Cant’arsi


Recensione a L. Diomede, Cant’arsi, con postfazione di P. Briganti, consulta librieprogetti, Reggio Emilia 2022, Euro 12.50.

Il culto della parola e della ricerca – come ben osserva Polo Briganti nella bella postfazione –  di “‘frasi e incisi di un canto salutare’, per dirla con Mario Luzi”, si manifesta nella silloge Cant’arsi di Lucia Diomede già nella polisemia del titolo.

“Cant’arsi” come ‘cantare ardendo’ (si pensi, a tal proposito, allo “scrivere ardendo” di Gaspara Stampa) o “canti arsi”, “bruciati nell’arsione esistenziale”… Cant’arsi come cantare sé stessi (“scrivo piangendo (…) me”, dichiarava Isabella Morra in I fieri assalti di crudel Fortuna), ma anche quale ammiccamento alla “catarsi” che la poesia può rappresentare per i suoi cultori. E “arsi” è ancora misura ritmica contrapposta alla “tesi”, in un ideale ricondursi dell’autrice al verlainiano “De la Musique Avant Toute Chose…”, imperativo ben chiaro e ben caro a Diomede.

È subito evidente al lettore – anche al meno smaliziato – quanto ci si trovi dinanzi a una poetessa che attribuisce un peso notevole ai valori fonici della parola e della poesia. Non stupisce pertanto la ricchezza di assonanze, consonanze, bisticci e non di rado il ricorrere di rime mai banali, perché figlie di una musica interiore, di un tempo sospeso in cui amore e dolore si fondono e confondono in attitudine melancolica e sognante.

Emerge quale dominante il tema dell’attesa, non a caso declinato nella terzina incipitaria (Stare in attesa), cui segue il trittico dello Stare, in cui possono coesistere – in forma tutt’altro che scontata – ossimori della tradizione (“amore amaro / di sale”) e anglismi in fine verso (il richiamo a “skype”). Colpisce lo zoomorfismo che connota la raccolta. In linea con il paesaggio mediterraneo di una “terra di mare / meridionale” affiora presto l’icona delle cicale che al sole cantano “i versi dell’arsura”. Queste ultime figurano in un componimento in cui si fa strada – accanto all’onnipresente attesa – l’idea della prigionia, nell’evocazione dei concetti di sepoltura, clausura, cattura e anche nell’ulteriore riferimento al mondo animale della “sarda sotto /sale”. L’andamento è a tratti fluido, a tratti volutamente perplesso, come sottolinea – nel caso or ora citato – l’inarcatura che separa il termine con valore di preposizione dal sostantivo di riferimento. In altri testi saranno poi rappresentate Formiche in rammemorazione di strofe leopardiane della Ginestra; e poi Passeri in bilico “sui cavi elettrici” “su sfondo plumbeo / di nuove nuvole”. Un sostare – il loro – sull’orlo dell’abisso come gli ungarettiani soldati. A cantare l’attesa quale condizione ontologica l’autrice associa gli umani, in Aspettiamo, a un mulo, a un gatto, a un cane che attende una carezza ma teme la sferza, e poi a un frutto di melagrana (e il pensiero corre a Proserpina) quasi marcescente. Il movimento sembra condurre verso la distruzione, con l’eccezione – forse – del cogitare nella ricerca di “continenti nuovi / tra i pensieri”.

Eppure proprio l’aspirazione a un movimento avvolgente, che abbracci ogni cosa come l’occhio di Dio, genera testi intensi quali Nuvole e quello che a nostro avviso rimane il componimento migliore, Cosa prova la pioggia. Condotta con pregevole senso del ritmo e poetico stupore, l’identificazione nella precipitazione atmosferica apparentemente indifferente a tutto, e che pure tutto ora accarezza ora sferza, si chiude sull’immagine della negazione della pioggia e della sua purificante salvezza: “qui ancora non piove / il suolo si caria / catastrofe ordinaria”. Proprio contro quella carie esistenziale si leva ancora con ironia amara il Rappoem o filastrocca da grandi, che nel refrain “Se lo tengano il mondo” esprime la volontà di marcare le distanze rispetto a un esistere in cui il danaro sia (e purtroppo è) elemento dominante con gli amari “corollari” di demenza e “profondo cinismo”: “solo un puntino di mondo / domando, per ragionare / con gatti, passeri, fiori”… È la fede nell’idea che la poesia – a patto che sia sussurrata laddove tutti urlano, perché più limpida risuoni la sua voce – possa ancora incidere e farsi strumento salvifico; così la raccolta si scioglie in laica preghiera alla parola affinché miri a ‘varcare la notte’ e ‘vincerla’, o almeno a opporle resistenza. Perché essa divenga voce cosmica, capace di esprimere e suscitare entusiasmi, è necessario che si spogli del narcisismo imperante e s’apra al dono raro dell’empatia: “disfati del tuo fiato, / fatti respiro altrui”.

L’altra metà del dubbio


Recensione a L. Paciello, L’altra metà del dubbio, con prefazione a cura di G. Di Maggio, Porto Seguro, Borghetto Lodigiano 2022, Euro 15.50.

L’altra metà del dubbio di Luigi Paciello è un romanzo che affronta con levità e con sguardo tutt’altro che superficiale il complesso tema del benessere e della salute mentale dell’individuo.

L’opera, nel Prologo, si apre su un momento topico, in cui il protagonista, Alfredo, giunto a una svolta decisiva, si concede una sveviana “ultima sigaretta”. Un’analessi ci consente poi di recuperare l’antefatto, riconducendoci infine al fotogramma da cui la narrazione aveva preso le mosse.

A determinare la profonda crisi di Alfredo sarà la combinazione della visione televisiva (portato della contemporaneità) di un film d’argomento biblico, quindi con riferimento alla Genesi, e poi di un documentario sulla teoria del Big Bang. L’indecidibilità rispetto alle due visioni e la creduta inconciliabilità delle stesse saranno gli elementi che alimenteranno un irrequieto lavorio mentale nel protagonista. Arrovellarsi che gradualmente si trasformerà in una lenta consunzione psichica, un edere cor suum, per prendere in prestito un’espressione ciceroniana. Alfredo comincerà a mettere in discussione i pilastri del suo esistere, a cominciare dall’ormai prossimo matrimonio con Allegra sino a giungere a un volontario isolamento dal consesso umano. Non anticipiamo al lettore come si andrà a concludere la sua vicenda.

