La malalegna


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Recensione a R. Ventrella, La malalegna, Mondadori, Milano 2019, Euro 18,00.

Un’aura fiabesca e, al contempo, tragica connota La malalegna, bel romanzo di Rosa Ventrella, scrittrice barese residente a Cremona. L’espressione allude al “chiacchiericcio velenoso delle malelingue” che finisce col prendere di mira due donne della famiglia Sozzu, la madre e la figlia Angelina. Le vicende dei Sozzu sono rievocate dalla figlia maggiore, Teresa, cui spetta la funzione di io narrante in retrospettiva.

Il tempo in cui la narrazione ha luogo vede il padre di Teresa e Angelina apprestarsi a compiere l’estremo viaggio, accudito dalla primogenita e dalla moglie. Il viaggio imminente e oscuro che attende l’uomo innesta, nella psiche della protagonista, il desiderio di compiere un altro viaggio, quello narrativo alla ricerca del “tempo perduto” e della defunta sorella. “Ho contato i secondi trascorsi a fissare i suoi piedi senza vita. Ventidue. Come gli anni che aveva vissuto”, rievoca la donna e sull’immagine dei piedi di Angelina, in Ringkomposition, la narrazione si riavvolgerà nel prefinale, riconnettendosi al suggestivo incipit.

La malalegna segue la vicenda della famiglia Sozzu. Muove dalla morte del nonno Armando durante la dittatura fascista, passando per le devastazioni della seconda guerra mondiale (che vedrà il padre partire per il fronte, la madre cedere, per necessità – forse anche per un desiderio inconfessato – al barone Personé e poi subire la violenza di disgustosi briganti) e si sofferma sulle turbolenze della ricostruzione e delle lotte antipadronali nel Salento nel dopoguerra. Le traversie dei Sozzu s’intrecciano con quelle degli abitanti delle Terre d’Arneo, “immensa distesa di campi coltivati nel cuore della Puglia”, con i loro riti e le loro idiosincrasie e la maldicenza sempre pronta a insinuarsi nei rapporti umani. La Puglia descritta si staglia in una cornice di realismo magico, complice l’innesto frequente di elementi dialettali, dallo sguardo “gherroso” alle “makare” (fattucchiere) al “magghiatu”, termine che indica il maschio delle pecore e qui costituisce il soprannome del marito della mammana Giulietta. Ventrella pennella una corte di figure spesso segnate, e a tratti rese anche bizzarre, da una vita di stenti; alcune di esse – penso, per esempio, a “una vecchia pazza che ruminava in continuazione e che lanciava cespi di insalata ai passanti” – non sfigurerebbero nella grottesca galleria delle novellatrici del Pentamerone basiliano.

Uno degli elementi chiave all’interno del romanzo è proprio la riflessione sull’arte del narrare, che prende corpo sin dal secondo capitolo, tutt’altro che secondario, in cui il nonno Armando, depositario della tradizione e del “dono della narrazione”, invita le due nipoti a raccontare. L’investitura sembra dover spettare ad Angelina (“Tu sei quella con più fantasia”, dice la sorella maggiore, cedendole subito la parola); quella piccola insolente dalla bellezza moresca – tratto comune alla madre – “sapeva sempre cosa dire, in ogni circostanza” e Teresa, incline alla balbuzie, non riusciva invece a trovare alcuna storia da raccontare. Eppure la situazione iniziale si ribalterà; sarà Teresa, spettatrice della vita e dell’amore nella giovinezza (emblematica la sua tensione irrisolta verso il nipote della makara, innamorato di Angelina sino al parossismo), a tessere la trama sfilacciata delle storie familiari. Della vicenda di Nonna Assunta, che come un’indovina sembra presentire il richiamo della morte; della rabbia compressa del padre, vessillifero di una seconda generazione che, diversamente da quella del genitore, preferiva il silenzio; del fascino maledetto della madre, che durante la guerra aveva cercato di mimetizzare la sua bellezza, come certe fate stupende, ma senza esito positivo. Della beltà, ancor più destinata alla dannazione, di Angelina. La sua vita pare inizialmente assumere le movenze della fiaba: la popolana splendida che diviene sposa del barone. Eppure la giovane, nella sua ansia di vita e nella “brama di meglio”, commette un grave errore di valutazione: non riconosce che il vero principe sarebbe forse stato quel Giacomo dagli abiti puzzolenti di sterco e non il profumato e azzimato figlio del barone.

Come si diceva inizialmente, nel mitico mondo delle Terre d’Arneo la storia irrompe con le sue storture. Gli apportatori di disordine sono di volta in volta ora “gli inviati della Patria” che rastrellano oggetti da sacrificare alla fede fascista (come se già quella gente non avesse consacrato molti suoi figli, destinati a morire sull’altare del nazionalismo); ora gli emissari di un feudalesimo mai sopito, scherani del barone Personé e del suo erede apparentemente diverso; ora gli Strascinacvert, briganti avvolti da un’aura di leggenda, che perpetrano la medesima spoliazione e violazione, senza però tanti infingimenti. In questa realtà le Sozzu si muovono con i loro sogni e le loro delusioni, sino all’emozionante notte in cui Angelina va incontro al suo destino, suggellando la propria natura di figura poetica e al contempo pittorica (“I tuoi capelli ondeggiavano sul pelo dell’acqua e sembravano tante ninfee danzanti”). Diversa da preraffaellitiche icone, nella misura in cui la pelle “pareva gonfia e sfatta”; la Morte aveva disteso su lei la mano rapace.
Un bel romanzo, suggellato dal dono di una scrittura immaginifica, che trascorre dal realistico al surreale al magico al lirico, sondando abilmente i meandri di una psiche femminile che resiste alla deminutio figlia della bambolizzazione e cerca, talvolta, disperatamente la libertà di essere e amare.

2 pensieri riguardo “La malalegna

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