Dark 5M


Recensione ad A. Nanni, Dark 5M, Scatole Parlanti, Viterbo 2022, Euro 14.

Dark 5M è senz’altro un titolo calzante per il noir di Andrea Nanni, recentemente edito da Scatole Parlanti nella Collana Voci.

Si tratta infatti di un avvincente viaggio nelle tenebre del Dark Web; come si legge nella Notte dell’Autore, “Secondo le statistiche il 95% di quello che avviene in queste reti oscure è di natura illegale, come commercio di sostanze stupefacenti, pedopornografia, vendita di armi o peggio. (…) Inoltre, sempre secondo gli esperti, si stima anche che il dark web occupi circa il 90% di tutta la rete mondiale, quindi ciò che viene mostrato a un utente comune navigando su piattaforme come Google pare corrisponda solo al 10% della rete reale esistente.”

Non stupisce che, in quest’opera in amebeo tra Livorno e il capoluogo dell’Emilia-Romagna, l’atmosfera privilegiata dall’autore bolognese sia quella notturna, con l’insonnia a tessere le trame dei personaggi principali della vicenda. È l’insonnia di Manuel a favorire la scoperta degli insoliti messaggi che la sua compagna, Chiara, riceve di notte su Whatsapp. Nell’atmosfera domestica, nella sonnolenza di una relazione non caratterizzata da peculiare passione quanto più che altro da una ricerca di stabilità, piomba un elemento che dischiude all’unheimlich. Tradimento o qualche più oscura trama coinvolge questa figura, che reca la claritas nel nome, ma nelle tenebre potrebbe celare un terribile segreto?

“Era sempre stata una ragazza sincera, dolce, quasi ingenua in senso positivo; (…) Forse inconsciamente avevo scelto lei perché per me valevano molto di più la serenità e la mancanza di dubbi, probabilmente infatti non ne ero mai stato davvero innamorato.” Quella che al protagonista maschile appariva l’ordinarietà quietante di Chiara si tinge di mistero ed ecco il suo ricorso a Mercy, vestale del dark web. Non sarà un caso che Mercy in inglese abbia significato di “misericordia” e anche di “grazia”. Comincia così la detection della donna e ha inizio all’insegna dell’inquietudine per lei, perché – complice la segnalazione dell’“amico” Luca – l’uomo ha del tutto bypassato le regole dei frequentatori delle dark net, contattando Mercy tramite la sua “e-mail personale e privatissima” e facendole percepire subito una sensazione di pericolo.

L’opera ha una struttura abbastanza uniforme, con l’alternanza di brevi capitoli che rappresentano una sorta di dialogo a distanza tra il cliente e la detective; in tale schematizzazione a un capitolo con Manuel narratore interno ne segue uno raccontato da Mercy e ciò favorisce un’alternanza di visioni del reale che ben si contrappuntano. Successivamente la prospettiva si allarga ed ecco che subentra la voce di un narratore esterno che ne “La Montagnola” ci introduce in una delle “principali piazze di spaccio di eroina”, seguendo – con lo sguardo – due inquietanti creature, per poi assumere il punto di vista di un altro personaggio, Murat, mantenuto per ben nove capitoli. In questa sezione, centrale, si assiste pertanto a un racconto in terza persona con focalizzazione interna.

In un girotondo d’anime inquiete, a poco a poco i contorni della vicenda si chiarificano, complici anche alcuni interventi imprevedibili. Tra questi segnaliamo il ruolo di Miranda, il gatto di Mercy, al quale Nanni ha affidato un curioso spunto citazionista. Il felino ha infatti lo stesso nome della diafana e bellissima protagonista del romanzo Picnic at Hanging Rock di Joan Lindsay e dell’omonimo film di Peter Weir; con lei, del resto, condivide il ‘vizio’ d’essere creatura sparente. “Pensai fosse nella sua fase di Hanging Rock giornaliero, scomparsa da qualche parte in quel labirinto di rocce australiane ma poi la tro­vai in cucina a giocare indiavolata con una pallina da tennis gialla”. Questo particolare assumerà narratologicamente valore metonimico, secondo quanto subito può intuire il lettore smaliziato. “Faticosamente riuscii a prendergliela e vidi che non si trattava di un disegno ma di due lettere, esattamente sui due lati opposti: L e M, scritti con un pennarello rosso. Già, ancora la M.  Sembrava un cattivo scherzo del destino più che una coincidenza.” Così, in questa storia in cui abbondano le M, a rivelarsi risolutivo sarà un viaggio di Mercy; quest’ultimo motivo, del resto, attraversa l’intera opera. C’è il viaggio di Murat, nelle intenzioni salvifico nella realtà perturbante; ci sono i suoi spostamenti verso Livorno per la sua ‘febbrile’ attività; c’è l’inchiesta di Mercy nelle tenebre del dark web, che la condurrà a Bologna per ben due volte, l’ultima – imprevedibile – a cercare “tra monumenti e angeli di marmo” le vestigia di “un mistero perso nel vuoto per sempre”. Perché ogni itinerario nell’umana miseria e oscurità cela approdi impensati e inesprimibili, proprio come in questo romanzo che spinge il lettore, pagina dopo pagina, a voler colmare con Mercy le lacune nelle tessere di un sinistro mosaico.

Carestia sentimentale


Recensione a P. Dall’Argine, Carestia sentimentale. Lettere dal fronte, Scatole parlanti, Viterbo 2022, Euro 15.

Carestia sentimentale è un’interessante romanzo della scrittrice Patrizia Dall’Argine, che tratteggia con levità e umorismo il bilancio sentimentale (e al contempo esistenziale) della quarantenne Ester, finendo col lumeggiare le vite di altri suoi coetanei “cresciuti nella bassa, sotto l’influenza del fiume e della nebbia”. Figure, quali Sebastian, la cugina Carlo, Lela, Clara e Anna – le amiche inossidabili – che “esattamente come lei, cercano la loro strada”.

L’opera presenta un punto di vista decisamente in soggettiva, interamente focalizzata com’è sulla prospettiva di Ester, che racconta in prima persona.

 I capitoli più squisitamente narrativi si alternano a lettere che costituiscono il punto di forza del romanzo. Sono dieci per l’esattezza, tutte indirizzate a destinatari maschili: l’ultimo è ideale (“supera il sogno, diventa reale, sopravvivi e vienimi a cercare”), gli altri concreti. Sono gli uomini in cui Ester si è imbattuta nell’arco dei suoi ultimi dieci anni di vita, in un percorso rispetto al quale così dichiarerà al proprio analista Ennio: “Nessuno ha potuto sfamarmi. Non ho potuto sfamare nessuno”. Su tutti spicca il personaggio soprannominato Fiele. A lui sono dedicate ben tre lettere, a cominciare da quella incipitaria, molto ben costruita, stilisticamente tra le migliori. Lettera che si conclude con quest’appassionata domanda rivolta all’amante, che vive “col cuore staccato dal corpo”: “Non lo vedi che siamo noi Giove e i suoi anelli?” e con una rivendicazione ch’è quasi parenesi a vivere intensamente (“Che siamo la galassia, l’espansione, il mistero”). Il cerchio della relazione con Fiele si concluderà nella lettera settima, intitolata non a caso “l’ultima”, in cui Ester darà vita a una spietata disamina della sua relazione con l’uomo che si tradurrà, peraltro, in lucida autoanalisi. La vicenda di Fiele verrà letta sub specie Narcisi, con l’individuazione nel personaggio mitico di un’“incapacità irremovibile al sentimento”, cui però è strettamente connessa l’“ostinazione letale” all’autodistruzione che connota Eco, nella quale Ester si identifica. “Non è il tuo vuoto che cercavo di colmare, restando. È il mio”.

La tendenza all’autoanalisi attraversa l’intero tessuto del romanzo e finisce con l’ipostatizzarsi nella presenza dell’analista Ennio. L’invito alla scrittura – di sveviana memoria – conosce una sua esplicazione nel capitolo La fine della carestia, momento chiave nell’ordito della vicenda, perché da esso si avvia il percorso di risalita di Ester, già balenato nel liberatorio rituale di Brucia, stronzo, dopo la lettera n. 7. La fine della carestia è tra l’altro interessante, perché – attraverso la voce di Ester – Dall’Argine offre un accessus autoriale all’architettura dell’intero romanzo. Romanzo ch’è anche un inno all’amicizia, oltre che alla vita.

