Benedetto sia il padre


Recensione a R. Ventrella, Benedetto sia il padre, Mondadori, Mondadori, Milano 2021, Euro 18.

Benedetto sia il padre di Rosa Ventrella è un romanzo che si distingue per la forza d’autoauscultazione di un io narrante, Rosa Abbinante (onomasticamente scissa in Rosa, Rosé e Rose), paralizzato da ferite radicate nella storia familiare. “Mio padre alza le mani su mia madre”: è questa la confessione resa spontaneamente alla prostituta Marilyn dalla protagonista adolescente, confessione che echeggia subito, nella voce della stessa divenuta adulta, già nel primo capitolo. La narrazione prende infatti avvio, l’undici dicembre 2002, nel segno della constatazione del definitivo fallimento di un amore e di un matrimonio (quello dell’Abbinante con Marco) e con l’annuncio del ricovero dell’amatissima mamma.

L’opera recupera così in retrospettiva le vicende di una Rosa tredicenne, che percepisce di vivere in un “Limbo” nell’estate 1978, con la famiglia al terzo trasloco nel quartiere barese di San Nicola, speranzosa (invano) in una stabilizzazione lavorativa del padre inquieto, ora alle prese con l’attività di cucitore di reti. Giuseppe, detto Faccia d’Angelo, è la figura più enigmatica del romanzo. Sin dalle prime battute egli è stigmatizzato dalla figlia, che ne sottolinea la natura demonica, l’indole violenta, peraltro frutto dell’atmosfera percepita sin dall’infanzia. “Nella mente di nostro padre il rispetto passava attraverso l’autorità e la violenza. Era la legge del quartiere, ci diceva”. E tale legge viene chiaramente enunciata dall’io narrante al principio del capitolo quinto; è come se la brutalità nel rapportarsi all’altro – sottolinea Rosa – ti fosse “cucita addosso non appena venivi al mondo”. La tredicenne ne coglie chiaramente i segni nel paesaggio, nei gesti e nelle pose di uomini e donne del San Nicola, persino nella petulanza che traspare dalle movenze dei giochi infantili dei fratelli, Salvo e Michele. La corruzione di Faccia d’Angelo appare quindi quasi atavicamente inscritta nel suo destino, così come la rabbia per un esistere fuori chiave. La benedictio del titolo sembra pertanto inizialmente antifrastica. Rosa maledice il padre; avverte in sé il perpetrarsi del germe della sua indole malsana e si sente “carne affitisciuta”. Teme che i fratelli stessi, Salvatore soprattutto, possano ereditarne l’aggressività (in parte tale processo le appare addirittura già in atto). Eppure questo padre apparentemente vituperato è anche amatissimo da Rosa e finisce con l’assurgere a suo “mito personale”. Si legga il passo in cui la donna lo paragona a James Dean, emblema di una gioventù inquieta e ribelle, “bruciata”. “Ritrovavo in lui lo stesso sguardo sfottente e unico che lo rendeva amabile e detestabile allo stesso tempo”. Lo sguardo del padre è un altro elemento chiave dell’opera: soprattutto Rosa e Michele, continuamente svirilizzato dall’ipergiudicante istanza paterna, ne avvertono il potere pietrificante. Rivive in Giuseppe il motivo dello sguardo meduseo che la tradizione letteraria italiana aveva consacrato nell’icona della figura femminile (si pensi alla petrarchesca Laura, ma anche alle Furie dell’Inferno dantesco). L’amore verso il padre subisce una sorta di transfert nell’attrazione sensuale che Rosa avverte nei confronti di Nando, ambiguo amico di Giuseppe. Nei tratti spigolosi di quell’uomo così virile, la ragazza intravede forse l’aura stessa dell’Abbinante, lo sdoppiamento tra angelicismo fisico e demonismo spirituale.

