Le scarpe del flâneur


Recensione a J. Rizzo, Le scarpe del flâneur, Ensemble, Roma 2020, Euro 12

Sotto il segno di un omaggio al flâneur per eccellenza, Charles Baudelaire, e a Serge Gainsbourg, si apre la raccolta di poesie di Jonathan Rizzo.

“Parigi cambia! e niente nella mia malinconia / S’è mosso! impalcature, palazzi nuovi, blocchi, / Vecchi quartieri, tutto per me è ormai allegoria / E i miei cari ricordi pesan più delle rocce”. Ne Le cygne, vagando per una città profondamente mutata nel processo di modernizzazione, Baudelaire si sentiva un po’ come la vinta Andromaca o la nostalgica schiava nera e tutti erano accomunati al “gran cigno” “ridicolo e sublime” che trascinava il “bianco piumaggio” sul suolo.

Il flâneur della Parigi cosmopolita del ventunesimo secolo, che a quei modelli guarda, innalzando il suo canto dal personalissimo timbro, chiede al lettore di indossare le sue scarpe e percorrere con lui le vie della capitale francese. Una metropoli che rivive in vari suoi angoli: dominante è Belleville nella sua multiculturalità, ma l’autore pennella il quartiere Oberkampf sotto la pioggia e poi ancora il Bassin de la Villette, place de la Republique, canal St. Martin con i quai in festa, les Champs-Élysées. Il suo si libra come un nitido canto d’amore per la città di Parigi, innalzato da un io lirico che ci sembra congiungersi idealmente all’archetipo del “fanciullo primordiale”. Non è casuale che i testi siano connotati dalla presenza pervasiva di figure di bambini. In Belleville, Rizzo scrive: “Sorrido a una bambina, / lei ride, / e anch’io mi sento leggero”, in una bella memoria delle sabiane Cose leggere e vaganti. Nel medesimo testo, uno dei momenti più riusciti è quello che vede due bambini incantarsi ad ascoltare “un uomo felice”, che suona “un organino a manovella”, cantando Trenet e la Piaf. L’autore sembra quasi immedesimarsi in loro, nel mostrare al lettore il loro stupore al baluginio delle “monete luccicanti”, ulteriormente richiamate nei “piccoli cerchi argentei / nel secchiello che tintinna”. Così il poeta sente l’anima scivolare “su alcune leggere gocce di cuore”. La visione di una bimba in Pluie sur Oberkampf, mentre “coi capelli bagnati felici (n.d.r. non sfugga l’ipallage), / saluta e pensa a sorridere”, suscita nel flâneur il pensiero che vivere, in quella sera, sia bellissimo. E se una piccola in Belleville “fa pipì / su un arbusto accanto / ad altre roselline”, lo stesso gesto, con fare irriverente, sarà ripetuto dall’artista sulla tomba di Matisse, giocando sulla ben nota immagine della “cage aux fauves”, nella scherzosa reiterazione del mito iconoclasta dell’arte che si propone di superare le secche del passato. E, quando altrove il poeta dichiara: “Sono gli adulti a lasciarsi andare / quando stanno male. / Noi bambini lo facciamo quando siamo felici”, ci sembra che questa identificazione col fanciullo primordiale risulti ancor più evidente. Così come emblematici risultano i versi: “Un vecchio gioca come un bambino / mandando in frantumi lo specchio della mia anima”; nello stesso momento in cui, assimilandola al vetro, l’artista rivela l’estrema fragilità del suo spirito, si ha quasi la percezione che quell’anziano uomo sia una sorta di proiezione di come il flâneur si immagina nel futuro.

Perché la malinconia è un po’ un basso continuo in questa raccolta, nonostante l’ironia sia una presenza costante e ti salvi nei momenti in cui potrebbe vincere la commozione (il canto della morte di Marina nel giorno in cui – immagine lacerante – “finimmo con quell’estate”), a volte celandosi nelle pieghe delle paronomasie e dei giochi assonanti di I pazzi sono fuori o di Roulette russa o nelle riprese dissacranti del mito di Hermes, Bacco o delle nove Muse o dell’immaginario cattolico (il Diavolo) o letterario (Quasimodo). Non è casuale come il primo testo della raccolta insista su un senso di estraniazione, nel perpetrarsi di una vita non vita, e che il secondo sancisca l’assenza di un ubi consistam per la relazione con un Tu purtroppo non compresente. Insomma, ci sembra che proprio questa melancolia costante, il sentirsi acrobata della disperazione, porti, per contrasto, a volersi calare nello spettacolo del vivere parigino, in questa teoria di infradito e spettacoli di bellezza, ma anche di degrado, nella consapevolezza che gli uni e gli altri siano più vicini di quanto si possa abitualmente credere.

Quello che più resta nel cuore del lettore, al termine di questo itinerario, è un canto di incessante amore: “Odi mondo / alto si leva ancora il nostro canto, / siamo vivi / e teneri tuoi amici, / io e la sorella Parigi. // Gli odi di uomini / bruciati dalla paura / non ci possono ferire più. // Amiamo disperatamente anche loro, / perché nessuno lo fa”.

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