Il figlio di Persefone


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Recensione di M. Cotrona, Il figlio di Persefone, Elliot, Roma 2019, Euro 14,50.
È un’opera interessante quella di Maurizio Cotrona, sospesa tra denuncia sociale e apparente levità di triste fiaba postmoderna, Il figlio di Persefone.
Al centro del plot la vicenda di due fratelli cresciuti nel tarantino quartiere Tamburi, all’ombra dell’Ilva. Quest’ultima finisce con l’essere identificata con Ade, nemico giurato dei due bambini (e poi dei due giovani), Alessandro e Giulio. Come il dio dei morti rapì alla madre Demetra la bellissima Persefone, per condurla con sé nel mondo delle ombre, così lo stabilimento aveva provocato la malattia e la morte della giovane madre dei due fratelli, destando nei familiari un lacerante senso di perdita. Il padre aveva acquistato una villa lontana dal quartiere (e vicina alla spiaggia di Saturo), con lo scopo di sottrarre al ‘mostro’ i due figli (uno, Alessandro, non biologico), tra l’altro marchiati in maniera differente dal miasma dell’inquinamento: Giulio, colpito dallo stigma di un arto malformato; Alessandro connotato dal cosiddetto segno Omega, con un curioso funzionamento dei neuroni che gli consente di percepire i movimenti e i rumori, seppur in modo caotico, ben prima degli altri individui.
Questo dono dei Danai consentirà ad Alessandro, fattosi ribattezzare con il nome di Zagreo (mitologicamente appunto il figlio di Persefone), di divenire campione mondiale di un pugilato nonviolento. Tale ascesa lo condurrà sino all’organizzazione di una conferenza di risonanza internazionale, tesa a ottenere la chiusura dell’Ilva, anche grazie alla consumazione di un sacrificio rituale di cui Giulio dovrebbe rappresentare il riluttante ministro.
L’opera mostra notevoli spunti di interesse e si segnala come fortemente originale nel panorama letterario contemporaneo. L’elemento fiabesco emerge nell’allontanamento dei due fratelli dalla dimensione quietante che il padre, figura di vinto, ha forgiato per proteggerli.
L’allontanamento, l’esplorazione del mondo è in realtà ascrivibile alla volontà di riparare al danneggiamento subito. In alcuni momenti i fratelli sembrano quasi illudersi di poter, come Cerere, richiamare Persefone dal reame infero; in altri, invece, la loro aspirazione sarà quella di scongiurare la morte di nuove madri e la menomazione di altri figli, ponendo fine al regno di Ade nel quartiere Tamburi. Il movimento analogico alla base dell’opera (madre: Persefone = Ilva: Ade) determina il costante insinuarsi di elementi mitici (i galeotti chicchi di melograno) e di lacerti del testo omerico, con il conseguente innalzarsi dell’intonazione, che a tratti si attesta tra il profetico e l’oracolare. Nella levità della fiaba e nella solennità del mito si incunea dunque la rappresentazione del reale, nei suoi squallori, nelle sue miserie. Così proprio questa pluralità di registri e stili costituisce un considerevole fattore di fascino di un’opera, che, nel finale, approda allo straniante riecheggiamento (in chiave postmodernista) del manzoniano addio ai monti. Come i promessi sposi lombardi erano stati costretti ad abbandonare mestamente le “cime ineguali”, per effetto dell’arroganza di un potente, così – in virtù di una tracotanza ben più deleteria – molti tarantini hanno visto, per effetto delle ciminiere dello stabilimento, la loro terra sprofondare in un degrado ambientale desolante. “Quanto è triste il passo di chi, nato lì, non ha vissuto neppure un giorno senza guardare quelle bocche sputare sulle nuvole e vomitare per terra”.
Il finale si apre a una malinconica speranza, ipostatizzata nel profilo di una “spiaggetta di sabbia bianca”, “quella che non siamo riusciti a creare”, commenta con amarezza Giulio, tra l’altro cogliendo il carattere molto probabilmente fittizio di quelle immagini di natura rigogliosa. La realtà è un’altra in questa storia, cui ben si adatta l’epigrafe del filosofo Sallustio scelta da Cotrona: “Queste storie non avvennero mai, ma sono sempre”.

Qualcosa, là fuori


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Recensione a B. Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, Milano, 2018.

Un libro affascinante e al contempo “necessario, imprescindibile” (come ha scritto Sepúlveda), questo recente romanzo di Bruno Arpaia, autore che ha già donato alla nostra letteratura opere come L’energia del vuoto e lo struggente L’angelo della storia, dedicato a uno dei giganti della critica letteraria, Walter Benjamin.