Se, infatti, le relazioni sentimentali sono adombrate nella metafora della carestia, il sodalizio amicale tra donne – come per esempio in Clara Sereni – passa attraverso l’elemento alimentare. Le sfide nella preparazione e nella presentazione di cibi tra Ester e le sue amiche rappresentano un’allegra trovata per prendersi cura le une delle altre, nonché dei rispettivi affetti. In questi momenti della narrazione (e in capitoli come In mutande), si avverte anche l’attenzione di Dall’Argine al mondo televisivo; ci è parso, infatti, di ravvisare atmosfere che richiamano serie ormai cult come Sex and the City oppure Ally McBeal. La sua esperienza teatrale emerge invece nell’allure monologante e nel pathos delle lettere, soprattutto alcune. Notevole è la cura lessicale, che si traduce, nelle declinazioni dell’ideale militia amoris di Ester, anche nell’uso di termini di linguaggi settoriali, quali il disopercolare dell’apicoltura, ambito di pertinenza del personaggio di Fiele.

Un altro elemento ci colpisce; Carestia sentimentale è un romanzo umoristico e cosmopolita, che dagli scenari italiani ci conduce in Spagna, nella portoghese Madeira e ancora in Argentina e c’è finanche un finale vagheggiamento di Ubud, cittadina dell’isola indonesiana di Bali. Il viaggio assume valore esperienziale; s’imprime spesso nella memoria come momento di irripetibile felicità (penso al capitolo sul bedmate), eppure – orazianamente – non vale a placare l’inquietudine del cuore. Per quest’ultima è necessaria una cura di sé che passa attraverso atti quali l’“innaffiare le piante” o comprare un ombrello. Il primo è metafora della tensione alla restituzione di linfa al nostro esistere, il secondo della volontà di attraversare l’indispensabile dolore con quegli strumenti che ci aiutino a non lasciarcene annientare.

Acque perpetue


Recensione a V. Usala, Acque perpetue, Edizioni Epoké – La Torretta, Novi Ligure 2022.

Acque perpetue è un romanzo sui generis. In apparenza la confezione è quella di un noir, ma sin nelle prime pagine dell’opera aleggia un je ne sais quoi che riconduce alla dimensione parapsicologica.

Siamo all’indomani dell’uscita del film Magdalene scritto e diretto da Peter Mullan e risalente al 2002. Una pellicola che suscitò scalpore perché contribuì ad accendere i riflettori su una realtà a molti sconosciuta e da altri deliberatamente ignorata: le violenze e i soprusi perpetrati sulle ragazze “traviate” affidate alle Case Magdalene in Irlanda e impiegate nelle lavanderie interne ai Conventi della Maddalena.

La proiezione del film scatena in Nevan, poliziotto inquieto, i ricordi – in fondo mai sopiti – di un passato lacerato da un vulnus familiare: la follia della madre Cristiona, affetta da manie religiose, e la scomparsa della sorella Clodagh. Quest’ultima, incinta pur senza essere sposata, era stata confinata nel microcosmo concentrazionario di uno di quei conventi proprio per volontà della donna, rosa dalla rabbia per lo scandalo e per il desiderio di emancipazione della figlia.

In un’atmosfera perennemente sospesa, in cui non è subito evidente – anche s’è percepito dal lettore – l’esito della vicenda di Clodagh, Nevan parte per la Sardegna, dove sarà ospitato dall’amico Uro. Qui cercherà di risolvere il mistero della morte della giovane Demersa, annegata in circostanze dubbie, proprio quando la notizia della sua gravidanza fuor del matrimonio aveva suscitato scalpore e scandalo a Ubique, nel Sud della Sardegna. Non è casuale che Usala attribuisca questa denominazione al paese, avvalendosi di un termine che deriva dall’avverbio latino “ubīque” e ha significato di “in ogni luogo”. “In ogni luogo”, infatti, con differenti modalità punitive eppure la stessa iniqua sostanza, si è scatenata la persecuzione contro le donne considerate “svergognate” e “perdute”.

Proprio la similarità della vicenda di Demersa e di quella di Clodagh inducono Nevan a occuparsi di un cold case che finirà non solo con il configurarsi quale inchiesta di giustizia, ma sarà anche occasione di un serrato e doloroso corpo a corpo con i propri fantasmi e quelli che alimentano l’inconscio collettivo. Usala attinge, infatti, sia al mito irlandese e scozzese della banshee che a quello sardo delle panas, spiriti di donne morte, direttamente o indirettamente, a causa del parto. Di ambo i miti l’autrice indaga e richiama alla luce la sostanza di dolore che li informa; suggestiva è inoltre l’onnipresenza nel romanzo dell’elemento acquatico, non a caso evocato anche nel titolo. È immediatamente perspicua l’associazione con il liquido amniotico, ma tutta la letteratura internazionale ci ha abituati a rapportarci a figure femminili che, come Ofelia, concludono la loro esistenza nell’acqua, morendo in essa come se tornassero al loro stesso naturale elemento. Con l’acqua nel romanzo coesiste l’elemento del fuoco, punitivo o rigenerante, rievocato nel nome di personaggi come Uro e inscritto nel mito delle Panas, che schizzavano con acqua urente (quasi un ossimoro) il malcapitato che avesse disturbato il rito notturno del lavacro, loro “penitenza”.

Un’opera avvincente e dalle atmosfere livide, in cui il Male serpeggia costantemente e non di rado s’afferma, ma solo momentaneamente, perché non è destinato a celebrare la vittoria finale. La narrazione di Usala tiene desto l’interesse e coinvolge il lettore anche attraverso l’uso frequente (oggi piuttosto inconsueto) di apostrofi, che tendono a spezzare la continuità della fictio. Del resto, Acque perpetue è anche il titolo del romanzo cui Clodagh – in un finale metanarrativo – affiderà la propria triste storia, perché “Quella storia, nata dall’acqua, trovò fine nell’acqua”. E sul ponte del fiume Liffey, nella cornice di uno splendido tramonto, il romanzo si conclude, con una speranza.

Io sono Libertà


Recensione a V. Patruno, Io sono Libertà, Scatole Parlanti, Viterbo 2022, Euro 14.

“L’intento di questo libro è di dichiarare l’amore per il proprio quartiere, le proprie radici e i valori trasmessi dall’educazione familiare senza essere compiacente”. Ed è un amore amaro quello che emerge nitidamente dalle pagine di Io sono Libertà di Valeria Patruno.

“Un’opera di fantasia”, dichiara l’autrice, in cui “Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale”, eppure un’opera che ha il sapore di un’inchiesta ramificata lungo una duplice direttrice.

La focalizzazione, dal momento che il racconto è affidato a un narratore interno, la protagonista stessa, è chiaramente in soggettiva. La voce che accompagna il lettore tra le pagine del romanzo è quella di Deborah, nata nel quartiere Libertà, a Bari.

Proprio Libertà, “che ora si chiama anche I Municipio”, è il cuore della narrazione, che muove dagli anni Settanta, in cui “a Bari non c’erano piani di riqualificazione energetica per illuminare le strade del Libertà e non era stata inventata nemmeno la polizia locale”, per spingersi sino agli scenari del lockdown, con la pandemia che squaderna le angosce degli individui e della collettività e finisce con l’essere ulteriore occasione di episodi di illegalità diffusa e persino di un dimentico ‘carnevale’.

