Benedetto sia il padre


Recensione a R. Ventrella, Benedetto sia il padre, Mondadori, Mondadori, Milano 2021, Euro 18.

Benedetto sia il padre di Rosa Ventrella è un romanzo che si distingue per la forza d’autoauscultazione di un io narrante, Rosa Abbinante (onomasticamente scissa in Rosa, Rosé e Rose), paralizzato da ferite radicate nella storia familiare. “Mio padre alza le mani su mia madre”: è questa la confessione resa spontaneamente alla prostituta Marilyn dalla protagonista adolescente, confessione che echeggia subito, nella voce della stessa divenuta adulta, già nel primo capitolo. La narrazione prende infatti avvio, l’undici dicembre 2002, nel segno della constatazione del definitivo fallimento di un amore e di un matrimonio (quello dell’Abbinante con Marco) e con l’annuncio del ricovero dell’amatissima mamma.

L’opera recupera così in retrospettiva le vicende di una Rosa tredicenne, che percepisce di vivere in un “Limbo” nell’estate 1978, con la famiglia al terzo trasloco nel quartiere barese di San Nicola, speranzosa (invano) in una stabilizzazione lavorativa del padre inquieto, ora alle prese con l’attività di cucitore di reti. Giuseppe, detto Faccia d’Angelo, è la figura più enigmatica del romanzo. Sin dalle prime battute egli è stigmatizzato dalla figlia, che ne sottolinea la natura demonica, l’indole violenta, peraltro frutto dell’atmosfera percepita sin dall’infanzia. “Nella mente di nostro padre il rispetto passava attraverso l’autorità e la violenza. Era la legge del quartiere, ci diceva”. E tale legge viene chiaramente enunciata dall’io narrante al principio del capitolo quinto; è come se la brutalità nel rapportarsi all’altro – sottolinea Rosa – ti fosse “cucita addosso non appena venivi al mondo”. La tredicenne ne coglie chiaramente i segni nel paesaggio, nei gesti e nelle pose di uomini e donne del San Nicola, persino nella petulanza che traspare dalle movenze dei giochi infantili dei fratelli, Salvo e Michele. La corruzione di Faccia d’Angelo appare quindi quasi atavicamente inscritta nel suo destino, così come la rabbia per un esistere fuori chiave. La benedictio del titolo sembra pertanto inizialmente antifrastica. Rosa maledice il padre; avverte in sé il perpetrarsi del germe della sua indole malsana e si sente “carne affitisciuta”. Teme che i fratelli stessi, Salvatore soprattutto, possano ereditarne l’aggressività (in parte tale processo le appare addirittura già in atto). Eppure questo padre apparentemente vituperato è anche amatissimo da Rosa e finisce con l’assurgere a suo “mito personale”. Si legga il passo in cui la donna lo paragona a James Dean, emblema di una gioventù inquieta e ribelle, “bruciata”. “Ritrovavo in lui lo stesso sguardo sfottente e unico che lo rendeva amabile e detestabile allo stesso tempo”. Lo sguardo del padre è un altro elemento chiave dell’opera: soprattutto Rosa e Michele, continuamente svirilizzato dall’ipergiudicante istanza paterna, ne avvertono il potere pietrificante. Rivive in Giuseppe il motivo dello sguardo meduseo che la tradizione letteraria italiana aveva consacrato nell’icona della figura femminile (si pensi alla petrarchesca Laura, ma anche alle Furie dell’Inferno dantesco). L’amore verso il padre subisce una sorta di transfert nell’attrazione sensuale che Rosa avverte nei confronti di Nando, ambiguo amico di Giuseppe. Nei tratti spigolosi di quell’uomo così virile, la ragazza intravede forse l’aura stessa dell’Abbinante, lo sdoppiamento tra angelicismo fisico e demonismo spirituale.

Giuseppe ha il potere di degradare le donne di famiglia al livello di meretrici. È l’ingiuria che spesso rivolge alla moglie Agata – che non a caso ha un nome che ammicca alla verghiana Mena – e l’appellativo che rivolge a Rosa quando la vede truccarsi nella casa della prostituta Marilyn. E non è un caso che, come una sorta di doppio della figura materna veneratissima, sia proprio una meretrice colei che la tredicenne sceglierà come pressoché unica amica. La figura di Marilyn è una delle più struggenti dell’opera, con la totale mancanza di autostima che la caratterizza e la tendenza a proiettarsi in una sorta di dimensione sfuggente, eterea. Tale evasione si verifica in misura tanto più intensa quanto più la donna avverte il montare della violenza che la circonda. A Marilyn così come ad Agata è connesso il motivo dello specchio, dal valore fortemente simbolico nel romanzo. Agata rappresenta la realtà di una madre solida e positiva, che si rifugia nel canto (adora Mina) e in una piccola grotta “nella scogliera di fronte al Castello”. Tale luogo ha valenza metaforica ed è allusione al ripiegamento nell’interiorità per la fuga dal reale, così come confermato nel capitolo finale. Non è infatti casuale il fatto che la madre sia presentata come una donna costantemente in cammino, quasi percorresse – angolo dopo angolo – le stazioni di una terribile e sfibrante Via Crucis. Marilyn è l’incarnazione di come il padre sembra – agli occhi di Rosa – considerare la moglie; è quindi un’ipostasi della madre negletta, disprezzata, in cui l’io narrante vede anche il dischiudersi di un regno, quello dell’erotismo, che la respinge e l’attrae. Infatti, più volte la ragazza allude all’episodio in cui aveva assistito, non veduta, a un rapporto tra i genitori, voyeurismo che sembra contraddistinguere anche il suo relazionarsi a Marilyn, di cui spia gli amplessi con alcuni clienti, tra interesse e repulsione. L’idea che Marilyn possa essere proiezione di una figura materna distorta dallo sguardo maschile ci pare corroborata dal fatto che Giuseppe eserciti fisicamente la violenza anche su di lei, determinando il definitivo naufragio del rapporto con l’adolescente.