Il titolo, Qualcosa là fuori, come l’autore evidenzia nell’Avvertenza in appendice, è ispirato a un saggio di Enrico Bellone, “a mo’ di omaggio postumo”. Il fisico e storico della scienza, scomparso nel 2011, nell’opera in questione aveva scandagliato gli scenari aperti all’uomo dalle neuroscienze, interrogandosi sulle modalità di costruzione del reale, del “qualcosa là fuori”, da parte del cervello.

Un neuroscienziato, Livio Delmastro, è protagonista del romanzo di Arpaia, in cui quella realtà che l’io credeva di poter assoggettare, o piuttosto addomesticare ai propri schemi rapinosi, ha invece preso il sopravvento, per effetto del climatic change, che ha trasformato il mondo in deserto. In questo immaginario distopico, s’innesta la marcia di un gruppo di disperati organizzati, guidati dalla TransHope, società dal nome beffardo, che ha promesso loro di condurli in Scandinavia, unica terra nel Vecchio Continente ad aver conservato caratteristiche di vivibilità (del resto anche oggi ai primi posti per Indice di Sviluppo umano). Ne nasce un’opera sospesa tra passato e presente, sempre filtrata dall’ottica di un io ragionante, quello di Livio, di cui il narratore esterno segue gli ondeggiamenti tra un presente straniato e la memoria di un passato connotato dal passaggio dall’heimlich all’unheimlich.

Lo straniamento mi sembra dimensione caratterizzante dell’opera, a cominciare dal suggestivo incipit (“Forse era un fuoco, oppure una lanterna, quel tremolio rossastro in cima alla collina). Il paesaggio italiano, a noi familiare, è subito reso perturbante, perché stravolto dai mutamenti apportati dal cambiamento climatico; particolarmente suggestiva appare la trasfigurazione in chiave spettrale del Lago di Como di manzoniana memoria.

Nella dimensione della colonna in marcia verso la Scandinavia, tutto ciò che ci è usuale è divenuto ormai oggetto di rammemorazione o di difficile conquista, a cominciare dall’accesso all’acqua, per proseguire con elementi in realtà accessori, ma per l’uomo contemporaneo divenuti necessari (vedi la connessione Internet). In realtà, Arpaia non fa che abilmente condurre alle estreme conseguenze i principi insiti nella “teoria delle catastrofi” e mostrare il possibile risvolto di processi comunque già in atto. Il risultato è un duro contrappasso: quel qualcosa là fuori che l’uomo credeva di manipolare a proprio genio ha preso il sopravvento e si è assistito alla declinazione di un concetto già leopardiano, l’assurdità dell’antropocentrismo. Il genere umano, con la sua miopia (si vedano i discorsi relativi alla mancata adesione agli accordi di Parigi e alla mancata riduzione dei gas serra), ha innescato un processo che riteneva potesse condurre a un progresso e invece ha determinato una distopia regressiva. Centrale, a proposito dell’idea del “tornare indietro” da parte dell’uomo è la sequenza relativa alla vicenda di Alessandria, che non a caso Arpaia stesso richiama nell’Avvertenza finale.

Lo stile è senz’altro uno dei punti di forza del romanzo. Arpaia ha la capacità di fondere l’univoco linguaggio della scienza con il plurivoco ragionare e sentire della poesia. Non mancano momenti di struggente lirismo, accanto ad altri di crudo realismo.

 È un libro che fa riflettere questo, con gli italiani che si trovano ancora una volta migranti, loro malgrado, per sfuggire alla desolazione che ha annichilito il Bel Paese. Con lo spettro dell’hobbesiana guerra di tutti contro tutti ora incarnato (vedi l’esplosione del fondamentalismo, non solo islamico, ma anche cattolico, con la Coalizione di Dio e il presidente Hayne) in luogo di un’idillica e improbabile “fine dei conflitti”. Con l’intolleranza verso il diverso che ritorna persecuzione ed evoca scenari novecenteschi dinanzi ai quali il cuore vacilla, soprattutto se si pensa che forse non sono più così lontani come avremmo voluto.

 Non è la Natura, quella Natura allucinata e allucinante, labirintica e spettrale, a essere matrigna per l’uomo. Il Male risiede in lui. La Natura è vittima di quella stessa contaminazione. Eppure, Qualcosa, là fuori non è un romanzo disperato. Tutt’altro. In quest’apocalisse qualcosa tiene ed è ciò che resta della “social catena”, per adoperare un’espressione leopardiana. È la solidarietà che scatta nelle guide della TransHope, è quel naturale moto d’amore che spinge Livio a prendersi cura del piccolo Miguel, non in quanto surrogato del figlio Matias, ma in linea con un istinto che alberga nella sua anima. Così, laddove “la bussola va impazzita all’avventura”, per citare Montale, una piccola società d’uomini e donne si crea e sorregge e, quando l’“onda del tempo” sommerge, l’uomo non muore solo e illacrimato.

