La funzione del critico letterario


Perché questo blog?
Il Giano bifronte cerca uno spazio per parlare di critica letteraria. In modo serio, per quanto sarà in sua facoltà.
L’industria culturale contemporanea è asservita a logiche editoriali che spesso sono ben lontane da un nobile intento di valorizzazione del talento. Si assiste sempre più alla serializzazione delle scritture, alla riproposizione ossessiva di figure, intrecci, immagini in linea con le richieste di un pubblico dagli orizzonti d’attesa sempre più poveri, irrimediabilmente proteso alla ricerca di un intrattenimento sterile.
Il compito del critico è quello di ricercare la complessità, l’anello che sfugge alla catena della banalità e rivela quella cura che connota un’opera di qualità. Non deve stroncare; è un’operazione sterile e inelegante che rivela un fondo di narcisismo e fa a pugni con l’onestà intellettuale. È piuttosto maggiormente corretta la posizione di chi fa passare sotto silenzio ciò che giudica meno valido e dà risalto al valore, laddove esso traspaia e, in alcuni casi, risplenda.
Certo, nelle valutazioni letterarie gioca un ruolo non trascurabile la soggettività della percezione del critico. È però anche vero che, al di là della singolarità e dell’irripetibilità di ciascuna lettura, esistono fattori oggettivi che appariranno evidenti a ciascun interprete.
Cosa cercherà di fare il Giano bifronte? Si sforzerà di mettere in atto quanto auspicava Benedetto Croce; accostarsi al cuore poetico dei testi letti e, quando vi sentirà battere il suo, provare a oggettivare quell’impressione di bellezza percepita.

L’immagine in evidenza è l’olio su carta “I Gemelli” di Marisa Carabellese.

Il serenissimo borghese


Raunceroy

Recensione a Alberto Frappa Raunceroy, Il serenissimo borghese, Arkadia, 2012, Euro 6.99

Riesce a tener desta l’attenzione del lettore questo bel romanzo di Alberto Frappa Raunceroy, friulano residente a Udine, edito nel 2012 da Arkadia e poi ripubblicato da Solfanelli.

Il serenissimo borghese è un romanzo ispirato alla vita di Ludovico Manin, ultimo doge della Repubblica di Venezia, caduta il 15 maggio, con successivo ingresso in città del Bonaparte. Si attendeva una democratizzazione della vita politica del centro lagunare e invece, nel 1798, il Trattato di Campoformio sanciva la grande delusione: Venezia era ceduta all’Austria e il cognato di Manin, Francesco Pesaro, divenne commissario straordinario per Venezia e la Terraferma.

Muovendo dai dati storici, Frappa Raunceroy arabesca, componendo un’opera pregevole sia stilisticamente che nell’architettura compositiva.

Nella prima sezione del romanzo, il personaggio del Procuratore di San Marco, futuro doge, si muove in sordina, con la sua dedizione al lavoro e la visione del mondo fortemente improntata alla morale cattolica. Tale caratteristica lo fa apparire agli occhi altrui (persino della moglie) ben più clericale nell’aspetto del fratello Lauro, sacerdote dedito agli amori maschili, con speciale predilezione per i proletari giovani e belli. A dominare, invece, è la figura della sposa di Manin, Elisabetta Grimani, personaggio a tutto tondo, che si muove rispondendo non alla logica del decoro formale, ma alle spinte affettive, alla passione per l’arte (si pensi ai dipinti della ritrattista settecentesca Rosalba Carriera), a una selettività nelle compagnie. Quest’ultimo aspetto la indurrà a privilegiare la compagnia di Alphonsine, nobile francese decaduta, ribattezzata con disprezzo dai parenti “Marchesa Onavé” (per la sua costante rammemorazione del fulgore passato della condizione aristocratica, icasticamente espresso con la formula “On avait”). Soprattutto, Elisabetta coltiva nel suo cuore il desiderio di ricongiungersi alla figlia, l’unica, che crede esserle stata sottratta in fasce per effetto del moralismo bigotto e dello smisurato senso dell’onore familiare dalla suocera-padrona, Lucrezia Basadonna. Figura quest’ultima che, pur morta ai tempi della narrazione, aleggia costantemente tra le pagine del romanzo. La riottosità di Elisabetta ad adattarsi al contesto straniante della famiglia del marito si ipostatizza nella repulsione per le stanze della, al suo sguardo, cupa villa di Passariano (poi idealmente ‘violate’ da Napoleone nella seconda parte del romanzo) e nel bacio mortifero dell’epilessia, male che la espone a continue crisi sino al momento della morte, in cui il romanzo vive un momento di svolta. Se la prima sezione, infatti, si era fondata su una focalizzazione interna atta a privilegiare la figura di Elisabetta, ora protagonista della narrazione diviene proprio Manin, in un percorso che lo indurrà, nella progressiva esautorazione dalle occupazioni pubbliche, a riappropriarsi degli spazi privati. Raggiungerà così compimento – nel momento in cui perderà le insegne dogali – quel moto d’amore che lo ricongiungerà idealmente alla defunta consorte e lo spingerà a riappropriarsi, tardivamente, della paternità negata. Così il Doge tutt’altro che “serenissimo” acquisirà una parvenza di felicità proprio nella dimensione del vivere borghese, in compagnia di quegli affetti che il tempo edace non avrà potuto cancellare.

È un romanzo complesso quello di Frappa Raunceroy. Ci muoviamo su scenari resi celebri dalla storia ed è bello l’emergere di figure come Napoleone, presentato secondo una prospettiva insolita, persino vittima di una sorta di ideale scambio di ‘scortesie a distanza’ con madama Caterina Pesaro, la cognata del Doge. Suggestivo il trascorrere dei veneziani dalle malie carnascialesche, vissute in un’ebrezza dimentica del pericolo, alla dimensione dell’incertezza per un futuro inizialmente indecifrabile. Affascinante lo stile, connotato da fluida eleganza; notevole la capacità introspettiva, che offre una galleria di personaggi molto ben caratterizzati e tutt’altro che stereotipati. Memorabili gli scenari, dalla proprietà di Passariano, dominata dall’icona della Basadonna, ai bassifondi di Venezia; per non parlare della celeberrima Villa Barbaro, che fu proprietà dei Basadonna e poi dei Manin. Nella sezione che s’avvia alla conclusione, Alphonsine leva lo sguardo e vede “la nobildonna in azzurro e perle che sporgeva dalla balaustra e guardava verso di loro” e la memoria del lettore subito identifica l’affresco di Veronese che rappresenta Giustiniana Giustiniani e la nutrice. E, nel finale, egli non può non solidarizzare con una figura che, seppur vinta dalla storia, Frappa Raunceroy ha insegnato ad apprezzare, pennellandola con tratti di onestà e generosità.

