Pensel


Recensione a Z. Gallo, Pensel, Florestano, Bari 2022, Euro 15.

Il romanzo Pensel di Zaccaria Gallo rappresenta una felice combinazione di storia e invenzione. In un ritmo vertiginoso le alchimie del caso inducono le strade di individui apparentemente distanti a intersecarsi e condizionarsi in maniera decisiva.

L’opera affonda le radici in due eventi storici: la congiura realista antinapoleonica detta della “machine infernale”, che sfociò nell’attentato della rue Saint-Nicaise a Parigi alla vigilia di Natale del 1800, e la strage del Bataclan, sala da spettacolo parigina in cui, il 13 novembre 2015, novanta persone hanno perso la vita in un attentato dell’ISIS durante il concerto delle Eagles of Death Metal.

Qui l’intuizione di Zaccaria Gallo. Egli muove da un dato storico: la tragica morte della dodicenne Marianne Peusol, nel romanzo chiamata Pensel, coinvolta da Pierre Robinault de Saint-Régeant per mantenere le redini della giumenta legata alla macchina infernale e rimasta uccisa nel corso degli eventi. Inutile dire che l’attentato fallì e Napoleone ne uscì incolume, ma non i malcapitati passanti coinvolti nell’esplosione. A questo elemento Gallo va a connettere gli eventi del 2015, collocando sullo scenario del Bataclan una Pensel, discendente della bambina omonima. La ragazza, diversamente dall’antenata, riesce a sfuggire alla morte e si rifugia in un portone disserrato, nel quale viene soccorsa in stato di choc da un giovane studioso italiano, Francesco, che si sta recando a trovare uno scontroso professore suo amico, Jean Pierre. Francesco porterà la ragazza in casa dell’uomo: quest’ultimo dapprima è infastidito dalla presenza femminile che invade i suoi spazi inopinatamente; quando però viene a conoscenza del nome della ragazza e intuisce la sua origine, rievocherà con lei gli eventi storici per i quali egli, discendente del Robinault de Saint-Réagent, non era mai stato in grado di liberarsi d’un atavico senso di colpa.

Il romanzo ha una struttura complessa, in un costante susseguirsi di piani temporali differenti. Il passato, ora rivissuto in prima persona dai protagonisti (Napoleone, gli attentatori – soprattutto Saint-Régeant e Limoëlan-Limolean – e il capo della polizia Fouché) ora rievocato secondo la prospettiva di Jean Pierre, riemerge in tutta la sua ambiguità, il suo orrore. Riaffiora peraltro l’intreccio di ragioni anche valide che conducono a conseguenze atroci. Il patriottismo di cui si sentono investiti gli attentatori della rue Saint-Nicaise non è forse differente dalla percezione che di sé hanno gli assassini del Bataclan, scherani di una guerra per loro carica di senso. Resta l’inoppugnabile constatazione che se le vittime designate, si veda il caso di Napoleone, riescono magari a sfuggire in virtù dell’id quod accidit (un ritardo, lo scatto imprevedibile di un cocchiere alticcio), a restare stritolata è non di rado l’innocenza di creature pure come Pensel. Gallo accarezza questa figura, ne mostra la commovente umanità: le dona la gioia di vivere di bambina, gli occhioni sgranati su un mondo in cui ogni cosa è scrutata con lo stupore di una magica prima volta. Un’aspettativa al cospetto del vivere per cui anche la povertà più dura può essere addolcita dalla carezza di un genitore: “Mentre si avviano una breve carezza sfiora il volto delle due bambine. È un bel momento questo per Pensel. Il padre si è addolcito, dopo tanti strilli che emette durante il giorno là dentro, e ora è lieve quella sua mano, nera di carbone e polvere. Scompare, per un attimo, dagli occhi di Pensel e Manon, l’immagine della continua lotta della loro famiglia contro la miseria”. Eppure è proprio questa struggle for life che collocherà Pensel e la sorellina Manon sulla strada dei cospiratori della machine infernale. Significativo, a p. 151, il momento in cui Limolean posa lo sguardo sulle due bambine e sceglie Pensel come involontaria complice dell’atto in corso. Significativo anche perché quella piccola che il lettore ha imparato in qualche modo a conoscere, e per cui ha subito sviluppato un senso di tenerezza, gli o le viene ora mostrata, attraverso la prospettiva di Limolean, in un’ottica straniante. È in qualche modo spersonalizzata, diviene una figura ch’esce dalla folla e che come tale può essere anche designata a morte. È in fondo l’ottica di chi compie un attentato nel quale chiunque  potrebbe restare ucciso.

Uno dei punti di forza di Pensel, oltre alla vertigine temporale che coglie chi s’inoltra tra le pagine del romanzo, è l’adozione della focalizzazione interna variabile, con narrazione ora in terza ora in prima persona, sempre fondata sull’assunzione del punto di vista di uno dei personaggi. Ciò determina una sensazione di pluriprospettivismo, che restituisce la problematicità degli eventi storici (da Gallo ben rievocati) unitamente alla molteplicità delle implicazioni etiche e delle motivazioni alla base di momenti altamente tragici come quelli narrati dallo scrittore.

È un’architettura, quella di Pensel, in cui non mancano le simmetrie: basti pensare ai primi due capitoli e alle similarità costruttive che li caratterizzano. Il primo capitolo è dedicato agli eventi del Bataclan; siamo nella dimora solitaria di Jean Pierre, che vede irrompere nella notte Francesco. Quest’ultimo conduce con sé Pensel. Il capitolo si chiude con Jean Pierre che, sconvolto dalla presenza della ragazza, decide di ospitare i due per la notte. Il secondo capitolo ci mostra Limolean, l’unico dei tre esecutori materiali dei fatti di rue Saint-Nicaise a essere scampato all’esecuzione capitale. Egli si è rifugiato in un convento in America; qui è diventato fra Joseph. La visita di padre Benjamin il giorno di Natale induce il frate a rivelare il rovello che l’angoscia; così, in un’atmosfera allucinata, l’uomo indica all’attonito interlocutore un angolo in cui dice nascondersi l’ombra di Pensel, da cui si sente perseguitato. Evidenti sono le analogie: due uomini, carichi di un senso di colpa riveniente dal passato e confinati in ‘romitaggio’, secolare l’uno e conventuale l’altro, vedono riaffiorare lo spettro di Pensel. Ciò avviene con la mediazione di una figura maschile che nel primo caso introduce nel luogo-eremo una donna in carne e ossa, nel secondo fa riemergere un fantasma dagli anfratti della storia. Altri casi potremmo citare, ma riteniamo che questo sia senz’altro il più indicativo.