Giuseppe ha il potere di degradare le donne di famiglia al livello di meretrici. È l’ingiuria che spesso rivolge alla moglie Agata – che non a caso ha un nome che ammicca alla verghiana Mena – e l’appellativo che rivolge a Rosa quando la vede truccarsi nella casa della prostituta Marilyn. E non è un caso che, come una sorta di doppio della figura materna veneratissima, sia proprio una meretrice colei che la tredicenne sceglierà come pressoché unica amica. La figura di Marilyn è una delle più struggenti dell’opera, con la totale mancanza di autostima che la caratterizza e la tendenza a proiettarsi in una sorta di dimensione sfuggente, eterea. Tale evasione si verifica in misura tanto più intensa quanto più la donna avverte il montare della violenza che la circonda. A Marilyn così come ad Agata è connesso il motivo dello specchio, dal valore fortemente simbolico nel romanzo. Agata rappresenta la realtà di una madre solida e positiva, che si rifugia nel canto (adora Mina) e in una piccola grotta “nella scogliera di fronte al Castello”. Tale luogo ha valenza metaforica ed è allusione al ripiegamento nell’interiorità per la fuga dal reale, così come confermato nel capitolo finale. Non è infatti casuale il fatto che la madre sia presentata come una donna costantemente in cammino, quasi percorresse – angolo dopo angolo – le stazioni di una terribile e sfibrante Via Crucis. Marilyn è l’incarnazione di come il padre sembra – agli occhi di Rosa – considerare la moglie; è quindi un’ipostasi della madre negletta, disprezzata, in cui l’io narrante vede anche il dischiudersi di un regno, quello dell’erotismo, che la respinge e l’attrae. Infatti, più volte la ragazza allude all’episodio in cui aveva assistito, non veduta, a un rapporto tra i genitori, voyeurismo che sembra contraddistinguere anche il suo relazionarsi a Marilyn, di cui spia gli amplessi con alcuni clienti, tra interesse e repulsione. L’idea che Marilyn possa essere proiezione di una figura materna distorta dallo sguardo maschile ci pare corroborata dal fatto che Giuseppe eserciti fisicamente la violenza anche su di lei, determinando il definitivo naufragio del rapporto con l’adolescente.

Marilyn racconta di avere un passato da ballerina e questo ci fornisce l’occasione per riflettere su un altro elemento ricorrente nella narrazione: la danza. Quest’ultima sembra preclusa alle donne; Marilyn ne sarà allontanata e Rosa è apostrofata in maniera ingiuriosa dal marito Marco proprio per il suo modo, agli occhi dell’uomo provocante, di ballare alla cresima della figlia Giulia. Paradossalmente la danza è spesso evocata come prerogativa degli uomini, ma è un ballare rabbioso il loro, pregno di aggressività. Penso in particolare alla danza di Giuseppe ubriaco all’inizio del capitolo quarto, che prelude all’ennesima violenza; significativo il fatto che il sensibile figlio Michele tenti di imitare i gesti del padre, ma in maniera goffa al punto “che il risultato era un susseguirsi di movimenti tentennanti e un po’ femminei”. Il ballo, nel contesto descritto da Ventrella con crudezza e delicatezza allo stesso tempo, finisce quasi con l’identificarsi con una sorta di rituale tribale, prebellico, ouverture all’oltraggio.

Altro fattore che ci colpisce la presenza di muri scrostati o sbrecciati, ulteriore segno di degrado di un quartiere in cui l’odore del sapone di Marsiglia è frammischiato al puzzo d’orina. La casa, che dovrebbe incarnare il guscio protettivo, finisce con l’essere luogo della contraddizione, minato da un germe che ne corrode le pareti. Un male che si annida nell’interiorità.

Il romanzo di Ventrella non è privo di echi rivenienti dalla tradizione letteraria italiana. La descrizione del quartiere San Nicola sembra recare memoria del manzoniano palazzotto di don Rodrigo, ma ancora più forte ci appare, tra le altre, la memoria dei Malavoglia verghiani. Un esempio su tutti il bel finale del capitolo XI; quel mare che “russava ancora in fondo alla stradicciola,” in cui “a lunghi intervalli si udiva il rumore di qualche motocicletta o di qualche auto moderna sfrecciare sul lungomare” è un chiaro omaggio al capitolo II del capolavoro verghiano. Prova ne sono anche le stelle che “ammiccavano forte”; il passo, che fu oggetto di una splendida lettura di Leo Spitzer, il quale vedeva nella Mena/Sant’Agata l’anima folklorica del borgo, è richiamato per contrasto. L’inquietudine di Mena per il padre destinato a morire in mare è funzionale, per la Rosa della Ventrella, a un’apparente dichiarazione d’odio nei confronti della figura paterna. Apparente, perché in realtà quel “Non provavo amore per mio padre, per quel corpo secco e duro, quegli occhi di ghiaccio. Odiavo la sua faccia d’angelo” ci sembra piuttosto – ed è – un disperato grido d’Amore.

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