L’altra metà del dubbio è un libro interessante. Non è privo di difetti; avrebbe necessitato di un maggiore editing per la punteggiatura, che appare spesso prevalentemente intonativa, o ancora per l’aderenza al parlato – peraltro anche un pregio del romanzo –, la quale talvolta porta all’insistenza eccessiva su alcuni intercalari in funzione mimetica. Penso, per esempio, alla costante frequenza di espressioni come “cazzo”, un po’ troppo presente, sebbene per esigenze di realismo.

 Il romanzo è peraltro godibile e costruito con intelligenza. Inizialmente ti ritrovi in atmosfere degne di una sit com; in maniera leggera vengono trattati temi come l’erosione della fede religiosa, il vivere inautentico, il logorio alienante della nostra epoca. Ti sembra di assistere alle innocue sequenze in cui si rappresentano, con l’intento di sorriderne bonariamente, gli scenari frustrazione di un inetto. Personaggio per il quale il lettore è immediatamente portato a nutrire simpatia, senza rendersi subito conto (ed è un effetto voluto) del fatto che si tratta di un narratore del tutto inattendibile. Paciello ha infatti scelto di adottare un narratore interno, per cui l’intera vicenda è raccontata secondo la prospettiva di Alfredo. Ci troviamo pertanto dinanzi a una soggettiva simil-cinematografica condotta alle conseguenze estreme; è solo gradatamente che il lettore percepisce con effetto di straniamento quanto l’agire del protagonista sia incongruo e stralunato. Momento di svolta è infatti quello in cui Alfredo ruba un cagnolino per recarsi a corteggiare la bella veterinaria Valeria, mostrando di vivere ormai in un mondo fatto a propria esclusiva misura, senza più alcun addentellato con la realtà. Alla crescente presa di distanze subentra poi un diverso senso di compartecipazione, che nasce perché il lettore è poi indotto ad accostarsi con movimento empatico al destino dell’infelice giovane.

Così facendo Paciello mostra come subdolamente si manifestino le patologie mentali e quanto esse diano luogo a un’escalation di azioni incoerenti che, se non adeguatamente bilanciate, possono anche, talora in maniera del tutto causale, portare a conseguenze tragiche.

L’autore, che si dedica con timbro interessante anche alla scrittura poetica, riesce a incuriosire il lettore, ad avvincerlo, a indurlo a meditare, spesso anche a divertirlo nel delineare la varia umanità che gravita intorno al piccolo centro in cui vive Luigi. Una sorta di coro paesano, infatti, accompagna e commenta le sue vicende; il lettore incontra così diversi personaggi, ciascuno con le proprie piccole e grandi manie e, talora, l’inveterata abitudine (si veda lo zio Carmine) a convivere con le infelicità che l’esistere determina. L’altra metà del dubbio è insomma un’opera che sembra esortare a ricercare il benessere che non nasce necessariamente dall’inanellare vittorie personali e sociali, ma dalla capacità di accettare le proprie fragilità e quelle altrui per poi cercare di sostenersi nei momenti bui del vivere.

Il Battista


Recensione ad A. Santoliquido, Il Battista The Baptist, presentazione di E. Catalano, traduzione di J.M. Wing, disegni di M. Damiani, Nemapress edizioni, Roma 2022, Euro 12.

È approdato alle stampe, a più di vent’anni dalla sua rappresentazione nel corso di una Cavalcata storica a Mesagne nell’Epifania 1999, il testo teatrale Il Battista di Anna Santoliquido.

La pubblicazione presenta l’introduzione di quello che, “su iniziativa meritoria della Pro Loco di Mesagne”, fu il promotore e regista dell’opera, il professor Ettore Catalano, allora docente presso l’Università di Bari e poi presso l’Università del Salento (protagonisti della messinscena furono Vito Signorile e Tina Tempesta). Nella Presentazione dell’opera, lo studioso e scrittore evidenzia come l’autrice, Anna Santoliquido, sia riuscita a “mescolare (…) la concentrata altezza della dizione poetica e la necessità della comunicazione teatrale”, costruendo “atmosfere di grande e lunare bellezza, alternate a squarci di solare evidenza”. Il volume, bilingue come spesso le pubblicazioni di Santoliquido, anglista, presenta la traduzione in lingua inglese di Janet Mary Wing ed è impreziosito dalla ruvida e stralunata bellezza dei disegni dell’artista Michele Damiani.

La sacra rappresentazione, per esigenze sceniche, è condensata in due atti in cui si staglia nitidamente la figura del profeta, il Battista, scolpita in punta di penna da Santoliquido. L’opera appare in linea con lo stile poetico della scrittrice, il cui dettato appare riconoscibile soprattutto nella bellezza dei corali. Nella voce “incrinata dal pianto” di Giovanni, la cui prima battuta è “Signore, io cerco la regola, l’armonia”, sembra di udire riecheggiare quella ch’è l’aspirazione di chiunque coltivi assiduamente la ricerca poetica.

La paratassi domina nettamente l’ordito della pièce, dando l’impressione di una parola che si distende nitidamente in canto, senza inutili orpelli. È come se la scrittrice volesse additarci la Poesia come limpida voce del Sacro, sempre più faticosamente strappata all’afasia cui rischia di condannarla un mondo in cui il Male metafisico parrebbe prevalere. È un po’ la parola di una moderna Sibilla; del resto, Santoliquido, in uno dei suoi testi più suggestivi, Incontri, scriveva: “è l’angelo a portarmi le parole / le lascia nei vasi rotti / il vento le disperde / ed è per questo che erro”. Non è infatti casuale che nelle prime due scene del Battista intervengano angeli a rassicurare il Battista, facendosi portatori di un’aura luminosa sfolgorante; non è nemmeno un caso che, in una sua raccolta, Anna Santoliquido si sia rappresentata come Profetesha, in un processo di rispecchiamento nella figura evangelica di cui porta il nome (Luca, 2,36-38).

L’autrice è molto attenta alle didascalie, in cui fornisce anche indicazioni circa l’illuminazione scenica; per esempio, la Scena seconda è connotata dai colori del tramonto e questo non stupisce perché prelude al culmine della missione del Battista prefiguratore del Messia, culmine che sarà accompagnato – nella scena successiva – dalla consapevolezza dal Profeta espressa in queste parole: “Io ho percorso la strada e mi ridurrò fino a scomparire”. Non meraviglia di conseguenza come l’apparizione del Cristo lungo le rive del fiume Giordano veda “La scena (…) illuminata a giorno”. Livida e tetra è l’atmosfera della fortezza di Macheronte, in cui si consuma l’ebbrezza dionisiaca della danza di Salomè, figura cui spetta un’unica battuta (la richiesta della testa del Battista) e che vive di fatto tutta nella “convulsione” di un ballo ben altro che salvifico e negli ammiccamenti di una sensualità ferina.

