L’uomo che vendette il mondo


Recensione ad A. Galano, L’uomo che vendette il mondo, Scatole Parlanti, Viterbo 2021, Euro 15.

È una storia struggente, raccontata con levità e forza al contempo, quella che Alessandro Galano costruisce ne L’uomo che vendette il mondo.

L’opera trae il titolo da una celebre ed enigmatica canzone del “Duca Bianco”, David Bowie, The Man Who Sold the World, testo in cui si stratificavano più suggestioni, compreso il bellissimo incipit di Antigonish di Hughes Mearns. Il cantautore spiegava come nella genesi del brano entrasse il complesso processo di ricerca e scoperta del Sé, movimento che – ben coglie Galano – è strettamente connesso al nostro rapporto con gli altri e con il mondo.

“I thought you died alone / A long long time ago”: sono questi i versi chiave più volte evocati dal romanzo, accanto all’immagine della pioggia incessante che causa la rottura degli argini e travolge, in un brano dei Led Zeppelin, When the Levee Breaks.

È una storia di solitudini che si intrecciano e diventano sodalità quella che Galano pennella. Eppure nemmeno la sacralità dell’amicizia, a volte, può impedire che si muoia soli, quando il fiume dell’inquietudine dilaga.

È un’inquietudine, quella che Alex – il personaggio intorno a cui ruota l’intera vicenda – si porta nel cuore, radicata nella storia familiare e sedimentatasi nella navigazione esistenziale. Il giovane cerca di placarla, accumulando esperienze e viaggi, ma lo diceva anche Orazio: “Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt”. Così, il giovane, in seguito a un’overdose di ketamina e all’investimento da parte di un’automobile, si ritroverà ricoverato in una clinica per malati psichici, Villa Navis, dove verserà in stato catatonico, apparentemente paralizzato.

Il romanzo si apre con il suo migliore amico Santo Bardi, precario docente con la valigia, altra figura di inquieto, che, recatosi a far visita ad Alex, sbaglia stanza e finisce con l’entrare in quella di una vecchia accudita da una badante albanese, Alba Laura. Fingerà che l’anziana signora sia sua zia ed entrerà in confidenza con la ragazza, stabilendo con lei interazioni sempre più delicate e intense. Nel frattempo, farà visita ad Alex, dialogherà con il direttore della clinica, il celebre neurologo Noverati, interagirà con le donne della vita sua e dell’amico: Paola, con cui Santo aveva avuto una relazione “sbagliata”, e Ida, energica sorella di Alex.

Tutto questo, mentre gli argini della memoria si rompono e gradualmente la storia di Alex, delle sue “sparizioni controllate” e della loro amicizia, riaffiora, in retrospettiva e anche grazie all’espediente del viaggio, che condurrà il protagonista a Budapest, alla ricerca della misteriosa e tormentata Agotha. Luoghi e ricordi si intrecciano: notevoli le sequenze ambientate presso la Tomba della Medusa, omaggio al sito archeologico della provincia foggiana. Il momento, seppur delineato con levitas, raggiunge il culmine nell’avvicinamento di Alex “alla statua di pietra incassata nella parte”, ulteriore declinazione del suo cupio dissolvi che sfida il superstizioso rischio della pietrificazione.

Il desiderio di autodissoluzione di Alex trova la sua oggettivazione nel simbolo marino. Il mare attraversa l’intero romanzo; l’acqua è presente pervasivamente. La clinica, Villa Navis, rimanda ossessivamente alla Narrenschiff dell’alsaziano Sebastian Brant. La pioggia accompagna un momento significativo della relazione tra Alba Laura e Santo e del resto quella dell’appartarsi di personaggi per un temporale è storia antica; Didone ed Enea ne costituiscono un antecedente illustre. Nella narrazione si colgono due momenti di estrema tensione: una prima Spannung è raggiunta nella sequenza della bufera a Marina Piccola, nel corso della quale Alex si lancia in mare, come a voler godere vitalisticamente della furia degli elementi ed esserne travolto. Santo lo segue e, più inesperto, perde i sensi, per poi risvegliarsi, messo in salvo dall’amico. “Quello fu l’ultima volta che lo vidi, prima di Villa Navis”. Questo ci sembra l’episodio più significativo; senz’altro ci troviamo dinanzi alla pagina più intensa del romanzo, carica di echi bachelardiani. “L’acqua porta lontano, l’acqua passa come i giorni. Ma un’altra rêverie si impossessa di noi, ci insegna una perdita del nostro essere nella dispersione totale. Ciascun elemento possiede una sua propria dissoluzione, la terra ha la polvere, il fuoco il fumo. L’acqua dissolve nel modo più completo. Ci aiuta a morire totalmente”, scriveva infatti l’epistemologo francese nella sua Psicanalisi delle acque. L’elemento acquatico ritornerà nello scioglimento finale, durante il momento topico del Capodanno, che si carica anche di suggestioni pirandelliane, legate all’Enrico IV. E ancora una volta Santo si troverà in pericolo.

Un bel romanzo, ben scritto, curato nei dialoghi e ricco di suggestioni culturali. Un’opera che coinvolge e induce alla meditazione, un lacerante inno all’amicizia e alla vita, che spesso rompe gli argini e ci pone al cospetto del fluire del nostro magmatico esistere.

L’isola che non c’era


Recensione a L. Bonetti, L’isola che non c’era, Il ramo e la foglia, Roma 2021, Euro 15.

Vi sono libri ch’è necessario leggere e rileggere per coglierne le sfumature, in quanto – come in ogni Zirkel im Verstehen che si rispetti – solo muovendo dalle parti al tutto e da quest’ultimo di nuovo alle parti, se ne può meglio illuminare la comprensione.

L’isola che non c’era di Leonardo Bonetti è uno di questi casi. Si tratta di un’opera complessa, stratificata, una vera e propria sfida nella quale il lettore si lascia coinvolgere, sino al sorprendente e struggente finale, in cui si assume piena consapevolezza – come ben evidenziato da Antonio Prete nella Postfazione – che “il racconto fantastico si è trasformato in un racconto morale”.

