Gli omosessuali e altri scritti


Recensione ad A. Baudry, Gli omosessuali e altri scritti, traduzione di P. Adriano, L. Di Lella, G. Girimonti Greco, F. Musardo, a cura di E. Savarese, Wojtek, Pomigliano d’Arco 2022, Euro 16.

“Due studiosi francesi hanno scritto un libro pedagogico sugli omosessuali, destinato a sostituire nelle edicole (certo utopisticamente) le analoghe opere a carattere erotico, scandalistico, commerciale ecc. è un libro che si presenta come onesto, chiaro, esauriente, democratico, moderato. E effettivamente lo è”. Queste parole introducevano la recensione di Pier Paolo Pasolini al volume Gli omosessuali di André Baudry e Marc Daniel, riferita all’edizione Vallecchi del 1974 e pubblicata il 26 aprile dello stesso anno sul “Tempo”, per poi confluire negli Scritti corsari. Pasolini muoveva alcune critiche al lavoro di Baudry e Daniel, sia in rapporto alle dichiarazioni su Freud, sia in relazione alla volontà degli autori di innestare “Il problema dell’omosessualità nel contesto della nascente tolleranza”. Proprio su quest’ultimo concetto Pasolini avvertiva il bisogno di dire la propria; non si trattava di una tolleranza reale, ma di una spinta “decisa ‘dall’alto: è la tolleranza del potere consumistico, che ha bisogno di un’assoluta elasticità formale nelle ‘esistenze’ perché i singoli divengano buoni consumatori”. Non è casuale ch’egli concludesse la recensione richiamandosi al suicidio del protagonista del Libro bianco di Cocteau.

Fermo restando che le eccezioni sollevate da Pasolini non ci paiono infondate, dobbiamo però constatare che, per quanto i tempi siano mutati e tante situazioni si presentino in forme differenti, la pubblicazione curata da Savarese per le Edizioni Wojtek che offre un significativo florilegio di scritti di André Baudry è opera di grande attualità e verità. L’operazione si colloca in corrispondenza del centenario dalla nascita di André Baudry (1922-2018), scrittore francese che decise di trascorrere un ultimo, lungo segmento della propria esistenza in Italia, in territorio campano. Foucault aveva salutato la sua partenza come Le depart du prophète (1983) e la bellissima introduzione di Savarese, che ebbe occasione di conoscere Baudry personalmente, ne sottolinea il carattere di “vero e proprio sacerdote laico”. Una figura che, dopo un accurato studio di quella che amava definire “omofilia” (e sul termine ritorneremo), aveva sposato, attraverso il movimento “Arcadie” e l’omonima rivista, un impegno attivo, militante, materiato d’ascolto e di soccorso a situazioni di difficoltà, per poi – negli ultimi trent’anni – scegliere “il silenzio in una sorta di eremitaggio perché evidentemente riteneva superfluo sia agire che parlare (o scrivere)”.

Ben venga dunque questa miscellanea tripartita, che presenta al grande pubblico una personalità di intellettuale su cui – come lo stesso Savarese dichiara nella prefazione – ancora nel 2014 sul web si riscontrava solo “qualche scarna notizia biografica su Wikipedia, insieme con pochi altri riferimenti (italiani)”. Il volume si compone di tre sezioni. La prima raccoglie alcuni articoli di “Arcadie”, rivista che rappresentò, insieme al movimento omonimo, il cuore della militanza di Baudry. Gli articoli sono tradotti da Lorenza Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco e Federico Musardo. Essi rivestono particolare interesse: il primo, dal titolo di sapore scritturale Nova et vetera, enuncia i fini del movimento e del periodico stesso nel cercare di rispondere “a tante solitudini, a tante infelicità”, nella consapevolezza della veridicità del motto del terenziano Heautontimorumenos (v. 77). Fine che si sostanzia più chiaramente nell’articolo Arcadie: offrire agli omofili una voce amica e ricordare alla società “che l’omofilia dev’essere studiata in modo, oggettivo, scientifico, e che non bisogna confonderla (…) con la prostituzione e l’effeminatezza”. La rivista si coloriva anche di venature polemiche (penso all’articolo Manifestazioni) e non mancava di approfondire alcuni casi di studio. Citeremo, a tal proposito, il saggio dedicato a Sandro Penna, firmato Nissim Bernard (forse pseudonimo per Edouard Roditi), in cui si dà risalto al “candore” del poeta italiano, alla “sorta di freschezza, di neo-realismo, di lirismo delle strade di Roma” che si percepiva nei suoi testi. Un altro esempio è rappresentato dall’articolo di Marc Daniel su Oscar Wilde, in cui il collaboratore di Baudry argomenta lucidamente in merito alla questione se Wilde possa essere considerato vittima o martire della causa omofila.

