La funzione del critico letterario


Perché questo blog?
Il Giano bifronte cerca uno spazio per parlare di critica letteraria. In modo serio, per quanto sarà in sua facoltà.
L’industria culturale contemporanea è asservita a logiche editoriali che spesso sono ben lontane da un nobile intento di valorizzazione del talento. Si assiste sempre più alla serializzazione delle scritture, alla riproposizione ossessiva di figure, intrecci, immagini in linea con le richieste di un pubblico dagli orizzonti d’attesa sempre più poveri, irrimediabilmente proteso alla ricerca di un intrattenimento sterile.
Il compito del critico è quello di ricercare la complessità, l’anello che sfugge alla catena della banalità e rivela quella cura che connota un’opera di qualità. Non deve stroncare; è un’operazione sterile e inelegante che rivela un fondo di narcisismo e fa a pugni con l’onestà intellettuale. È piuttosto maggiormente corretta la posizione di chi fa passare sotto silenzio ciò che giudica meno valido e dà risalto al valore, laddove esso traspaia e, in alcuni casi, risplenda.
Certo, nelle valutazioni letterarie gioca un ruolo non trascurabile la soggettività della percezione del critico. È però anche vero che, al di là della singolarità e dell’irripetibilità di ciascuna lettura, esistono fattori oggettivi che appariranno evidenti a ciascun interprete.
Cosa cercherà di fare il Giano bifronte? Si sforzerà di mettere in atto quanto auspicava Benedetto Croce; accostarsi al cuore poetico dei testi letti e, quando vi sentirà battere il suo, provare a oggettivare quell’impressione di bellezza percepita.

L’immagine in evidenza è l’olio su carta “I Gemelli” di Marisa Carabellese.

Vi dichiaro marito e morte


Recensione a S. Consorti, Vi dichiaro marito e morte, Ensemble, Roma 2020, Euro

Si dispiega tra ironia corrosiva e tenerezza l’interessante raccolta di racconti Vi dichiaro marito e morte di Simone Consorti, edita da Ensemble.

Dieci storie di varia lunghezza, in cui prevale la scelta della narrazione interna affidata al protagonista, con il ricorso all’io narrante a conferire una sorta di patente di ideale credibilità anche a storie surreali, come accade nella ‘staffetta cardiaca’ di Portare il cuore di un santo. Non mancano tuttavia scelte differenti, come nel bel racconto Il tuo modo di dirlo al mondo, in cui la voce narrante dialoga con la protagonista, tracciando una sorta di diario delle sue emozioni, nel silenzioso e coinvolgente fiorire di un amore saffico, tra turbamenti e timori. In altre circostanze si preferisce il ricorso al narratore esterno (Al mio paese le donne non parlano) o al pluriprospettivismo di una focalizzazione interna variabile (l’alternanza del Lui e della Lei, Nicholas ed Emily, di Nozze di plastica). Di certo, Consorti mostra di compiere scelte tecniche meditate, conferendo a ciascuna delle vicende una particolare intonazione e un peculiare timbro. Il fatto, inoltre, che alcuni dei narratori appaiano inattendibili e il loro agire sia non di rado screditato permette all’autore di mantenere quell’atmosfera straniante e quella tensione al paradosso che costituiscono la cifra del suo lavoro. Nella struttura non fanno difetto, inoltre, le simmetrie, come accade in Il tuo modo di dirlo al mondo in cui due ‘servizi’ fotografici, uno in apertura e uno in chiusura della novella, sono coronati da un bacio; a situazioni analoghe (in cui qualche dettaglio non irrilevante varia) corrispondono differenti reazioni da parte della protagonista.

Quello che ci sembra emergere su tutto è una vocazione schiettamente narrativa, il piacere di raccontare e, raccontando, intrattenere in maniera arguta il lettore. Consorti ha peraltro il gusto dell’aprosdòketon: la sezione conclusiva di buona parte dei testi è suggellata da una conclusione a sorpresa (si pensi alla chiusa di Tutto tranne fascista), come la coda velenosa o spiritosa di un epigramma. In altre circostanze, il racconto si chiude in un’aura di sospensione che lascia libero spazio alle fantasticherie del pubblico.

Nonostante non vi sia il preciso intento di insegnare qualcosa, l’opera di Consorti finisce con il far scaturire la riflessione. Emblematica è la prima novella, in cui il cuore di un santo passa di trapianto in trapianto, senza che i suoi ‘fruitori’ risentano dei benèfici influssi dello stesso. Essi, infatti, si daranno all’omicidio seriale di animali ed esseri viventi, in un crescendo di cecità morale cui fa da contraltare quella concreta, fisica del personaggio femminile più significativo. La novella ironizza inoltre in maniera corrosiva sul deprecabile intreccio di politica e religione e sulle venature populiste di una società sempre più sorda a ogni forma di pietas. In un’atmosfera leggera e dissacrante, il lettore è indotto a chiedersi se, come l’abito non fa il monaco, valga la regola che non sia il cuore a fare il santo o se magari anche quell’evidenza di santità non celasse qualche lato oscuro. In fin dei conti, l’unico proprietario del cuore a non essere sondato attraverso la focalizzazione interna resta proprio il venerabile Don Giusto.

L’uso strumentale della religio nelle componenti di fanatismo e nel suo potenziale di manipolazione della psiche ritorna ancora in Il prescelto. Il senso di onnipotenza di un santone lo porta a orchestrare, in una spettacolarizzazione della Morte, il suicidio di massa dei suoi seguaci e a voler decidere egli stesso quali vite, tra le loro, debbano essere risparmiate. Alle pulsioni distruttive di questa vicenda potremmo accostare, per contrasto, l’istinto di conservazione del padre di Federica nel secondo racconto. Dopo aver sentito l’uomo asserire, durante una veglia di preghiera per la figlia adolescente, che avrebbe seguito la ragazza dovunque fosse andata (una dichiarazione di intenti suicidi, pertanto), l’io narrante si stupirà nel vederlo, giorno dopo giorno e, in seguito, anno dopo anno, perpetrare quella vita amara, con un attaccamento all’esistenza che in fondo non dovrebbe stupire più di tanto. Non è, infatti, ingiusto voler perpetrare l’esistenza anche dopo la perdita degli affetti più sacri… Il motivo della paternità ritorna ancora in altre due novelle: nel Proiettile d’argento, un uomo denuncia gli abusi che crede subiti dal figlio e quella sua azione, giustissima dal suo punto di vista, si ritorce sul microcosmo dei personaggi come una pallottola non letale, ma capace di ferire alla cieca; in I papà di Anna, il legame intenso, delicato, che vige tra il narratore interno e la figlia della scombinata Fiammetta rende manifesto quanto l’essere padre sia qualcosa di ben differente da una mera questione di biologia… Argutissimo è poi il racconto Tutto tranne fascista, che ironizza su quanto sia facile, al giorno d’oggi, conferire la patente di ‘fascismo’ a vari comportamenti. Etichetta che viene agitata, a prescindere da una reale conoscenza di cosa realmente il fascismo abbia determinato, anche da parte di soggetti che non mancano, a loro volta, di porre in essere, d’istinto, azioni fascisteggianti.