Io non sono Clizia


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Recensione a V. Traversi, Io non sono Clizia, Raffaelli, Rimini 2019, Euro 20.
Io non sono Clizia, pubblicato da Valeria Traversi con l’editore Raffaelli, è un lavoro pregevole e raffinato: una gemma per gli amanti delle lettere e i cultori di Eugenio Montale.
L’autrice è docente di ruolo di lettere nella secondaria di I grado. Studiosa di valore, ha all’attivo volumi come Farfalle di spine. Poesie della Shoah (Palomar), antologia commentata, poi ampliata e ripubblicata con la Stilo con il titolo di Margherite ad Auschwitz (2014). I suoi interessi critici spaziano da Dante a Ungaretti, da Montale a Primo Levi.
Come Traversi precisa, Io non sono Clizia è un romanzo: “è la mia storia, il mio Arsenio, la mia Irma”. Illuminante ai fini della comprensione dell’operazione compiuta risulta la Nota dell’autrice, cui segue una dettagliata esplicitazione delle Fonti del volume. Punto di partenza le lettere, edite da Rosanna Bettarini (Mondadori, Milano 2006), di Eugenio Montale a Irma Brandeis, figura che si cela dietro il senhal della ninfa ovidiana mutata in girasole. Le lettere furono consegnate dalla studiosa americana, di origine ebraica, al fiorentino Gabinetto Vieusseux, teatro del primo incontro tra i due. Non si posseggono, invece, con l’eccezione di una, le lettere della dantista al poeta, che potrebbe averle distrutte. Alla luce della bibliografia sulla Brandeis (importante, tra gli altri, un volume del 2008, curato da Marco Sonzogni, anche prefatore di Io non sono Clizia), delle lettere montaliane – a tratti rimaneggiate per un migliore amalgama della struttura romanzesca – e di quel sentire en artiste che ricostruisce emozioni e sensazioni muovendo dalle pieghe della storia, Traversi ha cesellato quest’opera. Un romanzo che si connota per la lucidità e la forza dell’introspezione psicologica; adottando il punto di vista della Brandeis, che nell’immaginario collettivo si confonde con i tratti a volte evanescenti di Clizia (colei che il non mutato amor mutata ‘serba’), l’autrice dona voce e verità a un’intellettuale che ha ricoperto un ruolo tutt’altro che secondario nella storia della letteratura internazionale.
Dalla prospettiva della Brandeis, tanto Arsenio – il suo modo di chiamare Montale, dal nome del personaggio di un celebre testo del poeta ligure – quanto Drusilla-Mosca, compagna e poi moglie del poeta, vengono esaminati secondo una luce particolare. Emergono le fragilità dello scrittore e il suo amore profondo verso la Brandeis, sentimento che non riesce a trovare coronamento nella realtà e si sublima nella lirica. Qui la donna dagli occhi acquamarina assurge a visiting angel, a vessillifera di una “religione delle lettere”, tuttavia insufficiente a ostacolare il dilagare del Male nella storia. Affiora un’immagine straniante anche della Tanzi, la donna cui lo scrittore avrebbe dedicato alcuni tra i versi d’amore più struggenti della storia, segnalando la saggezza quotidiana che rendeva le pupille di Mosca, tanto offuscate, ben più capaci di altre nel cogliere e decrittare reale. Bisogna ovviamente precisare come sia appunto l’adozione del suggestivo punto di vista di Irma a indurre a tali esiti.
Eppure in questa vicenda di amore e poesia, pennellata con lirismo dalla Traversi, non c’è spazio per meschine recriminazioni. Dal primo incontro ai momenti trascorsi all’Annalena – a tal proposito ci piace menzionare la bella fotografia di Daniele Maria Pegorari in copertina –, dalle ore presso l’Hotel Bristol al saluto fugace (con il treno inghiottito da “una gran nube di vapore”), il respiro della storia è quello della poesia. Ripercorriamo i motivi genetici di capolavori come Ti libero la fronte dai ghiaccioli… o la superba Primavera hitleriana, con Hitler-“messo infernale” e la partenza di Clizia, poi destinata, in modo affine alle foscoliane Grazie, all’approdo in un oltrecielo. Ed è un solido punto di forza questo magico intreccio di vita e letteratura, per cui colei che non faceva che ricusare l’identità di Clizia, in cui non credeva di non riconoscersi, giungerà al fatidico dono delle lettere di Eugenio al Vieusseux. Sarà questo l’approdo di un dialogo d’amore che appariva interrotto e invece era proseguito, a dispetto di tutto (anche della consapevolezza degli stessi protagonisti), a distanza. A chiarire le motivazioni del dono, il confronto con l’amata figura di Dante: “forse anche per Montale”, si dirà la donna, “forse anche per Montale vale ciò che il poeta stesso aveva riconosciuto a Dante: è necessario conoscere le circostanze biografiche per comprendere davvero la sua poesia”. Poesia straordinaria, pietra miliare della nostra letteratura. Con una citazione l’opera si conclude, uno struggente passo tratto dallo shakespeariano Racconto d’inverno, tradotto dallo stesso Montale. O forse no; direi che Io non sono Clizia non si conclude. La battuta finale riannoda la storia al momento del primo magico incontro. Un incontro che rivive, attimo dopo attimo, ogni volta che riecheggiano versi come questi, meravigliosi, del poeta genovese: “Ho tanta fede in te / che durerà / (è la sciocchezza che ti dissi un giorno) / finché un lampo d’oltremondo distrugga / quell’immenso cascame in cui viviamo”.