Un altro aspetto non secondario, in quest’opera che ha il pregio di uno stile curato e di una notevole varietà di registri, è l’emergere della figura di Manon, sorella di Pensel. Ella è rievocata e portata all’attenzione di Jean Pierre dalla Pensel contemporanea, che mostra al professore un documento a lei connesso; subito dopo, nel recupero del racconto storico, la vediamo comparire nel convento, al cospetto di Fra Joseph, intenzionata a vendicarsi. Sarà il rancore a prevalere? Il sangue chiamerà altro sangue? Certo, se spesso nella tragedia greca le colpe dei padri ricadono sui figli (si pensi ai Labdacidi o agli Atridi), in quest’opera, immersa in un’aura tragica, il messaggio che sembra emergere è che le nuove generazioni non debbano sentirsi macchiate e marchiate da colpe che non hanno commesso. Devono però, per riscattare il passato, agire nella direzione giusta e costituire una social catena, perché laddove ci furono violenza e sopraffazione possa spirare una consolatrice “giustizia riparativa”.

L’ultimo Natale di Mrs. Dalloway


Recensione a C. Inguanta, L’ultimo Natale di Mrs Dalloway, Scatole parlanti, Viterbo 2022, Euro 12.

L’opera di Cinzia Inguanta, che potrebbe essere concepita quale raccolta di racconti ma a nostro avviso costituisce una sorta di unico corale romanzo psicologico, si presenta come una curiosa ‘staffetta’ di punti di vista differenti. Ogni capitolo (alcuni sono veri e propri microcapitoli, anche di una sola pagina) è dedicato a uno dei giorni che da Natale giungono all’Epifania ed è caratterizzato dall’assunzione dell’ottica di un diverso personaggio. Inguanta adotta così il difficile artificio della focalizzazione interna variabile, determinando un pluriprospettivismo che mostra le medesime vicende e le medesime figure secondo angolazioni differenti. L’esito è a nostro avviso efficace.

A quest’opzione Inguanta affianca, forse con qualche suggestione della narrativa di Tozzi, l’introduzione di un Leitmotiv, la presenza di una figura che compare quasi in ogni capitolo e che finisce con l’accomunare i vari personaggi. Presenza che, inutile dirlo, è la Mrs Dalloway del titolo, per conoscere l’identità della quale (identità che non sveleremo) il lettore dovrà attendere l’ultimo, spiazzante capitolo.

L’ultimo Natale di Mrs Dalloway (titolo che ammicca ad Ammaniti e rivela la passione dell’autrice per il meraviglioso romanzo di Virginia Woolf) è un’epopea minimale dei vinti. I suoi protagonisti sono creature solitarie, spesso alla deriva come Remo, vittima di una patologica dipendenza dalle slot machine, o Luciana che annega nell’alcool il suo dolore per una situazione sentimentale irrisolta e insostenibile. I luoghi del loro stento, oltre al casamento in cui la maggior parte di loro abita, sono bar, palestre, quei non luoghi insomma che possono diventare teatro di affollate solitudini.

Inguanta segue i suoi personaggi nelle loro azioni a volte insignificanti, come per esempio nelle abluzioni o nelle operazioni finalizzate alla cura di un corpo che poi essi stessi andranno magari a demolire per effetto del vizio o dell’autolesionismo. Quelle dell’Ultimo Natale sono infatti spesso creature disincantate, che vivono in modo straniante la relazione con il contesto che le circonda. O magari sono anziani alla disperata ricerca di un po’ d’affetto come la prof.ssa Bertoluzzi o la signorina cui allude il personaggio di Clara nel capitolo a lei dedicato. Nell’opera di Inguanta emerge in misura considerevole proprio il divario generazionale, con gli adulti incapaci di dialogare con gli anziani e questi ultimi inermi al cospetto del narcisismo o dell’egoismo a volte radicati nei giovanissimi. L’autrice adombra con forza anche un ulteriore problema che la società contemporanea deve fronteggiare: l’incapacità che a volte si radica nelle nuove generazioni di discernere il reale dal virtuale; il graduale processo di derealizzazione che le induce a servirsi delle tecnologie in maniera egotica e disumana, senza alcuna percezione dei risvolti etici del proprio agire. L’imprevedibilità della mente umana, l’insondabilità degli abissi che si celano dietro il volto anche apparentemente più angelico sono alla base di quel continuo  aproṣdòketon che suggella le chiuse dei capitoli, a tratti molto efficaci (“Quando fu il momento smise di respirare”). In questo gioco di specchi, in cui chi parrebbe più sano si rivela gravemente minato nell’interiorità, è emblematico che il sentimento più puro sia rappresentato da una nascente passione omoerotica, la maggiore maturità da un bambino e la più profonda sensibilità e capacità di empatia da un animale. Ma questo in fondo non stupisce affatto…

Benedetto sia il padre


Recensione a R. Ventrella, Benedetto sia il padre, Mondadori, Mondadori, Milano 2021, Euro 18.

Benedetto sia il padre di Rosa Ventrella è un romanzo che si distingue per la forza d’autoauscultazione di un io narrante, Rosa Abbinante (onomasticamente scissa in Rosa, Rosé e Rose), paralizzato da ferite radicate nella storia familiare. “Mio padre alza le mani su mia madre”: è questa la confessione resa spontaneamente alla prostituta Marilyn dalla protagonista adolescente, confessione che echeggia subito, nella voce della stessa divenuta adulta, già nel primo capitolo. La narrazione prende infatti avvio, l’undici dicembre 2002, nel segno della constatazione del definitivo fallimento di un amore e di un matrimonio (quello dell’Abbinante con Marco) e con l’annuncio del ricovero dell’amatissima mamma.