È nel Battista fortemente vivido il senso della Natura tipico della Santoliquido poeta, qualità che l’ha portata ad affrontare tematiche legate al lento martirio dell’oìkos in opere come l’ispirata Ofiura. La Natura è controcanto continuo dell’azione dell’uomo; reca in sé un senso di dolcezza, di purificazione, di bellezza. Il Coro, nell’inneggiare alla forza che genera il confidente abbandono a Dio, ricorre a immagini desunte dai cicli dell’agricoltura: “L’uva nasce dalla vite e la fede dall’intimo”. La disfatta della Giustizia nell’incarcerazione del Battista è espressa con l’icona del tuono che “ha bussato al cuore degli uomini”; il risultato è che la Natura contempla l’iniquità in un silenzio che sembra traboccare d’orrore: “L’alloro e la formica hanno udito. La luce lotta con le tenebre e il fuoco ormai divampa”. Eppure è la Natura a tributare il proprio omaggio al Profeta ridotto al silenzio: “Gli oceani, i fiumi e i corsi d’acqua intonano nenie al Battista”. Sono questi ultimi, ancor prima che il coro che pure riesce a riconoscere negli occhi di quella “testa mozza” il Paradiso, a ‘benedire per sempre’ “il fiore del deserto” e a cullarne il sonno.

Il mondo s’è fatto male


Recensione ad A. Vairano, Il mondo s’è fatto male, con prefazione di M.G. Calandrone, CSA editrice, Castellana Grotte 2019, Euro 12

È una raccolta compatta e interessante questa di Antonella Vairano, “un’opera sul male, che attraversa le nostre esistenze come un inevitabile pedaggio”, secondo quanto ben sottolinea Maria Grazia Calandrone nella bella prefazione.

La consapevolezza che Il mondo s’è fatto male rappresenta il Leitmotiv di un testo che muove – come dichiara Vairano – dalle premesse che “siamo al cospetto di un declino che ammorba e annichilisce, che crea e moltiplica povertà e miseria di creatività, di spirito, di mente”.

Germoglia così una raccolta di cui la genesi è esplicitata già nel canto incipitario: “Di acqua di sale / mi suda il seno. // Simultaneo canto, e pure livore”. Un canto che attende la panacea, ma è consapevole che al più potrà giungere “sulle dita asciutte” soltanto “il primo torpore / di luce essenziale”.

Bellezza e disfacimento coesistono. Il secondo testo s’intitola Bel mondo e, con una buona dose di amara ironia, ci prospetta la luminosità dei girasoli e quella aspra dei limoni; nell’uso del verbo “balla” finisce con l’alludere a una danza che confina con l’instabilis furor e che può determinare la vertigine. “Come corda di mare / di doppio capogiro… / non si ferma”.

Una grande ronde, insomma, in cui emerge l’elemento del legame, che può divenire un vero e proprio cappio (“impiccherei il verso annodato” o ancora “L’urlo costretto da maledizione avversa / a rimanere muto nel collo”). L’urlo soffocato, la gola gonfia, il gravame esteso all’intero corpo che diventa salma (proprio come quella a cui si tributa l’estremo saluto in Coralli d’oro) sono alcuni degli ingredienti della silloge. In essa compaiono immagini di distruzione, affidate ai tizzoni ardenti, memorie di mattanze racchiuse già nell’introduzione, che partendo dalla citazione di Soutine evoca scenari di mattatoio. Il ballo stesso del mondo – che tra l’altro è pericolosamente legato al gioco paronomastico del “Bolle” di Gonfia la gola – non sembra avere valenze positive, se le immagini di danza che affiorano nella raccolta non sono mai liberatorie. Non lo è la danza della Valchiria connessa alla Morte – loro era il compito di condurre al Walhalla le anime di eroi caduti in battaglia – e non lo è di certo il ballo ebbro di sangue di Salomè, in uno dei testi più interessanti: “L’odore rancido / della carne insolente / riempie i passi / dell’apostolo perdente. // Nella basilica consacrata dai secoli / non entra più nessuno”.

Quello dell’“apostolo perdente” è un altro dei motivi ricorrenti nel testo: è il “sacerdote fermo / con la preghiera in mano”; è l’“ultimo angelo” che fugge “all’odore della morte” in un’aura in cui le campane con il loro rintoccare “Strappano la pelle / al dio impotente”. Apostoli perdenti sono ancora lo straniero e l’ebreo in un mondo stantio che identifica nel diverso e nel debole gli “untori”, in un’atmosfera in cui pesa il silenzio del sacro, al punto che la voce di Babilonia arriva a scagliarsi in un atto ribelle contro lo stesso Dio: “Ehi Dio… / esci dal tuo cerchio d’incenso!” O ancora: “E che Dio abbiamo che / scompiglia le lingue / per non perdere il trono?”. Viene così ridimensionata la famosa hybris canonicamente condannata nell’episodio della torre di Babele. La silloge è pregna di memorie bibliche, come già rilevato da Calandrone; del resto è un immaginario apocalittico quello pennellato da Vairano, a cui fungono da controcanto l’innocenza dei fanciulli e la gioiosa apertura all’altro nel gioco rappresentate nelle fotografie a corredo dei testi. Eppure le apparenze non devono ingannare; è proprio la tensione al Sacro una delle corde più profonde e intense di Il mondo si è fatto male. Non è un caso che l’autrice arrivi a spiegarci, mediante immagini, cosa sia per lei la poesia in un testo dal titolo La sete e il cielo.

È una raccolta, questa, che bene esprime il senso di lacerazione dell’individuo e lo fa, tra l’altro, privilegiando le strutture binarie, corrispettivo tecnico della scissura chiaramente enunciata in Probabile incerto. Mentre impazzano “i corvi del disordine” e muoiono le “stelle ammuffite” si affaccia, talora, la speranza di una palingenesi, la cui enunciazione è affidata proprio alla Terra martoriata dall’uomo: “Morti o risorgenti, / andate. // Questo è stato un lungo inverno”.

Codice a sbarre


Recensione a Giulia Tubili, Codice a sbarre. Storie di assenti e di simbionti in cattività, Il Ramo e la Foglia edizioni, Roma 2022, Euro 14

L’esordio narrativo della scrittrice romana Giulia Tubili si rivela di notevole interesse, soprattutto perché il lettore ha la costante impressione di essere immerso in una colta sciarada di cui deve gradatamente mettere insieme i tasselli, per poi concludere quanto il reale sfugga a un preciso incasellamento in schematismi.