Pregio del romanzo, accanto alla costruzione che ci ha fatto per certi versi ricordare il modello delle vittoriniane conversazioni, è lo stile, comunicativo e al contempo arcano, ricco di squarci lirici. Esso contribuisce a forgiare l’enigma di questo libro. Un libro che si muove in scenari distopici travestiti da utopia e che finisce con il diventare un’intensa allegoria dell’eterno e insondabile mistero della scrittura.

Il protagonista, Leo, dopo la scomparsa della “pulzella” – termine arcaico usato più volte ironicamente – e della di lei famiglia con cui coabitava da anni in modo apparentemente sereno, decide di esplorare “l’isola che non c’era”. Un mito contemporaneo, che nel capitolo primo viene delineato con ampio ricorso a topoi tipicamente idillici, in una forma che rasenta la prosa lirica. Nel capitolo terzo, che vede Leo porsi “alla volta dell’isola” si legge così: “Un’isola, si vociferava raccogliendo le testimonianze più disparate, venuta su dal mare subito dopo la scomparsa del libro che, a detta di alcuni, ne avrebbe descritto la nascita e il mito”. Subito è dunque delineato il legame tra il luogo e la scrittura. Connessione ribadita dal capitolo quarto, in cui tra i primi incontri di Leo c’è quello con un bambino che “passa ore e ore a parlare con i suoi personaggi di sogno”, in una famiglia di cui sappiamo che “i tre fratelli, prima di iniziare a mangiare, hanno lavorato a uno scritto che ora leggeranno a voce alta”. Così, mentre Leo a poco a poco comincia a interagire con gli abitanti del luogo mediante lo strumento della conversazione (e dell’inchiesta, direi), noi assistiamo al work in progress del libro di Bonetti, nel suo ergersi attraverso la focalizzazione sul protagonista. La domanda che subito al lettore viene spontaneo porsi è questa: se l’oblio di un libro ha fatto ricomparire l’isola, cosa accadrà in seguito alla scrittura di questa nuova opera in fieri? Nel frattempo, conosciamo una serie di personaggi; tra loro il dottor Elwin, detto Dottor timido. È una figura che racconta di sé, delle sue ricerche pregresse e della sua vita affettiva, ma sarà davvero un narratore attendibile? Altro personaggio chiave è Aldina; fidanzata con Giorgino, selvaggia e malinconica al contempo, stabilisce delle interazioni sempre più intense con Leo e il lettore percepisce così una strana energia tra le due figure, senza poter prevedere com’essa vada a canalizzarsi.

E poi sono numerosi i fattori di fascino della narrazione: nell’isola (in cui non vige tribunale ma sembra operare un controllo occulto) si verifica quello che potremmo chiamare il “paradosso delle madri”. Le donne generano figli che non educano; lasciano la casa del coniuge subito dopo il parto per essere sostituite da altre donne che alleveranno bambini non propri, salvo poi abbandonare la dimora familiare una volta divenute esse stesse madri. Anche questo paradosso ci sembra alludere alla scrittura, metaforico parto in cui la madre-scrittore/scrittrice libera ciò che ha generato e lascia che siano altre donne-lettori/lettrici a favorire il dispiegarsi della vita di un’opera (è uno dei cardini della critica reader oriented).

Ogni capitolo si connota per la presenza di elementi allegorici (la discesa in un pozzo in cui sono custodite farfalle morte, il volo di una mongolfiera, la fuga di una donnola), puntualmente spiegati dall’autore che libera dalla vernice che li incrosta tali frammenti di senso, ricollegandoli a concetti astratti ed esistenziali. Forte la presenza di luoghi simbolici, come la casamatta verso la quale Leo ossessivamente tende, iniziando un surreale viaggio da incubo che lo condurrà al finale. Finale di cui non sveliamo nulla, ma che – questo possiamo dirlo –  oscilla tra elegia e speranza. Perché sempre l’uomo sarà portato a scrivere e a far affiorare mondi verso cui navigare e in cui dolcemente perdersi.

Nessuno sotto il letto


Recensione a P. Musa, Nessuno sotto il letto, Arkadia, Cagliari 2021, Euro 14.

“Nessuno sotto la tavola, nessuno sotto il canapè… / Nessuno sotto il letto; nessuno nel gabinetto; / nessuno nella veste da camera, / pendente dalla parete in attitudine sospetta”. Le parole di A Christmas Carol sono chiarificatrici del significato dell’evocativo titolo del romanzo di Paola Musa Nessuno sotto il letto, edito da Arkadia.

L’opera si pone quale terzo capitolo di una trilogia dedicata ai vizi capitali, apertasi con L’ora meridiana e proseguita con La figlia di Shakespeare, già recensito dal Giano bifronte. Questa volta, come la citazione dickensiana posta anche in esergo subito rivela, a essere indagato e rappresentato è il peccato di avarizia.

Se A Christmas Carol si apriva con la notizia della morte di Marley, il romanzo della Musa ci introduce, in posizione incipitaria, nel bel mezzo della dimora-agenzia di pompe funebri di Arnaldo Trombetta, nel sonnolento borgo di Santa Donata al Vento, consacrato a una santa non canonizzata e alquanto discussa, sulla cui agiografia l’autrice si soffermerà con ironia. Le sequenze incipitarie sono descrittive e pennellano abilmente l’ambiente in cui il protagonista, sul quale è focalizzata la vicenda, trascina la sua esistenza inaridita dall’assenza dell’amore e dal peso della lezione di un padre avaro in tutto, anche nelle manifestazioni d’affetto e nel legame con la propria famiglia d’origine. L’uomo, all’epoca della narrazione, è ormai defunto, ma il figlio percepisce ancora la sua aura di ipercontrollo, tanto da rifuggire da quel poco di civetteria della morte che la pratica della “tanatoprassi”, su cui Musa si sofferma, potrebbe in qualche modo innestare nella sua vita.