Io sono Libertà – si diceva – è fondato su una duplice inchiesta, i cui binari sono in realtà strettamente connessi. Cresciuta senza padre, in un contesto decisamente matriarcale, Deborah cerca disperatamente di conoscere il genitore, in una quête che la indurrà a studiare a Firenze e in cui imprevedibile aiutante sarà suor Clara. Tale mancanza potrebbe a nostro avviso essere letta anche in chiave generazionale: eclissi dei padri come assenza di figure maschili di riferimento rette, in grado di assurgere a esempi positivi (“la disobbedienza dei nostri compagni era piuttosto specchio del ménage familiare: nessuna regola e tanta violenza. Tutto quello che i genitori, e in particolare gli uomini adulti della famiglia, non avevano la pazienza di spiegare era appreso attraverso le mazzate o qualsiasi altro atto di forza”). Ecco che paradossalmente la mancanza della figura maschile e l’affidamento totale della funzione pedagogica a un’alleanza di donne eticamente solide finisce con il rappresentare per Deborah un elemento salvifico: “Sono stata fortunata a essere nata in una famiglia dove ho ricevuto un’educazione severa e impartita a parole, non a schiaffi”. Patruno dipinge molto bene gli ambienti della scuola media frequentata da Deborah, in un contesto che spesso finisce con l’essere malsano per le fanciulle e i fanciulli che non riescano a rendersi popolari per varie ragioni riconducibili ad aspetti fisici, caratteriali o a una commistione di elementi. Inutile dire che spesso tale sorte colpisce maggiormente coloro che sanno riconoscere il valore dello studio e s’impegnano in tal direzione, in una società in cui la Cultura non è di certo ritenuta un punto di forza; purtroppo la situazione attuale non è da meno, nel trionfo dell’idiozia di chi segue gli influencer e dell’ignoranza berciante ai vertici politici. La delineazione degli ambienti, ma soprattutto direi delle dinamiche psicologiche che s’innestano in contesti con caratteristiche analoghe, è realistica al punto che diversi nati negli anni Settanta e Ottanta (e non solo) potranno riconoscersi nel senso di distonia dei primi capitoli. Il sentire distonico è acuito dal contrasto tra la percezione della bellezza di luoghi indiscutibilmente dotati di grande fascino e la constatazione del degrado in cui essi sono immersi. A tal proposito, si legga con attenzione il capitolo IV, “Bosco Garibaldi”, interessante per le considerazioni sociologiche – che tra l’altro conducono anche al di fuori del contesto pugliese – e soprattutto per il carattere epifanico che lo contraddistingue: la scoperta di “un gioco d’ombre bellissimo, ombre di foglie e di rami”, “il verde che mi mancava”; “Non era in basso, era lì in alto, tra le chiome degli alberi. Bastava cambiare prospettiva e il miracolo della natura era lì”.

Quest’ultima frase costituisce, forse, una delle chiavi di volta dell’intero romanzo. Il cambiamento di prospettiva arriverà: gli studi fiorentini, la scoperta del padre, l’emancipazione – pur relativa, dato che non genera la ricchezza e non sempre è foriera di considerazione sociale – attraverso la Cultura. Così dalla prima inchiesta scaturirà la seconda: il ritorno a Libertà in un movimento di riappropriazione del contesto inizialmente percepito in maniera straniante. Una precisa volontà di conoscere Libertà per meglio intenderne la realtà. Quello che cambia è lo sguardo, non “compiacente” perché in grado di individuare le storture e chiamarle con il loro nome, con conseguenti piccoli-grandi gesti di ribellione, ma neppure meramente giudicante. Non è, infatti, quello di Deborah l’atteggiamento di chi si erge su un piedistallo ed etichetta l’altro da Sé in un moto dall’alto verso il basso; forse questa conquista è legata al fatto che dell’attitudine giudicante la ragazza era stata vittima, come emerge ad esempio da allusioni legate al periodo liceale. Al termine della lettura resta la consapevolezza che, anche se i padri latitano, è giusto che gli individui cerchino e scoprano il senso di fratellanza. Garante di quest’ultimo sarà l’apertura al ‘lontano che c’è vicino’.

Io sono Libertà, con le qualità di uno stile curato che non disdegna il dialetto in funzione ora conoscitiva ora mimetica ora affettiva, si muove con un’allure tra romanzo e saggio; si veda, per esempio, l’incipit che focalizza lo sguardo su metropoli orientali per poi volgersi verso Craco e infine puntare su Bari. È un’opera che deve far riflettere tanto i turisti o i non residenti che in maniera snervante magnificano la Puglia per gli scorci da cartolina (se vivi in una terra non puoi accontentarti di un quotidiano spectaculum per gli occhi, tra l’altro solo parzialmente dilettevole perché minato dal degrado) quanto chi, cresciuto in questa regione, desidera fuggire da colei che considera – e spesso è davvero – una Madre matrigna. A volte, però, non basta mutare cielo per placare l’inquietudine radicata nel cuore e l’ideale dell’ostrica potrebbe essere considerato non solo alla luce dell’incombere di un mondo pescecane che divora chi si avventuri di là dal proprio habitat. Esiste, infatti, anche una refrattarietà dell’ostrica ad abbandonare lo scoglio impervio su cui il destino l’ha collocata, nella consapevolezza che nel coacervo di un DNA con l’impronta magari di contadini bitontini, marinai molfettesi, predoni saraceni o sudditi bizantini è racchiusa parte della propria essenza. È anche così che nasce quel moto di odio-amore – il quale può pendere più dall’uno che dall’altro polo a seconda delle circostanze – che ti conduce, seppure con rabbioso e dolente orgoglio, a dire: “Io sono Libertà”.

Pensel


Recensione a Z. Gallo, Pensel, Florestano, Bari 2022, Euro 15.

Il romanzo Pensel di Zaccaria Gallo rappresenta una felice combinazione di storia e invenzione. In un ritmo vertiginoso le alchimie del caso inducono le strade di individui apparentemente distanti a intersecarsi e condizionarsi in maniera decisiva.

L’opera affonda le radici in due eventi storici: la congiura realista antinapoleonica detta della “machine infernale”, che sfociò nell’attentato della rue Saint-Nicaise a Parigi alla vigilia di Natale del 1800, e la strage del Bataclan, sala da spettacolo parigina in cui, il 13 novembre 2015, novanta persone hanno perso la vita in un attentato dell’ISIS durante il concerto delle Eagles of Death Metal.

Qui l’intuizione di Zaccaria Gallo. Egli muove da un dato storico: la tragica morte della dodicenne Marianne Peusol, nel romanzo chiamata Pensel, coinvolta da Pierre Robinault de Saint-Régeant per mantenere le redini della giumenta legata alla macchina infernale e rimasta uccisa nel corso degli eventi. Inutile dire che l’attentato fallì e Napoleone ne uscì incolume, ma non i malcapitati passanti coinvolti nell’esplosione. A questo elemento Gallo va a connettere gli eventi del 2015, collocando sullo scenario del Bataclan una Pensel, discendente della bambina omonima. La ragazza, diversamente dall’antenata, riesce a sfuggire alla morte e si rifugia in un portone disserrato, nel quale viene soccorsa in stato di choc da un giovane studioso italiano, Francesco, che si sta recando a trovare uno scontroso professore suo amico, Jean Pierre. Francesco porterà la ragazza in casa dell’uomo: quest’ultimo dapprima è infastidito dalla presenza femminile che invade i suoi spazi inopinatamente; quando però viene a conoscenza del nome della ragazza e intuisce la sua origine, rievocherà con lei gli eventi storici per i quali egli, discendente del Robinault de Saint-Réagent, non era mai stato in grado di liberarsi d’un atavico senso di colpa.