Il significato del Codice a sbarre si rivela nel racconto finale, Virus ex animo, ma in realtà prigioni e catene proliferano nelle narrazioni del volume, in cui i personaggi palesano fame d’aria nei circuiti di esistenze spesso asfittiche o comunque insoddisfacenti. Sia la prigione fisica di un corpo parzialmente ma irrimediabilmente paralizzato – come avviene nel racconto a nostro avviso più bello, La Farfalla del Limone – o sia quella mentale di un rapporto simbiotico quale quello sadico e distruttivo delle gemelle di Salomè, l’esistere sembra scontare il tempo della stasi o di un fluire così frenetico da divenire schizoide.

Codice a sbarre è un’opera in soggettiva; ogni capitolo è fondato sulla presenza di un narratore interno su cui è focalizzato il racconto. Talvolta, come in Salomè, l’autrice si diverte a mantenere, sciogliendola solo nel finale, la suspense sull’identità dell’io narrante. Nella maggior parte dei casi, questo viene invece a coincidere con il protagonista della narrazione e qui sorge l’elemento complessificante. Infatti, i personaggi chiave sono spesso figure nevrotiche quando non patologicamente instabili, protese a confondere realtà e personale visione delle cose, a tratti indotte persino ad abbandonarsi al fluire del processo allucinatorio. Ne deriva l’impressione, per il lettore, di navigare in un pelago oscuro, in cui è facile perdere la rotta, sebbene questa sensazione di smarrimento non vada mai a detrimento del piacere di inoltrarsi nella lettura. Quest’ultimo è vivido soprattutto grazie alle doti della scrittura di Tubili; si coglie l’abitudine dell’attrice – questa è la professione dell’autrice – al lavorio con una parola che deve farsi strada e corpo attraverso il processo di fonazione. È uno stile fiorito, a tratti crudo, ma sempre godibile. Si pensi all’ubertoso incipit di Ecclesialand: “Com’è dolce, Fantin. Lo chiamerei volpe se non fosse così sempliciotto ma è proprio come il canide che saccheggia i miei seni con lo sguardo. Lo fa, eccome! Neanche fossero le galline più opime del pollaio. E, in effetti, lo sarebbero: lattose e pulsanti di una vita bucolica. Piumati stendardi della plebe, così succulenti nel guarnire i piatti della nobiltà”. Tra l’altro, il passo è tratto proprio dal lungo monologo di un’attrice che sta per iniziare il suo spettacolo al cospetto di un pubblico dall’apparenza moralista e irreprensibile da cui è nauseata.

Di attori e attrici Codice a sbarre pullula, sin dal primo monologo, quello che ci racconta l’“ascesa” e decadenza di Asher “Ziggy” Meyerowitz, un tributo alla stand-up comedy, ma anche all’umorismo ebraico della Borscht Belt, circuito statunitense in cui tale genere di spettacolo fiorì tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Sicuramente, questo primo testo ci consente di innestare Codice a sbarre – più che nel genere del noir – nel solco della tradizione umoristica, come suggerisce anche la presenza di elementi grafici ormai in disuso, quali, nei dialoghi, il lineato di apertura e di chiusura.

Altro elemento che connota la raccolta è l’intramontabile tema del rapporto tra Eros e Thanatos, legame che si traduce in una sensualità traboccante, che impregna di sé buona parte dei racconti. È una sensualità incline al proliferare della fantasticheria; essa trabocca nelle pagine che descrivono gli approcci di Giuditta Della Seta e del “suo” Frank, ma emerge anche nelle volute estenuate del Jeu du Mouline: “Sonny, pur di non accantonare il vecchio completo, aveva completamente aperto la camicia e girato in più risvolti i calzoni. Pativa l’afa in un modo così sensuale da essermi spinta a dirglielo senza freni”. Questo racconto ci consente di introdurre un altro elemento d’interesse; nella partitura di Codice a sbarre alcuni testi (si veda l’incipitario Ziggystein) costituiscono narrazioni in sé conchiuse, altri invece si inarcano a generare ulteriori racconti, per cui Gitanes appare derivativo rispetto a Jeu du Mouline, che ne rappresenta l’antefatto.

Il motivo dei simbionti presente nel titolo si spiega anche con la frequenza dell’elemento del doppio caro a Otto Rank e manifestazione dell’unheimlich. È il rapporto che lega Myrtille e Paprika, degne di figurare in una pellicola di Avati, ma anche Philip e Jerome, la cui vicenda è all’origine di ben tre racconti, il primo dei quali muove dai “falsi ricordi” tipici dell’Effetto Mandela. Perché, se il perturbante è all’ordine del giorno in queste narrazioni stralunate e fascinose, lo straniamento ne sembra l’artificio principe. L’assunzione di punti di vista connotati da processi mentali quantomeno inusuali ti dà infatti l’impressione di muoverti a passi di danza in una giostra degli specchi, in cui tutto è sé stesso ed è al contempo deformato, e in questo misterioso luna park ti aggiri dilettosamente, pronto – ad attraversamento terminato – anche a riprendere il viaggio.

Carne e sangue


Recensione a V. Davoli, Carne e sangue, con presentazione di D. Giancane, Tabula Fati, Chieti 2022, Euro 11.

Si innesta in un’ideale trilogia di cui attendiamo la conclusione il bel volume di poesie Carne e sangue di Vito Davoli, a numerosi anni di distanza dalla prima silloge, Contraddizioni. L’opera è inserita nella Collana dei Poeti La Vallisa diretta da Daniele Giancane, al quale si deve anche la lucida prefazione.

Se in Contraddizioni motivo dominante era il mito di Altea, correlato al binomio creazione-ripudio, in Carne e sangue abbiamo notato – pur nel velato persistere di riferimenti alla regina di Calidone – una certa ricorrenza della figura gorgonea per antonomasia, Medusa. A quest’ultima è correlato il rischio della pietrificazione, in stretta connessione con il Sentimento del Tempo, tema caro a tutta la tradizione occidentale (e non solo) e costantemente declinato nella raccolta di Davoli. Il legame con un passato amato e amaro al contempo conduce al riemergere di “fantasmi della memoria” nella lirica eponima, figure di donne (non tutte necessariamente legate alla sfera delle relazioni amorose) che si fondono e confondono sino a culminare nell’immagine chiave: “La vedo ancora: il mio fantasma è un dramma / generato e nutrito in una farsa. / Miracoli e misteri attorno a lei / non sono valsi a riempire il mio canto / che d’altra carne vibra e d’altro sangue vive”. Non è a nostro avviso casuale che questa stanza culmini nell’evocazione della mitica creatura anguicrinita.  Al passato sono legate due icone del “voltarsi indietro”: Orfeo, archetipo del poeta (ed ecco anche l’affiorare delle Baccanti, sue punitrici, in Se non mi attorni), e la moglie di Lot, Genesi, 19, 26, mutata in statua di sale per essersi volta a guardare Sodoma in fiamme: “Ma quanta forza serve / per evitare di restare sale, / per non voltarsi indietro”.