Aspettando i Naufraghi


Orso Tosco

Recensione a Orso Tosco, Aspettando i Naufraghi, Edizioni minimum fax, Roma, 2018.

Aspettando i Naufraghi è il primo romanzo dello scrittore e sceneggiatore Orso Tosco, già autore di racconti pubblicati su Watt e altre riviste. L’opera reca in epigrafe un pensiero di Georges Braque, pienamente in armonia con la narrazione: “L’azione è una catena di atti disperati che permette di conservare la speranza”.

Efficace l’incipit, che si apre su una festa stralunata, in cui i partecipanti sono disperatamente protesi a dimenticare sé stessi prima del programmato suicidio di massa. Un’atmosfera buñueliana, in cui l’autore adotta abilmente la tecnica dello straniamento. Il protagonista, Massimiliano, non è mai chiamato per nome nella sequenza, ma è ripetutamente “l’uomo” o “l’uomo in costume da bagno” e così gli altri attori di una tragedia che si concluderà con il mancato suicidio del personaggio principale, per aprire una finestra su un’altra storia.

Infatti, il resto del romanzo, in attesa dell’arrivo di questi “Naufraghi”, per i quali il pensiero corre ai barbari kavafisiani (saranno forse la distruttiva soluzione al naufragio dell’umanità?), come nella Montagna incantata di Mann o nella Diceria dell’untore di Bufalino, è prevalentemente ambientato in una clinica, in cui è ricoverato il padre del protagonista. Un sanatorio sulla montagna, immerso in un paesaggio maestoso, in cui la Natura pare reclamare con veemenza i propri diritti e dichiarare la propria supremazia sull’uomo.

È qui che Orso Tosco offre una riuscita galleria di vinti. Il dottor Malandra, morfinomane; Guido, l’infermiere rozzo e ubriacone, eppure dotato di una certa, sebbene abbrutita, umanità; Olga, la suora dal passato scomodo, forse il personaggio meglio delineato sotto il profilo psicologico. Sono loro a offrire assistenza – non direi conforto – al gruppo di malati terminali dell’Hospice San Giuda, microcosmo derelitto, che finisce con l’assurgere a metafora di un’umanità languente, vicina all’asfissia, eppure disperatamente attaccata alla vita.

L’opera scorre lungo meandri distopici e affascinanti. Si deve attendere ben il quinto capitolo per ricevere qualche informazione sull’antefatto, e, in sostanza, su chi siano i naufraghi. Eppure anche qui tutto resta su un piano sospeso. Queste figure appaiono inafferrabili e al contempo onnipresenti. Sono definiti in prevalenza per negazioni, proprio perché forse rappresentano la negazione stessa di un assetto sociale destinato all’implosione. La loro negazione muove dallo strumento principe del consesso umano, la parola: più volte nel corso della narrazione, si ribadisce come essi si siano “ormai definitivamente lasciati il linguaggio alle spalle” e quanto il loro affermare la propria presenza si concretizzi in un movimento avvolgente e distruttivo, tradotto in una “ininterrotta serie di azioni”. Più tardi, sembra che quella dei naufraghi assurga a vera e propria condizione ontologica, cui si possa addirittura appartenere senza consapevolezza.

Se il vivere umano non è altro che “esistere per la morte”, a queste figure mitiche spetta il compito di “vivere per sconfiggere la vita, per dimenticarla, per donarla come fosse concime a un mondo nuovo”.

Un’opera possente, d’impronta espressionista, che ora occhieggia all’epica riletta in chiave straniante (si vedano le battaglie tra l’esercito regolare, i naufraghi e i seguaci di ‘Santa’ Bibiana, con il suo misticismo della morte) ora a un pulp declinato, non di rado, sul versante lirico. Lo stile si giova dell’oscillazione tra un’intonazione alta, abbinata a una robusta tensione filosofica, e il gusto della precipitazione, tendenze spesso coesistenti nel medesimo personaggio e nella medesima situazione. Si considerino, a tal proposito, le sequenze di Gramigna ancor più delle pagine dedicate a Guido. Convincente primo romanzo per lo scrittore Orso Tosco, cui non manca la corda di un’elegia che riconcilia con la vita. Oltre e nonostante i molteplici naufragi dell’esistere dell’uomo.