L’opera si connota per l’efficacia di uno stile sorvegliato, sempre aderente alla materia, alle circostanze e allo status dei personaggi; uno stile che varia dal colloquiale al turpiloquio, dall’impetuoso monologare a un descrittivismo che talvolta rasenta il lirico. Vi dichiaro marito e morte è insomma una fiera del paradosso, che scardina il comune sentire, mostra la becera insensatezza del pensiero dell’uomo medio e riflette, senza pretese di seriosità, su tematiche tutt’altro che futili.

Della stessa sostanza dei padri


Recensione a D.R. Colacrai, Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile, Santa Maria Nuova (An) 2021, Euro 10,45.

Fu una questione che tra il III e il IV secolo d.C. divampò nella cristianità. Gesù era stato generato o creato; era della stessa sostanza del padre oppure da ritenersi a lui non consustanziale e quindi subordinato? La dottrina di Ario fu dichiarata eretica e la professione di fede della liturgia cristiana, il simbolo niceno-costantinopolitano, recita che il Cristo è stato “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”.

Ci piace partire da questa considerazione per riflettere sul libro di poesie di Davide Rocco Colacrai, a nostro avviso bellissimo, intitolato Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile. Non il “Padre”, Dio, ma “i padri”, quella generazione che rigetta i figli perché marchiati dallo stigma delle più varie diversità e, quindi, non consustanziali. Si tratta di padri biologici come quello di Minchia di mare di Belluardo, genitori di giovani uomini nei quali non si riconoscono e che finiscono con il disprezzare, o magari del consesso dei patres, depositari di un’ideale di mascolinità e di umanità dogmaticamente imposto, troppo dediti a schiacciare ogni forma di alterità per soffermarsi ad ascoltare il grido di dolore, così come il canto d’amore.

Colacrai compie un atto di straordinaria pietas, che rende la sua scrittura una nitida espressione di poesia “civile” e, per effetto di un intensa partecipazione emotiva e di un innato senso della misura, la salva dal facile rischio di ricadere in una retorica sterile. Quella che infatti il poeta effettua è un’immersione nell’interiorità di una serie di anime vinte dalla vita e violate da una società indegna. Un’immersione da cui riemerge con parole d’amore e di speranza, modulate in un canto comunicativo e al contempo in un dettato sorvegliato e compatto, senza cadute di stile. Al lettore resta la percezione che non ci sia azione più intrinsecamente “sociale” di quella che rivela la luce interiore di un’umanità dai diritti conculcati; una luce talmente abbagliante da far obliterare il verbo della violenza che la ha annichilita e da mantener viva, in chi legge, la fede che qualcosa di bello e puro possa albergare nell’uomo. “Marcélo crede nei sogni, negli eroi che non si manifestano / se non a sorpresa”.

Della stessa sostanza dei padri è un chiaro esempio di come è ancora possibile che la poesia germogli dalla letteratura e dalla storia, due domini che nella silloge si fondono e confondono al punto che quasi non riesci più a distinguerli. Forse perché la letteratura dà voce ai drammi e ai traumi della storia e dell’uomo (ma anche alla ‘chiarità’ che si fa strada nell’ombra): così il protagonista del romanzo di Angela Nanetti o la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi non sono meno reali dei triangoli rosa morti nei campi di concentramento, di Reinaldo Arenas o del Baris Yazgi “sposo senza promessa e senza vestito”. Tutti figure di un’umanità che si percepisce nata dall’altra parte della barricata.

Una sorta di Leitmotiv della raccolta è il motivo della “stortura”, che ricorre con varie declinazioni: l’“amore storto” di Francesco; “l’asse storto del mio tramonto” di Nic Sheff; il “soffitto storto dell’uomo che sono” di Hawking e che dire del “corpo da garofano sbilenco”, in parte citazione, della Fata di Lemebel? Affine a tale motivo è quello del ripiegamento, che trova il suo correlativo oggettivo nel guscio di conchiglia.

Aleggia un senso straniante di solitudine nelle parole di questi personaggi a cui Colacrai dà voce in prima persona, perché, in questo processo di spossessione e riappropriazione, sembra quasi che percepisca in ciascuno di essi un frammento di sé. Ognuno pare misurare il dolore in ogni centimetro del proprio corpo offeso, a volte jacoponicamente “sdenodato” dai chiodi di una croce ora reale ora metaforica. Ne deriva un frequente processo di cristificazione delle figure cantate, che raggiunge l’apice nel verso “Sono un Cristo che ha per croce un violino” (dedicato a Baris Yazgi), ma vibra con vigore anche nella “croce bagnata di liquido amniotico, senza la benedizione della luna” di Jude, l’“amico morto di pioggia”. Interlocutrice costante nella raccolta appare la Luna, ma in questo canto al maschile affiora frequentemente la presenza delle madri, che al satellite della Terra ci sembrano non di rado idealmente accostate (un caso emblematico è il testo dedicato all’Elias di Robert Schneider). Anche a loro tocca la sorte di “mordere” il tempo dell’attesa.

Compito del poeta è allora distillare il dolore e farne grazia di canto, nell’attesa di un miracolo che forse non si compirà (“Credo nei miracoli, un po’ meno nel mio corpo da garofano sbilenco”), perché è nella forza della speranza ( nelle “fate / che curano quei sogni / che sono prossimi a spegnersi /e impediscono all’oscurità di aprirsi a ragnatela / e inghiottirci”) o magari è già in atto, senza che possiamo coglierne l’essenza, nella “bellezza delle imperfezioni”, altro motivo conduttore della silloge. È proprio quest’ultima a far apparire il Wonder di Palacio “leggero come un assolo di grano” (immagine che ci colpisce per senso dell’armonia) e a trasformare il labirinto in “condominio di santi” o le “pecore nere” in angeli. Del resto a noi le efelidi paiono macchie (e il Giano bifronte ne sa qualcosa), ma chi ci dice che le stelle, le meravigliose stelle che rendono il cielo notturno meno amaro, non siano “le efelidi di Dio”?

Adolesco


Recensione a T. Megaride, Adolesco, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 16.

Ha un fascino particolare questo romanzo dell’autore che si cela dietro lo pseudonimo di Timothy Megaride. Un’opera che, con apparente leggerezza, ti introduce nella psiche dell’adolescente Tommaso, muovendo dalla fictio che vede il minorenne, dichiarandosi per motivi misteriosi agli “arresti domiciliari”, affidare a un registratore (non a un manoscritto, per effetto dei tempi moderni!) le sue confessioni.

La prima percezione che il lettore avverte è di un profondo senso di straniamento, per l’assunzione di un punto di vista insolito. Un adolescente di cui immediatamente si percepisce il narcisismo: basti dire che Properzio immaginava Cinzia lacerarsi il petto nudo al suo funerale, mentre Tommaso concepisce il proprio in termini spettacolari, con folle oceaniche. Il carattere fluviale di questo lungo monologo interiore suggerisce subito l’idea di un disagio, di un disordine psichico che conferisce al giovanissimo l’aspetto di un narratore inattendibile che si cimenta con una lunga orazione di difesa. Una sorta di arringa giudiziaria volta più a far riaffiorare le proprie rimozioni, che gradatamente emergono e che il lettore già a metà romanzo intuisce (ma questo ha un’importanza ben relativa), e a dar voce alle emozioni. È come se, confessandosi, Tommaso chiarisse a sé stesso, prima che agli immaginari destinatari delle sue parole, le proprie fragilità e paure, tentando di districare quanto s’agita in quel complesso garbuglio che chiamiamo cuore.