Almarina


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Recensione a V. Parrella, Almarina, Einaudi, Torino, 2019, Euro 17.
«L’idealizzazione dell’amore perduto è una prassi umana quasi universale; ciò che si ricorda nel corso degli anni è una possibilità perduta per il proprio io, anziché per quello dell’altro». Quest’osservazione di carattere generale del compianto critico Harold Bloom ci consente di effettuare una prima osservazione sul bel romanzo Almarina di Valeria Parrella. Ci troviamo infatti dinanzi alla storia di un amore perduto – quello della protagonista, Elisabetta, insegnante di matematica nel carcere minorile di Nisida, per il marito prematuramente scomparso – e allo sbocciare di un amore differente, quello materno, sommessamente pervasivo, per Almarina, di origine romena. Una ragazza conosciuta a Nisida, dove la giovane era stata condannata a scontare una breve reclusione. Quell’allieva gradatamente si insinua nel cuore della docente, che – terminato il periodo nel carcere minorile – giungerà alla decisione di chiederne l’affidamento, per poterla seguire nel  percorso di crescita e di nuova apertura al mondo.
L’opera è connotata dall’adozione di una focalizzazione interna. A narrare in prima persona è proprio Elisabetta, la protagonista, apparentemente disillusa per effetto delle molte delusioni della vita, eppure ancora, in qualche modo, predisposta a cogliere l’incanto che alcune esperienze possono suscitare. Una donna passata attraverso le forche caudine del dolore, sin dalle prime battute rievocato nell’icona delle “scale che portano alla morgue di un ospedale”, quello in cui aveva subìto lo shock di vedere il marito “morto freddo su un tavolo di metallo, labbra viola, e il viso come se ci avessero passato sopra del talco”. Immediatamente, già dal prologo, la narrazione si distingue per lo stile asciutto e lo sguardo saturnino. Uno sguardo che d’improvviso s’illumina al cospetto di Almarina, che “Non aveva ricordi così ed era stata vestita di carta, ma possedeva la luce del futuro negli occhi”. L’autrice si muove con padronanza tra registri diversi; trasmette il senso di straniamento che pervade chi entra nel microcosmo del carcere minorile, il cinismo velato di chi teme di non poter più sperare in una nuova primavera e poi, per contrasto, il trionfo della vita e della sensualità. Quest’ultimo appare evidente quando Elisabetta ritorna a coltivare fantasticherie amorose, muovendo da uno sguardo del comandante, uno sguardo compassionevole traslato “nell’universo dell’erotismo”; forse una memoria della donna pietosa dantesca, ma inevitabilmente la sanzione dell’ineludibile legge della vita che torna a reclamare i suoi diritti.
Sono molti i motivi che affiorano nell’opera, dall’elaborazione del lutto, faticosa ma possibile, al ritorno alla progettualità, dalle ambizioni di riscatto alla consapevolezza che nessuna giovane vita debba essere considerata in partenza irrecuperabile (sebbene la strada del cambiamento sia impervia e costellata d’incognite). In questo, rilievo centrale assume la figura dell’insegnante, non solo dispensatrice di una matematica ch’è sapere pratico da applicare in un percorso nel mondo che non colga impreparati, ma anche, più in generale, mediatrice di cultura pronta a prestare, persino a regalare libri e a far conoscere figure come Antonio Gramsci. Certo, poi interviene l’ironia della Parrella, per cui Elisabetta preferirà sorvolare sulle ragioni della carcerazione del celebre intellettuale, perché il fatto di saperlo incolpevole avrebbe stabilito un senso di distanza, difficilmente colmabile, tra l’illustre recluso della storia e i giovani allievi dell’insegnante, non facendo scattare l’identificazione e magari l’emulazione. Ironia che affiora in numerosi momenti, ma che non è mai l’attitudine di chi si pone su un piedistallo rispetto al mondo rappresentato: è il caso del passaggio sui cosiddetti ‘premesopotamici’ (i trogloditi, per assurdo non assimilabili neppure ai babilonesi, rispettosi almeno del codice di Hammurabi). Da un lato v’è l’io narrante che rimarca l’opposizione culturale tra la sua visione del mondo e quella di quanto danneggiano Napoli “con la loro tracotanza”. Poi, però, emerge un’istanza di empatia, con la consapevolezza di una responsabilità collettiva nell’avanzare del degrado: “Io li temo un poco e un poco ne sono profondamente affascinata. Quando li osservo dal balcone, di notte, seduti sui motorini fino a tardi, a emettere suoni disarticolati, a non rendersi conto che è mezzanotte, capisco che loro non vedranno i murales che noi abbiamo dipinto proprio per loro al parchetto giallo, non vedranno nella matematica che abbiamo spiegato fino a esaurirci l’aereo che li porterà lontano”.
Il finale prende il volo, con Elisabetta che si rivolge a coloro che esamineranno la sua causa e si profonde in un racconto di sé, un’appassionata perorazione del suo diritto a offrire amore a chi, come Almarina, ne abbia profonda necessità. E soprattutto una rivendicazione della forza di questo sentimento, l’amore, ch’è sfuggente e “non riconosce l’autorità”, inerpicandosi finanche lungo i sentieri più accidentati. La sua icona più convincente è l’immagine, in prolessi, di Almarina che andrà incontro al futuro e scorgerà nelle “piante medicinali” l’ipostasi di quella bellezza che aveva folgorato l’io narrante al cospetto degli arabeschi della matematica e della geometria. Un moto di riappropriazione di sé, persino delle radici linguistiche che connettono le sonorità del romeno a quelle del latino e, quindi, del lessico della botanica. E questo è il miracolo che si genera quando due solitudini s’intrecciano e, vincendo le secche della desolazione, offrono l’approdo a un vivido senso di libertà.

 

Il morso della reclusa


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Recensione a F. Vargas, Il morso della reclusa, trad. it. di M. Botto, Einaudi (Stile Libero Big), Torino 2018, Euro 20.

Dedichiamo questa nuova recensione del Giano bifronte critico al nostro commissario preferito, Jean-Baptiste Adamsberg, nato dalla penna della scrittrice Fred Vargas. Promotrice di una produzione giallistica di qualità, molto lontana dai cliché del genere, sempre documentata e tesa alla brillante e originale rievocazione di particolari stagioni della storia e di fobie collettive (si vedano l’insidia della peste in Pars vite et reviens tard e l’ombra possente di Robespierre in Temps glaciaires).

Particolare oggetto d’affetto è per noi, come si diceva, il commissario Adamsberg, lo “spalatore di nuvole”, investigatore che segue sentieri tutt’altro che convenzionali, pare sonnecchiare e vagare nelle nebbie per poi accendersi all’improvviso di intuizioni geniali. Uno che continua a chiamare un figlio di gioventù, ritrovato ch’era ventenne, con il nomignolo di Zerk, diminutivo di Zerquetscher (“massacratore”), da lui affibbiato al ragazzo quando lo aveva sospettato artefice di efferati delitti. La figura del commissario rappresenta sicuramente uno dei punti di forza dei gialli della Vargas, proprio per la sua natura aerea e imprevedibile.

Il romanzo che abbiamo or ora letto è Quand sort la recluse e conferma l’originalità e la fascinazione della narrativa dell’autrice parigina, “ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche (CNRS) ed esperta in medievistica”. L’opera ci catapulta in uno scenario di aracnomani e aracnofobi, che trova la sua ipostasi terrificante nella Loxosceles rufescens, la reclusa del titolo. Schiva e portata a celarsi agli sguardi degli uomini, solitamente essa provoca con il suo morso fenomeni locali clinicamente controllabili, ma in alcuni casi può determinare situazioni capaci di evolvere sino a conseguenze ben più gravi. La notizia delle morti di alcuni anziani a causa del morso della reclusa scatena il web, recando con sé la preoccupazione di una mutazione nel veleno degli aracnidi. Il commissario Adamsberg ha tuttavia una strana sensazione e coinvolge il suo team in un’indagine apparentemente assurda, determinando una spaccatura al suo interno. A contrapporglisi, per ragioni che si chiariranno in seguito, proprio il tenente Danglard, uno dei suoi aiutanti e compagni di avventure più fidati. Sembrerà però dar ragione all’intuito del commissario la scoperta che due delle vittime provenivano dallo stesso orfanotrofio e nella loro adolescenza turbolenta avevano dato vita a una “banda delle recluse”, così chiamata perché i suoi membri si servivano di questi ragni per compiere atti di bullismo nei confronti di compagni più fragili, episodi in alcuni casi sfociati in tragedia. A corroborare la tesi di Adamsberg sarà la scoperta dell’implicazione di quegli stessi enfants terribles, che soprannominerà “Blaps” (sgradevoli tipologie di coleotteri), in sistematiche azioni di violenza carnale ai danni del gentil sesso.