L’opera recupera così in retrospettiva le vicende di una Rosa tredicenne, che percepisce di vivere in un “Limbo” nell’estate 1978, con la famiglia al terzo trasloco nel quartiere barese di San Nicola, speranzosa (invano) in una stabilizzazione lavorativa del padre inquieto, ora alle prese con l’attività di cucitore di reti. Giuseppe, detto Faccia d’Angelo, è la figura più enigmatica del romanzo. Sin dalle prime battute egli è stigmatizzato dalla figlia, che ne sottolinea la natura demonica, l’indole violenta, peraltro frutto dell’atmosfera percepita sin dall’infanzia. “Nella mente di nostro padre il rispetto passava attraverso l’autorità e la violenza. Era la legge del quartiere, ci diceva”. E tale legge viene chiaramente enunciata dall’io narrante al principio del capitolo quinto; è come se la brutalità nel rapportarsi all’altro – sottolinea Rosa – ti fosse “cucita addosso non appena venivi al mondo”. La tredicenne ne coglie chiaramente i segni nel paesaggio, nei gesti e nelle pose di uomini e donne del San Nicola, persino nella petulanza che traspare dalle movenze dei giochi infantili dei fratelli, Salvo e Michele. La corruzione di Faccia d’Angelo appare quindi quasi atavicamente inscritta nel suo destino, così come la rabbia per un esistere fuori chiave. La benedictio del titolo sembra pertanto inizialmente antifrastica. Rosa maledice il padre; avverte in sé il perpetrarsi del germe della sua indole malsana e si sente “carne affitisciuta”. Teme che i fratelli stessi, Salvatore soprattutto, possano ereditarne l’aggressività (in parte tale processo le appare addirittura già in atto). Eppure questo padre apparentemente vituperato è anche amatissimo da Rosa e finisce con l’assurgere a suo “mito personale”. Si legga il passo in cui la donna lo paragona a James Dean, emblema di una gioventù inquieta e ribelle, “bruciata”. “Ritrovavo in lui lo stesso sguardo sfottente e unico che lo rendeva amabile e detestabile allo stesso tempo”. Lo sguardo del padre è un altro elemento chiave dell’opera: soprattutto Rosa e Michele, continuamente svirilizzato dall’ipergiudicante istanza paterna, ne avvertono il potere pietrificante. Rivive in Giuseppe il motivo dello sguardo meduseo che la tradizione letteraria italiana aveva consacrato nell’icona della figura femminile (si pensi alla petrarchesca Laura, ma anche alle Furie dell’Inferno dantesco). L’amore verso il padre subisce una sorta di transfert nell’attrazione sensuale che Rosa avverte nei confronti di Nando, ambiguo amico di Giuseppe. Nei tratti spigolosi di quell’uomo così virile, la ragazza intravede forse l’aura stessa dell’Abbinante, lo sdoppiamento tra angelicismo fisico e demonismo spirituale.

Giuseppe ha il potere di degradare le donne di famiglia al livello di meretrici. È l’ingiuria che spesso rivolge alla moglie Agata – che non a caso ha un nome che ammicca alla verghiana Mena – e l’appellativo che rivolge a Rosa quando la vede truccarsi nella casa della prostituta Marilyn. E non è un caso che, come una sorta di doppio della figura materna veneratissima, sia proprio una meretrice colei che la tredicenne sceglierà come pressoché unica amica. La figura di Marilyn è una delle più struggenti dell’opera, con la totale mancanza di autostima che la caratterizza e la tendenza a proiettarsi in una sorta di dimensione sfuggente, eterea. Tale evasione si verifica in misura tanto più intensa quanto più la donna avverte il montare della violenza che la circonda. A Marilyn così come ad Agata è connesso il motivo dello specchio, dal valore fortemente simbolico nel romanzo. Agata rappresenta la realtà di una madre solida e positiva, che si rifugia nel canto (adora Mina) e in una piccola grotta “nella scogliera di fronte al Castello”. Tale luogo ha valenza metaforica ed è allusione al ripiegamento nell’interiorità per la fuga dal reale, così come confermato nel capitolo finale. Non è infatti casuale il fatto che la madre sia presentata come una donna costantemente in cammino, quasi percorresse – angolo dopo angolo – le stazioni di una terribile e sfibrante Via Crucis. Marilyn è l’incarnazione di come il padre sembra – agli occhi di Rosa – considerare la moglie; è quindi un’ipostasi della madre negletta, disprezzata, in cui l’io narrante vede anche il dischiudersi di un regno, quello dell’erotismo, che la respinge e l’attrae. Infatti, più volte la ragazza allude all’episodio in cui aveva assistito, non veduta, a un rapporto tra i genitori, voyeurismo che sembra contraddistinguere anche il suo relazionarsi a Marilyn, di cui spia gli amplessi con alcuni clienti, tra interesse e repulsione. L’idea che Marilyn possa essere proiezione di una figura materna distorta dallo sguardo maschile ci pare corroborata dal fatto che Giuseppe eserciti fisicamente la violenza anche su di lei, determinando il definitivo naufragio del rapporto con l’adolescente.

Marilyn racconta di avere un passato da ballerina e questo ci fornisce l’occasione per riflettere su un altro elemento ricorrente nella narrazione: la danza. Quest’ultima sembra preclusa alle donne; Marilyn ne sarà allontanata e Rosa è apostrofata in maniera ingiuriosa dal marito Marco proprio per il suo modo, agli occhi dell’uomo provocante, di ballare alla cresima della figlia Giulia. Paradossalmente la danza è spesso evocata come prerogativa degli uomini, ma è un ballare rabbioso il loro, pregno di aggressività. Penso in particolare alla danza di Giuseppe ubriaco all’inizio del capitolo quarto, che prelude all’ennesima violenza; significativo il fatto che il sensibile figlio Michele tenti di imitare i gesti del padre, ma in maniera goffa al punto “che il risultato era un susseguirsi di movimenti tentennanti e un po’ femminei”. Il ballo, nel contesto descritto da Ventrella con crudezza e delicatezza allo stesso tempo, finisce quasi con l’identificarsi con una sorta di rituale tribale, prebellico, ouverture all’oltraggio.

Altro fattore che ci colpisce la presenza di muri scrostati o sbrecciati, ulteriore segno di degrado di un quartiere in cui l’odore del sapone di Marsiglia è frammischiato al puzzo d’orina. La casa, che dovrebbe incarnare il guscio protettivo, finisce con l’essere luogo della contraddizione, minato da un germe che ne corrode le pareti. Un male che si annida nell’interiorità.

Il romanzo di Ventrella non è privo di echi rivenienti dalla tradizione letteraria italiana. La descrizione del quartiere San Nicola sembra recare memoria del manzoniano palazzotto di don Rodrigo, ma ancora più forte ci appare, tra le altre, la memoria dei Malavoglia verghiani. Un esempio su tutti il bel finale del capitolo XI; quel mare che “russava ancora in fondo alla stradicciola,” in cui “a lunghi intervalli si udiva il rumore di qualche motocicletta o di qualche auto moderna sfrecciare sul lungomare” è un chiaro omaggio al capitolo II del capolavoro verghiano. Prova ne sono anche le stelle che “ammiccavano forte”; il passo, che fu oggetto di una splendida lettura di Leo Spitzer, il quale vedeva nella Mena/Sant’Agata l’anima folklorica del borgo, è richiamato per contrasto. L’inquietudine di Mena per il padre destinato a morire in mare è funzionale, per la Rosa della Ventrella, a un’apparente dichiarazione d’odio nei confronti della figura paterna. Apparente, perché in realtà quel “Non provavo amore per mio padre, per quel corpo secco e duro, quegli occhi di ghiaccio. Odiavo la sua faccia d’angelo” ci sembra piuttosto – ed è – un disperato grido d’Amore.