Subito emerge il tema dell’avarizia, che si dispiega nel risparmio del danaro, nella tendenza all’accaparramento di beni immobiliari, persino nell’economia del tempo: il padre, su suggerimento della moglie, teneva sempre pronte le vesti di ‘rappresentanza’, per poter agevolmente ricevere con abiti decorosi i parenti dei defunti anche nel cuore della notte. Dalla famiglia Trombetta, l’ottica si amplia subito, attraverso il discorso del parroco don Mariano, all’intero borgo. Ipostasi dell’avarizia che l’attanaglia è la denatalità: il sacerdote denuncia, non a caso, l’invecchiamento della popolazione e la presenza di soli dodici bambini. Egli stesso dichiara di essere inizialmente caduto in errore e di aver interpretato come “sobrietà, degna di umile santità” quelle che poi si sono rivelate “insidie di certe ataviche grettezze”. Il ‘sermone’ pronunciato a uso e consumo dell’amico Trombetta finirà con l’allargare ulteriormente la prospettiva alle alte sfere delle gerarchie ecclesiastiche. Con poche battute, Musa finisce così con il mostrare quanto quel morbo che attanaglia il piccolo borgo di Santa Donata sia in realtà un male pervasivo.

E poi a interrompere il flusso dei pensieri notturni di Trombetta, di cui scopriamo la passione per David Copperfield –  unico libro da lui letto perché l’altro, ricevuto in dono a Natale (e si intende subito sia A Christmas Carol) gli era stato sottratto senza spiegazioni (e capiamo perché) dal padre –, è un dickensiano “picchiotto alla porta”. Trombetta apre, perché crede che sia il tanto atteso annuncio di morte del signor Serrano, e invece si ritrova davanti una figura degna del magrittiano Golconda. “L’uomo teneva ancora l’ombrello aperto e inspiegabilmente pioveva però solo sopra la sua testa”. Quest’uomo, con disinvolta arroganza, vincendo la mancanza di accoglienza di Arnaldo (anche questa si rivelerà un vizio collettivo, peraltro connesso all’avarizia stessa), si instaura in casa sua, spodestandolo dal letto coniugale dei genitori, su cui dormirà con i calzari sporchi di fango. Questo particolare non è irrilevante perché questo personaggio è destinato a portare il “dolce rumore della vita” nell’aridità esistenziale di Trombetta.

Musa cavalca questa situazione assurda, pennellando una surreale black comedy di grande incisività, perché, quando arriverà la notizia della tanto attesa morte (almeno presunta) del signor Serrano, lo sconosciuto seguirà come un’ombra il Trombetta, scombinando i suoi piani, mettendo a nudo (nel vero senso della parola) le sue fragilità… Un particolare rilevante è l’indugiare dell’autrice sui calzari; non a caso, per entrare in casa Serrano, tutti i personaggi – tranne lo sconosciuto – si toglieranno le scarpe. Questo li esporrà quasi a una deposizione delle maschere. Il riferimento alle calzature non è affatto secondario, perché sono lo strumento che ci accompagna nel nostro cammino e ci aiuta a non ferire il piede, diversamente nudo. Un altro aspetto che ci sembra interessante è la presenza di figure di predicatori: a don Mariano, si affiancano la presenza del maestro Verga e del medico, predicatori occasionali ma ben più incisivi del parroco stesso, figure ormai ai margini della società e che, come tali, riescono a denunciarne senza infingimenti la grettezza, a svelarne i più bassi moventi. Arnaldo seguirà così un cammino impervio, tra scosse telluriche reali e figurate che lo ricondurranno a contatto con i suoi vulnera, passando per il recupero memoriale della figura del cugino Arminio.

Sul finale non anticipiamo nulla, ma possiamo dirvi che quest’opera, che alterna accensioni indiavolate a momenti di sospensione oratoria, riserva molte sorprese e che il canto natalizio fuori stagione, ambientato in novembre, la pascoliana “estate fredda dei morti”, non delude, complici la cura e la grazia dello stile dell’autrice

Le rovinose


Recensione di C. D’Angeli, Le rovinose, Il ramo e la foglia, Roma 2021, Euro 17.

È un’opera che cattura gradatamente l’interesse del lettore, sino ad avvolgerlo sempre più nelle spire di una storia di grande drammaticità, questo romanzo di Concetta D’Angeli.

Il titolo, estremamente significativo ed evocativo, Le rovinose, allude – credo – ai “fallimenti e alle ossessioni autodistruttive” che connotano le due protagoniste della vicenda, Silvana e Clara.

Scenario che fa da sfondo all’incontro tra le due donne, le quali stringeranno un rapporto che solo apparentemente diverrà più sfilacciato dopo il matrimonio della seconda col nobile e inquieto Annibaldi, è la città di Siena. Luogo a cui Silvana appare profondamente legata: “amava la purezza della lingua che ci si parla (…); spiantata com’era le pareva d’essere una nobildonna medievale ogni volta che apriva bocca; si sentiva protetta dalla sua città, chiusa nelle mura e nelle tradizioni antiche, dove tutti si conoscono”. “All’arcaica eleganza” della parte più nobile della città si contrappone il degrado dell’appartamento di via Bucalossi, che Clara condivide con coinquiline ‘spilorce’: “puzza di cucinato che appestava le scale, corrimano di plastica sulla ringhiera (…)”. eppure questo miserevole scenario diviene teatro dell’epifanica apparizione della “Bell’e Grulla” (come viene crudelmente soprannominata) Clara, il personaggio più affascinante e struggente del romanzo.

La ragazza, bellissima quanto Silvana si percepisce anonima e poco attraente, racchiude nel cuore un vulnus, legato alla perdita precoce di una madre amatissima, russa (sarà infatti la funzione di traduttrice occasionale di Clara a far incontrare le due donne) e divoratrice di romanzi. Una madre che da bambina era stata costretta a spiare a causa della gelosia morbosa di un padre violento e incapace di tenerezza. Per la giovane, fuggita dalla nativa Sassetta, l’amore si è sin dal primo momento rivelato strettamente correlato al dolore, alla pulsione all’autoannientamento. Gradualmente Silvana si scoprirà innamorata di Clara, ma il matrimonio di quest’ultima con il nobile Annibaldi – dal passato oscuro caratterizzato da legami terroristici – porterà l’amica a trasferirsi in Puglia col marito. Silvana, a sua volta, cercherà di concretizzare il suo sogno di diventare architetto e di vivere legami amorosi con altre donne.