Eppure il percorso delle indagini di Adamsberg e dei suoi uomini, come sempre avviene nell’accidentato cammino che conduce alla verità, si rivelerà ben più complesso. A suscitare un effetto di costante straniamento il procedere di pari passo dell’elaborazione di un trauma infantile subito dal commissario stesso: la visione scioccante, a Pré d’Albret, nei dintorni di Louvre, di una ‘reclusa’, ossia di una donna che – in una sorta di non meglio nota ricerca, forse per motivi ascetici, di segregazione dal consesso umano – viveva in condizioni igieniche precarie, tra i suoi stessi escrementi, in una piccionaia. Il lettore, infatti, non riesce a comprendere le ragioni di quest’indugio su vicende personali legate all’infanzia del commissario, così come fatica a cogliere l’utilità delle ricerche compiute dal team sul fenomeno della reclusione femminile nel Medioevo. Inutile dire che, in un contesto in cui fondamentale è l’apporto dell’elemento psicologico – quello che solo l’intuizione di un ‘veggente’ può cogliere –, in realtà si potrà constatare che “tout se tient”. Punti di forza del romanzo lo stile sorvegliato, l’allure spesso apparentemente digressiva che lo connota, la capacità dell’autrice di pennellare, senza spargimenti di sangue, un’atmosfera a tratti estremamente inquietante, il sostrato culturale che garantisce un intrattenimento di qualità. Non mancano tra l’altro le implicazioni etiche: sin dal principio, l’assassino sembra assumere le sembianze della Nemesi e quelle oscillazioni che inizialmente renderanno titubante e oppositivo il tenente Danglard non saranno altro che una prefigurazione dei dubbi dello stesso Adamsberg. Trovandosi vis-à-vis con la ‘reclusa’, il commissario sarà colto dallo sgomento per l’obbligo morale di doversi rendere strumento della giustizia, pur chiedendosi chi mai e cosa mai possa a sua volta garantire ‘giustizia’ a chi sia stato indelebilmente marchiato – per la ‘matta bestialità’ degli uomini – dalle stimmate del dolore.

Un ragazzo italiano


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Recensione a P. Besson, Un ragazzo italiano, trad. it. di F. Bruno, Guanda, Milano, 2007, Euro 12.
È un ingranaggio molto ben congegnato questo Un ragazzo italiano di Philippe Besson. Ritorna il tema degli amori omosessuali, ma incastonato in un contesto di più ampia problematicità. Il protagonista, Luca, morto nel momento in cui la narrazione trae avvio, viene ritrovato annegato in Arno. Ne nasce una detection, che riporta alla luce i segreti del giovane, apparentemente impegnato in una serena e appagante relazione con la bella Anna Morante e al contempo divenuto l’amante di un giovane ragazzo di vita, Leo, abituato a prostituirsi presso la stazione di Firenze S. Maria Novella.
La quête di Anna, incapace di rassegnarsi a ignorare la verità sulla morte di Luca (suicidio? omicidio? tragica fatalità), la condurrà, nelle pagine finali, a contatto con l’amante del compagno, in una lunga sequenza abilmente amplificata dal narratore attraverso la tecnica dell’analisi, con un’attenta introspezione in amebeo a moltiplicare a dismisura un tempo della storia in realtà ben più breve.
Molto efficace l’intera costruzione del romanzo, che si basa sull’alternanza di tre narratori interni, i tre personaggi principali: Luca, Anna e Leo. Il primo assume la parola dalla ‘specola della morte’; intorno ai suoi interventi si riannodano le riflessioni, i pensieri e le emozioni dei due interlocutori privilegiati della sua breve, ma intensa esistenza. L’espediente dell’adozione di Luca tra i narratori consente l’intrecciarsi di meditazioni ispirate sulla struggente bellezza della vita stessa; quando, al termine del rito della sepoltura, il protagonista patisce la privazione della luce tanto amata (bella l’icona della “rosa lasciata cadere con un gesto stanco”), il lettore si sente avvolgere dal medesimo senso di opprimente claustrofobia avvertito dal giovane. Di grande impatto risulta ancora la sequenza della cerimonia funeraria, con il protagonista che, dal feretro, per scacciare “l’umor nero” si risolve a contemplare i dipinti del tempio; in quel momento, il pensiero e l’ekphrasis dell’“autoritratto sorprendente” di Filippino Lippi nella Disputa di Simon Mago e crocifissione di san Pietro della Cappella Brancacci evoca la figura di Leo.
Alle pagine di Luca sono affidati i momenti stilistici più alti dell’opera: “Se mi annoiassi troppo, potrò sempre contemplare gli affreschi della cappella Brancacci. La vita di San Pietro a fumetti è pur sempre uno spettacolo. In realtà, però, preferisco le rappresentazioni del peccato originale. Questa colpa per cui continuiamo a pagare mi ha sempre interessato. E l’urlo silenzioso di Eva cacciata dal paradiso… d’un tratto penso che potrebbe essere il mio”. E poi ancora, a p. 48, “Fine del sole tiepido sulla mia guancia, della bella luce, degli alberi che stormiscono. Resta soltanto il buio, il buio assoluto, impenetrabile. Resta soltanto lo stridore dei dadi avvitati”. In altri casi, l’atmosfera appare decisamente straniante, come nella scena dell’autopsia o dell’imbalsamazione, durante le quali veniamo a conoscenza dei pensieri e delle sensazioni, anche olfattive, del protagonista.
Nei quattro libri che compongono l’opera, la vita umana appare un percorso accidentato tra luce e buio, un camminare in equilibrio funambolico, nell’inconsapevolezza che, proprio nei momenti di maggior felicità, è più facile scivolare e perdersi. Ciascuno reca in sé il proprio dolore, che però può anche paradossalmente confinare con la gioia più vibrante, intensa e improvvisa, e il solo errore da non commettere è quello di giudicare. Sbaglierebbe il lettore a credere che quello di Luca per Anna non fosse amore, ma solo una finzione di facciata. In fin dei conti la declinazione di tale sentimento non sempre è razionale e unidirezionale e, in fondo, anche Lisandro, nello shakespeariano (aggiungeremmo che un briciolo di ofelica follia si annida anche nella fine di Luca) Sogno di una notte di mezza estate, dichiarava che «Mai è stato liscio il corso del vero amore».

Gli anni al contrario


 

IMG_20200124_0001Recensione a N. Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, Torino 2016, Euro 11.

È un romanzo che coinvolge e lascia l’amaro in bocca Gli anni al contrario di Nadia Terranova. Una storia familiare narrata con focalizzazione interna variabile, che segue alternatamente i punti di vista dei protagonisti, Aurora e Giovanni, giovani messinesi che negli anni Settanta vivono l’esperienza dell’innamoramento e sperimenteranno prematuramente il matrimonio, complice la gravidanza di lei. La prosa della quotidianità, il peso delle responsabilità e una sequela di incomprensioni porteranno al fallimento del progetto di vita in comune.