Il romanzo ha una struttura complessa, in un costante susseguirsi di piani temporali differenti. Il passato, ora rivissuto in prima persona dai protagonisti (Napoleone, gli attentatori – soprattutto Saint-Régeant e Limoëlan-Limolean – e il capo della polizia Fouché) ora rievocato secondo la prospettiva di Jean Pierre, riemerge in tutta la sua ambiguità, il suo orrore. Riaffiora peraltro l’intreccio di ragioni anche valide che conducono a conseguenze atroci. Il patriottismo di cui si sentono investiti gli attentatori della rue Saint-Nicaise non è forse differente dalla percezione che di sé hanno gli assassini del Bataclan, scherani di una guerra per loro carica di senso. Resta l’inoppugnabile constatazione che se le vittime designate, si veda il caso di Napoleone, riescono magari a sfuggire in virtù dell’id quod accidit (un ritardo, lo scatto imprevedibile di un cocchiere alticcio), a restare stritolata è non di rado l’innocenza di creature pure come Pensel. Gallo accarezza questa figura, ne mostra la commovente umanità: le dona la gioia di vivere di bambina, gli occhioni sgranati su un mondo in cui ogni cosa è scrutata con lo stupore di una magica prima volta. Un’aspettativa al cospetto del vivere per cui anche la povertà più dura può essere addolcita dalla carezza di un genitore: “Mentre si avviano una breve carezza sfiora il volto delle due bambine. È un bel momento questo per Pensel. Il padre si è addolcito, dopo tanti strilli che emette durante il giorno là dentro, e ora è lieve quella sua mano, nera di carbone e polvere. Scompare, per un attimo, dagli occhi di Pensel e Manon, l’immagine della continua lotta della loro famiglia contro la miseria”. Eppure è proprio questa struggle for life che collocherà Pensel e la sorellina Manon sulla strada dei cospiratori della machine infernale. Significativo, a p. 151, il momento in cui Limolean posa lo sguardo sulle due bambine e sceglie Pensel come involontaria complice dell’atto in corso. Significativo anche perché quella piccola che il lettore ha imparato in qualche modo a conoscere, e per cui ha subito sviluppato un senso di tenerezza, gli o le viene ora mostrata, attraverso la prospettiva di Limolean, in un’ottica straniante. È in qualche modo spersonalizzata, diviene una figura ch’esce dalla folla e che come tale può essere anche designata a morte. È in fondo l’ottica di chi compie un attentato nel quale chiunque  potrebbe restare ucciso.

Uno dei punti di forza di Pensel, oltre alla vertigine temporale che coglie chi s’inoltra tra le pagine del romanzo, è l’adozione della focalizzazione interna variabile, con narrazione ora in terza ora in prima persona, sempre fondata sull’assunzione del punto di vista di uno dei personaggi. Ciò determina una sensazione di pluriprospettivismo, che restituisce la problematicità degli eventi storici (da Gallo ben rievocati) unitamente alla molteplicità delle implicazioni etiche e delle motivazioni alla base di momenti altamente tragici come quelli narrati dallo scrittore.

È un’architettura, quella di Pensel, in cui non mancano le simmetrie: basti pensare ai primi due capitoli e alle similarità costruttive che li caratterizzano. Il primo capitolo è dedicato agli eventi del Bataclan; siamo nella dimora solitaria di Jean Pierre, che vede irrompere nella notte Francesco. Quest’ultimo conduce con sé Pensel. Il capitolo si chiude con Jean Pierre che, sconvolto dalla presenza della ragazza, decide di ospitare i due per la notte. Il secondo capitolo ci mostra Limolean, l’unico dei tre esecutori materiali dei fatti di rue Saint-Nicaise a essere scampato all’esecuzione capitale. Egli si è rifugiato in un convento in America; qui è diventato fra Joseph. La visita di padre Benjamin il giorno di Natale induce il frate a rivelare il rovello che l’angoscia; così, in un’atmosfera allucinata, l’uomo indica all’attonito interlocutore un angolo in cui dice nascondersi l’ombra di Pensel, da cui si sente perseguitato. Evidenti sono le analogie: due uomini, carichi di un senso di colpa riveniente dal passato e confinati in ‘romitaggio’, secolare l’uno e conventuale l’altro, vedono riaffiorare lo spettro di Pensel. Ciò avviene con la mediazione di una figura maschile che nel primo caso introduce nel luogo-eremo una donna in carne e ossa, nel secondo fa riemergere un fantasma dagli anfratti della storia. Altri casi potremmo citare, ma riteniamo che questo sia senz’altro il più indicativo.

Un altro aspetto non secondario, in quest’opera che ha il pregio di uno stile curato e di una notevole varietà di registri, è l’emergere della figura di Manon, sorella di Pensel. Ella è rievocata e portata all’attenzione di Jean Pierre dalla Pensel contemporanea, che mostra al professore un documento a lei connesso; subito dopo, nel recupero del racconto storico, la vediamo comparire nel convento, al cospetto di Fra Joseph, intenzionata a vendicarsi. Sarà il rancore a prevalere? Il sangue chiamerà altro sangue? Certo, se spesso nella tragedia greca le colpe dei padri ricadono sui figli (si pensi ai Labdacidi o agli Atridi), in quest’opera, immersa in un’aura tragica, il messaggio che sembra emergere è che le nuove generazioni non debbano sentirsi macchiate e marchiate da colpe che non hanno commesso. Devono però, per riscattare il passato, agire nella direzione giusta e costituire una social catena, perché laddove ci furono violenza e sopraffazione possa spirare una consolatrice “giustizia riparativa”.

La mafia nello zaino


Recensione ad A. Cortese, La mafia nello zaino. Il bimbo, il nano e l’assassino, Roma 2022, Euro 17.

La mafia nello zaino di Alessandro Cortese è un romanzo che appare particolarmente indicato per un pubblico di lettori giovanissimi, ma che riteniamo possa non deludere nemmeno gli adulti.

La trama è incentrata sull’inchiesta condotta dal protagonista, il decenne picciriddu attratto a investigare sulla morte del giovane Giulio. Una vittima tacciata di un ‘latrocinio’ al centro di una rete di reticenze e tentativi di nascondimento che il picciriddu nota subito essere posti in atto dalle figure a lui più vicine, dal barbiere Santo Freni al padre, Mastru Saru. Sul caso aleggia lo spettro della ‘mafia’, concetto oscuro per il giovanissimo io narrante, che cercherà di conoscere il significato della parola, ricevendo in risposta le versioni contrastanti della madre, la passionale e delusa Melina, del padre – ‘negazionista’ del fenomeno – e di un misterioso don Nino, ‘il nano’. Le apparizioni di quest’ultimo sono sempre preannunciate dal suono onomatopeico del suo bastone (per qualche curioso meccanismo mentale ha richiamato alla nostra memoria il coccodrillo di Peter Pan, puntualmente anticipato dal ticchettare della sveglia che aveva ingoiato). La personale quête del bambino – che sconterà sulla sua pelle l’amara verità del proverbio “Chi cerca ciò che non dovrebbe, trova ciò che non vorrebbe” – lo porterà a contatto con la zona oscura della sua Sicilia; l’incontro con un bimbo che anagraficamente non esiste lo farà entrare in possesso di un moderno ‘mezzo magico’: uno zaino in cui è racchiusa la verità sulla mafia. Il picciriddu saprà farne buon uso? E come riuscirà a fronteggiare il progressivo insinuarsi dell’unheimlich in un contesto familiare mai idilliaco, ma ora sull’orlo della deflagrazione?

Il romanzo rievoca alcune vittime della mafia, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, adombrati nel giudice Falco Di Giovanni e nel suo collega Paolo. Nella vicenda di don Pippo si cela il dolore per i sacerdoti caduti nella lotta contro la criminalità organizzata, a cominciare da padre Pino Puglisi.

 L’assunzione del punto di vista di un bambino fa sì che la narrazione non perda mai quel tono di levità in grado di bilanciare la drammaticità e la brutale violenza che caratterizzano gli eventi.

L’opera è carica di elementi simbolici. L’insistenza del particolare delle lenzuola bianche, su cui si chiude, nelle parole della dolceamara Melina, il capitolo settimo, finisce con l’assurgere a simbolo del muro di omertà dietro cui l’uomo medio si trincera al cospetto del fenomeno, tendendo alla purificazione dell’impuro e a edulcorare il Male dietro apparenze di lindore. “In Sicilia c’è il rispetto: per le regole, per le persone e per il posto in cui stamu”, dirà mastro Saru nel momento stesso in cui negherà l’esistenza della mafia parlando con suo figlio.

La struttura teatrale che caratterizza il romanzo è frutto di una ben precisa istanza narrativa. La teatralità dell’opera è evidente in molteplici aspetti. L’uso espressionistico del dialetto, la prevalenza del dialogato sul narrato in numerosi capitoli, la gestualità emotivamente caricata e quasi istrionica dei personaggi (si veda il dialogo tra don Nino e il picciriddu a p. 61, per non parlare delle già citate apparizioni del nano; le movenze e le pose della madre nel dialogo di p. 45, quelle della donna e del maresciallo nel cap. 7). È come se essi fossero perpetuamente su un palcoscenico: la metafora del resto è squadernata dalla stessa Melina, quando dice che “Niente è come sembra e neanche la Sicilia. Tutti attori siamo e tutto teatro è”. Tra l’altro, poco prima il picciriddu aveva rammentato di aver assistito a una rappresentazione del romanzo pirandelliano Uno, nessuno e centomila, riferimento non casuale se si vuole comprendere la figura più sfuggente dell’opera, mastro Saru.