L’uomo che vendette il mondo


Recensione ad A. Galano, L’uomo che vendette il mondo, Scatole Parlanti, Viterbo 2021, Euro 15.

È una storia struggente, raccontata con levità e forza al contempo, quella che Alessandro Galano costruisce ne L’uomo che vendette il mondo.

L’opera trae il titolo da una celebre ed enigmatica canzone del “Duca Bianco”, David Bowie, The Man Who Sold the World, testo in cui si stratificavano più suggestioni, compreso il bellissimo incipit di Antigonish di Hughes Mearns. Il cantautore spiegava come nella genesi del brano entrasse il complesso processo di ricerca e scoperta del Sé, movimento che – ben coglie Galano – è strettamente connesso al nostro rapporto con gli altri e con il mondo.

“I thought you died alone / A long long time ago”: sono questi i versi chiave più volte evocati dal romanzo, accanto all’immagine della pioggia incessante che causa la rottura degli argini e travolge, in un brano dei Led Zeppelin, When the Levee Breaks.

È una storia di solitudini che si intrecciano e diventano sodalità quella che Galano pennella. Eppure nemmeno la sacralità dell’amicizia, a volte, può impedire che si muoia soli, quando il fiume dell’inquietudine dilaga.

È un’inquietudine, quella che Alex – il personaggio intorno a cui ruota l’intera vicenda – si porta nel cuore, radicata nella storia familiare e sedimentatasi nella navigazione esistenziale. Il giovane cerca di placarla, accumulando esperienze e viaggi, ma lo diceva anche Orazio: “Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt”. Così, il giovane, in seguito a un’overdose di ketamina e all’investimento da parte di un’automobile, si ritroverà ricoverato in una clinica per malati psichici, Villa Navis, dove verserà in stato catatonico, apparentemente paralizzato.

Il romanzo si apre con il suo migliore amico Santo Bardi, precario docente con la valigia, altra figura di inquieto, che, recatosi a far visita ad Alex, sbaglia stanza e finisce con l’entrare in quella di una vecchia accudita da una badante albanese, Alba Laura. Fingerà che l’anziana signora sia sua zia ed entrerà in confidenza con la ragazza, stabilendo con lei interazioni sempre più delicate e intense. Nel frattempo, farà visita ad Alex, dialogherà con il direttore della clinica, il celebre neurologo Noverati, interagirà con le donne della vita sua e dell’amico: Paola, con cui Santo aveva avuto una relazione “sbagliata”, e Ida, energica sorella di Alex.

Tutto questo, mentre gli argini della memoria si rompono e gradualmente la storia di Alex, delle sue “sparizioni controllate” e della loro amicizia, riaffiora, in retrospettiva e anche grazie all’espediente del viaggio, che condurrà il protagonista a Budapest, alla ricerca della misteriosa e tormentata Agotha. Luoghi e ricordi si intrecciano: notevoli le sequenze ambientate presso la Tomba della Medusa, omaggio al sito archeologico della provincia foggiana. Il momento, seppur delineato con levitas, raggiunge il culmine nell’avvicinamento di Alex “alla statua di pietra incassata nella parte”, ulteriore declinazione del suo cupio dissolvi che sfida il superstizioso rischio della pietrificazione.

Il desiderio di autodissoluzione di Alex trova la sua oggettivazione nel simbolo marino. Il mare attraversa l’intero romanzo; l’acqua è presente pervasivamente. La clinica, Villa Navis, rimanda ossessivamente alla Narrenschiff dell’alsaziano Sebastian Brant. La pioggia accompagna un momento significativo della relazione tra Alba Laura e Santo e del resto quella dell’appartarsi di personaggi per un temporale è storia antica; Didone ed Enea ne costituiscono un antecedente illustre. Nella narrazione si colgono due momenti di estrema tensione: una prima Spannung è raggiunta nella sequenza della bufera a Marina Piccola, nel corso della quale Alex si lancia in mare, come a voler godere vitalisticamente della furia degli elementi ed esserne travolto. Santo lo segue e, più inesperto, perde i sensi, per poi risvegliarsi, messo in salvo dall’amico. “Quello fu l’ultima volta che lo vidi, prima di Villa Navis”. Questo ci sembra l’episodio più significativo; senz’altro ci troviamo dinanzi alla pagina più intensa del romanzo, carica di echi bachelardiani. “L’acqua porta lontano, l’acqua passa come i giorni. Ma un’altra rêverie si impossessa di noi, ci insegna una perdita del nostro essere nella dispersione totale. Ciascun elemento possiede una sua propria dissoluzione, la terra ha la polvere, il fuoco il fumo. L’acqua dissolve nel modo più completo. Ci aiuta a morire totalmente”, scriveva infatti l’epistemologo francese nella sua Psicanalisi delle acque. L’elemento acquatico ritornerà nello scioglimento finale, durante il momento topico del Capodanno, che si carica anche di suggestioni pirandelliane, legate all’Enrico IV. E ancora una volta Santo si troverà in pericolo.

Un bel romanzo, ben scritto, curato nei dialoghi e ricco di suggestioni culturali. Un’opera che coinvolge e induce alla meditazione, un lacerante inno all’amicizia e alla vita, che spesso rompe gli argini e ci pone al cospetto del fluire del nostro magmatico esistere.

Quello che non sai


Recensione di S. Galluzzo, Quello che non sai, Fazi, Roma 2021, Euro 16.

Vi sono libri che colpiscono per la capacità dell’autore o autrice di scavare nella psiche umana e mostrarne i moti più indecifrabili. Opere che ci inducono a meditare sulla zona d’ombra che spesso uomini e donne sono chiamati ad attraversare, a volte senza neppure avere piena consapevolezza del proprio smarrimento e del bisogno di aiuto a esso correlato.

Tra questi libri possiamo senz’altro annoverare Quello che non sai di Susy Galluzzo, edito da Fazi. Un’opera che ci ha colpito e indotto a serrati tempi di lettura, sempre con un profondo senso di straniamento per la materia e l’ottima costruzione della figura della protagonista, Michela, detta Ella.

Il romanzo si presenta nella forma di un diario in cui Ella elegge a interlocutrice la madre defunta. Il lettore scoprirà nel corso della narrazione che proprio il momento della morte della donna ha rappresentato un trauma lacerante per Michela e che probabilmente esso si pone all’origine delle sue turbe. Tra l’altro un filo sottile, ma percettibile a chi legge, connette l’evento appena citato con quello – paradossale – con cui esordisce la vicenda.