Non staremo qui a fornire ulteriori informazioni sulla trama, perché auspichiamo che sia il lettore a scoprire gli sviluppi della vicenda. Ci soffermeremo, invece, sui fattori di pregio di questo bel libro. Interessante è la tecnica narrativa, con l’alternanza della narrazione in terza persona a momenti, frequenti, in cui Silvana funge da io narrante. Questi passaggi a volte avvengono con estrema rapidità, talora all’interno del medesimo periodo, suscitando una continua sensazione di straniamento. Efficace è anche il montaggio delle sequenze della storia, affidato ad analessi figlie dell’affiorare dei ricordi della protagonista, ma anche ai suoi dialoghi con figure importanti nel corso della vicenda, come l’amica Dorina. Curiosa è anche la presenza di una “parentesi metanarrativa” in cui l’autrice giustifica il suo intervento diretto allo scopo di chiarire le ragioni del comportamento, altrimenti inspiegabile (e in ogni caso dissociato), di Lorenzo Annibaldi. Nel finale, poi, la narrazione – inframmezzata già precedentemente dalle ambigue lettere ‘pugliesi’ di Clara – assume una forma diversa: D’Angeli riporta pagine di diario di quest’ultima, un vero e proprio memoriale inviato dalla masciara Filomena Saponaro a Silvana. Proprio quest’ultimo può considerarsi il fattore d’innesco dell’onda lunga e dolorosa della memoria che genera l’intera narrazione. Interessante anche la cronologia che l’autrice fornisce a conclusione del romanzo, a rendere ragione degli eventi che hanno insanguinato l’Italia dal 1976 al 1988. Infatti, la microstoria delle rovinose si rinsalda alla macrostoria del Paese negli anni di piombo, con gli attentati terroristici e le stragi di matrice mafiosa. Una violenza collettiva che si riverbera nel quotidiano dei soprusi patiti in particolar modo da Clara, che l’immaginario maschile crede di poter modellare a suo piacimento: emblematica, in tal direzione, la delirante metafora alchemica ossessivamente richiamata da Lorenzo, che di fatto si traduce nella demolizione psicologica dell’‘amata’.

D’Angeli costruisce sapientemente l’architettura del romanzo, che ha il pregio di uno stile asciutto, incline alla mimèsi nei dialoghi e fortemente evocativo nelle sequenze descrittive e riflessive. Si segnala anche la presenza del dialetto salentino, ulteriore fattore di isolamento, nella masseria pugliese in cui vive col marito, per il personaggio di Clara, circondata da persone mute o che parlano un idioma a lei incomprensibile. Il fattore linguistico – non a caso – aveva rappresentato una causa di isolamento anche per la madre della ragazza; la tata Cesira, infatti, dice questo a proposito della donna: “Eppoi non sapeva parlare, l’italiano l’ha imparato poco; col marito e la figliola, quando nacque, faceva uno gnaulìo… la lingua sua, il russo, pare il verso dei gatti, quant’è brutto!”

Una storia che induce a riflettere, pennellando un mondo di figlie che perpetrano, in un neppure tanto inconscio desiderio di dissoluzione, il triste destino delle madri o che, all’apparenza, cercano di emanciparsene, per poi trovarsi, d’improvviso e inopinatamente, a scoprire di aver amato quelle figure di cui avevano rifiutato lo stile di vita. Un racconto capace di avvincerti e spiazzarti, mentre ti conduce tra scenari di degrado che si rivelano libertari per poi svelarti, al contrario, la chiusura asfittica dei palazzi nobiliari e persino dell’apparente ariosità di una masseria immersa nella natura.

La trasparenza del buio


Trasparenza del buio

Recensione a R. Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani, 2014, Euro 15.30.

È un romanzo spiazzante La trasparenza del buio di Roberto Pazzi. Il lettore potrà echianamente accostarvisi come a un banchetto imbandito a più livelli.

Quello che traspare in superficie sono le inattese, forse anche improbabili, occasioni di amore omoerotico che incrociano la strada di un sessantenne professore universitario, il protagonista Giovanni. Un uomo che, dopo aver represso per anni la sua sessualità, si ritrova a passare da avventure consumate nella clandestinità a tre esperienze concomitanti, ciascuna delle quali potrebbe rappresentare la via che, in maniera inopinata, e ormai magari anche insperata, ti conduce a una possibile, per quanto effimera, felicità. Luca, il caramellaio di Ruina, fortemente virile, una passione per uomini che potrebbero essergli padri e un vago sentore di mina vagante; Pierre, il “cortese parigino”, lo stilista sensibile, ma con qualcosa di irrisolto; Eros, lo studente, un amore fresco, a suo modo virginale e puro. E il protagonista si convince sempre più di essere vicino alla fine, quando il “buio della sessualità” emerge in tutta la sua ‘trasparenza’ e si cerca di cogliere gli ultimi sussulti di vitalità, prima del tramonto finale.

Il piano che solo un lettore più attento può arrivare a cogliere è quello dell’esistenzialismo, della meditazione sulla vita e sul potere della letteratura, della perenne confusione tra realtà e costruzione mentale, fattore che emerge nel finale. Surreale e aperto, in Ringkomposition esso rievoca le figure dei nonni e sembra quasi riannodare il destino del protagonista proprio alla donna di cui porta il nome. Giovanna Sinnott, detta in famiglia Giovanna la pazza, protagonista della sequenza iniziale, caratterizzata da una folle fuga dalla dimensione domestica e quotidiana, nel fragile e impossibile sogno di cantare, giunta ormai all’occaso, l’aria di Violetta con movenze da Carmen, lei che aveva rinunciato alla carriera di soprano. Poi lo schianto tra realtà di fatto e realtà di immaginazione, la delusione della generosa follia che è malia e sottrae al tempo dell’alienazione…

Il mal di testa che accompagna il protagonista nel finale, e che lo accomuna alla nonna al tempo della sua malattia, ci induce fortemente a meditare sulla veridicità delle immagini che la voce che dice “io” racconta. Tanto più che, a ben leggere, Eros appare un doppio di Luca, depurato dai tratti di cinismo e purificato, e il doppio, si sa per effetto della tradizione (Otto Rank insegna), non coesiste mai col suo alter ego e spesso esiste solo nella mente di chi lo concepisce. Così il lettore smaliziato è portato a dubitare di quanto il narratore, inattendibile, ha raccontato, sempre sospeso tra onirismo e realtà. E magari poi la storia dei tre amanti è tutta vera, ma alla fine il dubbio ti coglie ed è senz’altro uno dei motivi di maggior fascino di questo romanzo.