Stasi e pietrificazione per effetto di un panioso legame col passato, che paralizza la tensione verso il presente e l’infuturarsi, hanno come controcanto la tensione al movimento. Ecco che emerge un’altra presenza ricorrente, rappresentata con vigore scultoreo, il Cavallo, rispetto al quale scatta una tendenza all’identificazione da parte dell’autore stesso; ecco che si fa strada l’aspirazione alla danza, forma di catartica liberazione dai vincoli che ostacolano la pienezza dell’esistere. Non è ancora una volta un caso il fatto che uno dei testi più felici della silloge si intitoli Ballerò; ne ricordiamo l’efficace chiusa: “Continuerò a ballare / offrendo al cielo il viso / come un’ombra il cui pianto non vedi / e lo porti a morire fra le stelle”. In questa direzione deve essere letto anche Tango, in cui si esprime uno dei grandi temi della raccolta, l’Amore, risolto in un dialogo con un “tu” il cui abbraccio è spesso nostalgia di un’assenza a volte nel momento stesso in cui ha appena avuto luogo.

Amore, dolore, Tempo edace, inchiesta di senso… Quest’ultima – in un’aura cui non mancano echi montaliani – emerge già in Sulla battigia, dove “nessun coccio / s’incastra esattamente con un altro”. Questa quête si distende quando per effetto della “visitazione” poetica diviene canto: “stanotte veglierò / perché verrai, lo so, / a planare sulla mappa scura delle mie lenzuola / e aleggiando per sbaglio verserai / gocce d’inchiostro su qualche riga tutt’acqua e sapone”. Eppure la Poesia non è di per sé sufficiente a conferire senso alle cose: così, con ironiche allusioni whitmaniane, protagonista di buona parte di Carne e sangue è proprio il Capitano, quel capitano che crea e abbandona l’uomo, lasciandogli nel cuore una sete dell’eternità inesperibile e il desiderio di eguagliare il Dio assente. Tale ambizione, in una scherzosa rievocazione della celeberrima mitica νύξ μακρά di Zeus e Alcmena, finisce con l’assurgere ad atto di Hybris. Del resto, al lettore attento non potrà sfuggire, accanto ai riferimenti alla cultura classica di cui da studioso di epigrafia greca Davoli spesso indulge, la frequenza di occorrenze legate alla tradizione biblica ed evangelica, non di rado rievocata in chiave polemica da parte di chi ravvisa in un cristianesimo di maniera il rischio del fariseismo. E così, nell’“oceano limaccioso” dell’esistere (di cui metafora diviene la storica nave della musicalissima e amara Vlora nel suo volare e non atterrare), l’aggrapparsi all’esperienza “cristica” e la ricerca – mai appagata e, pur nello scetticismo, mai doma – delle tracce del Dio che “abdicò” culminano nel finale all’insegna della sindone: “Se amare è morire… // Depositare il corpo mio / dentro una sindone bianco sole // e in filigrana la tua immagine per sempre”. E in quella sindone c’è l’amata, c’è la figlia, c’è l’archetipo materno (Altea, Eva, Maria, la madre), ma c’è anche, a nostro avviso soprattutto, il Capitano: l’Assente-presente per eccellenza.

Mr. Me


Recensione a M. Evangelista, Mr. Me, Arcipelago Itaca, Osimo 2022, Euro 12.50

Nell’accostarmi a Mr. Me di Maurizio Evangelista, subito il pensiero, pur nell’enorme diversità delle opere, è corso all’Hotel Surfanta del geniale pittore Lorenzo Alessandri e alle sue camere, teatro di visioni ora grottesche ora angosciose ora perfino liberatorie.

La fictio alla base della raccolta di Evangelista è quella di un hotel, come rivela in limine la lirica CHECK-IN. In esso figura una serie di stanze, che a ben vedere rappresentano porte dell’anima. Un’anima plurima che si riflette empaticamente in molteplici vite, in un moto di spossessamento del Sé e di appropriazione dell’altro che assurge a imprescindibile momento conoscitivo. È questo procedimento a costituire il primum movens della poesia di Evangelista. Scaturisce così la figura di Mr. Me che – come ha ben evidenziato Alessio Alessandrini – è “uomo e donna, è padre e madre, è amato e amante, è vergine e madonna, prostituta e premaman”. Mr. Me pare pertanto rappresentare un alter ego dell’autore stesso: un alter ego che, compenetrandosi nelle vite altrui, scopre sé stesso, dando voce nei suoi versi alla bellezza straniante la quale rifulge anche nelle miserie dell’esistere.

E le vite che sceglie di rappresentare, di cui si appropria cambiando faccia di stanza in stanza, sono vite non di rado all’insegna della distonia e dell’alienazione. V’è l’esistenza grigia dell’uomo che legge le avventure di Jane Marple e in esse dà movimento al suo vivere statico, nella perenne attesa di un cambiamento destinato forse – direi quasi certamente – a non avvenire: “si vede già in un albergo di Londra / con indosso una vestaglia rossa // in cerca di una governante / che gli cambi le lenzuola / e la sua vita per sempre”. C’è il sesso consumato quale rituale logoro e stantio, spesso mercenario; in esso emerge il contrasto, che finisce col diventare simbiosi, tra bellezza e degrado: si pensi allo sgraziato incontro tra la figura che si accosta a Jessica Lange e “il più grosso grasso gorilla” (“lui è King Kong a Manhattan”), momento che peraltro potrebbe anche soltanto appartenere alla fantasia del degradato “protagonista” maschile. A tal proposito si potrebbero rilevare due elementi tipici di Mr. Me. Il primo è la memoria cinematografica, cara a Evangelista: ecco che affiorano in altri testi Norma Jean Baker, vero e proprio mito di molte generazioni, e l’icona della “gioventù bruciata”, l’indimenticato James Dean: “alle ragazze sorrido / come fossi James Dean”, si legge in Stanza 119. Di fatto, le voci che dicono “io” e si assimilano, il più delle volte peraltro per contrasto, nelle liriche a tali attori e attrici (o li evocano) finiscono con lo sperimentarne più che altro la solitudine. Il secondo aspetto che si voleva rilevare è il camaleontismo della scrittura. Essa può virare verso le altezze del lirismo o sublimarsi nei surreali metamorfismi di Stanza 221 (a nostro avviso i versi più belli della raccolta: “mio fratello ha i miei anni / e mi prende per mano e mi dice, / sono più grande di te // come l’erba alta un dito. // non gli credo // e strappo via tutta l’erba / scavo un buco profondo / ci metto i piedi dentro. // e lui mi pianta e mi dice, sei più grande tu adesso // e mi sale sulle spalle e continua a crescere”). Non di rado, allo stesso tempo, essa si volge al parlato, recuperandone anche gerghi grossolani (“è solo il più grosso grasso gorilla / di danza classica / che si tocca la sacca che ondeggia le braccia / con gli occhiali da sole”, Stanza 111), peraltro in perfetta corrispondenza con la sgradevolezza e la bassura della materia che si sta affrontando. In altri casi, questa volta più per il prevalere dell’intenzione affettiva dell’espressione che per volontà mimetica, affiorano i solecismi del parlato regionale (“esci fuori il servizio di porcellana” verso la madre della Stanza 227). Il linguaggio, com’è giusto che avvenga, è dunque di volta in volta adeguato ai contesti.