La seconda parte del volume presenta la monografia di André Baudry e Marc Daniel intitolata Gli omosessuali; si tratta della traduzione Vallecchi di Pino Adriano del 1974, rivista da Lorenza Di Lella (con la collaborazione di Giuseppe Girimonti Greco e Federico Musardo) sulla scorta dell’originale parigino (Casterman, 1973). Ne emerge un’opera di molteplici pregi. Essa scandaglia il fenomeno, dedicando peculiare attenzione anche all’onomastica con cui venivano identificati gli omosessuali di genere maschile e femminile. Al termine corrente e che dà il titolo al volume, Baudry e Daniel suggerivano di sostituire il vocabolo “omofilia”, perché esso non si limita a porre l’accento sull’elemento puramente sensuale e sessuale, ma chiama in gioco tutta quella gamma di emozioni, sensazioni e sentimenti che connotano la realtà dell’Amore. Viene totalmente rigettata la visione patologica dell’omofilia: non si tratta di una malattia da curare; se trattamenti psicologici e psicoanalitici possono avere felice incidenza è soltanto nel momento in cui aiutano chi ad essi ricorre nel percorso di accettazione di sé. Gli autori infatti insistono sulla mancanza di nesso tra omofilia e nevrosi: è semmai vero che la condizione omosessuale possa divenire – per ragioni di ordine sociologico – nevrotizzante. Tra l’altro, Baudry e Daniel, basandosi sulla scala Kinsey e sui rapporti di tale biologo presso l’Università dell’Indiana (Sexual Behaviour in the Human Male e Sexual Behaviour in the Human Female), evidenziavano come la propensione al piacere di matrice omosessuale interessi una vasta gamma di soggetti, quelli che nella suddetta scala si collocano nelle posizioni soprattutto da 3 (perfetta bisessualità) a 6 (omosessualità esclusiva). L’opera offre un articolato ritratto del mondo omofilo, respingendo stereotipi inveterati che confondono tale orientamento con l’effeminatezza o (per fare un esempio) la chiassosità di personaggi vistosi come l’Emory di The Boys in the Band. Non è un caso che una delle figure approfondite da Baudry e Daniel fosse quella dell’omosessuale ipervirile, erede della tradizione del battaglione sacro tebano e dei samurai giapponesi. Altri luoghi comuni erano decostruiti: penso all’idea dell’omosessualità come massoneria o all’idea che la vede strettamente legata al mondo delle arti, della moda, dell’estetica (se ne sottolinea, per esempio, l’incidenza anche in contesti operai). Si tratta, insomma, di un’opera che compie un significativo viaggio nel mondo della letteratura e delle arti, delle religioni (il peso della tradizione giudaico-cristiana nella condanna del fenomeno), della sociologia, della giurisprudenza.