L’opera esordisce con straordinaria levitas, sull’immagine della protagonista, Aurora, che si chiude nel gabinetto di casa per potersi concentrare nello studio, unico strumento di evasione dalle panie di una famiglia ingombrante, di cui la figura più rappresentativa appare sin dal primo momento il padre, icasticamente denominato “Il fascistissimo”. La stessa leggerezza connota la presentazione del retroterra familiare di Giovanni, quello della prestigiosa famiglia Santatorre, nella cui compagine quel giovane dalle aspirazioni incerte e dalla personalità volubile risuona subito come una nota stonata.

In realtà, come ha ben evidenziato Elena Stancanelli, questa è un’opera “capace di nascondere sotto una prosa leggera una precisa idea del mondo”. Al cospetto della Storia, il microcosmo familiare che Giovanni e Aurora cercheranno invano di costruire andrà miseramente in frantumi. A sancire l’impossibilità dell’idillio quel senso d’ali inappagato che connota entrambi, ma che finisce con il condurre l’uomo alla ricerca di situazioni che possano indurlo a realizzare lo Streben da cui si sente animato e cui non riesce a dare un nome. Gli anni al contrario sanciscono proprio il fallimento di quel progetto di volo, eppure quanta speranza, quanta attesa nella majakovskijana “questione cardinale della primavera” da risolvere, o ancora nel sole che entra “dagli scuri” nel finale e illumina il dolore inespresso che fa trattenere il respiro!

Nell’opera si susseguono gli eventi degli anni di piombo: dal sequestro di Aldo Moro alla morte di Impastato (Giovanni andrà a Cinisi per partecipare ai funerali) e poi ancora gli atti terroristici, la piaga della droga, l’escalation graduale dell’AIDS, riconosciuto per la prima volta nel 1981. Essi finiscono con il rinfrangersi sui protagonisti, sconvolgendo il ménage della “casa in miniatura”, troppo piccola per una giovane famiglia che anela a crescere eppure al contempo troppo vasto teatro di incontenibili solitudini. Solitudini che a tratti tornano a sfiorarsi e fondersi, per poi rifluire su binari paralleli.

Terranova riesce felicissima nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, individui sfaccettati eppure, a tratti, rappresentativi di quello che giovani affacciatisi sul palcoscenico della vita, nello scenario dell’Italia di questo burrascoso periodo, potevano essere. Abbarbicati a sogni – senza coraggio sufficiente per realizzarli sino in fondo (più forte Aurora, che riuscirà ad affrancarsi grazie alla cultura) – e smaniosi di esperire l’infinito, spesso anche a prezzo della “sregolatezza” dei sensi. Si pensi a Giovanni, che si stordisce con l’eroina per poi arrivare a intuire troppo tardi la necessità di disintossicarsi e porre fine a una sorta di involontaria coazione al cupio dissolvi.

Intensa è anche la connotazione del rapporto genitori-figli, che attraversa le generazioni e conosce la sua declinazione più commovente nell’intesa tra Giovanni e Mara, figura – quest’ultima – che emerge nella seconda parte del romanzo e finisce anche con il pagare lo scotto dei pregiudizi sorti per le disavventure e l’inaffidabilità del padre.

 Il romanzo convince anche stilisticamente, per la capacità di scorrere dalla leggerezza al lirismo, con passaggi di grande delicatezza come questo: “Solo le lettere di Mara lo riscaldavano con la luce trasparente dell’infanzia, nelle parole di sua figlia la terra tornava mare”. Si pensi ancora all’aura che caratterizza la conclusione: nell’icona di Aurora che s’incammina, smaniosa di sperimentare quella primavera che si ostina a non palesarsi, si colgono la fatica e al contempo la tensione al vivere proprie di ciascun essere umano. L’istanza che ci induce a procedere a dispetto del dolore, in attesa che l’oscurità ceda alla luce.

 

Gotico rurale


 

IMG_20191226_0002.jpgRecensione a E. Baldini, Gotico rurale, Einaudi, Torino 2012, Euro 17,50.

“È piacevole qualunque suono (anche vilissimo) che largamente e vastamente si diffonda, come in taluno dei detti casi, massime se non si vede l’oggetto da cui parte. A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà (quando non sia vinto dalla paura) il fragore del tuono, massime quand’è più sordo, quando è udito [1929] in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta, o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec.” Nel costruire tanto la teoria del suono quanto quella della visione, spesso Giacomo Leopardi evocava come riferimenti le sensazioni che colgono chi si trovi in una distesa campestre e provi un piacere particolare in virtù dell’idea di vastità che accompagna quella percezione.

Per analogia, la campagna diviene luogo del terrore, si anima di presenze oscure, pronte a ghermire l’uomo e a trascinarlo nel mistero in quel particolare genere che ha nome Gotico rurale e trova felice espressione nei racconti del ravennate Eraldo Baldini. La raccolta fu pubblicata per la prima volta da Frassinelli, con postfazione di Francesco Guccini, nel 2000; ne facevano parte dodici testi. L’edizione Einaudi che ne abbiamo consultato arricchisce l’ordito dell’opera di altre storie, pubblicate in sedi sparse (con l’eccezione dell’inedito I denti del notaio). Alcuni dei nuovi innesti accentuano l’elemento ironico già insito in alcuni racconti della stampa del 2000. È il caso, in particolare, del Country Fight Club, che gioca sullo stereotipo della mantide; di A volte sbagliano, in cui l’“orografia di una piadina” dà origine a equivoci da parodia della spy story; del gustoso, già citato, ritratto di famiglia precedentemente inedito, con sorelline dalle tendenze omicide, nonni allergici ai medici e dotati di dentature inossidabili e altre curiose amenità.

Il “gotico rurale” ci fa inoltrare nei meandri di una campagna mitica e animistica, in cui il singolo segno può ricevere varie esplicazioni, a seconda che il decifrante sia partecipe di una dimensione magica e oscura o tenda alla razionalizzazione. È il caso del “Gorgo nero”, non meglio definito simbolo di sciagura imminente. Un altro esempio concreto può essere rappresentato dalle urla dei mietitori, variamente interpretate nel racconto Urla nel grano, vero e proprio gioiello della silloge, per l’ambientazione e la cura dello stile. È qui che si staglia la presenza terrifica dello Spirito del Grano, che vaga “nei campi a mezzogiorno e a mezzanotte; e i mietitori urlano per allontanarlo, per difendersene”; il protagonista è scettico, eppure subisce la fascinazione di quel “colosso di spighe” ammonticchiate dai contadini, al punto da avvicinarvisi nel cuore della notte.