L’autore si spossessa di sé, dei propri strumenti culturali, che pure a tratti affiorano: si pensi alla felicissima riflessione sul termine “adolesco” e sul valore del supino “adultum”. Si identifica del tutto con il minorenne, riproducendone il gergo, infarcito di anglismi a tratti fastidiosi come quel ripetuto “bro” per “brother”  (effettivamente sulla bocca di molti nostri adolescenti). Ne ripropone a volte persino gli errori di grammatica e ortografia. Ne riecheggia la formularità, a evidenziare la ripetitività di certi schemi mentali (“Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità; tipo: dica lo giuro!”, ma anche l’intercalare “compagnia cantando”) e forse a conferire un che di epico a questa discesa agli inferi e nel paradiso al contempo. Agli inferi perché il tumulto che s’agita in Tommaso è foriero di sofferenza e lo induce a compiere azioni crudeli, nonostante egli non sia affatto cattivo e si trovi a far del male, anche gravemente, più per superficialità e impulsività, un po’ come Pinocchio. Solo che questo Pinocchio moderno, che mente a sé stesso mentre dichiara di “dire la verità”, è alle prese con altre paturnie: revenge porn (di cui si rende scioccamente artefice), sperimentazioni legate alla sessualità (i ‘giochi’ con Mariarosa e con l’amico del cuore Riccardo) e amplessi che agli occhi degli adulti potrebbero apparire ‘abusi’, ma ai suoi assumono le sembianze del più lirico Amore. Così, dopo l’iniziale, in parte giustificato, atteggiamento di diffidenza, il lettore è indotto a nutrire sempre maggiore simpatia per Tommaso, pur riconoscendone gli errori. Si finisce persino con il constatare che alcuni suoi ragionamenti, i quali chiamano in causa la corruzione politica o gli ideali del movimento delle sardine (ma anche l’immigrazione e la percezione distorta dell’omosessualità da parte della società), risultano, pur nell’articolazione semplicistica dello slang del ragazzo, figli di un fondo di idealismo che rasenta la purezza.

Insomma, un romanzo che fa riflettere e discutere, con alla base un preciso progetto, anche sotto il profilo stilistico, pienamente riuscito nella concreta declinazione di Megaride.

Gli ingranaggi dei ricordi


Recensione a M. Salabelle, Gli ingranaggi dei ricordi, Arkadia, Cagliari 2020, Euro 15.

Con Gli ingranaggi dei ricordi, Marisa Salabelle ha realizzato un bel romanzo, dalla trama appassionante e dall’interessante ambientazione sarda, in un continuo andirivieni tra gli anni del secondo conflitto mondiale e il biennio 2015-2016.

Una narrazione polifonica, che intreccia invenzione ed eventi storicamente verificatisi, quali la vicenda di Silvio Serra, partigiano italiano, coinvolto nell’attentato di via Rasella e morto nella battaglia di Alfonsine nel 1945. A fungere da Leitmotiv le storie di due famiglie, gli Zedda e i Dubois, le cui vicende, prima condotte parallelamente dalla scrittrice, si intersecheranno nel capitolo ventitreesimo, rivelando un legame che già il lettore aveva potuto intuire. La vicenda si apre con l’arrivo a Cagliari di una delle voce narranti, Carla, a causa del ricovero di sua zia Demy, nomignolo che cela il bizzarro, ma non privo di poesia, Demoiselle, dono di un padre amato, sebbene piuttosto assente. La zia è in ospedale a causa di un infarto e le due nipoti, Donata, rimasta a Cagliari, e Carla, trasferitasi nel ‘Continente’, si alternano accanto a lei, che elegge la seconda a destinataria dei suoi racconti familiari. Narrazioni che ricostruiscono il peregrinare suo e dei fratelli Felice e Bella attraverso la Sardegna afflitta dai bombardamenti negli anni Quaranta. Parallelamente ai racconti di Demy e alle frenetiche consultazioni tra Donata e Carla per il destino futuro dell’anziana zia, seguiamo in retrospettiva (rigorosamente nei capitoli dispari, come evidenziato dall’autrice stessa in una Nota) la storia di Generosa Zedda, moglie di un medico militare, e dei suoi cari. Ormai prossima ai giorni del parto, per sottrarsi all’infuriare della guerra, si rifugia con i figli e le domestiche, le zeracche, a Sanluri. Qui trepida per le sorti dei suoi fratelli, Gisella e Silvio, quest’ultimo coinvolto nei Gruppi di Azione patriottica, attivi in una Roma sottoposta all’occupazione tedesca. Proprio a Serra si interessa un giovane laureando in Storia, Kevin, che ricostruisce la vita del prozio per la sua dissertazione di laurea, trasportandoci nel milieu universitario bolognese ai giorni nostri.

Il meccanismo narrativo, come si può intuire da questi sintetici cenni, è piuttosto elaborato, perché prevede l’intrecciarsi di ben quattro voci narranti. Tre sono identificabili come narratori interni (Demy, Carla e Kevin); la quarta voce, che tace nel momento in cui il racconto di Demy si intreccia con la storia della famiglia Zedda, è quella di una narratrice esterna. Quest’ultima abbraccia spesso il punto di vista di Generosa, come appare evidente dalle frequenti incursioni nella focalizzazione interna, ma anche dalla scelta dell’aggettivazione. Spesso, infatti, tale voce narrante apostrofa Ruggero Zedda come “disgraziato” ed è chiaro che a conferirgli tale epiteto sia proprio la moglie, che si sente trascurata da uno sposo troppo dedito al lavoro e paventa persino l’idea che l’uomo abbia una relazione extraconiugale. Questa voce narrante, però, compie anche incursioni nella psiche (e nel lessico) delle zeracche o della primogenita degli Zedda e sembra una sorta di anima corale; non a caso, l’espressione “faccia ‘e mala gana” riferita al personaggio di Maria Ausilia, compatibile con l’ottica di Generosa (il suo rapporto con la ragazza appare subito piuttosto conflittuale), verrà ripetuta da Demy, come se – tratto verghiano – nella parola di alcuni personaggi riecheggiasse quella degli altri. Del resto, la coralità è uno dei punti di forza di quest’opera, che alterna molteplici registri.