Emerge in Mr. Me un disperato e al contempo speranzoso bisogno d’amore: un desiderio di padri quali figure di riferimento ma anche di paternità, una paternità che valica il limite biologico e diviene stato di grazia del cuore. Un riconoscersi nell’altro, un incontro di distonie che improvvisamente si muta in sintonia, nella ricerca perenne dell’impossibile felicità. Si pensi a un altro dei testi più riusciti, Stanza 319: “in una foto del duemiladiciassette / siamo al centro dell’East River io e te / a toccare le stelle americane. // ricordo di aver detto, sorridi / così sarà per sempre // e quanti come te sorridevano. // se non cercheremo più questa foto /se qualcun altro ci troverà per noi / saremo ancora felici // e lo saremo per tutta la vita degli altri”.

Io sono Libertà


Recensione a V. Patruno, Io sono Libertà, Scatole Parlanti, Viterbo 2022, Euro 14.

“L’intento di questo libro è di dichiarare l’amore per il proprio quartiere, le proprie radici e i valori trasmessi dall’educazione familiare senza essere compiacente”. Ed è un amore amaro quello che emerge nitidamente dalle pagine di Io sono Libertà di Valeria Patruno.

“Un’opera di fantasia”, dichiara l’autrice, in cui “Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale”, eppure un’opera che ha il sapore di un’inchiesta ramificata lungo una duplice direttrice.

La focalizzazione, dal momento che il racconto è affidato a un narratore interno, la protagonista stessa, è chiaramente in soggettiva. La voce che accompagna il lettore tra le pagine del romanzo è quella di Deborah, nata nel quartiere Libertà, a Bari.

Proprio Libertà, “che ora si chiama anche I Municipio”, è il cuore della narrazione, che muove dagli anni Settanta, in cui “a Bari non c’erano piani di riqualificazione energetica per illuminare le strade del Libertà e non era stata inventata nemmeno la polizia locale”, per spingersi sino agli scenari del lockdown, con la pandemia che squaderna le angosce degli individui e della collettività e finisce con l’essere ulteriore occasione di episodi di illegalità diffusa e persino di un dimentico ‘carnevale’.

Io sono Libertà – si diceva – è fondato su una duplice inchiesta, i cui binari sono in realtà strettamente connessi. Cresciuta senza padre, in un contesto decisamente matriarcale, Deborah cerca disperatamente di conoscere il genitore, in una quête che la indurrà a studiare a Firenze e in cui imprevedibile aiutante sarà suor Clara. Tale mancanza potrebbe a nostro avviso essere letta anche in chiave generazionale: eclissi dei padri come assenza di figure maschili di riferimento rette, in grado di assurgere a esempi positivi (“la disobbedienza dei nostri compagni era piuttosto specchio del ménage familiare: nessuna regola e tanta violenza. Tutto quello che i genitori, e in particolare gli uomini adulti della famiglia, non avevano la pazienza di spiegare era appreso attraverso le mazzate o qualsiasi altro atto di forza”). Ecco che paradossalmente la mancanza della figura maschile e l’affidamento totale della funzione pedagogica a un’alleanza di donne eticamente solide finisce con il rappresentare per Deborah un elemento salvifico: “Sono stata fortunata a essere nata in una famiglia dove ho ricevuto un’educazione severa e impartita a parole, non a schiaffi”. Patruno dipinge molto bene gli ambienti della scuola media frequentata da Deborah, in un contesto che spesso finisce con l’essere malsano per le fanciulle e i fanciulli che non riescano a rendersi popolari per varie ragioni riconducibili ad aspetti fisici, caratteriali o a una commistione di elementi. Inutile dire che spesso tale sorte colpisce maggiormente coloro che sanno riconoscere il valore dello studio e s’impegnano in tal direzione, in una società in cui la Cultura non è di certo ritenuta un punto di forza; purtroppo la situazione attuale non è da meno, nel trionfo dell’idiozia di chi segue gli influencer e dell’ignoranza berciante ai vertici politici. La delineazione degli ambienti, ma soprattutto direi delle dinamiche psicologiche che s’innestano in contesti con caratteristiche analoghe, è realistica al punto che diversi nati negli anni Settanta e Ottanta (e non solo) potranno riconoscersi nel senso di distonia dei primi capitoli. Il sentire distonico è acuito dal contrasto tra la percezione della bellezza di luoghi indiscutibilmente dotati di grande fascino e la constatazione del degrado in cui essi sono immersi. A tal proposito, si legga con attenzione il capitolo IV, “Bosco Garibaldi”, interessante per le considerazioni sociologiche – che tra l’altro conducono anche al di fuori del contesto pugliese – e soprattutto per il carattere epifanico che lo contraddistingue: la scoperta di “un gioco d’ombre bellissimo, ombre di foglie e di rami”, “il verde che mi mancava”; “Non era in basso, era lì in alto, tra le chiome degli alberi. Bastava cambiare prospettiva e il miracolo della natura era lì”.

Quest’ultima frase costituisce, forse, una delle chiavi di volta dell’intero romanzo. Il cambiamento di prospettiva arriverà: gli studi fiorentini, la scoperta del padre, l’emancipazione – pur relativa, dato che non genera la ricchezza e non sempre è foriera di considerazione sociale – attraverso la Cultura. Così dalla prima inchiesta scaturirà la seconda: il ritorno a Libertà in un movimento di riappropriazione del contesto inizialmente percepito in maniera straniante. Una precisa volontà di conoscere Libertà per meglio intenderne la realtà. Quello che cambia è lo sguardo, non “compiacente” perché in grado di individuare le storture e chiamarle con il loro nome, con conseguenti piccoli-grandi gesti di ribellione, ma neppure meramente giudicante. Non è, infatti, quello di Deborah l’atteggiamento di chi si erge su un piedistallo ed etichetta l’altro da Sé in un moto dall’alto verso il basso; forse questa conquista è legata al fatto che dell’attitudine giudicante la ragazza era stata vittima, come emerge ad esempio da allusioni legate al periodo liceale. Al termine della lettura resta la consapevolezza che, anche se i padri latitano, è giusto che gli individui cerchino e scoprano il senso di fratellanza. Garante di quest’ultimo sarà l’apertura al ‘lontano che c’è vicino’.