Un romanzo che scorre brillante e si legge con vero piacere, sia che si parli metaletterariamente di Buzzati e del “tema buzzatiano dell’attesa della gloria” sia che il racconto proceda nelle sue volute, ora torbide ora venate di senso d’ali. Molto convincenti i monologhi di sapore joyceano di Milena, l’amica-amante che consuma il tempo dell’attesa.

 Il linguaggio è spesso mimetico, ma non di rado s’innalza ed efficacissimo è l’uso del veneziano di nonna Giovanna, nella prima sezione. Quest’ultima ha il dono di una bellezza straniante, che però Pazzi non manca abilmente e provocatoriamente di sconciare con la scena della toilette. Perché, in fondo, la commistione di etereo e terragno è insita in noi; è la trasparenza del nostro buio, cui non mancano colori di struggente luce.

Benevolenza cosmica


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Recensione a F. Bacà, Benevolenza cosmica, Adelphi, Milano 2019, Euro 17,10.

Come può mai verificarsi il paradosso che una serie di coincidenze fortunate possa per un uomo trasformarsi in fonte di un’unheimliche sensazione di catastrofe imminente?

Ciò diventa probabile se la persona in questione è un esperto di statistica e se tale serie diviene così lunga da indurre a credere che si sia verificato il cosiddetto “sbaglio del mondo”, un bug nel sistema del destino – o, se si preferisce, dell’id quod accidit –, dal quale non possono scaturire se non conseguenze disastrose.

La situazione descritta è ciò che accade al protagonista del bel libro Benevolenza cosmica, opera d’esordio di Fabio Bacà, pubblicata da Adelphi. Un romanzo che diverte per effetto dell’allure ironica che lo connota dal principio sino allo spiazzante finale.

La prima sezione parrebbe semplicemente la descrizione di una curiosa ossessione, poco credibile a chiunque sia dotato di senno. Eppure il lettore comincia realmente a persuadersi che questi colpi di fortuna – che il più delle volte si presentano come il rovesciamento di situazioni pericolose e potenzialmente tragiche – celino effettivamente un lato oscuro e inesplicabile.

Kurt, il protagonista, si affanna a cercare spiegazioni al suo disagio e risposte alla sua ansia facendo ricorso alla scienza e successivamente anche alla filosofia. Così la sua quête, già improbabile di per sé, si connota di toni surreali nell’incontro con uno psichiatra alquanto sui generis, che peraltro dichiara la propria totale mancanza di tempo, lasciandolo a ‘godersi’ un curioso bagno in piscina. E qui quella che avrebbe dovuto essere un’innocua nuotata rigenerante si trasforma in un potenziale incubo: “Un flusso poderoso di acqua fredda spingeva gli ospiti verso il ciglio sospeso sui trentadue piani del grattacielo”. Quest’esperienza, che di fatto concretizza l’irrompere dell’improbabile nella statistica o il perturbante  onirico che si fa strada nell’apparente normalità (e che pure viene descritta dall’autore con ironia, come un divertissement), precede l’altrettanto improbabile incontro con un’aiutante che si picca di conoscere la psiche, ma in realtà dirige semplicemente un’agenzia di moda.

Sarà proprio questo personaggio, dall’omen nomen di Lucia, a regalare una prima – se così si può chiamare – forma di chiarezza al protagonista. Chiarezza che assume le vesti di apparenti deliri karmici, i quali tuttavia si riveleranno serissimi. Così la detection si trasforma nella ricerca della persona che, in qualche modo a Kurt legata, sta vivendo un periodo di assoluta sventura. L’incontro e il contatto tra i due eviterebbe conseguenze fatali per entrambi. Inutile dire che il protagonista attuerà la ricerca, in un primo momento con un’immersione telefonica nel suo passato. Sugli esiti, assolutamente inattesi, della bizzarra inchiesta non anticipiamo nulla, perché sarà compito del lettore scoprirli.

Benevolenza cosmica presenta una costruzione accattivante. Sin dal principio ti cattura come una fiaba moderna, fatta di sparatorie squinternate, ingorghi stradali, mogli-scrittrici d’assalto, involontari suicidi. Un mondo un po’ patinato e un po’ folle in cui subiti ti senti a tuo agio. Concepisci l’idea che si tratti di un grande artificio e quindi più che il coinvolgimento emotivo entra il gioco la capacità critica, grazie al continuo effetto di straniamento.

Così mi sono soffermato a pensare che in fin dei conti il mondo stesso si regga sul meccanismo che tanto inquieta Kurt. E che, ad ogni modo, la sfortuna assoluta dei molti non preoccupi affatto quei pochi che godono delle ricchezze e dei privilegi. In questo, il protagonista, con quell’aria un po’ svagata, con l’andatura dinoccolata di colui che diviene eroe per puro caso e non vi si sente a suo agio, risulta in fin dei conti, pur nel suo fondo di cinismo, una persona migliore di tante altre. E, a dirla tutta,  la vita è anche questo: non sempre i due vasi di Zeus di cui parlava Achille nel colloquio con Priamo (e già Omero lo raccontava) distribuiscono beni e mali in equa misura a tutti i mortali. Mi spingerei addirittura a dire che questo bug nel sistema, individuato da Kurt con l’intuitiva follia tipica dei geni, possa rivelarsi persino rassicurante: induce a pensare che questa sequela di cose che semplicemente accadono rispondano a un’armonia universale, che, pur potendo incepparsi, comunque esiste e opera.

Un romanzo convincente, una sciarada divertente eppure seria, che emerge anche grazie alla forza di uno stile capace di variare tra i registri e di muovere dal mimetico all’alto, con levità.