Un altro riferimento teatrale importante è quello all’Opera dei Pupi e alle declinazioni marionettistiche delle gesta di Orlando. Dietro il generoso sforzo di Roland v’è la metafora della chisciottesca lotta di chi cerca di opporsi a un latente sistema di corruzione. Empito ch’è destinato a essere soffocato dal Gano di turno, il quale peraltro non aveva consapevolezza di agire iniquamente, perché riteneva che ad aver tradito la sua fiducia fosse stato Orlando, nel momento in cui lo aveva suggerito come ambasciatore nella pericolosa missione presso Marsilio.  Attitudine accostabile, con le dovute distinzioni, all’ottica distorta del mafioso per cui gentiluomo è colui ch’è connivente col sistema corrotto, mentre traditore è chi opera per la giustizia. Del resto, altro elemento emblematico del romanzo è la ricorrenza del mito di Colapesce. Mastro Saru se ne serve per spiegare al figlio che la mafia non esiste. “Colapesce tiene a galla la Sicilia”, ma forse qualcuno l’ha mai visto? Quando il bambino scuote il capo in segno di diniego, l’uomo dice che “la mafia è come Colapesce. È una leggenda che si sono inventati in televisione”. Nel momento stesso però in cui Saro, per negarle cittadinanza nella realtà, accosta la mafia proprio a quella leggendaria creatura è come se, implicitamente, stesse asserendo ch’essa “tiene a galla la Sicilia”.

E se, come scriveva Schelling, “È detto unheimlich tutto ciò che potrebbe restare […] segreto, nascosto, e che è invece affiorato”, il picciriddu scoprirà suo malgrado che la sua inchiesta potrebbe approdare a un tragico capolinea, al pari dell’epopea di Orlando. Teatro dell’epilogo sarà non a caso un altro luogo colmo di valenze simboliche, il bosco, punto in cui la storia d’iniziazione giunge alla Spannung, complice una battuta che ci riconduce in Ringkomposition al secondo capitolo e svela l’arcano dell’uomo col sacco, l’uomo nero tanto temuto. Ma anche qui, direbbe Melina, “Niente è come sembra e neanche la Sicilia”.

FIFTY-FIFTY. Sant’Aram nel Regno di Marte


Recensione a E. Sinigaglia, FIFTY-FIFTY. Sant’Aram nel Regno di Marte, TerraRossa Edizioni, Bari 2022, 15.50 Euro.

Non delude le aspettative il secondo romanzo di Sinigaglia a suggello del dittico di Warum. La qualità e l’esuberanza rigogliosa dello stile e l’ingegnosità della costruzione caratterizzano anche questo nuovo capitolo che lo scrittore ha regalato alla vicenda dell’io narrante Aram e dell’amato Stefano, detto Fifí.

L’opera precedente si concludeva, durante l’esecuzione dei Jardins sous la pluie di Debussy (Sciadè Sulapì, come li aveva ribattezzati un Aram fanciullo), con l’improvviso ingresso in scena del personaggio di Manon, latrice di “una notizia sulla punta della lingua”. La mitomania dell’io narrante, che continua a caratterizzare ancora (e forse ancor più) il secondo momento del dittico, induce all’evocazione contigua, e quindi alla messa in relazione, del fallito attentato a Pinochet con l’ingresso in scena di un personaggio riveniente dal passato di Aram. Tra l’altro, non sfugga come il riferimento al fatto che “a saltare per aria non è stato Pinochet” ma “la sua controfigura” preluda all’anticipazione del motivo, decisivo nella svolta del plot, dei simillimi. Motivo che, a ben vedere, era a sua volta anticipato, nella sezione finale del primo romanzo, dal divertissement del Rinaldo onanista e narciso che cercava di congiungersi al proprio riflesso in uno specchio d’acqua.

Cosa è accaduto? Manon e l’odiosa Smokecocks sono in fibrillazione per l’arrivo di un bellissimo idraulico, per meglio dire “Il Ganimede degli idraulici”. Quando Stocky e Aram, incuriositi (e scettici), si recano a vederlo, si verifica un colpo di scena: il giovane, effettivamente splendido, è Cioffi ed era stato il “grande amore di Aram in polveriera”, durante il servizio militare. Anche lui era stato ribattezzato dal protagonista: aveva ricevuto il nome di Sciofí, derivato dal cognome, “francesizzato in considerazione delle sue mansioni di chauffeur durante la naia”. Emerge subito l’estrema familiarità tra i due: come Fifí, Sciofí assume con l’io narrante atteggiamenti che lasciano intuire un rapporto ‘affettuoso’, il quale, però, diversamente del caso di Stefano, era stato tutt’altro che casto per il soldato Cioffi. Immediatamente appare evidente la complementarità dei due personaggi; anche di Sciofí Aram pennella un ritratto che – come quello di Stefano – è di fatto un pezzo di bravura dell’autore, all’insegna della fioritura di procedimenti analogici. Il ritratto di Sciofí è costruito per similarità e antitesi con quello del ‘rivale’. “La distanza fra Fifí e lui si misura nel rossore. D’acqua quello di Fifí, di vino il suo”. Sciofí è la trasparenza, Fifí l’ambiguità. Tra i due vi è antipatia immediata. Si ribattezzano in modo sardonico Sciaquí e Rififí; con il primo nomignolo, gareggiando con Aram sul filo dei francesismi grafici, Stefano sottolinea la propria superiorità intellettuale, con il secondo Cioffi pone il cosiddetto ‘dito nella piaga’, evocando ciò che farà impazzire di gelosia Fifí. Il prefisso ‘ri’ vuole infatti insinuare la possibilità che quest’ultimo sia un ripiego, un replicante, sostituto simillimus del vero amore di Aram, Sciofí stesso.

 Il coro femminile contribuirà ad acuire la tensione, evidenziando come i due uomini sembrino due gocce d’acqua, aspetto che il protagonista smentisce categoricamente. Aram fisserà un incontro con Sciofí, ormai sposato e con prole, e per l’intera giornata sarà assalito dalle memorie della naia, soprattutto del periodo trascorso alla polveriera del Tarvisio. S’immergerà nella rammemorazione del suo amour jadis, ignaro del fatto che un’altra polveriera stia per esplodere: la teatrale e furente reazione di gelosia di Fifí. Se galeotto fu lo chaffeur, Fifí, non privo di sardonico e ‘clericale’ umorismo, attuerà il suo piano ‘rubando’ (chiavi alla mano) l’auto del protagonista (“La Panda pende”). Non stiamo lì a svelare altri dettagli della trama, che peraltro nel finale lascia sperare un prosieguo di questa vicenda capace di coniugare umorismo ed emozione, toccando in modo non infrequente anche le corde di quel basso continuo ch’è l’umana melancolia.

I tempi sono dilatati per effetto delle “intermittenze del cuore”; l’influenza proustiana si rivela nitidamente (non ultima la presenza significativa di un fugitif all’Albertine disparue), così come il gusto dell’analisi alla Woolf. La sezione della naia raccoglie una tradizione che ha visto uno snodo prezioso nel tondelliano Pao pao; chiari però sono anche gli influssi buzzatiani, per esempio negli ammiccamenti alle parole d’ordine, in quel procedere assurdo che nel Deserto dei Tartari conduceva a esiti tragi-grotteschi.  Com’è tipico delle opere destinate a restare, i processi di mellificazione non intaccano minimamente l’originalità degli esiti. Il dittico di Sinigaglia ha una sua precipua fisionomia, che raggiunge l’estrema felicità nell’eco del parlato coesistente con l’improvviso innalzarsi del tono, nell’esubero parassitario dei tic linguistici (magari del sergente Insomma) addolcito, d’improvviso, dal morbido e musicale italiano regionale di Fifí (“Dio bono, te tu sei troppo intelligente, o Aram!”).