Il gotico rurale di Baldini si inscrive in una straniante dimensione fiabesca. Molteplici sono i divieti da osservare e puntualmente i protagonisti li infrangono. In particolar modo, vige la regola di perpetrare usanze e rituali di antica memoria senza introdurre varianti pericolose nello schema. Così, nella Befana vien di notte, i Pasquaroli, ogni notte dell’Epifania, ripetono il medesimo giro delle cascine, cantando le medesime canzoni e gli occupanti delle case rurali hanno l’obbligo di accoglierli, in una dimensione che pare faceta e invece è serissima. “I Pasquaroli, così come la Befana (…) impersonano simbolicamente i defunti. (…) I morti, nella vecchia cultura popolare, sono venerati come numi tutelari, per questo gli vanno offerti cibo e accoglienza. Loro, in cambio, lasciano una promessa di benevolenza e di protezione”. Ma se quello schema è infranto, il rischio è che il verso metaforico “Signor padrone, aprite le porte, ché qua fuori c’è la morte…” scivoli dal piano del traslato a quello di una pericolosa realtà, con conseguenze imprevedibili e spaventose.

Quindi, mai violare gli schemi della tradizione, così come non si debbono sottovalutare le presenze che si agitano nella campagna: tra queste emerge la Borda, personificazione della nebbia che assume le sembianze di una strega che strangola i bambini belli e abbandona i loro corpi nel lago. Il maestro di Nella nebbia vuole però portare la luce della razionalità nelle brume del rus padano ed esorta i suoi studenti a demitizzare quella minaccia, interiorizzata sin dall’epoca delle nenie nella culla. Li invita a cogliere che la figura della Borda è una metafora dei rischi che si possono correre vagando ciecamente nella nebbia, non una reale presenza unheimlich. Sarà però realmente così? Baldini attinge a piene mani dall’immaginario rurale padano, e più in generale settentrionale: tanto lo Spirito del Grano, quanto la Borda, presenza centrale anche nel romanzo Mal’aria, sono figure realmente legate alle credenze popolari italiche, così come quella dei Pasquaroli è una tradizione del Cesenate. In generale, possiamo veder rivivere anche miti attestati nei testi paradossografici o di magia naturale: la superstizione relativa allo sguardo della strega è, per certi versi, analoga a quella dell’avvistamento da parte di un lupo. Se la vittima riusciva a scorgere il lupo prima che l’animale lo vedesse, allora poteva salvarsi; diversamente il predatore l’avrebbe reso rauco, impedendogli di gridare aiuto, per poi ucciderlo indisturbato. Da Plinio il Vecchio, tale convinzione era migrata tra le pagine della Magia naturalis di Della Porta, divenendo anche un topos letterario (Tasso l’aveva applicato allo sguardo di Mopso nell’Aminta).

La raccolta di Baldini si segnala per numerosi aspetti. In primo luogo vincente è l’atmosfera, particolarmente efficace nei racconti già menzionati, ma anche in altri (La collina dei bambini, Re di Carnevale, Chi vive nell’olmo grande?; che dire poi della Carsano di Re di Carnevale?). L’autore riesce a destare nel lettore un vivo sentimento di inquietudine e di attesa, anche attraverso l’introduzione di elementi narratologicamente metonimici, quali il forcone della Notte di San Giovanni. Sin dal suo primo comparire, il lettore intuisce come si tratti di un elemento chiave nello scioglimento della vicenda. A suscitare quel senso di sospensione è in particolar modo lo stile dell’autore: suggestivo, ipnotico, capace di evocare il dilatarsi della spazialità. O, come in questo caso, di pennellare un’aura di innaturale stagnazione: “Morte ovunque. Morta l’erba; morente la terra, che nella calura non riusciva più neppure a sudare, a stillare qualche goccia di rugiada”.

Il lettore è condotto per mano in scenari fortemente perturbanti, che ci rammentano, per limitarci a un esempio, quelli della miglior filmografia dell’Avati, con il pittore delle agonie e le vecchie assassine (si pensi in Baldini alla figura dell’omicida seriale rurale nonna Clara) di un capolavoro come la Casa dalle finestre che ridono. Il risultato è la decostruzione di quello che tanti secoli di letteratura ci hanno indotto a concepire quale luogo dell’idillio, fresco e sereno rifugio del raccoglimento contro le sirene impazzite del gorgo cittadino. La luce che brilla nel grano può, infatti, rappresentare l’inizio d’una sinistra vendetta della Natura apparentemente vinta dalla “Cultura” e la quiete dei piccoli borghi può celare la maschera della follia, pronta ad abbattersi sull’incauto passeggere.

