Tempo d’opera


Recensione ad Alberto Toni, Tempo d’opera, a cura di Roberto Deidier, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2022, Euro 13 (in copertina riproduzione di Niente storie, olio su tela di Enrico Luzzi, 1993).

Tempo d’opera, volume postumo dello scrittore romano Alberto Toni, è un bellissimo libro di poesia, “viatico e testamento”, come scrive Roberto Deidier nell’Introduzione. Curatore del testo è stato Deidier stesso, che illustra i criteri di edizione nella Nota al testo a chiusura del volume. Quest’ultimo è costituito dai testi presenti “in un file in formato Word, denominato ‘Nuove poesie 2018-2019’”, cui Toni lavorava al momento della sua morte nel 2019. Il titolo era suggerito nel file stesso e la presenza di un occhiello “Tempo 1” lasciava intuire la volontà di una ripartizione in sezioni che di fatto non è stata condotta a compimento dall’autore. Deidier, infatti, precisa come il materiale versasse “in una fase progettuale; non embrionale, ma ancora non del tutto stabilita e soprattutto senza alcuna proiezione editoriale”. Il curatore ha operato nel pieno rispetto dello stato testuale, provvedendo principalmente alla correzione dei refusi e operando altri, discreti, interventi segnalati nella Nota al testo.

Deidier, coadiuvato nella “revisione del testo e nella correzione delle bozze” da Patrizia La Via, moglie del poeta, ci ha così offerto una significativa occasione di bellezza e di meditazione. La raccolta ha una sua unità tutta racchiusa nel sommesso ritmo interiore dei testi. Si pensi, per esempio, alla connessione tra Senti, i cani abbaiano, ma tu già dormi che conosce un’ideale continuazione (in linea con l’explicit della “lingua che passa e schiude lingue diverse”) nel dialogo con il merlo, il tordo sassello e la cincia del testo successivo. Ad essi è a sua volta legata la poesia che si apre con Ma anche il paradosso della veglia; dalla veglia, infatti, era nato il tentativo di decifrazione del linguaggio dei cani e non è ozioso segnalare che “l’estate della betulla” della poesia successiva è “un buon inizio nella veglia”. È lo stato di veglia a lasciar cogliere le ombre e le penombre di cui è popolata l’apertura della silloge: le “infinite ombre” in cui “frana e si sfalda” la luce e che pullulano nella mente e nel cuore dell’uomo che si percepisce all’occaso. Uomo che riesce ad auscultare la vita silenziosa degli oggetti, che spia le creature del suo giardino e traduce in poesia purissima l’esistere arboricolo.

È una poesia robusta, tutta innervata di pensiero, quella di Toni, che sussume Platone come Leopardi, mentre medita sul passo fuggevole e leggero di un esistere di cui l’autore percepiva allora, e ti fa percepire nell’allure dei suoi versi, tutta la bellezza. Lo fa con levità struggente, con l’intensa grazia di un’onda musicale scaturita dall’anima, che ti avvolge e ti conduce con sé. È l’onda di quel “dolce dolore” che chiamano malinconia.

Non è un libro per tutti; bisogna avere la pazienza di esplicitare i riferimenti culturali che si annidano in ogni testo, in un gioco intellettuale estremamente stimolante. Man mano che il lettore si addentra nell’enciclopedia dell’autore, i tesori del suo spirito gli si disvelano.  Questo avviene a partire dall’incipit, in cui, sin dal primo verso, Toni si riallaccia a una tradizione che dal petrarchesco Voi che ascoltate conduce all’attacco – terribile e maestoso (ma chi lo ricorda più in una società in cui l’arroganza dei fascistelli è tornata di moda?) – del leviano Shemà. Toni guarda spesso il mondo attraverso il filtro dell’arte e della letteratura e ti esplicita com’esse stesse – sì – siano vita. Vita profonda, dai colori smaglianti, dalle mille lacerazioni e contraddizioni. Perché i cretti di Alberto Burri sono come i kavafisiani Lestrigoni che ciascuno porta nel proprio cuore; figure colte in istantanee, alberi o uomini?, riproducono pose, che sono attitudini esistenziali, di sculture di Attardi o Giacometti o di dipinti di Guccione; il silenzio del giardino sembra riecheggiare del tempo sospeso e stregato del “cold hill’s side” della Belle dame sans merci di John Keats. Il dialogo con la propria Musa ha mellificato il Montale di Ho tanta fede in te (cui si allude in più testi), ma per acquisire una tonalità del tutto peculiare.

La poesia diventa dunque forma della Vita; i testi possono nascere da occasioni quotidiane, ma anche da eserghi o contemplazioni di dipinti o sculture che con l’esistere divengono un tutt’uno. Il poeta, il giardino, gli alberi, le opere d’arte, i Tu con cui egli dialoga – sia la Musa amata, Patrizia, siano i sodales poeti o siano le ombre, “il viso caro / che perdiamo” – sono voci e strumenti che si stagliano in una raffinata e struggente polifonia. Canto elevato a un “mistero antico” e alla “casa antica” dell’Essere (non è casuale la ricorrenza dell’aggettivo “antico”, Leitmotiv di un’opera che ha l’incedere della Gradiva) in cui ciascuno di noi viene alla luce pur in parte celandosi. Straniare gli oggetti, la cui “vita” “sta tutta nel pensiero che li fa vivere”; cogliere, come voleva Char, l’accadere delle Cose, preludio a inattese e fugaci epifanie (“L’incantamento è finito e chiusa la porta sul nostro infinito?”); resistere al latrato di Cerbero e tentare la fortuna cercando “il frutto nuovo” “Tra qualche ramo secco” nel giardino (il motivo dei rami è ricorrente in tutta la raccolta). Sono questi i doni ed è questo il fascinoso mistero di una Poesia che ti fa intravedere la luce di un’anima senza tutto svelare. “Va bene, dico, se su noi restano frammenti, la vita, insomma”.

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