Notevoli sono le simmetrie rispetto al primo volume: penso al ruolo di Debussy, che accompagna i momenti di ‘morte interiore’ e successiva rinascita di Aram (si vedano le pagine del rito liberatorio consumato nel giardino sotto la pioggia – una pioggia liberatoria, non dimentichiamolo, ci era stata regalata dallo stesso Tasso prima che da Manzoni –, mentre Stocky “comincia a riprodurre Sciadè Sulapì come se fosse lui stesso il pianoforte”); penso ancora all’innesto di testi poetici nelle sezioni conclusive di entrambe le opere. Nel primo romanzo v’era la falsa ‘gionta a Ser Torquato di tale Caval di Pietra’ con il Rinaldo onanista; nel secondo vi è l’enigma in versi di Fifí. Quest’ultimo rivela come il narratore Aram si dimostri in realtà, cieco in amore al pari di Rinaldo, del tutto incapace di decifrare gli eventi che lo circondano. Non è un caso che, per decrittare l’enigma, egli debba ricorrere all’aiuto prima di Stocky (che peraltro l’aveva coadiuvato nella composizione della Gionta) e poi della Beauharnais. La soluzione sarà imprevedibile, così come non si potranno prevedere gli sviluppi della vicenda. “Stocky, glielo scrivo. Tutto, da cima a fondo”, dichiara Aram. V’è da chiedersi se ci si debba attendere in futuro una lettera che apra a nuovi sviluppi o se piuttosto quello scrivere ‘da cima a fondo’ sia la trascrizione della vicenda nel dittico stesso, il tempo ritrovato di Sant’Aram. Un ‘santo’ dai tanti devoti, pronti a ribattezzarlo e a ribattezzarsi a vicenda perché con lui partecipi del fanciullo divino che schiude alla meraviglia e consente di sorridere al cospetto delle tante angosce dell’esistere.

Memorie di un’avventuriera


Recensione a E. Monti, Memorie di un’avventuriera. Liberamente ispirato alla vita di Aphra Behn, Edizioni il Ramo e la Foglia, Roma 2022, Euro 16

È un’opera coinvolgente questa di Emanuela Monti, che traccia, seguendo liberamente le vicende della vita della scrittrice Aphra Behn (1640-1689), una significativa dipintura d’un ambiente e d’un’epoca, muovendosi prevalentemente nell’Inghilterra del Seicento tra la rivoluzione puritana e la Glorious Revolution.

Nell’Introduzione è l’autrice stessa a spiegare il proprio modus operandi; da anglista, l’interesse per questa drammaturga e romanziera è nato ai tempi della sua tesi di laurea  ed è stato alimentato dal fascino della sua personalità ed esperienza di vita più che dalla sua opera, su cui Monti, all’infuori di The Rover, esprime un giudizio limitativo, pur riconoscendole “un indiscutibile peso nell’evoluzione della tecnica letteraria”. Figura di cui Virginia Woolf intuì l’importanza al punto da asserire, in A room of one’s own, che “tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn (…) perché fu lei a guadagnare loro il diritto di dar voce alla loro mente” (cito dalla traduzione di Maura Del Serra). È quest’azione che idealmente Monti compie nel romanzo, muovendosi tra la bibliografia relativa alla Behn e suggestioni derivanti dalla sua opera e, al contempo, operando scelte, in merito a questioni controverse, sulla base di tesi proprie, talora ‘forzando’ la verità storica (l’età di Jeffrey Boys) e colmando “i buchi neri (…) con l’immaginazione”. Ne è venuta fuori un’opera che, giustamente, l’autrice definisce “liberamente ispirata” alla vita della Behn e che non a caso è etichettata come “romanzo”; ciò non toglie che essa risponda a criteri di verosimiglianza e, nelle linee generali, rispecchi effettivamente quello ch’è stato il percorso esistenziale di una donna straordinaria.

Di Aphra Behn Monti segue le vicende sin dall’infanzia, che la vedeva prediligere, rispetto ai lavori muliebri, l’esercizio della poesia e l’osservazione della varia umanità che affollava la bottega di barbiere del padre putativo, Bartholomew Johnson. La vediamo partire per l’attuale Suriname, in passato Marshall’s Creek e poi Guyana olandese, per le ambizioni politiche del padre, il quale troverà la morte durante la lunga traversata. Al suo ritorno in patria, Behn cederà alle pressioni familiari e sociali che vedevano per una donna la sola possibilità di sopravvivenza (più che di realizzazione) nel matrimonio. Sposerà il mercante olandese Behn: si tratterà di un matrimonio infelice, caratterizzato dal disprezzo per la grettezza e la sciatteria dell’uomo, che la lascerà vedova perché colpito dalla peste. La Behn eserciterà poi l’attività di spia al servizio della Corona nelle Fiandre e, al rientro, indebitatasi sino al collo in quella sventurata avventura conoscerà il carcere per la prima volta. Lanciatasi come drammaturga nel panorama teatrale inglese, sarà nuovamente arrestata, insieme all’attrice Lady Slingsby, perché le si imputava di aver tenuto un atteggiamento ingiurioso verso il duca di Monmouth nell’epilogo del dramma Romulus and Hersilia. Del resto, la taccia di oscenità accompagnò la carriera artistica della “Incomparable Astrea”.

Monti narra questa storia principalmente assumendo come narratrice la stessa Behn, con attitudine memorialistica. Non mancano, però, nell’opera altri punti di vista, attraverso lettere di Lady Slinsgby, John Hoyle (uno dei grandi amori della Behn), Thomas Scot e Charles Gildon, biografo della scrittrice. Insomma, un romanzo che ha una costruzione solida e accattivante e che trae risalto dalla qualità di una scrittura fluida ed elegante. Monti riesce con abilità a tratteggiare momenti topici come la peste del 1665-66 o la descrizione, di grande impatto, dell’incendio di Londra del settembre 1666, calamità che parvero ai britannici suggerire quasi il configurarsi di un’apocalisse. Profonda è l’esplorazione psicologica dei personaggi, soprattutto femminili; di questi ultimi l’autrice scandaglia l’interiorità, ma riesce, con rapidi tocchi, a delineare in maniera ben caratterizzata anche le figure maschili. Tra queste le più significative appaiono preda del demone di una rovinosa inquietudine interiore, dall’orgoglioso Philip Strangford al libertino e volubile John Hoyle sino alla figura meno indagata e forse proprio per questo più affascinante, William Scot. Solo nel finale il lettore arriva a comprendere realmente le spiegazioni di una condotta che potrebbe apparire pavida e addirittura incoerente.

Il romanzo – e non poteva essere diversamente, considerata la protagonista – ha una dimensione fortemente teatrale. L’autrice dissemina di dialoghi e monologhi il tessuto della narrazione, con attenzione a connotare il parlato anche alla luce della diastratia. Colpisce la presenza di numerose tirate di sapore quasi euripideo; tra queste particolare valore è assunto nell’opera dalla tirata di Lady Willoughby, nel capitolo quinto, una disamina spietatamente realistica della condizione femminile all’epoca. “Non siamo nulla dopo il matrimonio, ma siamo ancora meno senza il matrimonio”, dichiara la donna in risposta al desiderio di Aphra, colpevole di aver rifiutato un ‘buon partito’, di sposare un uomo a lei gradito. “L’amore non lo devi per forza trovare nel matrimonio”. Significativo il fatto che tale rampogna, che rappresenta l’ultimo intervento di Lady Willoughby destinata a morire due settimane dopo, sia coronata dal dono ad Aphra dei gioielli che le consentiranno, per qualche tempo, di evitare la rovina e il carcere. Aphra seguirà anche questo consiglio (e un matrimonio forzato, non dimentichiamolo, è al centro del plot di uno dei suoi lavori teatrali più celebri), ma, come si diceva, la vita coniugale risulterà per lei un’esperienza particolarmente sgradevole: non è casuale che Monti ne ipostatizzi la ripugnanza nell’immagine del pudding di avena “cotto nel sangue di pesce” e di un pie di aringa putrefatto, elementi di cui ricorre il ricordo come fossero formule d’epica. E sapore d’epos hanno le traversate per mare, le quali assumono un valore simbolico nel romanzo perché preludono a svolte importanti nella vita di Aphra e appaiono legate all’uscita di scena di due figure per lei importanti, il padre e William. Al mare sono connessi anche aspetti che hanno quasi sapore di paradossografia: penso ai pesci elettrofori che terrorizzano Frances nel Suriname. Un romanzo, in conclusione, di notevole interesse sotto il profilo della caratterizzazione storico-sociologica ma anche per l’abilità di introspezione dell’autrice e le qualità di scrittura. Un omaggio a un’‘avventuriera’ coraggiosa e una sperimentatrice letteraria che esplorò le possibilità espressive e tecniche del novel, una donna – come scrisse Virginia Woolf – “della classe media, dotata di tutte le virtù plebee di umorismo, vitalità e coraggio”.