 Il pellegrinaggio on the road dei Dubois è scandito dal comico iterarsi della scena che vede Felice, il primogenito di ‘casa’, un Gregory Peck nostrano, precedere con nonchalance e cantando canzoni di chiesa le due sorelle affaticate dal trasporto dei bagagli (il facchinaggio è poco cavallerescamente riservato interamente a loro). I racconti di Demy, in alcuni momenti anche piuttosto drammatici, si levano con levità, un po’ grazie al colorito frasario della donna, fitto di intercalari ripetitivi, e un po’ per effetto dei segni di demenza, che la inducono a dimenticare molteplici aspetti di un presente su cui ha esercitato una sorta di rimozione. Eppure la malinconia è dietro l’angolo: si pensi, a titolo esemplificativo, alle deprimenti sequenze di Villa Gioiosa, sulle quali non manca di librarsi ancora, però, l’ironia dell’autrice.

Molteplici gli spunti di riflessione, soprattutto sugli eventi storici. Un susseguirsi di differenti angolazioni prospettiche arriverà addirittura a far balenare un possibile accostamento tra l’attentato di via Rasella e atti di terrorismo avvenuti negli anni Settanta, elemento che affiora, come un Leitmotiv, anche in uno dei monologhi di Demy, per poi approdare all’accorata riflessione di Kevin nel capitolo sedicesimo. Quest’ultimo mediterà sui luoghi comuni fioriti intorno a quegli eventi e alle loro tristissime conseguenze (l’eccidio delle Forze Ardeatine), evidenziando come la terribile rappresaglia compiuta dai tedeschi non possa essere ascritta a responsabilità dei gappisti.

Un caleidoscopio di vite parallele; un’opera che ci conduce nei meandri della macrostoria elevando, in un avvincente e affascinante contrappunto, un inno alla forza della memoria, che valica gli angusti confini delle singole esistenze. Sintomatico è che il racconto di Demy prosegua anche nel momento in cui l’anziana donna sarà uscita di scena, quasi a voler indicare che gli “ingranaggi dei ricordi”, una volta messi in moto, divengono inarrestabili.

Il cerchio di pietre


Recensione a E. Graglia, Il cerchio di pietre, goWare, Firenze 2020, Euro 17,99.

Il cerchio di pietre di Enrico Graglia, classificabile nell’ambito della narrativa fantastica, è un romanzo che ti avvolge gradatamente, sino al raggiungimento di un livello altissimo di tensione, nelle spire di una vicenda ipnotica e affascinante.

Sullo sfondo vivido e perturbante della campagna astigiana, si muove il protagonista Vincenzo che, dal fatidico momento in cui, durante un bagno nelle acque del torrente Erro, avvista strani geroglifici sormontati dall’inquietante immagine di un occhio, verrà colpito da straordinarie e terribili visioni. Esse saranno preannunciate da sgradevoli sensazioni olfattive e dalla presenza di coloratissimi serpenti, trait d’union tra diverse dimensioni. Queste immagini si faranno sempre più inquietanti e saranno accompagnate da un crescente impulso alla violenza, avvertito come inarrestabile dallo stesso giovane diciottenne. Vincenzo si troverà a dover fare i conti con una terrificante entità che minaccia l’esistenza sua, dell’amata Lavinia e degli stessi giovani amici gravitanti intorno al microcosmo di Castelvecchio d’Asti. Microcosmo che peraltro pare improvvisamente assurgere a cuore pulsante di un multiverso la cui chiave di volta è il limes del “cerchio di pietre”, di cui l’entità malefica desidera la distruzione. A far da mentore al ragazzo in un percorso attraverso i segreti dello sciamanesimo e della “donna di luce”, figura della Grande Madre che compare nelle visioni, sarà lo scrittore Morbelli, uomo incline al caos interiore, ma non privo di impulsi al bene, pur frenati da un’indole accidiosa. Per entrambi, si prefigurerà una sorta di ideale discesa agli Inferi, nel momento in cui dovranno fare i conti con il proprio lato oscuro, ipostatizzato nel simbolo malefico di uno scarabeo.

L’opera ha un avvio lento, quasi pigro, nell’inseguire l’indolente apertura dalla vita di un ragazzo, Vincenzo, che, nell’estate del post maturità, sente infinite possibilità dischiudersi al proprio orizzonte. Presto però si entra in un’atmosfera di Unheimlichkeit, con la discesa subacquea nell’Erro e l’osservazione dei geroglifici, che ci ha, con le dovute differenze, ricordato la discesa di Rose nei sotterranei dell’antico palazzo in cui abitava in Inferno di Dario Argento. Anche l’odore dolciastro che accompagna la prima visione, quella della città sulle acque, dai colori accostabili a materia in decomposizione, richiama l’elemento olfattivo che nel film argentiano sottolineava l’aleggiare di una delle Tre Madri. Non mancano riferimenti all’egittologia, con l’immagine di Kepher e allusioni ad altre divinità egizie (ma anche la visita al museo di Torino), e poi ancora alla mitologia, alla fisica e persino al folklore piemontese, con la straniante ripresa in chiave orrorifica della maschera di Gianduia. Gradualmente la vicenda prende quota e conquista per il ritmo che si fa sempre più incalzante, ma anche per le ambientazioni cariche di fascino. Bella la rappresentazione dell’Astigiano, cui l’autore conferisce un je ne sais quoi di signorile e apparentemente sonnolento, con i riferimenti a san Defendente che lasciano quasi presagire come tale luogo celato agli sguardi possa divenire una sorta di presidio dell’umanità stessa. Stilisticamente molto ben curate e riuscite appaiono soprattutto le descrizioni delle visioni, in alcuni momenti accompagnate persino da allucinate e allucinanti metamorfosi di personaggi innocui, come la nonna Margherita delle sequenze nella casa di riposo, caratterizzate da un’efficace atmosfera di dismissione e disfacimento. Non mancano, nell’elaborazione stilistica, anche momenti di carattere più squisitamente mimetico, come il festino in una casa di campagna, in cui prevalgono il lessico, i gerghi, le pose, persino le esuberanze giovanili. Sicuramente, però, è la terza parte quella che conquista il lettore, il quale è catturato nel vortice di una catastrofe imminente, in cui il senso della precipitazione ti avvince, in un’aura di presagi oscuri, i quali fungono da tratto congiuntivo tra le generazioni dei genitori e dei nonni (prima marginali nel racconto) e quelle dei giovanissimi. Nulla in questa fase appare scontato e il lettore è indotto a chiedersi se (come in alcuni romanzi di Stephen King – chiaramente un punto di riferimento per Graglia – quali Pet Sematary, Carrie, in parte La metà oscura o, ancor più, Shining) i protagonisti possano addirittura arrivare a soccombere al cospetto delle forze oscure che li sconvolgono e travolgono.

Una prova riuscita, insomma, che non dovrebbe, a nostro avviso, deludere gli appassionati del genere fantastico o dell’horror, ma anche coloro che, in generale, siano pronti a lasciarsi avvincere da una narrazione adrenalinica e visionaria.

Lasciate in pace Marcello


Recensione a P. Paterlini, Lasciate in pace Marcello, Einaudi, Torino 2015, Euro 10.

Un romanzo breve di grande delicatezza questo Lasciate in pace Marcello, che ha il respiro di una solitudine cercata e in qualche modo salvifica, nella misura in cui rappresenta l’approdo a una dimensione più raccolta e autentica dell’esistere.