Ella è andata, secondo consuetudine, a prendere la figlia tredicenne Ilaria (“è la mia vita. E anche la mia morte”, scrive alla madre) dall’usuale allenamento di tennis. La ragazza, dal carattere difficile, reso ancor più spigoloso da un disturbo ossessivo compulsivo, è, come molte adolescenti, distratta dal suo smartphone e attraversa la strada senza prestare particolare attenzione al movimento delle automobile. Ella vede distintamente una Juke avanzare velocemente verso la ragazza e coglie come il giovane autista sia a sua volta più attento alle notifiche del suo cellulare che alla strada. Potrebbe gridare, avvisare la ragazza, ma, per ragioni che il lettore gradualmente arriverà a comprendere, è come pietrificata e lascia che sia il cane Duccio a salvare Ilaria. A partire da questo momento, il rapporto con la ragazzina sarà minato e Michela entrerà in una spirale di incomprensioni che sfoceranno nell’instaurarsi di un vero e proprio inferno domestico. La relazione con suo marito Aurelio, già tacitamente in crisi, si sgretolerà, complice l’apparire all’orizzonte del pugliese Federico. L’intervento della terapeuta Rebecca Castelli, esperta nel curare disturbi psicologici dell’età adolescenziale, sembrerebbe poter riportare la pace nella burrascosa famiglia, ma non vogliamo aggiungere altro, lasciando ai lettori il piacere di scoprire l’evoluzione degli eventi.

Il romanzo è chiaramente costruito in soggettiva. La scelta di Michela come narratrice interna orienta sin dal primo momento le reazioni di chi si accosta all’opera. Si ha subito la tendenza a solidarizzare con Ella; a cogliere come il suo disagio sia figlio di un’esistenza trascorsa ad annullarsi per costruire una confort zone all’inquieta Ilaria e al poco presente Aurelio, il padre buono. Si è indotti persino a giustificare il poco comprensibile gesto iniziale: l’omissione di un grido che sarebbe stato la reazione più naturale al pericolo corso dalla figlia. Poi gradualmente si colgono e meglio si comprendono i comportamenti della donna. Michela soffre di una mania di controllo analoga a quella di Ilaria e diversamente declinata. Le ferite che hanno solcato la sua anima ne hanno fatto una creatura perennemente sull’orlo dell’abisso. Emblematica a tal proposito la percezione che ha di Rebecca Castelli come una nemica, una donna insinuatasi nella sua quotidianità non per rendere più serena la vita di Ilaria per effetto della terapia, ma addirittura per sostituirsi a Ella nell’affetto della tredicenne e persino di Aurelio. Si arriva a momenti in cui la distorsione del reale è totale, ma il lettore ingenuo stenta a rendersene conto, proprio in virtù del fascino che caratterizza la figura di Michela. Alcune vicende porteranno a una graduale presa di distanze dal personaggio, che – proprio nell’istante in cui il fruitore dell’opera ha chiaro che essa abbia raggiunto il suo punto più basso – ti sorprende per il coraggio improvvisamente dimostrato. In più, l’autrice riesce a introdurre anche un elemento suscitatore di suspense: un misterioso uomo con la maglia rossa che si materializza nei momenti topici per Ella e pare spiare le sue azioni.

Insomma, un romanzo affascinante, molto ben scritto, in cui curatissima appare la costruzione anche di Ilaria, con Galluzzo che riesce decisamente felice nella documentata delineazione delle caratteristiche del D.O.C. adolescenziale. Uno struggente duetto madre-figlia all’insegna delle incomprensioni e di un odi et amo che, come sempre, cela l’amore più profondo e disperato.  Un’opera dal finale lacerante, in cui una scomparsa improvvisa e inopinata appare, distintamente, il preludio di una speranza.

Le rovinose


Recensione di C. D’Angeli, Le rovinose, Il ramo e la foglia, Roma 2021, Euro 17.

È un’opera che cattura gradatamente l’interesse del lettore, sino ad avvolgerlo sempre più nelle spire di una storia di grande drammaticità, questo romanzo di Concetta D’Angeli.

Il titolo, estremamente significativo ed evocativo, Le rovinose, allude – credo – ai “fallimenti e alle ossessioni autodistruttive” che connotano le due protagoniste della vicenda, Silvana e Clara.

Scenario che fa da sfondo all’incontro tra le due donne, le quali stringeranno un rapporto che solo apparentemente diverrà più sfilacciato dopo il matrimonio della seconda col nobile e inquieto Annibaldi, è la città di Siena. Luogo a cui Silvana appare profondamente legata: “amava la purezza della lingua che ci si parla (…); spiantata com’era le pareva d’essere una nobildonna medievale ogni volta che apriva bocca; si sentiva protetta dalla sua città, chiusa nelle mura e nelle tradizioni antiche, dove tutti si conoscono”. “All’arcaica eleganza” della parte più nobile della città si contrappone il degrado dell’appartamento di via Bucalossi, che Clara condivide con coinquiline ‘spilorce’: “puzza di cucinato che appestava le scale, corrimano di plastica sulla ringhiera (…)”. eppure questo miserevole scenario diviene teatro dell’epifanica apparizione della “Bell’e Grulla” (come viene crudelmente soprannominata) Clara, il personaggio più affascinante e struggente del romanzo.

La ragazza, bellissima quanto Silvana si percepisce anonima e poco attraente, racchiude nel cuore un vulnus, legato alla perdita precoce di una madre amatissima, russa (sarà infatti la funzione di traduttrice occasionale di Clara a far incontrare le due donne) e divoratrice di romanzi. Una madre che da bambina era stata costretta a spiare a causa della gelosia morbosa di un padre violento e incapace di tenerezza. Per la giovane, fuggita dalla nativa Sassetta, l’amore si è sin dal primo momento rivelato strettamente correlato al dolore, alla pulsione all’autoannientamento. Gradualmente Silvana si scoprirà innamorata di Clara, ma il matrimonio di quest’ultima con il nobile Annibaldi – dal passato oscuro caratterizzato da legami terroristici – porterà l’amica a trasferirsi in Puglia col marito. Silvana, a sua volta, cercherà di concretizzare il suo sogno di diventare architetto e di vivere legami amorosi con altre donne.