Turbolenza


Turbolenza
Recensione a D. Szalay, Turbolenza (Turbulence, 2018), Milano, Adelphi, 2019, traduzione di Anna Rusconi, Euro 14.
È un’opera affascinante Turbolenza di David Szalay, scrittore canadese di cittadinanza ungherese.
Un romanzo sui generis che, in un curioso passaggio di testimone tra personaggi da un capitolo all’altro, e con una struttura a tratti allusiva alla cobla capfinida, ci conduce a esplorare mondi interiori sorprendenti, assumendo come punto di partenza una turbolenza sul Golfo di Biscaglia. L’incontro fortuito in aereo tra due vite, destinate a sfiorarsi senza davvero compenetrarsi, dà avvio a una coinvolgente staffetta. In ogni capitolo, un personaggio entra in relazione con un altro, che poi Szalay segue nel capitolo successivo e così sino alla fine, quando – con un coup de théâtre – l’orditura dell’opera svela la sua Ringkomposition.
Filo conduttore i voli aerei su cui le figure illuminate da Turbolenza salgono, in un percorso che dall’Europa conduce all’Africa e all’Asia (persino in Vietnam o in Qatar), per poi concludersi nuovamente nel Vecchio Continente, nella medesima abitazione (o, meglio, fuori dalla stessa) in cui la narrazione aveva preso avvio.
Molteplici sono i motivi che si affacciano nell’opera, ma, su tutti, svettano le insondabili e inesauribili alchimie del caso. Lampante è l’esempio dei primi tre capitoli, che muovono dall’immagine di una donna tormentata da foschi presagi in merito alla malattia del figlio, per poi puntare l’obiettivo sulla vicenda – lasciata abilmente intuire da Szalay – dell’uomo che viaggiava accanto a lei, il quale, inconsapevolmente, in quei momenti stava effettivamente perdendo il suo amatissimo figlio. Il quindicenne era stato investito, infatti, dal taxi su cui viaggiava Werner, il protagonista del terzo capitolo, indotto – in occasione del tragico evento di quel giorno – a ripensare alla sorellina morta all’età di tre anni e poi spinto, così, quasi per colmare un vuoto divenuto bruciante, ad accompagnarsi a una sconosciuta, della stessa età che avrebbe avuto la fanciulla se non fosse annegata. E così via, sino all’ultimo capitolo. Complessità dei rapporti tra fratelli, spesso materiati di rimpianti e di piccoli e grandi malintesi; violenza patita tra le mura domestiche dalle donne, magari vittime di un machismo esibito al fine di celare altre fragilità; persistenza del pregiudizio nei confronti della diversità, sia l’handicap inatteso di un figlio o l’origine straniera di un genero rifugiato. Sono questi i tasselli che compongono il mosaico delle turbolenze, reali o metaforiche (e non per tal motivo meno dolorose), pennellate da Szalay con abilità, eleganza e discrezione. Il continuo mutamento del punto di vista ci induce a esercitare l’arte dell’intus legere, abbracciando la prospettiva dell’alterità e rifiutando di attenerci al crisma fuorviante dell’apparenza.
L’opera è pienamente riuscita e denota numerosi aspetti pregevoli. Emerge la capacità dell’autore di catturare l’attenzione del lettore anche con i pochi, ma sicuri, tratti che delineano i singoli personaggi e le vicende fatte ‘annusare’. Valide le pitture d’ambiente, dalle atmosfere africane alla povertà della casa di Kochi (India), con “il pavimento in cemento” ridotto a “una complicata carta geografica di crepe e macchie”, sino poi al melanconico finale londinese. Qui si legge uno dei passaggi più belli di tutto il romanzo, che in generale si segnala per la cura nell’elaborazione stilistica: “Nel cielo si muovevano le nuvole, il sole andava e veniva, e quando furono all’angolo il vento fece volare i fiori da tutti gli alberi della via”. E quest’immagine di caducità si imprime nella memoria, con la netta sensazione che questa nostra esistenza sia un caotico flusso, inesplicabile e bellissimo, che si dispiega con coraggio, nella turbolenza e nel sorriso accondiscendente del cielo padrone.

Figlie di una nuova era


 

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Recensione a C. Korn, Figlie di una nuova era, traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi, 2018, Euro 10,99.

È intenso e avvincente questo Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo capitolo di una trilogia che segue le vicende di quattro donne e delle figure loro legate nel corso del Novecento, accompagnandole – il primo volume – dal marzo 1919 al dicembre 1948.

Le donne pennellate dalla scrittrice di Düsseldorf nel suggestivo scenario amburghese sono figure a tutto tondo, ciascuna con una spiccata personalità. Lina, sognatrice e capace di andare oltre le convenzioni; Henny, coraggiosa e generosa; Käthe, anticonformista e combattiva, nonostante le sue fragilità; Ida, apparentemente viziata e frivola, ma più intelligente e sensibile di quanto possa sembrare… Il lettore entra nel loro mondo in punta di piedi e in principio potrebbe riscontrare anche delle difficoltà a orientarsi in questo brulicare di personaggi, tutta una varia umanità racchiusa tra le pagine del libro. Poi, ci si acclimata e la forza della vicenda ti trascina, soprattutto con l’avanzare del nazismo, dinanzi alla quale i personaggi rivelano la loro essenza. Emerge così un’immagine ben diversa da quella di una Germania prona alla follia nazionalsocialista e partecipe dell’orrore tra l’ignavia e l’esaltazione.

Emblematica è la sequenza in cui Henny, la più intensa tra queste figure, nell’aprile 1933, costringe un inopportuno giovanotto delle SA – lo stesso che boriosamente, e inutilmente, aveva appena cercato di impedirle di mettervi piede – a mantenerle la porta mentre entra nel negozio di stoffe di alcuni ebrei. Käthe, con la sua sincera adesione al comunismo; sua madre, Anna, che non esiterà a mettere a rischio la propria vita per proteggere un giovane disertore… Sono tutte donne che manifestano come, anche nel generale obnubilamento delle coscienze, vi possa ancora essere luce nell’animo umano.