Illuminante la postfazione dell’autore, La carrozza di Dostoevskij, che ci educe in merito alla genesi e al lavorio redazionale dell’opera, nata su “commissione”, nell’estate 1996, per EL – Emme Edizioni – Einaudi Ragazzi e germogliata come una vera e propria sfida.

Sono notevoli ogni anno i numeri degli individui che spariscono senza che di loro si abbia più notizia. Tra costoro vi sono anche svariati adolescenti (nel romanzo si cita un dato risalente al 1994, quando se ne annoverarono ben 2563, quota ampiamente superata nel 2014). Ecco che da semplici dati statistici e dal fotogramma, forgiato dalla fantasia, di “un ragazzo su una bicicletta da corsa” in arrampicamento “lungo i ripidi tornanti di una strada di montagna” nasce la storia di Marcello. Essa si fonde con il mistero irrisolto della scomparsa dell’economista e accademico italiano Federico Caffè, uscito all’alba dalla sua casa a Monte Mario per non farvi più ritorno. Un caso che destò scalpore e che alcuni accostarono alla sparizione di Majorana.

Ecco che Paterlini ha voluto dare un nome, un volto e un destino diverso ai tanti adolescenti sulla cui vita forse è calato il sipario. Nel caso del ragazzo in bicicletta su una strada di montagna, infatti, la scomparsa è in realtà un volontario secessus, compiuto nel momento di massima felicità, che paradossalmente, per l’immaginario eccitato di un adolescente, può assurgere anche a culmine dell’infelicità.

Nel primo capitolo, ad accoglierci è la voce di Marcello. Il ragazzo narra in prima persona; muove da una sua fotografia, piuttosto ordinaria e per nulla annunciatrice di oscuri presagi, per poi zoomare – con lo sguardo tranciante dell’adolescenza – su un padre inadeguato, una famiglia a suo modo amata e una Lei che prenderà corpo in seguito, ma di cui non raccontiamo nulla, per chi desiderasse leggere il romanzo. Soprattutto, il protagonista, che commenta l’attenzione mediatica sorta intorno al suo caso con la caustica osservazione che “I minorenni, in un modo o nell’altro, eccitano sempre gli adulti”, ci introduce alla fine del capitolo nel sorprendente luogo in cui si trova: un convento.

Scopriremo gradualmente che questo sedicenne, Marcello, un bel giorno, ha deciso di bussare alla porta del convento in questione per chiedere asilo e i frati lo hanno accolto, dapprincipio con grande naturalezza e poi, data la particolare situazione, discutendo sul da farsi nel corso di una dibattuta riunione. È durante quell’assemblea che emerge il coprotagonista della vicenda; per ora è solo “la voce (…) di un vecchietto, ma imperiosa, forte”. Scopriremo solo in seguito che il suo nome è Federico e che anche lui ha un’intricata storia da raccontare e tanto amore da donare, che riverserà nell’atipica amicizia proprio con quel sedicenne.

 Il fascino di Lasciate in pace Marcello è riconducibile a numerosi aspetti, non ultimo lo stile, che segue il moto ondoso, ora lirico ora pronto ad approdare al vocabolo “materico”, dello spirito del giovanissimo protagonista. Tra i punti di forza, dovremo ricordare senz’altro l’ambientazione. Da secoli la vita claustrale ha colpito l’attenzione degli scrittori, a cominciare dal Petrarca del De otio religioso. Quel Petrarca che amava la solitudine del buen retiro valchiusano non ebbe la forza, diversamente da suo fratello Gherardo, di compiere la scelta radicale della vita conventuale.

La malia nasce, in questa peculiare situazione, dal fatto che è un adolescente abituato alle smanie e ai confort della modernità a immergersi in un’atmosfera che a lui pare medioevale e che pure gli accende l’immaginazione e lo fa sentire protetto. “Mi facevo cullare dalla voce cantilenante dei frati, dall’ora ancora notturna e da quegli inediti risvegli, dall’atmosfera della cappella, con il suo profumo di incenso e cera disciolta, con la luce fioca e calda, con quei cappucci che coprivano quasi interamente il viso dei monaci”. La bella ambientazione nel convento, cui pure non sono estranee le sirene della modernità con il Pentium da 160 Mhz (oggi ampiamente superato, come segnala l’autore stesso nella postfazione), trae ancor più risalto dal silenzio delle montagne circostanti. Sembra quasi che l’impervietà e la solitudine dei luoghi siano il giusto fondale di una storia tutta interiore. Un’interiorità che si rivela al lettore e un’altra, quella di Federico, che si cela, ma di cui si intuisce il tormento. E l’anima che si racconta, Marcello, è un’anima pura. Pura nel rievocare il suo primo (e forse unico) amore, impossibile da coltivare, ma non da cogliere per poi serbarne il ricordo, in un’aura in cui tutto è iperbolico – dalle sensazioni alle polluzioni –, con la fedeltà di un “monogamo assoluto”. Nel momento stesso in cui il lettore percepisce che ogni cosa è eccessiva in Marcello, non può tuttavia non affezionarglisi. In fondo Marcello è un’istanza riveniente dai nostri anni mitici. Ciascuno di noi può riscoprirla rannicchiata e assopita in sé, pronta a riaffiorare ogniqualvolta ci si riscopra a pensare, come allora, ma con una consapevolezza diversa, più amara: «Fermati, attimo, sei bello!».

Del brano La storia di Marinella De André dichiarò: “è nato da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte”. Ci sembra che qualcosa del genere sia avvenuto in questo libro. Ai mille volti di adolescenti che svaniscono e forse giacciono là dove nessuno potrà trovarli, vittime di crimini orribili o suicidi per quel malessere che il loro cuore amplifica a dismisura, Paterlini ha regalato un finale diverso, un approdo pacificante, forse definitivo, forse momentaneo come tutto ciò ch’è proprio dell’uomo. “La mia bicicletta è ancora qui, è sempre stata qui, appoggiata al muro della cella come se l’avessi appena addossata al muro di casa”.

La vasca del Führer


Recensione a S. Dandini, La vasca del Führer, Einaudi, Torino 2020, Euro 17.50.

Tutto muove da una fotografia, nella narrazione de La vasca del Führer, opera di Serena Dandini.

Prinzregentenplatz 16, Monaco, 30 aprile 1945. Uscita dagli orrori di Dachau, eternati in scatti che – come quelli, ancor più terribili, di Buchenwald – ancora oggi appaiono la più veritiera rappresentazione di tutto l’orrore di cui gli uomini sono capaci, Lee Miller, fotografa, ora reporter di guerra, si faceva immortalare, dal collega e amante David Scherman, nella vasca da bagno di Adolf Hitler. Quell’appartamento dagli “interni anonimi”, dozzinali, le aveva rivelato la banalità del male, della mostruosità che si cela dietro apparenze di normalità. Ecco, quindi un atto liberatorio e provocatorio: portare il fango di Dachau, di cui erano ancora macchiati gli stivali, nel falso lindore di quel luogo. E poi, osserva la Dandini, se “lo sterminio della bellezza è l’arma preferita di ogni propaganda che si rispetti”, il fatto di infilarsi nuda nella vasca del suo più bieco profanatore, assurgeva a “personale esorcismo per scongiurare il male, una vendetta artistica contro la brutalità del potere”.