E al mondo giurisprudenziale ci connette l’ultima sezione del volume, che offre per la prima volta in Italia la pièce Le procureur, tradotta da Musardo e Girimonti Greco sulla base di “una copia dattiloscritta conservata nell’archivio Baudry della famiglia Di Martino”. La pièce – come spiega Savarese nell’introduzione – trae ispirazione da un’esperienza compiuta dallo stesso Baudry, quando, coinvolto in una giuria popolare, riuscì a far assolvere un omosessuale accusato di parricidio. Baudry attribuisce simbolicamente il suo intervento suasorio alla figura dell’integerrimo procuratore Morienval, innestando nell’opera tutta una serie di elementi riscontrabili anche nell’inchiesta Les Homosexuels. In essa emergeva, per esempio, l’azione demolitiva della psiche dei giovanissimi omofili da parte di famiglie poco illuminate: ecco che scaturisce nell’opera teatrale la figura del padre di René, evocata in absentia per le violenze anche fisiche inflitte al figlio omosessuale che, esasperato, l’avrebbe assassinato. Affiora la tendenza alla dissimulazione che spesso induce omofili a una vita di frustrazioni e di rinunce: a incarnarla è proprio il procuratore Morienval; educato presso i gesuiti (proprio come Baudry), ha intrapreso la carriera di professionista del diritto e ha soffocato la propria inclinazione omofila, sposando Isabelle e condannandola all’infelicità. Nell’opera Baudry attua una costante azione di rispecchiamento: specchio di Morienval è l’amico Crépy, l’unico personaggio che riesca a instaurare un dialogo col procuratore e con l’insoddisfatta Isabella, perché sostanzialmente rappresenta il lato solare dell’omofilia. Quella condizione che – come evidenziava Baudry – se vissuta serenamente e con la capacità di ritagliarsi un ruolo, ancorché piccolo, nella società, allontana il rischio della nevrosi. Doppio di Baudry è anche la moglie Isabelle, amata e respinta al contempo proprio come la donna respinge e ama lo stesso Gérard, finendo con il desiderare sensualmente ciò ch’egli stesso desidera. Non è casuale che la donna si accorga, nel corso della pièce, che il marito è ben più infelice di lei, finendo con il solidarizzare con l’uomo e forse, in qualche modo, col cominciare ad amarlo così com’è. Doppio di Morienval è anche il figlio putativo Jean-François, nato da una relazione di Isabelle proprio con uno di quegli omofili bisessuali tipici della condizione 3 della scala Kinsey. Jean-François è emblema della gioventù con la sua volontà di rivoluzione (e al portato rivoluzionario dell’omosessualità non sempre fattivamente espresso si dedicavano interessanti riflessioni in Les homosexuels); egli irrompe con la sua ventata di sincerità e vigore nella prigione ascetica di quel padre erroneamente identificato dalle gerarchie quale sacerdote dell’ordine e della conservazione e insignito di un incarico di punitiva moralizzazione della società. L’imprigionamento, reale, di Jean-François aiuterà il procuratore ad assumere consapevolezza della possibilità di scardinare la gabbia in cui si è autoconfinato. Doppio di Morienval è infine René, il parricida, inizialmente evocato dai pensieri dell’uomo in un’ambigua oscillazione tra “fantasma del desiderio” e proiezione di sé. René assurge agli occhi del protagonista come una sorta di sé stesso diciannovenne che, forse, può essere ancora guidato verso una salvifica felicità. Alla fine Morienval stupirà il lettore, perché non bisogna mai dare per scontato quel che s’agita nel cuore di un uomo o di una donna: “PROCURATORE (divertito) Lo sai bene, te lo avrò detto non so quante volte quello che mi hanno insegnato i gesuiti: ‘Per avere successo, qualunque cosa facciate, lasciate sempre aleggiare intorno a voi un’aura di mistero’”.

Il Battista


Recensione ad A. Santoliquido, Il Battista The Baptist, presentazione di E. Catalano, traduzione di J.M. Wing, disegni di M. Damiani, Nemapress edizioni, Roma 2022, Euro 12.

È approdato alle stampe, a più di vent’anni dalla sua rappresentazione nel corso di una Cavalcata storica a Mesagne nell’Epifania 1999, il testo teatrale Il Battista di Anna Santoliquido.

La pubblicazione presenta l’introduzione di quello che, “su iniziativa meritoria della Pro Loco di Mesagne”, fu il promotore e regista dell’opera, il professor Ettore Catalano, allora docente presso l’Università di Bari e poi presso l’Università del Salento (protagonisti della messinscena furono Vito Signorile e Tina Tempesta). Nella Presentazione dell’opera, lo studioso e scrittore evidenzia come l’autrice, Anna Santoliquido, sia riuscita a “mescolare (…) la concentrata altezza della dizione poetica e la necessità della comunicazione teatrale”, costruendo “atmosfere di grande e lunare bellezza, alternate a squarci di solare evidenza”. Il volume, bilingue come spesso le pubblicazioni di Santoliquido, anglista, presenta la traduzione in lingua inglese di Janet Mary Wing ed è impreziosito dalla ruvida e stralunata bellezza dei disegni dell’artista Michele Damiani.