FIFTY-FIFTY. Warum e le avventure Conerotiche


Recensione a E. Sinigaglia, FIFTY-FIFTY. Warum e le avventure Conerotiche, TerraRossa Edizioni, Bari 2021, 15.50 Euro.

FIFTY-FIFTY. Warum e le avventure Conerotiche è senz’altro un libro che si segnala nel panorama della nostra narrativa per il livello qualitativo della prosa dell’autore, Ezio Sinigaglia, uno dei migliori scrittori italiani contemporanei, e per la sapiente architettura testuale, innervata di doctrina e al contempo pregna di levità.

Il momento della narrazione vede il protagonista, Aram, soprannominato Warum dall’oggetto dei suoi desideri, ospite, insieme ad altre sei persone, presso la villa del suo caro amico, il pachidermico Stocky (da Stockhausen). Aram è innamorato di Stefano, da lui detto Fifí per il suo essere fifty-fifty, caratteristica riscontrabile a partire dal colore dei capelli, “un infuso di camomilla e di tè bruno”, per poi proseguire con molte altre cose. L’amore si è tradotto per il protagonista in dedizione totale, una sorta di servitium amoris che, all’esordio dei fatti, dura da “tre anni, sei mesi, dodici giorni” (subito evidenti le valenze numerologiche, nel richiamo ai multipli di tre). Come nella migliore tradizione letteraria occidentale, si pensi alla poesia provenzale, questo amore è apparentemente non corrisposto nella misura in cui, nonostante Fifí appaia simbioticamente legato all’amico, la tensione erotica non approda al congiungimento carnale. Attraverso il fil rouge della memoria di Aram ripercorriamo, in un continuo rincorrersi di analessi e ritorni al presente, non solo la vicenda dell’innamoramento per il giovane pubblicitario, ma anche alcuni momenti chiave del passato della voce narrante.

Sin dall’elenco dei dramatis personae al principio dell’opera, ammiccamento alla tradizione della scrittura teatrale, emerge una connotazione peculiare della figura di Aram. Nessun personaggio delle vicende, salvo Adele (e solo se citata insieme ai suoi partner, appiattiti nell’anonimia di un grottesco ‘Adelo’), è menzionato col proprio nome di battesimo. Aram (cognome dell’io narrante) è come una sorta di Adamo che nomina le cose. A prescindere dall’età anagrafica, in lui sembra rivivere il mito del fanciullo divino, che vede e sente tutto come se vivesse la prima ora del mondo e a lui spettasse il compito di attribuire un nome, capace di racchiuderne l’essenza, a ogni elemento che attraversi il suo campo visivo. La storia di questi nomignoli è peraltro non di rado spassosa. La stessa Adele è detta Manon; ti aspetti, dato il sostrato colto che permea l’opera, che questo possa ammiccare a Prévost o a Puccini e poi scopri ch’è legato a una circostanza ben più prosaica… Alla domanda se avesse mai assaporato “le gioie ardue ma sublimi del Kamasutra turco”, la giornalista aveva risposto, inorridita: “tutto, ma non quello!”, rivelando così un imprevedibile tabù. Anche lo stesso titolo di “avventure Conerotiche” è volutamente fuorviante: sembra alludere a chissà quale aretiniana trasgressione sessuale e invece è semplicemente derivante da una – peraltro castissima – vacanza al Conero. Tornando, invece, alla possibilità di leggere l’opera alla luce dell’archetipo del fanciullo divino, da essa discendono molteplici considerazioni.

La prima è la costante impressione di straniamento che si percepisce all’interno del romanzo. Straniamento che può essere legato alla deformazione espressionistica di alcune figure o situazioni: penso alla descrizione del personaggio di Aladino, amante di Aram prima della comparsa all’orizzonte di Fifí. L’adolescente è descritto con una tendenza all’enfatizzazione, direi quasi parossistica e grottesca, dei tratti fanciulleschi. Tendenza che raggiunge il culmine nella scena del “bagno nella vasca nera”, agognato premio riservato dalla Dalloway al ragazzo. Altra componente che genera lo straniamento è la frequente storpiatura di parole: su tutti il caso del titolo di Jardins sous la pluie di Debussy, che diviene, ed è anche il titolo di uno dei capitoli più intensi, Sciadè Sulapì perché a essere utilizzato è il francese mal compreso e scorrettamente pronunciato da un Aram bambino. Per lui l’ascolto di quel componimento aveva rappresentato una sorta di perturbante epifania dell’idea della Morte. A tal proposito, Sinigaglia ci regala un ulteriore momento di grande intensità nell’evocazione degli effetti della musica sullo spirito del fanciullo. Il potere di quest’ultima è non a caso uno degli elementi ricorrenti nella narrazione, accanto alla forza della letteratura, celebrata nelle pagine in cui vediamo Warum leggere Conrad all’adorabile cagnetta Whiggie.

Un secondo fattore a nostro avviso riconducibile all’archetipo del fanciullo divino è l’angelicismo – di marca squisitamente moderna – che attraversa l’intero romanzo. Esso traspare sin dalle prime pagine, laddove ci imbattiamo subito in un pezzo di bravura, la descrizione di Fifí. Si tratta di una descriptio pulchritudinis che ha mellificato la tradizione occidentale e non solo, nel suo dispiegarsi all’insegna del plazer. Subito essa ci fa cogliere quanto ci si trovi al cospetto di una creatura straordinaria, degna quasi di adorazione: “I suoi rossori (li provoco, li gusto uno per uno) non sono rossi affatto. Puramente un incupirsi dell’oro, come un’arsura delle spighe nel sole”. Quando entra in gioco il giovane, si oscilla sempre tra manifestazione di un’altezza quasi neostilnovista e gusto eroicomico della precipitazione, per esempio nell’accostamento vagamente impoetico degli occhi di Stefano alle cozze, travestimento nel quale s’insinua uno dei Leitmotive dell’opera: la fame d’eros. Di quest’ultimo motivo la più fulgida icona è ravvisabile nel gustoso e lieto personaggio della Beauharnais. Anche in lei sembra in parte rivivere il fanciullo primordiale, soprattutto nella propensione al riso, che l’accomuna a Stefano. La soluzione dell’angelicismo quale risposta all’enigma dello strano rapporto tra Fifì e Aram balenerà nella mente dell’io narrante stesso, nel corso della narrazione: “Se siamo angeli, tutto si spiega a perfezione: possiamo amarci ma non possiamo far l’amore, per una questione di fisiologia angelica che ci sovrasta ed inibisce”. Nel curioso movimento dei pensieri di Aram, alla categoria tradizionale Ninfa-Satiro si contrappone quella degli angeli, che possono amarsi ma non congiungersi carnalmente.