Io sono Libertà, con le qualità di uno stile curato che non disdegna il dialetto in funzione ora conoscitiva ora mimetica ora affettiva, si muove con un’allure tra romanzo e saggio; si veda, per esempio, l’incipit che focalizza lo sguardo su metropoli orientali per poi volgersi verso Craco e infine puntare su Bari. È un’opera che deve far riflettere tanto i turisti o i non residenti che in maniera snervante magnificano la Puglia per gli scorci da cartolina (se vivi in una terra non puoi accontentarti di un quotidiano spectaculum per gli occhi, tra l’altro solo parzialmente dilettevole perché minato dal degrado) quanto chi, cresciuto in questa regione, desidera fuggire da colei che considera – e spesso è davvero – una Madre matrigna. A volte, però, non basta mutare cielo per placare l’inquietudine radicata nel cuore e l’ideale dell’ostrica potrebbe essere considerato non solo alla luce dell’incombere di un mondo pescecane che divora chi si avventuri di là dal proprio habitat. Esiste, infatti, anche una refrattarietà dell’ostrica ad abbandonare lo scoglio impervio su cui il destino l’ha collocata, nella consapevolezza che nel coacervo di un DNA con l’impronta magari di contadini bitontini, marinai molfettesi, predoni saraceni o sudditi bizantini è racchiusa parte della propria essenza. È anche così che nasce quel moto di odio-amore – il quale può pendere più dall’uno che dall’altro polo a seconda delle circostanze – che ti conduce, seppure con rabbioso e dolente orgoglio, a dire: “Io sono Libertà”.

Noir in abito da sera


Noir in abito da sera

Recensione ad Aa.Vv., Noir in abito da sera, a cura di Dario Brunetti, Damster, Città di Castello 2022, Euro 13.

È un’operazione interessante quella alla base dell’agile volume Noir in abito da sera, curato da Dario Brunetti e recentemente pubblicato da Damster, con l’intento di devolvere parte del ricavato dalle vendite del libro a favore dell’Associazione SOS Donna (Bologna). Premessa ai racconti è l’introduzione di Brunetti stesso, che rivela i fini del progetto, “focalizzare l’attenzione sul soggetto della donna, vista come protagonista assoluta in ognuno di questi undici intriganti racconti”; segue un intervento di Francesca Chiaravalloti e di Valentina Ferri per SOS Donna, le quali, sottolineando “il tocco femminile di queste penne, una specie di raffinatezza nella scrittura che riesce a non scivolare mai nello scontato o nel volgare”, pongono l’accento anche sull’importanza del superamento di stereotipi legati ai generi.

Difatti, questa raccolta di racconti elegge la donna a sua assoluta protagonista, superando la triste (purtroppo realistica e attuale) narrazione che la vuole vittima per antonomasia. Le donne di Noir in abito da sera sono ora detective ora assassine folli o lucidamente spietate (magari killer di professione come nella Festa del sole) ora anche – ma non esclusivamente –  vittime, non di rado cadute per mano di altre donne. Certo, al fondo, si avverte quanto certi atti delittuosi siano il portato di uno stato di cose che ha condannato per secoli il genere femminile alla remissiva accettazione di qualunque sopruso o tradimento perpetrato dagli uomini (si pensi allo “scellerato gesto d’amore” alla base de La suora e il talebano); una tradizione che le ha magari relegate in cucina (luogo canonico da cui scaturisce la rabbiosa reazione di Lenta cottura) o ancorate a stereotipati dettami di bellezza i quali hanno trasformato in escluse dall’amorosa elezione donne da essi lontane (è il caso della protagonista di Seta blu).

Tipica del noir è, infatti, non a caso l’attenzione al contesto sociale in cui il delitto matura. Non di rado i protagonisti sono figure coinvolte, in modalità che si diversificano di volta in volta, nell’azione criminosa stessa; si consideri, a tal proposito, l’io narrante di Argia, uno dei racconti meglio riusciti per l’abilità dell’autrice, Piera Carlomagno, nella costruzione del personaggio fulcro delle vicende. Tale figura, dal pomposo nome mitologico, spicca per l’anticonformismo che si rivela nella “scandalosa ostentazione” di un audace tatuaggio nei “primi anni Ottanta” (oggi è semmai anticonformista l’esserne privi). La ragazza colpisce la narratrice (e anche il lettore) per il fascino magnetico e inquieto e la personalità misteriosa, che resta – per il lettore come per l’io narrante, che si definisce “l’invisibile” – un enigma da decifrare. Del noir è ancora la possibilità di un finale non necessariamente consolatorio; pressoché quasi nessuno dei racconti si conclude con la perfetta ricomposizione dell’ordine, forse proprio in quanto la convinzione che quest’ultimo possa esistere è chimerica al pari del mostro leggendario.

Il lettore potrà subito avvedersi di come uno dei fil rouge, complice l’ironia della maggior parte delle autrici, sia rappresentato dalla tensione al diletto. Noir in abito da sera intrattiene piacevolmente, con intelligenza e humour. Francesca Bertuzzi (Lenta cottura), Piera Carlomagno (Argia), Mimma Leone (L’assistente), Lorena Lusetti (Ossessione mortale), Chicca Maralfa (La suora e il talebano), Marzia Musneci (Pietre e polvere), Giada Trebeschi (La mano di Corso Oporto), Luana Troncanetti (L’ora del thè), Paola Varalli (La festa del sole), Serena Venditto (Fiori d’arancio), Letizia Vicidomini (Seta blu) contribuiscono, ciascuna con il proprio stile, a traghettare il lettore in un dilettoso labirinto dalle molteplici atmosfere. Percorso in cui non mancano il motivo del banchetto fatale e del “cannibalismo forzato”, che dalla tragedia di Tieste fu consegnato a più elegiache note in Boccaccio; le improbabili e proprio per questo vincenti accoppiate investigative (si veda Maralfa); la memoria del noir anni Quaranta con dame alla Stanwyck in Pietre e polvere (di stelle, anche). E poi il motivo dello stalking, con il curioso paradosso che puntualmente conduce alla colpevolizzazione della vittima; la sete di dominio e il feticismo della gerarchia non di rado spinti ai limiti della follia in contesto accademico; l’infanzia tradita e violata; ritratti di melanconici satiri in veste nobiliare ammiccanti all’avvocato Orimbelli della Stanza del vescovo di Piero Chiara; il suicidio che assurge a “delitto” perfetto, vendetta sopraffina degna di dark ladies emule della famosa Rebecca de Winter; il lato oscuro dei “fiori d’arancio” con tutto ciò che rappresentano; la rivincita della donna fisicamente – ma non intellettualmente – “opaca” sulla carnefice bamboleggiante, bulla di una gioventù infelice… L’elenco di temi e motivi potrebbe proseguire, ma non si vuole inficiare l’effetto sorpresa che terrà costantemente desto il lettore nell’assaporare le undici portate – per recuperare la metafora usata da Brunetti – di Noir in abito da sera.