La sacra rappresentazione, per esigenze sceniche, è condensata in due atti in cui si staglia nitidamente la figura del profeta, il Battista, scolpita in punta di penna da Santoliquido. L’opera appare in linea con lo stile poetico della scrittrice, il cui dettato appare riconoscibile soprattutto nella bellezza dei corali. Nella voce “incrinata dal pianto” di Giovanni, la cui prima battuta è “Signore, io cerco la regola, l’armonia”, sembra di udire riecheggiare quella ch’è l’aspirazione di chiunque coltivi assiduamente la ricerca poetica.

La paratassi domina nettamente l’ordito della pièce, dando l’impressione di una parola che si distende nitidamente in canto, senza inutili orpelli. È come se la scrittrice volesse additarci la Poesia come limpida voce del Sacro, sempre più faticosamente strappata all’afasia cui rischia di condannarla un mondo in cui il Male metafisico parrebbe prevalere. È un po’ la parola di una moderna Sibilla; del resto, Santoliquido, in uno dei suoi testi più suggestivi, Incontri, scriveva: “è l’angelo a portarmi le parole / le lascia nei vasi rotti / il vento le disperde / ed è per questo che erro”. Non è infatti casuale che nelle prime due scene del Battista intervengano angeli a rassicurare il Battista, facendosi portatori di un’aura luminosa sfolgorante; non è nemmeno un caso che, in una sua raccolta, Anna Santoliquido si sia rappresentata come Profetesha, in un processo di rispecchiamento nella figura evangelica di cui porta il nome (Luca, 2,36-38).

L’autrice è molto attenta alle didascalie, in cui fornisce anche indicazioni circa l’illuminazione scenica; per esempio, la Scena seconda è connotata dai colori del tramonto e questo non stupisce perché prelude al culmine della missione del Battista prefiguratore del Messia, culmine che sarà accompagnato – nella scena successiva – dalla consapevolezza dal Profeta espressa in queste parole: “Io ho percorso la strada e mi ridurrò fino a scomparire”. Non meraviglia di conseguenza come l’apparizione del Cristo lungo le rive del fiume Giordano veda “La scena (…) illuminata a giorno”. Livida e tetra è l’atmosfera della fortezza di Macheronte, in cui si consuma l’ebbrezza dionisiaca della danza di Salomè, figura cui spetta un’unica battuta (la richiesta della testa del Battista) e che vive di fatto tutta nella “convulsione” di un ballo ben altro che salvifico e negli ammiccamenti di una sensualità ferina.

È nel Battista fortemente vivido il senso della Natura tipico della Santoliquido poeta, qualità che l’ha portata ad affrontare tematiche legate al lento martirio dell’oìkos in opere come l’ispirata Ofiura. La Natura è controcanto continuo dell’azione dell’uomo; reca in sé un senso di dolcezza, di purificazione, di bellezza. Il Coro, nell’inneggiare alla forza che genera il confidente abbandono a Dio, ricorre a immagini desunte dai cicli dell’agricoltura: “L’uva nasce dalla vite e la fede dall’intimo”. La disfatta della Giustizia nell’incarcerazione del Battista è espressa con l’icona del tuono che “ha bussato al cuore degli uomini”; il risultato è che la Natura contempla l’iniquità in un silenzio che sembra traboccare d’orrore: “L’alloro e la formica hanno udito. La luce lotta con le tenebre e il fuoco ormai divampa”. Eppure è la Natura a tributare il proprio omaggio al Profeta ridotto al silenzio: “Gli oceani, i fiumi e i corsi d’acqua intonano nenie al Battista”. Sono questi ultimi, ancor prima che il coro che pure riesce a riconoscere negli occhi di quella “testa mozza” il Paradiso, a ‘benedire per sempre’ “il fiore del deserto” e a cullarne il sonno.