Molto si potrebbe evidenziare ai fini di un’analisi di questo primo capitolo della vicenda di Aram e Fifí. Una vicenda che ha mellificato la recherche proustiana e in cui il citazionismo postmodernista è all’ordine del giorno: si pensi al fatto che le donne della vita del protagonista sono menzionate con senhal woolfiani. Tra loro si staglia la Ramsay, ex moglie dell’uomo, così soprannominata perché da lui considerata il suo “faro”. Il romanzo si chiude, ma per proseguire nel secondo capitolo dell’ideale dittico, proprio con la rievocazione della conquista della donna e con l’entrata in scena di un altro dei personaggi della galleria di questa brillante e allo stesso tempo struggente Comédie humaine, Quarantuno, affermato professore universitario, ulteriore declinazione delle storture del mondo accademico. Aram l’ha ribattezzato Quarantuno perché lo considera ultima ruota del carro dei ladroni di Alì Babà, in quanto incline al furto scientifico di idee. Per smascherare l’uomo, Aram aveva inscenato un inganno che finisce con lo squadernare al lettore (ammesso che ce ne fosse bisogno) un altro dei modelli dell’opera, il Satyricon di Petronio. Infatti, nel finale, il romanzo approda al prosimetro offrendoci un omaggio parodicamente straniante alla Gerusalemme liberata, le ottave di Il Rinaldo dagli Este Liberato, ovver L’Ottave Gionte a Ser Torquato di tale Caval di Pietra. Il divertissement, che ammicca a celebri passaggi del poema del Tasso (palese il riecheggiamento del duello tra Clorinda e Tancredi in “Ma ecco omai l’ora fatale è gionta / ch’il piacer di Rinaldo al suo fin deve”, ma numerosi sono i richiami letterari, anche ai petrarcheschi RVF), ci offre un Rinaldo onanista e narciso. Aram – e Sinigaglia attraverso lui – da un lato segnala al lettore gli elementi emendabili dell’esercizio (“l’uscita padana di quel gionta e i toscanismi esasperati del cape e del coce”), dall’altro ne rivela il significato allegorico, legato alla tendenza di Quarantuno a copiare le idee altrui (“Rinaldo, perbacco, è Quarantuno spiccicato! è il suo ritratto, cazzo! non mi dirai che non te ne sei accorta?!”). All’osservatore più smaliziato non sfugge peraltro come la tensione erotica irrisolta di Rinaldo possa a sua volta alludere a quella dello stesso Aram che, successivamente, innamorato di Fifí, tenderà a quest’imago senza mai riuscire ad approdare alla tanto bramata ‘unizione’.

Insomma, un’opera che diverte e denota un’architettura ben più complessa di quanto potrebbe apparire a un fruitore distratto. Un romanzo che si segnala per l’ingegnosità dell’inventio e le rivisitazioni della tradizione, per la cura stilistica, l’ubertà lessicale, la capacità ora brillante ora struggente, mai patetica, di rappresentare l’uomo nelle sue cadute, come nelle improvvise inattese ascensioni.

Eclissi


Recensione a E. Sinigaglia, Eclissi, Nutrimenti, Roma 2016, Euro 15.

Un’eclissi totale di Sole in corrispondenza dell’equinozio di primavera e un viaggio in una sperduta isola del Nord per assistere al fenomeno costituiscono gli elementi all’origine del plot del romanzo Eclissi di Ezio Sinigaglia.

Un’opera tutta focalizzata sul punto di vista del protagonista, l’architetto triestino settantenne Eugenio Akron, di cui lo scrittore scandaglia le risonanze interiori ed esplora i reconditi moventi, che gradatamente si disvelano al lettore. Solitamente un individuo che attraversa luoghi sconosciuti e si espone ai disagi di una partenza lo fa per diletto o perché è in cerca di risposte. Il paradosso che si fa strada dal primo capitolo risiede invece nella constatazione che la quête di Akron ha per meta la scoperta di una domanda. “Una domanda che, forse, si nascondeva dietro il disco nero della Luna”. Non una domanda, ma la domanda.

Sarà l’incontro, nell’osteria del Min Hval, con l’ottuagenaria mrs. Wilson, vedova come lui, che, sebbene garbatamente, gli proporrà-imporrà la propria compagnia, a far affiorare ciò che, pur non essendo caduto nell’oblio, si celava sotto le ceneri di una necessaria quanto provvida rimozione, sola a poter sedare il magma del cuore.

La narrazione è in climax; si libra inizialmente con ritmo sommesso, in cui peraltro, dalle prime battute, risalta con evidenza l’eleganza di uno stile cristallino e curatissimo, di nitida bellezza. Di frequente ti imbatti in una nota che sfugge all’usus, come – già  a p. 8 – accade per quelle membra, in parallelismo, “arrugginite dalle primavere e ammalorate dagli autunni”. Poi rifletti e intendi che esso è pienamente in linea con la professione del protagonista, nella misura in cui quest’aggettivo è adottato generalmente in riferimento a opere murarie e pavimentazioni stradali.

 In realtà, la forza dell’impasto linguistico è uno degli elementi di maggior pregio di Eclissi. L’autore padroneggia lingue, elementi del linguaggio postgrammaticale e registri con la maestria dell’alchimista. Sin dalle prime battute, s’innesta l’inglese degli isolani, connotato dalla tendenza al ribaltamento; i suoni aspri si addolciscono, quelli soavi si inaspriscono, le sorde si sonorizzano e viceversa. È la lingua della signora Hagen, l’affittacamere, che Sinigaglia costruisce subito con un semplice, e allo stesso tempo fortemente caratterizzante, tratto (“aveva ascoltato la richiesta di Akron con l’espressività di uno di quei loro scogli di basalto scolpiti dalle burrasche”); è ancora la lingua di Kurtli, Caronte gentile, proprietario di peschereccio. Le sue parole, nel finale, risuonano quali nobili accenti d’arcana poesia e tali appariranno nella traduzione di Clara: “Birds have wings, and their wings have eyes: they can see things we can’t see”.

Poi c’è l’inglese grazie al quale, in un ludico scambio di lingue, Akron converserà con la Wilson, ricevendo in risposta il ‘controcantato’ slang dell’italiano foneticamente anglicizzato della donna. Quest’ultimo offre passaggi deliziosi, vere e proprie chicche come il livatacci per levataccia, i termini tecnici astronomici perigì e apogì e i vocaboli costruiti col suffisso oso, tra cui enormoso e ridicoloso. Non bisogna poi dimenticare l’intensità espressiva del dialetto d’area giuliana, affidato in particolar modo a due personaggi fortemente diversi: Tito, il figlio di Eugenio, pignolo e dotato di rigoroso autocontrollo, e Ben, l’amico di Eugenio morto prematuramente. La sua presenza riaffiora nei flashback che la memoria restituisce, per effetto di un suggestivo déjà-vu, all’architetto.

Beniamino, detto Ben, ci appare il personaggio più affascinante del romanzo. Un fantasma del desiderio, un tempo genius loci degli anfratti del porto, ora annidato nei recessi dello spirito di Akron. “Il prediletto degli dei”, lo definisce Eugenio; la sua ansia di vita è tutta nel gesto felino di scalzarsi e salire sulla barca che lo condurrà al suo destino: un “gesto selvatico di gatto dei vicoli”. Nel dialetto del suo interagire beffardo con Eugenio nel capitolo 5 – la scena a nostro avviso più bella del romanzo –,  c’è tutta la spavalderia sfrontata di una giovinezza baciata dalla bellezza e di un coraggio che rasenta l’incoscienza.

Eclissi è un romanzo che appassiona. In esso vibra un senso della Natura possente, che emerge nelle descrizioni di questo regno del basalto ch’è l’isola immaginata da Sinigaglia. Eclissi ci appare simile a una sinfonia elevata sulla soglia del Destino, in cui simmetrie ed elementi metonimici si rincorrono con perizia. Il vento affiora sin dal primo capitolo e diviene un Leitmotiv. Eugenio si definisce un “anemometro vivente”, ma ciò non gli varrà a salvare Ben; il vento è protagonista della distruzione di Storybigd, occasione per l’innestarsi di un racconto nel racconto, il quale – tra l’altro – introduce una sorta di dolente alter ego di Akron stesso, il vecchio Gunnarrson. Sin dal primo capitolo, fa capolino la presenza dei cormorani: “Era una domanda che si sporgeva sul vuoto, sul mistero, come il grido stridulo di un cormorano, a sera, dalla vetta di basalto di uno scoglio”. Non è affatto casuale che il finale veda, in Ringkomposition, prendere corpo l’estrema suggestione di un quasi folle volo di cormorani.

E su tutto, s’innalza il filo conduttore del rapporto luce-tenebre, che culmina nel paradosso di una “notte straordinariamente luminosa in una tenebra quasi assoluta”. È la poesia di ciò che avrebbe potuto germogliare e non è stato; di ciò che, a dispetto della morte e della sconfitta, germoglia; della forza di legami indissolubili che sapranno sempre trovare la via per riaffiorare al cuore e risplendere.