Non staremo qui a fornire ulteriori informazioni sulla trama, perché auspichiamo che sia il lettore a scoprire gli sviluppi della vicenda. Ci soffermeremo, invece, sui fattori di pregio di questo bel libro. Interessante è la tecnica narrativa, con l’alternanza della narrazione in terza persona a momenti, frequenti, in cui Silvana funge da io narrante. Questi passaggi a volte avvengono con estrema rapidità, talora all’interno del medesimo periodo, suscitando una continua sensazione di straniamento. Efficace è anche il montaggio delle sequenze della storia, affidato ad analessi figlie dell’affiorare dei ricordi della protagonista, ma anche ai suoi dialoghi con figure importanti nel corso della vicenda, come l’amica Dorina. Curiosa è anche la presenza di una “parentesi metanarrativa” in cui l’autrice giustifica il suo intervento diretto allo scopo di chiarire le ragioni del comportamento, altrimenti inspiegabile (e in ogni caso dissociato), di Lorenzo Annibaldi. Nel finale, poi, la narrazione – inframmezzata già precedentemente dalle ambigue lettere ‘pugliesi’ di Clara – assume una forma diversa: D’Angeli riporta pagine di diario di quest’ultima, un vero e proprio memoriale inviato dalla masciara Filomena Saponaro a Silvana. Proprio quest’ultimo può considerarsi il fattore d’innesco dell’onda lunga e dolorosa della memoria che genera l’intera narrazione. Interessante anche la cronologia che l’autrice fornisce a conclusione del romanzo, a rendere ragione degli eventi che hanno insanguinato l’Italia dal 1976 al 1988. Infatti, la microstoria delle rovinose si rinsalda alla macrostoria del Paese negli anni di piombo, con gli attentati terroristici e le stragi di matrice mafiosa. Una violenza collettiva che si riverbera nel quotidiano dei soprusi patiti in particolar modo da Clara, che l’immaginario maschile crede di poter modellare a suo piacimento: emblematica, in tal direzione, la delirante metafora alchemica ossessivamente richiamata da Lorenzo, che di fatto si traduce nella demolizione psicologica dell’‘amata’.

D’Angeli costruisce sapientemente l’architettura del romanzo, che ha il pregio di uno stile asciutto, incline alla mimèsi nei dialoghi e fortemente evocativo nelle sequenze descrittive e riflessive. Si segnala anche la presenza del dialetto salentino, ulteriore fattore di isolamento, nella masseria pugliese in cui vive col marito, per il personaggio di Clara, circondata da persone mute o che parlano un idioma a lei incomprensibile. Il fattore linguistico – non a caso – aveva rappresentato una causa di isolamento anche per la madre della ragazza; la tata Cesira, infatti, dice questo a proposito della donna: “Eppoi non sapeva parlare, l’italiano l’ha imparato poco; col marito e la figliola, quando nacque, faceva uno gnaulìo… la lingua sua, il russo, pare il verso dei gatti, quant’è brutto!”

Una storia che induce a riflettere, pennellando un mondo di figlie che perpetrano, in un neppure tanto inconscio desiderio di dissoluzione, il triste destino delle madri o che, all’apparenza, cercano di emanciparsene, per poi trovarsi, d’improvviso e inopinatamente, a scoprire di aver amato quelle figure di cui avevano rifiutato lo stile di vita. Un racconto capace di avvincerti e spiazzarti, mentre ti conduce tra scenari di degrado che si rivelano libertari per poi svelarti, al contrario, la chiusura asfittica dei palazzi nobiliari e persino dell’apparente ariosità di una masseria immersa nella natura.

La figlia unica



Recensione a G. Nettel, La figlia unica, traduzione di Federica Niola, La Nuova Frontiera, Roma 2020, Euro 16,90.

Un’opera intensa e spiazzante il romanzo di Guadalupe Nettel intitolato La figlia unica.

La vicenda ruota principalmente intorno a due figure femminili e al microcosmo che le circonda. Laura e Alina sono amiche di vecchia data; hanno condiviso l’ardore dei viaggi, le ambizioni carrieriste e la tendenza a respingere l’esperienza della maternità come una limitazione della libertà individuale (oggi è un tema decisamente in auge).

Nel momento in cui le due donne si separano, perché Alina è rientrata a Città del Messico e ha avviato la relazione con Aurelio e Laura sta concludendo le sue ricerche a Parigi, le loro idee in tal direzione finiscono col divergere. Tentata dall’esperienza del rapporto apparentemente appagante con Juan, Laura sembra vicina a capitolare e, proprio per rimuovere il problema alla radice, prende la drastica decisione di farsi legare le tube. Quando comunica all’amica l’attuazione di tale idea, rimane basita nello scoprire che Alina, invece, vuole a tutti i costi diventare madre e, data l’inefficacia dei tentativi precedentemente messi in atto, intende affidarsi a un programma di stimolazioni ormonali. Quando finalmente riesce a restare incinta, Laura è felice per lei, ma presto la gioia per l’imminente nascita di Inés sarà compromessa dalla rivelazione che, a causa di una grave malformazione encefalica, la piccola è destinata a morire subito dopo la nascita. Inizia così per Alina e Aurelio la difficilissima elaborazione di un lutto ancora di là da venire e che pure appare inscritto nel loro destino, dato che, in tempi non sospetti, i tarocchi avevano fatto balenare a Laura il fatto che l’amica sarebbe stata chiamata ad affrontare una difficilissima crisi. Eppure Inés nasce e misteriosamente, con tutti i gravi limiti e i rischi legati alle sue problematiche, si lega disperatamente alla vita, dimostrandosi una lottatrice infaticabile. Non riveliamo ciò che seguirà, che passerà anche attraverso l’assunzione della bambinaia Marlene, personaggio complesso, per consentire ad Alina di continuare a portare avanti la sua professione. Nessun evento miracoloso – intendiamoci – ma quei piccoli grandi passi che la dignità del coraggio determina.

D’altro canto, per Laura diventerà fondamentale il rapporto con un’altra figura femminile, Doris, la sua vicina, vedova e con un figlio, Nicolás, che – come il marito della donna – è soggetto a momenti di sconforto e rabbia che sfociano anche in violente crisi. Paradossalmente, Laura – cui è affidato il ruolo di io narrante – si accorgerà che il concetto di maternità, che non può essere limitato alla mera biologia, possa estrinsecarsi in mille rivoli. Lei, che odiava la rumorosità dei bambini, si scoprirà legata al piccolo vicino che inizialmente aveva reputato irritante, perché ne coglierà l’umana fragilità, il bisogno irrefrenabile d’amore.

Del resto, tutto il romanzo è una coraggiosa operazione di scardinamento degli stereotipi e delle idee preconcette, mostrando come la vita dell’uomo sia una sequela di cambiamenti a cui seguono nuovi adattamenti. Emblematico è il rapporto di Laura con i piccioni che hanno nidificato sul suo balcone. Inizialmente li scruta con fastidio: sono i “topi dei tetti” e i loro escrementi sono tossici o meglio è quello che ‘ha sentito dire’. Poi si scopre a spiare il rito della deposizione delle uova e finisce con l’affezionarsi ai suoi ‘inquilini’ e alla strana famiglia che hanno creato. Laura, infatti, da alcuni indizi, arriverà a ipotizzare che per gli inquilini del suo balcone si sia verificato un episodio di “parassitismo di cova”, ossia quel fenomeno in base al quale alcuni uccelli “depongono le proprie uova nei nidi di quelli di altre specie e lasciano a essi il compito di covarle e di allevare i piccoli”. E paradossalmente questo elemento diviene una metafora alla luce della quale leggere l’intero romanzo. Alina e Aurelio si trovano a gestire una “figlia unica” che non è come l’avevano immaginata e desiderata, ma è la vita che spesso ci conduce a questo; Laura, che non desiderava essere madre, diviene il punto di riferimento, a causa della depressione di Doris, per il piccolo Nicolás e scoprirà – in analogia con i piccioni del suo balcone – che l’amore può assumere le forme più disparate e si manifesta quando meno lo si attende.