Voce del verbo mare


Recensione a S. Consorti, Voce del verbo mare, Arcipelago Itaca, Osimo 2022, Euro 13.50.

Voce del verbo mare di Simone Consorti è una raccolta che conduce una fitta riflessione esistenziale attraverso il grimaldello del paradosso ironico e dell’autoironia.

È una perenne sete di luce e di vita quella che traspare dalla silloge, una fame d’aria che s’insinua anche nello humour nero di In ogni bara lasciateci un buco. Tra il serio e il faceto emerge l’idea che a ogni individuo s’ancori un mondo e che un mondo si spenga ogniqualvolta un uomo intraprenda quello che romanzieri dell’Ottocento chiamavano il “sonno invincibile”: “C’è tutto ciò che han veduto / negli occhi di ognuno / quando si chiudono”.

Il silenzio di Dio nel quotidiano, la perenne attesa di un’epifania che si risolve in stasi beckettiana e la gioia insana di sentirsi vivi coesistono. A questo senso di attesa non è indifferente neppure il mare (“Il mare intanto attende / la restituzione di tutte le onde”), elemento chiave della raccolta. Da un lato esso appare, e forse è, “sempre uguale / indifferente ad ogni contrattempo”, dall’altro si rivela in equilibrio precario: l’idea della goccia che possa “far traboccare il mio mare” (significativo l’uso del possessivo) o, per usare un’altra immagine, dello “sputo” che lo fa esondare è correlata al concetto che “L’infinito” possa traboccare “a causa di qualcosa di infinitesimale”. A questo motivo si lega l’icona del tennista Nadal, effigiato nel momento in cui la racchetta si appresta a colpire la palla e si fa strada la suggestione magica che “Ogni gesto / a forza di ripeterlo / può creare o cancellare un universo”.

Nell’opera di Consorti non mancano certo i riferimenti colti. Potremmo a tal proposito citare il testo dedicato agli assediati di Masada e alla loro decisione di darsi reciprocamente la morte per non incorrere nell’anatema che ricade sul suicida: è proprio su quest’ultimo che lo sguardo del poeta indugia, su colui che, ucciso l’ultimo compagno, deve necessariamente, per non cadere nelle mani del nemico, togliersi la vita. Egli invoca il fulmine di Dio su di sé, ma invano. Su un’altra drammatica morte di massa Consorti si soffermerà in uno dei testi della silloge: si tratta dell’eccidio di Jonestown, che pose fine tragicamente all’esperienza del Tempio del Popolo. Chiunque abbia familiarità con il Consorti narratore ricorderà che il motivo lucreziano della capacità della religio di suadere malorum – attraverso la manipolazione della psiche di personalità fragili – era stato già declinato in Il prescelto (https://gianobifrontecritico.wordpress.com/2021/05/07/vi-dichiaro-marito-e-morte/).

Il desiderio individuale di trasumanar affiora in Barnekow, che trae ispirazione dalla celebre dimora storica di Anagni e allude all’immaginario alchemico che trovò espressione negli affreschi della stessa. Si pensi al riferimento alla rubedo, l’ultima fase della Grande Opera, e alla fenice che ne rappresenta il simbolo.

La letteratura affiora un po’ dappertutto, divenendo il reagente che innesca il paradosso: l’inquietudine di “un Amleto ridicolo” e contemporaneo non è più originata dalla sete di vendetta e dall’irresolutezza e non è di certo figlia dello strappo del cielo di carta. L’Ofelia 2022 annega in un “bicchier d’acqua” “e anche se sembra ridicolo / è una cosa seria”, se si pensa alle implicazioni della metafora… Il poeta-Orfeo si rivela una “pessima” riedizione del topos: la paura dell’abbandono è divenuta pressoché compulsiva, così come la sfiducia nel sacro. L’effetto del perenne guardarsi indietro sarà allora un impoetico ma realistico “torcicollo” (né le Baccanti si scomoderanno a dilaniare il cantore). Tutto si presta a demitizzazione eppure tra l’alto tragico-mitico della Letteratura e il sé deaurato del nuovo millennio v’è un legame non tenue ed è l’abisso in cui anche oggi si sprofonda senza che, tuttavia, ci si sia mai librati nelle altezze.

Tra le voci che più hanno influito su questa scrittura, come l’autore stesso rivela, è Fernando Pessoa. In quel Più son solo più fa folla la mia ombra sentiamo riecheggiare l’“affollata solitudine” del poeta portoghese. Nello straniante senso di sdoppiamento, perfino di settuplicazione dell’individuo si avverte l’incidenza dell’esperienza della scrittura di Pessoa e della creazione degli eteronimi. Penso a versi di Pessoa come questi: “Non so quante anime ho. / Ogni momento mutai. / Continuamente mi estranio. / Mai mi vidi né trovai”. Anche il gusto del paradosso potrebbe ricondursi alla lezione del lisbonese, geniale maestro di quest’arte, di cui un celebre esempio è il caso del poeta fingitore che “Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”.

È un poeta che merita senz’altro di essere seguito Simone Consorti, cantore di un sentire spesso distonico, in un incedere ora minimal ora narrativo ora filosofico ora lirico; un “pessimo Orfeo” che, senza prendersi sul serio, arrivando anzi perfino a insinuare che “questo libro” possa essere “proprio lo scarto di tutto quello che non ho più buttato” (“C’era una volta un ragazzo di venticinque anni che buttava le poesie del ragazzo di vent’anni. C’era una volta un uomo di quarant’anni che non ha buttato più niente, nemmeno gli appunti”), finisce col farci riflettere – seriamente – sulla bellezza e l’assurdità dell’esistere.