Il teorema del babà


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Recensione a F. Di Mare, Il teorema del babà, BUR Rizzoli, Milano 20192, Euro 12.
Un lavoro frizzante Il teorema del babà di Franco Di Mare, scrittore che avevo già avuto modo di apprezzare per Il paradiso dei diavoli (Rizzoli, 2012), ambientato in una Napoli bellissima eppure deturpata dalla violenza.
Il teorema del babà invece si muove con levità, ma su un fondo assolutamente serio, negli scenari della provincia campana. Teatro delle vicende è la città immaginaria di Bauci, nome mutuato da une delle Città invisibili di Calvino. In qualche modo la Bauci di Di Mare appare ispirata a Ravello e vicina, nell’atmosfera che vi si percepisce, a tanti luoghi del Meridione. A fungere da Leitmotiv l’elemento culinario, vera e propria passione per il giornalista e scrittore; non a caso, i capitoli sono intervallati dalla presentazione di ricette e dalla riflessione sulle stesse (si veda quella delle “fettuccine al nero con gamberi e zucchine”, affidata al mese di novembre “che conserva la memoria del mare ma annuncia le ombre dell’inverno”). Tale motivo non è affatto estraneo alla nostra tradizione letteraria: un esempio illustre è infatti rappresentato da Carlo Emilio Gadda e dal suo memorabile Risotto alla milanese.
Per Di Mare il cibo diviene strumento d’approccio alla rappresentazione della vita; del resto, il “teorema del babà” cui si fa riferimento nel titolo allude alla molteplicità di implicazioni che garantiscono la saldezza di un matrimonio. La ricetta del babà è infatti apparentemente semplice, ma realizzare questo gustoso dolce nel migliore dei modi è cosa piuttosto complicata.
Protagonista del romanzo è Procolo Jovine, proprietario di un ristorante pienamente avviato nel contesto di Bauci, eredità di suo padre Liborio. Nell’attività di famiglia lavora con sua moglie Rosa (cui sono affidate le ricette del libro); un matrimonio sereno, ma ormai scivolato nei meandri routinari tipici di molti ménage consolidati. Fattore che sin dall’esordio sconvolge l’equilibrio di Procolo è la notizia della prossima apertura, dirimpetto al suo ristorante, di un nuovo ‘tempio’ della cucina molecolare, il cui nume tutelare è il celebre Jacopo Taddei, chef televisivo rinomato e affascinante. Si profila così all’orizzonte lo scontro tra la gastronomia tradizionale, di cui la parmigiana assurge a emblema, e le nuove frontiere dell’arte di Apicio. Taddei, poi, osa sfidare Jovine, facendogli visita nel suo elemento e recandogli in dono proprio quella che definisce una porzione di parmigiana in versione chimica. L’oltraggiosa dissacrazione di quel mito (con la realizzazione di un piatto che peraltro Procolo stesso considererà ottimo) segna il momento di massima tensione tra i due chef, nello sprigionarsi di un’elettricità acuita dal fatto che donna Rosa comincia a mostrarsi non immune al fascino del titolato avversario del marito.
L’opera, stilisticamente molto curata (ne sono prova gli ironicamente enfatici titoli dei capitoli), si dipana con un ritmo da vaudeville, proponendo una serie di situazioni di frizzante leggerezza, ma i temi che si susseguono, come si diceva, sono tutt’altro che banali. Evidente è il conflitto tra tradizione e innovazione, che dall’autore è risolto (seppur nella viva simpatia per Jovine) a favore dell’apertura al nuovo, a quelle osmosi che sono portatrici di stimoli tutt’altro che negativi, se ci si mostra in grado di coglierli senza arroccarsi su posizioni conservatrici. Inizialmente la diversità genera paura. Procolo si sente minacciato nell’equilibrio faticosamente raggiunto e, complice un assessore, tenta di boicottare l’apertura del nuovo esercizio, con la riesumazione di una presunta legge d’età monarchica che vietava tale possibilità a gente che non provenisse da Bauci. Qui Di Mare ha un’intuizione felice. In un clima straniante, l’ostracismo subito da generazioni di meridionali nelle loro migrazioni è rovesciato, in un procedimento preso in prestito dal lavoro onirico: lo spostamento mediante ribaltamento. Nel Teorema del babà è Taddei a rischiare di non poter aprire la nuova attività a Bauci perché settentrionale; a sancire questo, interviene – come già si anticipava – la riesumazione di una presunta legge a firma Dino Grandi (notevole anche la scelta dell’attribuzione a un celebre politico attivo sotto il fascismo, autore peraltro di quel famoso “Ordine Grandi”, che portò alla caduta del regime). Tra l’altro, emblematica è la figura dell’assessore; quest’ultimo accoglie le rimostranze di Jovine, legate semplicemente alla paura della concorrenza, e quelle di un parroco ‘echianamente’ apocalittico e in qualche modo le sostiene, promuovendo la ricerca che farà riscoprire la legge di cui si parlava. Così, nella leggerezza di tono della narrazione, ci viene da pensare a quanto la politica, che dovrebbe educare al senso civico, spesso finisca col cavalcare le ansie dell’uomo medio, agendo non in nome di una superiore giustizia, ma di interessi contingenti e spesso anche meschini. D’altro canto piuttosto meschino appare anche il ruolo dei media che, per sensazionalismo e per quel gusto della litigiosità che alimenta tanta tele-spazzatura, sforbiciano l’intervista di Procolo Jovine, tagliando quelle zone di passaggio tese ad attenuare i toni e, così, alterandone lo spirito.
Insomma, in un contesto in cui nessuno sembra ragionare e ciascuno coltiva il proprio giardino (non nell’alto senso che gli attribuiva Voltaire), alla fine sarà Procolo stesso a rinsavire e questo avverrà semplicemente per effetto di quella magica parola, tanto invocata eppure così rara ai nostri giorni, che ha nome “empatia”. Complice una porta a vetri – che rivela ciò che dovrebbe celare agli sguardi –, la scoperta di ciò che in realtà vive (ed è) l’odiato avversario porterà alla fusione, momentanea e imprevedibile, degli orizzonti e a quell’apertura che né il parroco né le autorità politiche avevano minimamente caldeggiato. Così l’idea che ci sia posto per tutti in questo mondo schizofrenico, e che ciascuno debba affrontare le proprie paure e relativizzarle, finisce col prevalere. A giovarne saranno anche Rosa e Procolo, perché il loro babà tornerà ad aver sapore.

 

La malalegna


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Recensione a R. Ventrella, La malalegna, Mondadori, Milano 2019, Euro 18,00.

Un’aura fiabesca e, al contempo, tragica connota La malalegna, bel romanzo di Rosa Ventrella, scrittrice barese residente a Cremona. L’espressione allude al “chiacchiericcio velenoso delle malelingue” che finisce col prendere di mira due donne della famiglia Sozzu, la madre e la figlia Angelina. Le vicende dei Sozzu sono rievocate dalla figlia maggiore, Teresa, cui spetta la funzione di io narrante in retrospettiva.

Il tempo in cui la narrazione ha luogo vede il padre di Teresa e Angelina apprestarsi a compiere l’estremo viaggio, accudito dalla primogenita e dalla moglie. Il viaggio imminente e oscuro che attende l’uomo innesta, nella psiche della protagonista, il desiderio di compiere un altro viaggio, quello narrativo alla ricerca del “tempo perduto” e della defunta sorella. “Ho contato i secondi trascorsi a fissare i suoi piedi senza vita. Ventidue. Come gli anni che aveva vissuto”, rievoca la donna e sull’immagine dei piedi di Angelina, in Ringkomposition, la narrazione si riavvolgerà nel prefinale, riconnettendosi al suggestivo incipit.

La malalegna segue la vicenda della famiglia Sozzu. Muove dalla morte del nonno Armando durante la dittatura fascista, passando per le devastazioni della seconda guerra mondiale (che vedrà il padre partire per il fronte, la madre cedere, per necessità – forse anche per un desiderio inconfessato – al barone Personé e poi subire la violenza di disgustosi briganti) e si sofferma sulle turbolenze della ricostruzione e delle lotte antipadronali nel Salento nel dopoguerra. Le traversie dei Sozzu s’intrecciano con quelle degli abitanti delle Terre d’Arneo, “immensa distesa di campi coltivati nel cuore della Puglia”, con i loro riti e le loro idiosincrasie e la maldicenza sempre pronta a insinuarsi nei rapporti umani. La Puglia descritta si staglia in una cornice di realismo magico, complice l’innesto frequente di elementi dialettali, dallo sguardo “gherroso” alle “makare” (fattucchiere) al “magghiatu”, termine che indica il maschio delle pecore e qui costituisce il soprannome del marito della mammana Giulietta. Ventrella pennella una corte di figure spesso segnate, e a tratti rese anche bizzarre, da una vita di stenti; alcune di esse – penso, per esempio, a “una vecchia pazza che ruminava in continuazione e che lanciava cespi di insalata ai passanti” – non sfigurerebbero nella grottesca galleria delle novellatrici del Pentamerone basiliano.