Insomma, un libro stimolante, che – con grande equilibrio – decostruisce ideologemi basati su autonarrazioni individuali destinate a sgretolarsi al cospetto del rumore dell’esistere. Il tutto con la forza di uno stile senza orpelli, ma dotato di una sua sommessa poesia, e con un’attitudine all’introspezione che si rivela una carta vincente.

La trasparenza del buio


Trasparenza del buio

Recensione a R. Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani, 2014, Euro 15.30.

È un romanzo spiazzante La trasparenza del buio di Roberto Pazzi. Il lettore potrà echianamente accostarvisi come a un banchetto imbandito a più livelli.

Quello che traspare in superficie sono le inattese, forse anche improbabili, occasioni di amore omoerotico che incrociano la strada di un sessantenne professore universitario, il protagonista Giovanni. Un uomo che, dopo aver represso per anni la sua sessualità, si ritrova a passare da avventure consumate nella clandestinità a tre esperienze concomitanti, ciascuna delle quali potrebbe rappresentare la via che, in maniera inopinata, e ormai magari anche insperata, ti conduce a una possibile, per quanto effimera, felicità. Luca, il caramellaio di Ruina, fortemente virile, una passione per uomini che potrebbero essergli padri e un vago sentore di mina vagante; Pierre, il “cortese parigino”, lo stilista sensibile, ma con qualcosa di irrisolto; Eros, lo studente, un amore fresco, a suo modo virginale e puro. E il protagonista si convince sempre più di essere vicino alla fine, quando il “buio della sessualità” emerge in tutta la sua ‘trasparenza’ e si cerca di cogliere gli ultimi sussulti di vitalità, prima del tramonto finale.

Il piano che solo un lettore più attento può arrivare a cogliere è quello dell’esistenzialismo, della meditazione sulla vita e sul potere della letteratura, della perenne confusione tra realtà e costruzione mentale, fattore che emerge nel finale. Surreale e aperto, in Ringkomposition esso rievoca le figure dei nonni e sembra quasi riannodare il destino del protagonista proprio alla donna di cui porta il nome. Giovanna Sinnott, detta in famiglia Giovanna la pazza, protagonista della sequenza iniziale, caratterizzata da una folle fuga dalla dimensione domestica e quotidiana, nel fragile e impossibile sogno di cantare, giunta ormai all’occaso, l’aria di Violetta con movenze da Carmen, lei che aveva rinunciato alla carriera di soprano. Poi lo schianto tra realtà di fatto e realtà di immaginazione, la delusione della generosa follia che è malia e sottrae al tempo dell’alienazione…

Il mal di testa che accompagna il protagonista nel finale, e che lo accomuna alla nonna al tempo della sua malattia, ci induce fortemente a meditare sulla veridicità delle immagini che la voce che dice “io” racconta. Tanto più che, a ben leggere, Eros appare un doppio di Luca, depurato dai tratti di cinismo e purificato, e il doppio, si sa per effetto della tradizione (Otto Rank insegna), non coesiste mai col suo alter ego e spesso esiste solo nella mente di chi lo concepisce. Così il lettore smaliziato è portato a dubitare di quanto il narratore, inattendibile, ha raccontato, sempre sospeso tra onirismo e realtà. E magari poi la storia dei tre amanti è tutta vera, ma alla fine il dubbio ti coglie ed è senz’altro uno dei motivi di maggior fascino di questo romanzo.

Un romanzo che scorre brillante e si legge con vero piacere, sia che si parli metaletterariamente di Buzzati e del “tema buzzatiano dell’attesa della gloria” sia che il racconto proceda nelle sue volute, ora torbide ora venate di senso d’ali. Molto convincenti i monologhi di sapore joyceano di Milena, l’amica-amante che consuma il tempo dell’attesa.

 Il linguaggio è spesso mimetico, ma non di rado s’innalza ed efficacissimo è l’uso del veneziano di nonna Giovanna, nella prima sezione. Quest’ultima ha il dono di una bellezza straniante, che però Pazzi non manca abilmente e provocatoriamente di sconciare con la scena della toilette. Perché, in fondo, la commistione di etereo e terragno è insita in noi; è la trasparenza del nostro buio, cui non mancano colori di struggente luce.