Non è un caso che le due protagoniste, Henny e Käthe, siano ostetriche e quindi si adoperino, insieme a medici come Landmann e Unger, per garantire la nascita e la preservazione della Vita. Paradossale è che Käthe sia però incapace di generare ella stessa la vita e questo destino toccherà anche ai due medici, non a Henny, condannata però alla sfortuna in amore. Quest’ultima si palesa sin dal principio del romanzo, quando ti aspetteresti che l’ostetrica coroni l’attrazione che sembra legarla al suo dottor Unger e, invece, tale coppia, attesa, forse anche desiderata, dal lettore tarderà ad assumere consapevolezza del proprio legame. Il fattore sterilità, invece, è suggestivamente uno dei Leitmotive dell’opera: infertile è Käthe; crede di esserlo Ida e, al contrario, l’infertilità è legata al suo consorte, il filonazista Campmann, e a un matrimonio del tutto destituito di significato; lo è Elizabeth, sposa di Unger, in un’unione che appare improvvida sin dal principio. L’infertilità di tanti personaggi diviene ipostasi dell’aridità interiore di buona parte di una generazione, che sfocerà nella tragica sequenza del bombardamento di Amburgo, descritta con maestria dalla scrittrice. La Spannung del dolore che prelude alla risalita.

Anche le figure maschili restano memorabili nell’opera. Lud, il primo marito di Henny, personaggio che ha sapore eichendorffiano, è l’illustrazione del puro che gli dei amano e rapiscono alla vita troppo presto («Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνὴσκει νέος», dicevano gli antichi Greci). Il dottor Landmann, uno dei personaggi più riusciti, ebreo perseguitato sino al suicidio, è l’emblema del giusto che stoicamente sceglie la via della morte, nel tempo del Male, perché ritiene ormai preclusa la via del Bene. Rudi, l’amabile marito di Käthe, giovane dal passato incerto (e nel romanzo non manca il classico ingrediente dell’agnizione),  diversamente da Lud è il puro che il destino mette duramente alla prova, trascinandolo come un fuscello in un vortice per le vie del mondo senza ch’egli soccomba. Il finale è aperto e fa sorgere il desiderio di leggere il secondo capitolo. Un romanzo possente, spesso tendente al lirismo, dai ritmi ora lenti – quando più dolce appare “il rumore della vita” – ora incalzanti, come il lavorio inesorabile delle Parche. Un inno alla vita e all’amore che non poteva conoscere luogo di elezione migliore del microcosmo di due ostetriche tenaci.

Il serenissimo borghese


Raunceroy

Recensione a Alberto Frappa Raunceroy, Il serenissimo borghese, Arkadia, 2012, Euro 6.99

Riesce a tener desta l’attenzione del lettore questo bel romanzo di Alberto Frappa Raunceroy, friulano residente a Udine, edito nel 2012 da Arkadia e poi ripubblicato da Solfanelli.

Il serenissimo borghese è un romanzo ispirato alla vita di Ludovico Manin, ultimo doge della Repubblica di Venezia, caduta il 15 maggio, con successivo ingresso in città del Bonaparte. Si attendeva una democratizzazione della vita politica del centro lagunare e invece, nel 1798, il Trattato di Campoformio sanciva la grande delusione: Venezia era ceduta all’Austria e il cognato di Manin, Francesco Pesaro, divenne commissario straordinario per Venezia e la Terraferma.

Muovendo dai dati storici, Frappa Raunceroy arabesca, componendo un’opera pregevole sia stilisticamente che nell’architettura compositiva.

Nella prima sezione del romanzo, il personaggio del Procuratore di San Marco, futuro doge, si muove in sordina, con la sua dedizione al lavoro e la visione del mondo fortemente improntata alla morale cattolica. Tale caratteristica lo fa apparire agli occhi altrui (persino della moglie) ben più clericale nell’aspetto del fratello Lauro, sacerdote dedito agli amori maschili, con speciale predilezione per i proletari giovani e belli. A dominare, invece, è la figura della sposa di Manin, Elisabetta Grimani, personaggio a tutto tondo, che si muove rispondendo non alla logica del decoro formale, ma alle spinte affettive, alla passione per l’arte (si pensi ai dipinti della ritrattista settecentesca Rosalba Carriera), a una selettività nelle compagnie. Quest’ultimo aspetto la indurrà a privilegiare la compagnia di Alphonsine, nobile francese decaduta, ribattezzata con disprezzo dai parenti “Marchesa Onavé” (per la sua costante rammemorazione del fulgore passato della condizione aristocratica, icasticamente espresso con la formula “On avait”). Soprattutto, Elisabetta coltiva nel suo cuore il desiderio di ricongiungersi alla figlia, l’unica, che crede esserle stata sottratta in fasce per effetto del moralismo bigotto e dello smisurato senso dell’onore familiare dalla suocera-padrona, Lucrezia Basadonna. Figura quest’ultima che, pur morta ai tempi della narrazione, aleggia costantemente tra le pagine del romanzo. La riottosità di Elisabetta ad adattarsi al contesto straniante della famiglia del marito si ipostatizza nella repulsione per le stanze della, al suo sguardo, cupa villa di Passariano (poi idealmente ‘violate’ da Napoleone nella seconda parte del romanzo) e nel bacio mortifero dell’epilessia, male che la espone a continue crisi sino al momento della morte, in cui il romanzo vive un momento di svolta. Se la prima sezione, infatti, si era fondata su una focalizzazione interna atta a privilegiare la figura di Elisabetta, ora protagonista della narrazione diviene proprio Manin, in un percorso che lo indurrà, nella progressiva esautorazione dalle occupazioni pubbliche, a riappropriarsi degli spazi privati. Raggiungerà così compimento – nel momento in cui perderà le insegne dogali – quel moto d’amore che lo ricongiungerà idealmente alla defunta consorte e lo spingerà a riappropriarsi, tardivamente, della paternità negata. Così il Doge tutt’altro che “serenissimo” acquisirà una parvenza di felicità proprio nella dimensione del vivere borghese, in compagnia di quegli affetti che il tempo edace non avrà potuto cancellare.

È un romanzo complesso quello di Frappa Raunceroy. Ci muoviamo su scenari resi celebri dalla storia ed è bello l’emergere di figure come Napoleone, presentato secondo una prospettiva insolita, persino vittima di una sorta di ideale scambio di ‘scortesie a distanza’ con madama Caterina Pesaro, la cognata del Doge. Suggestivo il trascorrere dei veneziani dalle malie carnascialesche, vissute in un’ebrezza dimentica del pericolo, alla dimensione dell’incertezza per un futuro inizialmente indecifrabile. Affascinante lo stile, connotato da fluida eleganza; notevole la capacità introspettiva, che offre una galleria di personaggi molto ben caratterizzati e tutt’altro che stereotipati. Memorabili gli scenari, dalla proprietà di Passariano, dominata dall’icona della Basadonna, ai bassifondi di Venezia; per non parlare della celeberrima Villa Barbaro, che fu proprietà dei Basadonna e poi dei Manin. Nella sezione che s’avvia alla conclusione, Alphonsine leva lo sguardo e vede “la nobildonna in azzurro e perle che sporgeva dalla balaustra e guardava verso di loro” e la memoria del lettore subito identifica l’affresco di Veronese che rappresenta Giustiniana Giustiniani e la nutrice. E, nel finale, egli non può non solidarizzare con una figura che, seppur vinta dalla storia, Frappa Raunceroy ha insegnato ad apprezzare, pennellandola con tratti di onestà e generosità.