È da questa sequenza, assunta a immagine attorno a cui riannodare le fila di un’esperienza esistenziale straordinaria, all’insegna del genio e della ricerca della libertà, che la Dandini muove per esplorare la vita di Elizabeth Miller, detta Lee. Dal giorno del suicidio di Hitler, atto di cui Miller era inconsapevole quando compì quel gesto provocatorio e liberatorio al contempo, l’autrice torna all’anno 1915, all’infanzia nell’americana cittadina di Poughkeepsie. Questa stagione fu funestata dalla violenza sessuale patita nel 1914 da un amico di famiglia. Dopo quell’evento, il padre di Lee, Theodore, ingegnere, “seguita a fotografare” la figlia, con la speranza di “cancellare la macchia con la bellezza delle immagini, ma sa che dietro l’apparenza perfetta di quel corpicino si cela un malessere a cui non può porre rimedio con le sue conoscenze scientifiche”.

Quel malessere e quel corpo bellissimo, che spesso la Miller cercherà di camuffare, quasi di sconciare, trasformandosi (lei, che ne Le sang d’un poète di Cocteau aveva incarnato la statua di Venere) in “sciatta virago”, l’accompagneranno nel suo percorso di vita. Un cammino che la condurrà da modella per riviste di moda, grazie al fortunato incontro con Condé Nast, a musa-amante-collega di Man Ray sino a divenire, ossimoricamente, per la rivista simbolo del culto della bellezza e dell’eleganza, “Vogue”, reporter di guerra. In tali vesti, Lee vivrà orrori che le provocheranno un disturbo da stress post-traumatico. Il tentativo di lavare via il dolore proprio lì, nella vasca collocata in quel luogo straniante, emblema del Male stesso, non sarebbe infatti riuscito. Lee avrebbe sposato l’amato Arthur Penrose, avrebbe avuto un figlio, Antony, si sarebbe dedicata alla cucina nella cornice apparentemente idillica di Farley Farm, ma non avrebbe cessato di alimentare nel cuore quel profondo senso di dolore con cui non si può scendere a patti.

Questo di Serena Dandini è un libro intenso, che sconvolge, puntando l’obiettivo su un’esperienza individuale che si fa collettiva. Con Lee Miller, rivive una generazione di artisti (Man Ray, Cocteau, Ernst, Leonora Carrington, Picasso) che coltivò un sogno di libertà poi tradito dalla storia. L’autrice riesce a far cogliere questo anche grazie all’intreccio tra la parola e l’arte della fotografia. Emblematico è l’esempio di quello che Dandini chiama, proprio per le allusioni al quadro di Manet, Le Déjeuner sur l’herbe, con Lee e le altre donne a seno nudo, in una sorta di “istantanea di una pacifica e sensuale quiete prima della tempesta”. Questo scatto contrasta fortemente con la fotografia che dà il titolo all’opera, per cui varrebbe a commento, a nostro avviso, un’osservazione che la scrittrice avanza a fine libro: “Non c’era più traccia della ragazza spensierata che inseguiva il proprio destino nelle strade del mondo”. Si diceva, dunque, come La vasca del Führer, spesso focalizzato sull’ottica di una Lady Penrose ormai malata che rammemora il passato, sia anche il ritratto di una generazione. Di Man Ray: del furore che lo coglie quando “decide di tramutare il corpo di Lee in un bersaglio da fare a pezzi” nelle sue opere (ormai presentendo l’abbandono), come dell’aura straordinaria che quest’uomo conserva, anche fragile e anziano (ma ancora lucidissimo), quando, nella sezione finale, è protagonista con Lee di un incontro magico in cui a parlare sono gli sguardi. Di Picasso, con la sua amara arguzie; di Leonora Carrington e Dora Maas, “amazzoni intraprendenti” tradite dalla vita.

Un’opera che scava attraverso l’introspezione, per donarti all’improvviso immagini fulminee: colpisce, per esempio, il contrasto tra il canto di Chevalier e il “coro macabro” dei soldati tedeschi in controcanto, arrogante sberleffo contro chi invita a “parlare d’amore”. Un romanzo che trae forza dallo stile ora asciutto ora lirico ora espressionistico; tra le pagine più intense quelle che descrivono l’orrore di fotografie come Dead prisoners, immagini che qualunque negazionista dovrebbe vedere per poi definitivamente tacere. Si avverte, in più passaggi, un senso di rispecchiamento, con le dovute distinzioni, nel sogno e nelle sofferenze della protagonista e di accorata riflessione su una contemporaneità in cui la memoria si affievolisce e i mostruosi parti di un’irrazionalità sempre più diffusa inducono a coltivare dubbi angoscianti.

Gli ultimi giorni di quiete


Recensione ad A. Manzini, Gli ultimi giorni di quiete, Sellerio, Palermo 2020, Euro 14.

Il romanzo Gli ultimi giorni di quiete di Antonio Manzini è un’opera che avvince il lettore con la forza di una vicenda lineare e intensa, suscitando una ridda di riflessioni cui non è possibile dare una risposta precisa.

Il tema è di quelli che da secoli alimentano i dibattiti tra gli uomini: al cospetto di un’ingiustizia compiuta dal sistema garante del diritto positivo, quanto è lecito alla parte lesa vendicarsi e sin dove può spingersi questo naturale istinto? E poi quanto è lecito perseguitare un uomo che abbia commesso errori anche gravissimi, ma che sta cercando di venir fuori dal baratro e rinascere a nuova vita? E se quest’ultimo non ha pagato a sufficienza, è poi legittimo questo suo desiderio di rifiorire, soprattutto se la colpa appartenente al passato è un omicidio? E, in ultima istanza, chi decide l’entità di quel ‘pagare a sufficienza’? Le vittime? Il colpevole? Il sistema? La giustizia divina?

Insomma, il tema è estremamente stimolante. Nora e Pasquale Camplone hanno perso il loro unico figlio, il vitale e generoso Corrado, in una rapina occorsa alla tabaccheria di loro proprietà. Il ragazzo, studente proiettato verso un brillante futuro di avvocato (proprio come il nonno), era stato ucciso da un rapinatore, mentre sostituiva suo padre nell’attività di famiglia. Bene, la madre, Nora, un giorno, in treno, riconosce l’assassino di Corrado, Paolo Dainese e, colta dall’istinto, scende dal mezzo e lo segue. Scopre così che, dopo appena cinque anni di carcere, l’uomo è stato rilasciato e che tenta di rifarsi una vita, a Roseto, con la parrucchiera Donata. Marito e moglie si ribellano a quella che appare loro una colossale ingiustizia e decidono di vendicare la morte del figlio, colmando le lacune di un sistema che scarso rispetto riconosce alle vittime di atti di violenza. Complice un amico, Pasquale acquista una pistola, con l’intento di affrontare direttamente e uccidere Dainese; Nora adotta una strategia più raffinata, cominciando a perseguitare l’uomo con la sua muta presenza, con l’aria di rimprovero degli occhi ormai spenti e le accuse affidate a volantini e altri strumenti. Insomma, per Dainese quelli precedenti il viaggio in treno saranno “gli ultimi giorni di quiete” e il lettore resterà avvinto a porsi mille interrogativi, alcuni dei quali troveranno gradualmente risoluzione nel corso delle vicende. Donata è a conoscenza dell’entità del reato del compagno tanto amato? E il datore di lavoro di Paolo, parente della donna? Come reagirà Dainese allo stalking della mater dolorosa? E le persone che lo circondano? Nora continuerà a perseguire la sua vendetta a dispetto di tutto? E Pasquale? Avrà il coraggio di premere il grilletto?