Uno degli elementi chiave all’interno del romanzo è proprio la riflessione sull’arte del narrare, che prende corpo sin dal secondo capitolo, tutt’altro che secondario, in cui il nonno Armando, depositario della tradizione e del “dono della narrazione”, invita le due nipoti a raccontare. L’investitura sembra dover spettare ad Angelina (“Tu sei quella con più fantasia”, dice la sorella maggiore, cedendole subito la parola); quella piccola insolente dalla bellezza moresca – tratto comune alla madre – “sapeva sempre cosa dire, in ogni circostanza” e Teresa, incline alla balbuzie, non riusciva invece a trovare alcuna storia da raccontare. Eppure la situazione iniziale si ribalterà; sarà Teresa, spettatrice della vita e dell’amore nella giovinezza (emblematica la sua tensione irrisolta verso il nipote della makara, innamorato di Angelina sino al parossismo), a tessere la trama sfilacciata delle storie familiari. Della vicenda di Nonna Assunta, che come un’indovina sembra presentire il richiamo della morte; della rabbia compressa del padre, vessillifero di una seconda generazione che, diversamente da quella del genitore, preferiva il silenzio; del fascino maledetto della madre, che durante la guerra aveva cercato di mimetizzare la sua bellezza, come certe fate stupende, ma senza esito positivo. Della beltà, ancor più destinata alla dannazione, di Angelina. La sua vita pare inizialmente assumere le movenze della fiaba: la popolana splendida che diviene sposa del barone. Eppure la giovane, nella sua ansia di vita e nella “brama di meglio”, commette un grave errore di valutazione: non riconosce che il vero principe sarebbe forse stato quel Giacomo dagli abiti puzzolenti di sterco e non il profumato e azzimato figlio del barone.

Come si diceva inizialmente, nel mitico mondo delle Terre d’Arneo la storia irrompe con le sue storture. Gli apportatori di disordine sono di volta in volta ora “gli inviati della Patria” che rastrellano oggetti da sacrificare alla fede fascista (come se già quella gente non avesse consacrato molti suoi figli, destinati a morire sull’altare del nazionalismo); ora gli emissari di un feudalesimo mai sopito, scherani del barone Personé e del suo erede apparentemente diverso; ora gli Strascinacvert, briganti avvolti da un’aura di leggenda, che perpetrano la medesima spoliazione e violazione, senza però tanti infingimenti. In questa realtà le Sozzu si muovono con i loro sogni e le loro delusioni, sino all’emozionante notte in cui Angelina va incontro al suo destino, suggellando la propria natura di figura poetica e al contempo pittorica (“I tuoi capelli ondeggiavano sul pelo dell’acqua e sembravano tante ninfee danzanti”). Diversa da preraffaellitiche icone, nella misura in cui la pelle “pareva gonfia e sfatta”; la Morte aveva disteso su lei la mano rapace.
Un bel romanzo, suggellato dal dono di una scrittura immaginifica, che trascorre dal realistico al surreale al magico al lirico, sondando abilmente i meandri di una psiche femminile che resiste alla deminutio figlia della bambolizzazione e cerca, talvolta, disperatamente la libertà di essere e amare.

Il party


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Recensione a Elizabeth Day, Il party, trad. it. di Serena Prina, Neri Pozza, Vicenza, 2019, Euro 18.
Coinvolgente, ambiguo e tecnicamente ben condotto il romanzo Il party di Elizabeth Day, giornalista e scrittrice inglese. L’opera si introduce nel filone, se non del party apocalittico, quantomeno dei festeggiamenti nefasti, finendo con l’intessere un disincantato apologo sull’arroganza – e la volgarità – del potere e sulla fugacità di sentimenti apparentemente umanissimi come l’amicizia, non di rado caratterizzata dalla presenza di inquietanti zone d’ombra.
Nasce così la vicenda del principale io narrante di The party, Martin Gilmour, la cui voce si alterna a quella di sua moglie, Lucy, nel riannodare le vicende sino al drammatico momento culminante della festa che dà il titolo all’opera, nata per festeggiare i quarant’anni del miglior amico del protagonista, Ben Fitzmaurice. L’abilità dell’autrice, che quasi subito ci informa che Lucy sta seguendo un programma per curare disturbi di carattere nervoso, risiede proprio nel riuscire a farci cogliere, in pochissime battute, come tra i due il narratore inattendibile sia piuttosto Martin. Cristallizzato nel trauma di un’infanzia e di una fanciullezza infelice, dominata da una madre luttuosa e maniacale, il giovane ha investito tutto sé stesso e i propri sentimenti nell’amichevole sodalitas con Ben, rampollo dell’upper class, suo compagno presso il collegio di Burtonsbury. Un rapporto più simile a un servitium amoris che a un’amicizia tradizionale, anche in virtù del mai accettato (e represso) orientamento sessuale di Martin, morbosamente innamorato di Ben. Sentimento che l’ha addirittura spinto, nel periodo del college, ad addossarsi la responsabilità dell’incidente costato la vita alla bella e solare Vicky, cagionato dalla guida in stato di ebbrezza di Fitzmaurice. Punto più alto dell’amicizia, ma anche principio (o forse no) della parabola discendente che conosce il suo suggello nella serata del party.
Il personaggio di Martin costituisce senz’altro la maggior ragione di fascino dell’opera. Non a caso è stato accostato al Ripley della Highsmith e in qualche modo gli somiglia, perché, in fondo, il suo desiderio di essere accolto dai Fitzmaurice nella famiglia è indicativo del suo volersi identificare – si veda anche l’episodio delle scarpe rosa – con l’amico e quasi sostituire a lui. L’aggressività di Martin però non si manifesta contro gli individui (a farlo sarà invece la generosa Lucy), verso i quali sembra nutrire una sorta di anaffettività, se si escludono Ben e suo padre. Essa però trova sfogo nei confronti di creature animali, il passero dell’episodio fanciullesco e il gatto dell’ambiguo finale. È anche vero che, in quei casi, a guidare la mano distruttrice non è tanto l’odio, quanto invece, e paradossalmente, una forma di pietas, il voler risparmiare a quelle creature la lenta agonia del dolore o della solitudine. Quel maladjustement che Martin stesso sente su di sé, in un senso di derealizzazione, di diversità, di anomalia, che, nel suo caso, si ipostatizza nell’omosessualità rifiutata. Omosessualità che, guarda caso, nel gusto della Day per le simmetrice, riaffiora e reclama i suoi diritti proprio alla vigilia di ogni “ora zero”, quella della morte di Vicky e quella della festa di compleanno di Ben. Un’omosessualità fugace, voluttuosa, rapinosa, puntualmente accompagnata da sensi di colpa e depersonalizzazione.
Il romanzo della Day avvince, specialmente perché il lettore percepisce subito che qualcosa di grave sia accaduto nel corso della festa, ma i narratori svelano il mistero soltanto a due terzi del racconto. Lo stile è fluido e curato, spesso graffiante. Il ritmo è incalzante. Molto efficace l’avvicendarsi degli scenari: la maestosa, ma anche claustrofobica, Prioria di Tipworth, edificio del diciassettesimo secolo acquistato, restaurato da Ben e sua moglie (l’odiosa Serena) e resto teatro del party, l’ambientazione collegiale (nelle analessi) e gli angusti spazi del commissariato in cui si consuma l’inchiesta, in amebeo con la clinica in cui si trova Lucy. Cambiano gli scenari così come si alternano i due narratori, in un relativismo prospettico che rende l’intonazione dell’opera ancor più ambivalente e corrosiva, sino al finale, spiazzante ma aperto, in cui fame di rivalsa sociale e disprezzo, figlio del disamore (o forse di un amore ancor più disperato), si riannodano nella straniante solitudine di Martin e nella lucida follia della sua rêverie di vendetta.