Io non sono Clizia


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Recensione a V. Traversi, Io non sono Clizia, Raffaelli, Rimini 2019, Euro 20.
Io non sono Clizia, pubblicato da Valeria Traversi con l’editore Raffaelli, è un lavoro pregevole e raffinato: una gemma per gli amanti delle lettere e i cultori di Eugenio Montale.
L’autrice è docente di ruolo di lettere nella secondaria di I grado. Studiosa di valore, ha all’attivo volumi come Farfalle di spine. Poesie della Shoah (Palomar), antologia commentata, poi ampliata e ripubblicata con la Stilo con il titolo di Margherite ad Auschwitz (2014). I suoi interessi critici spaziano da Dante a Ungaretti, da Montale a Primo Levi.
Come Traversi precisa, Io non sono Clizia è un romanzo: “è la mia storia, il mio Arsenio, la mia Irma”. Illuminante ai fini della comprensione dell’operazione compiuta risulta la Nota dell’autrice, cui segue una dettagliata esplicitazione delle Fonti del volume. Punto di partenza le lettere, edite da Rosanna Bettarini (Mondadori, Milano 2006), di Eugenio Montale a Irma Brandeis, figura che si cela dietro il senhal della ninfa ovidiana mutata in girasole. Le lettere furono consegnate dalla studiosa americana, di origine ebraica, al fiorentino Gabinetto Vieusseux, teatro del primo incontro tra i due. Non si posseggono, invece, con l’eccezione di una, le lettere della dantista al poeta, che potrebbe averle distrutte. Alla luce della bibliografia sulla Brandeis (importante, tra gli altri, un volume del 2008, curato da Marco Sonzogni, anche prefatore di Io non sono Clizia), delle lettere montaliane – a tratti rimaneggiate per un migliore amalgama della struttura romanzesca – e di quel sentire en artiste che ricostruisce emozioni e sensazioni muovendo dalle pieghe della storia, Traversi ha cesellato quest’opera. Un romanzo che si connota per la lucidità e la forza dell’introspezione psicologica; adottando il punto di vista della Brandeis, che nell’immaginario collettivo si confonde con i tratti a volte evanescenti di Clizia (colei che il non mutato amor mutata ‘serba’), l’autrice dona voce e verità a un’intellettuale che ha ricoperto un ruolo tutt’altro che secondario nella storia della letteratura internazionale.
Dalla prospettiva della Brandeis, tanto Arsenio – il suo modo di chiamare Montale, dal nome del personaggio di un celebre testo del poeta ligure – quanto Drusilla-Mosca, compagna e poi moglie del poeta, vengono esaminati secondo una luce particolare. Emergono le fragilità dello scrittore e il suo amore profondo verso la Brandeis, sentimento che non riesce a trovare coronamento nella realtà e si sublima nella lirica. Qui la donna dagli occhi acquamarina assurge a visiting angel, a vessillifera di una “religione delle lettere”, tuttavia insufficiente a ostacolare il dilagare del Male nella storia. Affiora un’immagine straniante anche della Tanzi, la donna cui lo scrittore avrebbe dedicato alcuni tra i versi d’amore più struggenti della storia, segnalando la saggezza quotidiana che rendeva le pupille di Mosca, tanto offuscate, ben più capaci di altre nel cogliere e decrittare reale. Bisogna ovviamente precisare come sia appunto l’adozione del suggestivo punto di vista di Irma a indurre a tali esiti.
Eppure in questa vicenda di amore e poesia, pennellata con lirismo dalla Traversi, non c’è spazio per meschine recriminazioni. Dal primo incontro ai momenti trascorsi all’Annalena – a tal proposito ci piace menzionare la bella fotografia di Daniele Maria Pegorari in copertina –, dalle ore presso l’Hotel Bristol al saluto fugace (con il treno inghiottito da “una gran nube di vapore”), il respiro della storia è quello della poesia. Ripercorriamo i motivi genetici di capolavori come Ti libero la fronte dai ghiaccioli… o la superba Primavera hitleriana, con Hitler-“messo infernale” e la partenza di Clizia, poi destinata, in modo affine alle foscoliane Grazie, all’approdo in un oltrecielo. Ed è un solido punto di forza questo magico intreccio di vita e letteratura, per cui colei che non faceva che ricusare l’identità di Clizia, in cui non credeva di non riconoscersi, giungerà al fatidico dono delle lettere di Eugenio al Vieusseux. Sarà questo l’approdo di un dialogo d’amore che appariva interrotto e invece era proseguito, a dispetto di tutto (anche della consapevolezza degli stessi protagonisti), a distanza. A chiarire le motivazioni del dono, il confronto con l’amata figura di Dante: “forse anche per Montale”, si dirà la donna, “forse anche per Montale vale ciò che il poeta stesso aveva riconosciuto a Dante: è necessario conoscere le circostanze biografiche per comprendere davvero la sua poesia”. Poesia straordinaria, pietra miliare della nostra letteratura. Con una citazione l’opera si conclude, uno struggente passo tratto dallo shakespeariano Racconto d’inverno, tradotto dallo stesso Montale. O forse no; direi che Io non sono Clizia non si conclude. La battuta finale riannoda la storia al momento del primo magico incontro. Un incontro che rivive, attimo dopo attimo, ogni volta che riecheggiano versi come questi, meravigliosi, del poeta genovese: “Ho tanta fede in te / che durerà / (è la sciocchezza che ti dissi un giorno) / finché un lampo d’oltremondo distrugga / quell’immenso cascame in cui viviamo”.