A questi interrogativi non risponderemo, perché inficeremmo il piacere del lettore di addentrarsi nei meandri di un’opera che appassiona, sorretta dall’energia di uno stile asciutto ed efficace, molto incisivo anche nelle descrizioni, che si colorano di valori simbolici. Pensiamo alla casa vacanze della famiglia Camplone, ormai cadente, ridotta a dimora dei topi, così simile alla vita dei coniugi, dominata dalle rovine di un passato con cui i due non riescono a fare i conti e riconciliarsi. E proprio contro quei mobili, contro quel tempio dismesso del ricordo che Pasquale proverà il revolver, ben consapevole che sparare a un uomo non sia la medesima cosa. Molto efficace è anche la maniera in cui Manzini segue i suoi due protagonisti nella longa nox, in cui lo sconvolgimento interiore trova il suo equivalente nella natura tempestosa. “Nora aveva cominciato un viaggio che non prevedeva la sua presenza”, intuirà Pasquale, che però acquisirà piena consapevolezza anche della necessità di una rinascita. Rinascita che, per avvenire, deve passare attraverso il superamento di un’egotica concentrazione sul proprio dolore e il ritorno all’attribuzione di valore a ogni vita: il personaggio toccherà uno dei momenti più bassi nel corso del romanzo quando urlerà al nipote autistico, Danilo, che sarebbe stato meglio se a perdere la vita fosse stato lui e non Corrado. Forse, però, a volte un uomo deve attraversare le vie più buie per comprendere quanto sia necessario un cambio di rotta. Non è un caso che il lettore stesso sia indotto a compiere un tortuoso percorso, dalla totale solidarietà iniziale nei confronti di Nora a un progressivo senso di straniamento e di distanziamento dalla protagonista.

Al fondo di questa storia ci sembra di sentire echeggiare la sentenza terenziana dell’Homo sum. Ci sono colpe gravissime, è vero, dinanzi alle quali spesso impossibile appare il perdono. Nella natura umana è insito il seme del bene, ma altrettanto facile è ridestare l’animale rabbioso che soggiace al fondo di ciascuno di noi. Forse l’unica soluzione è nella pietas per chi soffre e nella fiduciosa apertura alla vita. La tragedia incombe, ma istanti di felicità possono esserci ancora regalati se ci abbandoniamo, fosse pure per un solo attimo, all’incessante movimento dell’esistere e alle sue ‘occasioni’, proprio come l’icona più bella di questo romanzo, il Danilo che “felice se ne stava con la bocca aperta a prendere l’aria sul viso”, tenendo “gli occhi socchiusi”, mentre “sotto i pini maestosi, nella terra umida, le cicale dormivano aspettando l’estate”.

I delitti della salina


Recensione a F. Abate, I delitti della salina, Einaudi, Torino 2020, Euro 18.

L’ambientazione cagliaritana all’inizio del Novecento e la carica umana della protagonista, unitamente alla capacità di tratteggiare una varia umanità, rappresentano i maggiori punti di forza del bel romanzo di Francesco Abate, I delitti della salina.

Accurata la ricostruzione storica, che ci conduce nei salotti in cui si ordiscono gli intrighi di una nobiltà boriosa e senza scrupoli, così come nel tanfo del bordello della Tedde e poi ancora nelle saline (bello l’incipit “Le piramidi di salgemma si accesero di rosa”) e tra i derelitti del lazzaretto. Motore della vicenda l’affiorare “tra il fango e la sabbia” di “un corpo piccolo e sgraziato”, cui seguiranno altri ritrovamenti.

Si tratta di uno dei piciocus de crobi (“i ragazzi della cesta”), adolescenti e preadolescenti laceri e rifiutati dalla società, che sopravvivono trasportando la spesa di caritatevoli dame o svolgendo per pochi spiccioli lavori di facchinaggio. Emblemi di un’umanità emarginata, scomoda, delle cancrene che il bel mondo volutamente ignora.

A condurre un’indagine non autorizzata l’“unica giornalista donna della Sardegna”, privata del suo titolo per aver sostenuto la verità a favore delle sigaraie in un’inchiesta e “finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche di scarso valore”. Clara Maylin Simon è un personaggio affascinante, nato dalla penna di Abate e sicuramente destinato a nuove avventure. È una figura che ben si addice al clima che caratterizza l’opera. Si erge come un’isola, una zona franca in una terra in cui sordidi compromessi vigono fra l’autorità costituita e la nobiltà. La sua origine è in parte cinese, viva in quel nome Maylin (con cui non a caso un parente l’apostroferà durante l’avventura) che la donna sembra voler archiviare; orfana di entrambi i genitori, è desiderosa di conoscere quanto accaduto a suo padre, il capitano Simon, e in fondo lo spera ancora vivo. Figlia di una delle famiglie più rinomate di Cagliari, è tuttavia emarginata per l’essere “mezzosangue” e per la natura di donna desiderosa di emancipazione, indotta a sposare una delle professioni maschili par excellence. Si sente “straniera tra i cinesi, intrusa tra gli italiani”; i reietti la considerano troppo in alto, mentre i nobili la giudicano indegna del loro consorzio. Forse è per questo che Clara sarà spinta a farsi carico della piccola Martinica, bambina tra i “piciocus”. “Ha la pelle troppo scura per questa città”, dichiarerà la Simon, guardandola pensosa e non a caso, in una scena d’intensa drammaticità, la piciochedda sarà apostrofata, da un ragazzino violento, come “negra”, prima di essere aggredita con un “coltello per le cozze”.

Attorno a Clara, di cui Abate riesce a rendere in maniera netta e vigorosa la complessa personalità, tra impulsi di virago e femminilità (si veda la sua evidente sensibilità agli odori), gravitano l’amico e collega Ugo Fassberger e il bel tenente Rodolfo Saporito. Aria da zerbinotto, innamorato di Clara esattamente come il giornalista, quest’ultimo giungerà in Sardegna dopo aver prestato servizio a Napoli e si troverà a cooperare con la Simon. Saporito è un altro personaggio molto interessante, che alterna slanci generosi (epica la scena durante gli scontri tra carabinieri e proletari durante il funerale dei piciocus) a momenti in cui pare prevalere in lui un’indole calcolatrice e ambiziosa. Ben riusciti i vari comprimari: dalla coraggiosa sigaraia Sarrana – simpatica aiutante – alla piccola Martinica, dal reduce Africo, ora condannato ai lavori forzati nel bagno penale, all’odiosa contessa Dessy Pinna, arida dama dedita a una carità pelosa e narcisistica, o al dottor Callisto Rombi.