Turbolenza


Turbolenza
Recensione a D. Szalay, Turbolenza (Turbulence, 2018), Milano, Adelphi, 2019, traduzione di Anna Rusconi, Euro 14.
È un’opera affascinante Turbolenza di David Szalay, scrittore canadese di cittadinanza ungherese.
Un romanzo sui generis che, in un curioso passaggio di testimone tra personaggi da un capitolo all’altro, e con una struttura a tratti allusiva alla cobla capfinida, ci conduce a esplorare mondi interiori sorprendenti, assumendo come punto di partenza una turbolenza sul Golfo di Biscaglia. L’incontro fortuito in aereo tra due vite, destinate a sfiorarsi senza davvero compenetrarsi, dà avvio a una coinvolgente staffetta. In ogni capitolo, un personaggio entra in relazione con un altro, che poi Szalay segue nel capitolo successivo e così sino alla fine, quando – con un coup de théâtre – l’orditura dell’opera svela la sua Ringkomposition.
Filo conduttore i voli aerei su cui le figure illuminate da Turbolenza salgono, in un percorso che dall’Europa conduce all’Africa e all’Asia (persino in Vietnam o in Qatar), per poi concludersi nuovamente nel Vecchio Continente, nella medesima abitazione (o, meglio, fuori dalla stessa) in cui la narrazione aveva preso avvio.
Molteplici sono i motivi che si affacciano nell’opera, ma, su tutti, svettano le insondabili e inesauribili alchimie del caso. Lampante è l’esempio dei primi tre capitoli, che muovono dall’immagine di una donna tormentata da foschi presagi in merito alla malattia del figlio, per poi puntare l’obiettivo sulla vicenda – lasciata abilmente intuire da Szalay – dell’uomo che viaggiava accanto a lei, il quale, inconsapevolmente, in quei momenti stava effettivamente perdendo il suo amatissimo figlio. Il quindicenne era stato investito, infatti, dal taxi su cui viaggiava Werner, il protagonista del terzo capitolo, indotto – in occasione del tragico evento di quel giorno – a ripensare alla sorellina morta all’età di tre anni e poi spinto, così, quasi per colmare un vuoto divenuto bruciante, ad accompagnarsi a una sconosciuta, della stessa età che avrebbe avuto la fanciulla se non fosse annegata. E così via, sino all’ultimo capitolo. Complessità dei rapporti tra fratelli, spesso materiati di rimpianti e di piccoli e grandi malintesi; violenza patita tra le mura domestiche dalle donne, magari vittime di un machismo esibito al fine di celare altre fragilità; persistenza del pregiudizio nei confronti della diversità, sia l’handicap inatteso di un figlio o l’origine straniera di un genero rifugiato. Sono questi i tasselli che compongono il mosaico delle turbolenze, reali o metaforiche (e non per tal motivo meno dolorose), pennellate da Szalay con abilità, eleganza e discrezione. Il continuo mutamento del punto di vista ci induce a esercitare l’arte dell’intus legere, abbracciando la prospettiva dell’alterità e rifiutando di attenerci al crisma fuorviante dell’apparenza.
L’opera è pienamente riuscita e denota numerosi aspetti pregevoli. Emerge la capacità dell’autore di catturare l’attenzione del lettore anche con i pochi, ma sicuri, tratti che delineano i singoli personaggi e le vicende fatte ‘annusare’. Valide le pitture d’ambiente, dalle atmosfere africane alla povertà della casa di Kochi (India), con “il pavimento in cemento” ridotto a “una complicata carta geografica di crepe e macchie”, sino poi al melanconico finale londinese. Qui si legge uno dei passaggi più belli di tutto il romanzo, che in generale si segnala per la cura nell’elaborazione stilistica: “Nel cielo si muovevano le nuvole, il sole andava e veniva, e quando furono all’angolo il vento fece volare i fiori da tutti gli alberi della via”. E quest’immagine di caducità si imprime nella memoria, con la netta sensazione che questa nostra esistenza sia un caotico flusso, inesplicabile e bellissimo, che si dispiega con coraggio, nella turbolenza e nel sorriso accondiscendente del cielo padrone.

Figlie di una nuova era


 

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Recensione a C. Korn, Figlie di una nuova era, traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi, 2018, Euro 10,99.

È intenso e avvincente questo Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo capitolo di una trilogia che segue le vicende di quattro donne e delle figure loro legate nel corso del Novecento, accompagnandole – il primo volume – dal marzo 1919 al dicembre 1948.

Le donne pennellate dalla scrittrice di Düsseldorf nel suggestivo scenario amburghese sono figure a tutto tondo, ciascuna con una spiccata personalità. Lina, sognatrice e capace di andare oltre le convenzioni; Henny, coraggiosa e generosa; Käthe, anticonformista e combattiva, nonostante le sue fragilità; Ida, apparentemente viziata e frivola, ma più intelligente e sensibile di quanto possa sembrare… Il lettore entra nel loro mondo in punta di piedi e in principio potrebbe riscontrare anche delle difficoltà a orientarsi in questo brulicare di personaggi, tutta una varia umanità racchiusa tra le pagine del libro. Poi, ci si acclimata e la forza della vicenda ti trascina, soprattutto con l’avanzare del nazismo, dinanzi alla quale i personaggi rivelano la loro essenza. Emerge così un’immagine ben diversa da quella di una Germania prona alla follia nazionalsocialista e partecipe dell’orrore tra l’ignavia e l’esaltazione.

Emblematica è la sequenza in cui Henny, la più intensa tra queste figure, nell’aprile 1933, costringe un inopportuno giovanotto delle SA – lo stesso che boriosamente, e inutilmente, aveva appena cercato di impedirle di mettervi piede – a mantenerle la porta mentre entra nel negozio di stoffe di alcuni ebrei. Käthe, con la sua sincera adesione al comunismo; sua madre, Anna, che non esiterà a mettere a rischio la propria vita per proteggere un giovane disertore… Sono tutte donne che manifestano come, anche nel generale obnubilamento delle coscienze, vi possa ancora essere luce nell’animo umano.

Non è un caso che le due protagoniste, Henny e Käthe, siano ostetriche e quindi si adoperino, insieme a medici come Landmann e Unger, per garantire la nascita e la preservazione della Vita. Paradossale è che Käthe sia però incapace di generare ella stessa la vita e questo destino toccherà anche ai due medici, non a Henny, condannata però alla sfortuna in amore. Quest’ultima si palesa sin dal principio del romanzo, quando ti aspetteresti che l’ostetrica coroni l’attrazione che sembra legarla al suo dottor Unger e, invece, tale coppia, attesa, forse anche desiderata, dal lettore tarderà ad assumere consapevolezza del proprio legame. Il fattore sterilità, invece, è suggestivamente uno dei Leitmotive dell’opera: infertile è Käthe; crede di esserlo Ida e, al contrario, l’infertilità è legata al suo consorte, il filonazista Campmann, e a un matrimonio del tutto destituito di significato; lo è Elizabeth, sposa di Unger, in un’unione che appare improvvida sin dal principio. L’infertilità di tanti personaggi diviene ipostasi dell’aridità interiore di buona parte di una generazione, che sfocerà nella tragica sequenza del bombardamento di Amburgo, descritta con maestria dalla scrittrice. La Spannung del dolore che prelude alla risalita.

Anche le figure maschili restano memorabili nell’opera. Lud, il primo marito di Henny, personaggio che ha sapore eichendorffiano, è l’illustrazione del puro che gli dei amano e rapiscono alla vita troppo presto («Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνὴσκει νέος», dicevano gli antichi Greci). Il dottor Landmann, uno dei personaggi più riusciti, ebreo perseguitato sino al suicidio, è l’emblema del giusto che stoicamente sceglie la via della morte, nel tempo del Male, perché ritiene ormai preclusa la via del Bene. Rudi, l’amabile marito di Käthe, giovane dal passato incerto (e nel romanzo non manca il classico ingrediente dell’agnizione),  diversamente da Lud è il puro che il destino mette duramente alla prova, trascinandolo come un fuscello in un vortice per le vie del mondo senza ch’egli soccomba. Il finale è aperto e fa sorgere il desiderio di leggere il secondo capitolo. Un romanzo possente, spesso tendente al lirismo, dai ritmi ora lenti – quando più dolce appare “il rumore della vita” – ora incalzanti, come il lavorio inesorabile delle Parche. Un inno alla vita e all’amore che non poteva conoscere luogo di elezione migliore del microcosmo di due ostetriche tenaci.