta l’elevazione del simulacro mariano al solitario scacco patito da Teresa e alla corsa affannosa di Marisa, ora mater dolorosa cui fanno eco, in controcanto, le voci della festa e lacerti di preghiere.

Insomma, un’opera che ci convince questo Maregrigio, per la vocazione al narrare di Vincenzo Restivo, per la sua capacità di delineare in maniera efficace le psicologie di un mondo in cui la pietà sembra apparire in dismissione – o restare retaggio degli esclusi dal consesso sociale – e per il realismo nella costruzione e nella conduzione del romanzo. Romanzo che si chiude sul dolore di Ezio mentre il cielo esplode di fuochi d’artificio, amaro contraltare della morte della speranza, che già prima, per differenti ragioni, il piccolo Stefano aveva presentito.