Un romanzo avvincente, dai continui colpi di scena, e dallo stile curato e suadente. Un’opera che ci trasporta in una dimensione fascinosa e che descrive accuratamente gli ambienti, connotandoli spesso (a volte in primo luogo) sotto il profilo olfattivo. Muovendosi tra il chiacchierio velenoso dei maggiorenti e gli scontri di anarchici e socialisti contro le forze dell’ordine, tra le urla folli della sifilitica Marigosa nel lazzaretto o nella tana dei piciocus, il lettore si appassiona alle vicende narrate e si affeziona ai personaggi di Abate. E se il motivo del complotto a tratti sembra trionfare, non meno trascinante è il canto vitalistico (e malinconico al contempo) dell’anarchico biondo Anacleto all’apparizione della Cio-Cio-San cagliaritana. Perché quando la speranza sembra tramontata e l’automobile sembra aver perduto inesorabilmente il carburante, forse è solo il preludio a un nuovo viaggio verso chissà quali approdi.

Se avessi avuto gli occhi neri


Recensione a G. Sorge, Se avessi avuto gli occhi neri, goWare, 2020, Euro 14.99.

È un lavoro interessante e di gradevole lettura questa storia familiare abilmente costruita da Gianfranco Sorge e data alle stampe con goWare.

Se avessi avuto gli occhi neri, espressione che implica un adynaton e allude al colore degli occhi di Carmelo e alla sua vicinanza fisiognomico-emotiva alla figura della madre, ci proietta nel contesto della Sicilia dei primi del Novecento, per traghettarci sino ai giorni nostri, con puntate londinesi e nel Nord Italia, seguendo le vicende della famiglia Sperlinga Della Torre.

Uno dei pregi è l’accurato scandaglio psicologico dei personaggi e non poteva essere diversamente, considerando la formazione e l’esperienza lavorativa dell’autore, “medico chirurgo, dirigente psichiatra dell’azienda sanitaria catanese e docente di Psicopatologia presso la scuola di specializzazione dell’Istituto italiano di psicoanalisi di gruppo”.

Le vicende muovono dal tentato suicidio di nonna Stella, ottuagenaria, invischiata in un rapporto malato con il marito Sebastiano, quasi centenario, stanco di vivere, ma non di tiranneggiare la coniuge. Accanto ai due protagonisti, di cui l’autore ricostruisce la storia sin dalle prime interazioni amorose (per effetto delle quali la donna era stata quasi stregata dal fascino del giovane appartenente alla nobiltà ed era rimasta soggiogata dai suoi occhi neri), l’obiettivo è puntato sui loro figli, Santa e Carmelo, e sulla nipote Aurelia. Sorge adotta un impianto narrativo complesso, attraverso la variazione dei punti di vista.

L’opera è composta da due parti. Nella prima, in seguito al tentato suicidio di Stella, a narrare la vicenda è lo psichiatra che prende in cura la donna. Al suo punto di vista si alterna quello dell’anziana donna che, per fargli comprendere le ragioni che l’hanno condotta a compiere quel gesto, prende a raccontargli la propria vita e la singolare e tormentata parabola dell’amore per Sebastiano Sperlinga. Quest’ultimo è forse il personaggio più complesso del romanzo. Sorge non adotta mai il suo punto di vista, ma è il patriarca il fulcro dei pensieri e il motore delle vicende degli altri membri della famiglia. Si intuisce sin dalle prime battute che l’uomo sia affetto da un’oscura psicopatologia; non è sufficiente il retaggio machista, che ne costituisce il background culturale, a spiegare i suoi comportamenti sadici nei confronti di colei che ha scelto come propria compagna, ‘amandola’ in una modalità ossessiva e possessiva. Sicuramente in Sebastiano è viva la memoria dei don Rodrigo della tradizione (del resto, il misterioso signorotto resta il vero enigma del romanzo storico manzoniano); ammiccamenti si possono cogliere nella scena delle intimidazioni al padre di Stella, in cui rivive qualcosa della braveria di alcuni personaggi dei Promessi sposi. Sembra in parte attiva anche la memoria del feuilleton, con il motivo dell’onesta fanciulla perseguitata, qui affidato al personaggio di Stella. Sorge è molto abile nel lasciar intuire la condizione patologica dello Sperlinga, ma nel non fornirci spiegazioni sulla stessa, per cui don Sebastiano, nei suoi oscuri moventi e nella sofferenza che alimenta in sé e purtroppo infligge agli altri, rimane a nostro avviso l’elemento di maggior interesse del romanzo.

La seconda parte ci conduce al presente, in una continua staffetta tra la figlia della defunta Santa, Aurelia, narratrice interna, apparentemente il personaggio meno inquieto della storia, e Melissa, un tempo Carmelo. È proprio quest’ultima a recare in sé il significato del titolo. Secondogenito degli Sperlinga, sin dalla nascita Carmelo era stato rifiutato dal padre per gli occhi azzurri, che lo connettevano alla genia dei Santoro, famiglia della moglie, e troppo esulavano dal prototipo del maschio mediterraneo dagli occhi neri. Erano nati così l’odio-amore di Carmelo per il padre e il legame morboso con la figura materna, che l’avrebbe indotto al rifiuto della mascolinità e all’immedesimazione nel proprio punto di riferimento, la madre. Ecco dunque la scelta oggettuale di tipo omosessuale e gradualmente l’inclinazione ad abbracciare la condizione transgender. Carmelo diverrà Melissa e l’operazione per il cambiamento del sesso suggellerà la sua rinascita, poi coronata dal legame con Kadir, non a caso ‘portatore’ di bellissimi occhi neri. Il presente si alterna al racconto della vita di Melissa, con squarci anche della storia della sorella Santuzza. Per entrambi, il rifiuto del rapporto malato dei genitori e di un contesto asfissiante e carico di pregiudizi si tradurrà perfino nella rimozione dei nomi di tradizione ricevuti – anche Santa si farà ribattezzare Suza – e nell’adozione di comportamenti anticonformisti.

L’opera affronta una serie di tematiche spinose, non ultime la condizione transgender, con una raffinata analisi del senso di colpa che l’accompagna, talora non senza intenti autodistruttivi, e la delicata questione dell’eutanasia. Alcuni passaggi appaiono di un realismo piuttosto crudo, ma generalmente l’autore si accosta con delicatezza e finezza introspettiva a problematiche tutt’altro che di facile trattazione. Costante nell’opera è l’accettazione della diversità, che deve essere percepita come ricchezza, ipostatizzata nell’icona del rombo-losanga, non a caso marchio delle creazioni di Melissa.

Lo stile è curato; non mancano, con funzione mimetica, elementi dialettali. Se avessi avuto gli occhi neri è una storia che avvince e si lascia leggere scorrevolmente; quando, nel finale, si potrebbe avere l’impressione di un’impennata buonista, in virtù del generale senso di conciliazione che parrebbe trasparire, un ultimo colpo di teatro sorprende il lettore, a suggellare una narrazione in cui non conviene dare alcunché per scontato.