Marilyn racconta di avere un passato da ballerina e questo ci fornisce l’occasione per riflettere su un altro elemento ricorrente nella narrazione: la danza. Quest’ultima sembra preclusa alle donne; Marilyn ne sarà allontanata e Rosa è apostrofata in maniera ingiuriosa dal marito Marco proprio per il suo modo, agli occhi dell’uomo provocante, di ballare alla cresima della figlia Giulia. Paradossalmente la danza è spesso evocata come prerogativa degli uomini, ma è un ballare rabbioso il loro, pregno di aggressività. Penso in particolare alla danza di Giuseppe ubriaco all’inizio del capitolo quarto, che prelude all’ennesima violenza; significativo il fatto che il sensibile figlio Michele tenti di imitare i gesti del padre, ma in maniera goffa al punto “che il risultato era un susseguirsi di movimenti tentennanti e un po’ femminei”. Il ballo, nel contesto descritto da Ventrella con crudezza e delicatezza allo stesso tempo, finisce quasi con l’identificarsi con una sorta di rituale tribale, prebellico, ouverture all’oltraggio.

Altro fattore che ci colpisce la presenza di muri scrostati o sbrecciati, ulteriore segno di degrado di un quartiere in cui l’odore del sapone di Marsiglia è frammischiato al puzzo d’orina. La casa, che dovrebbe incarnare il guscio protettivo, finisce con l’essere luogo della contraddizione, minato da un germe che ne corrode le pareti. Un male che si annida nell’interiorità.

Il romanzo di Ventrella non è privo di echi rivenienti dalla tradizione letteraria italiana. La descrizione del quartiere San Nicola sembra recare memoria del manzoniano palazzotto di don Rodrigo, ma ancora più forte ci appare, tra le altre, la memoria dei Malavoglia verghiani. Un esempio su tutti il bel finale del capitolo XI; quel mare che “russava ancora in fondo alla stradicciola,” in cui “a lunghi intervalli si udiva il rumore di qualche motocicletta o di qualche auto moderna sfrecciare sul lungomare” è un chiaro omaggio al capitolo II del capolavoro verghiano. Prova ne sono anche le stelle che “ammiccavano forte”; il passo, che fu oggetto di una splendida lettura di Leo Spitzer, il quale vedeva nella Mena/Sant’Agata l’anima folklorica del borgo, è richiamato per contrasto. L’inquietudine di Mena per il padre destinato a morire in mare è funzionale, per la Rosa della Ventrella, a un’apparente dichiarazione d’odio nei confronti della figura paterna. Apparente, perché in realtà quel “Non provavo amore per mio padre, per quel corpo secco e duro, quegli occhi di ghiaccio. Odiavo la sua faccia d’angelo” ci sembra piuttosto – ed è – un disperato grido d’Amore.

L’uomo che vendette il mondo


Recensione ad A. Galano, L’uomo che vendette il mondo, Scatole Parlanti, Viterbo 2021, Euro 15.

È una storia struggente, raccontata con levità e forza al contempo, quella che Alessandro Galano costruisce ne L’uomo che vendette il mondo.

L’opera trae il titolo da una celebre ed enigmatica canzone del “Duca Bianco”, David Bowie, The Man Who Sold the World, testo in cui si stratificavano più suggestioni, compreso il bellissimo incipit di Antigonish di Hughes Mearns. Il cantautore spiegava come nella genesi del brano entrasse il complesso processo di ricerca e scoperta del Sé, movimento che – ben coglie Galano – è strettamente connesso al nostro rapporto con gli altri e con il mondo.

“I thought you died alone / A long long time ago”: sono questi i versi chiave più volte evocati dal romanzo, accanto all’immagine della pioggia incessante che causa la rottura degli argini e travolge, in un brano dei Led Zeppelin, When the Levee Breaks.

È una storia di solitudini che si intrecciano e diventano sodalità quella che Galano pennella. Eppure nemmeno la sacralità dell’amicizia, a volte, può impedire che si muoia soli, quando il fiume dell’inquietudine dilaga.

È un’inquietudine, quella che Alex – il personaggio intorno a cui ruota l’intera vicenda – si porta nel cuore, radicata nella storia familiare e sedimentatasi nella navigazione esistenziale. Il giovane cerca di placarla, accumulando esperienze e viaggi, ma lo diceva anche Orazio: “Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt”. Così, il giovane, in seguito a un’overdose di ketamina e all’investimento da parte di un’automobile, si ritroverà ricoverato in una clinica per malati psichici, Villa Navis, dove verserà in stato catatonico, apparentemente paralizzato.

Il romanzo si apre con il suo migliore amico Santo Bardi, precario docente con la valigia, altra figura di inquieto, che, recatosi a far visita ad Alex, sbaglia stanza e finisce con l’entrare in quella di una vecchia accudita da una badante albanese, Alba Laura. Fingerà che l’anziana signora sia sua zia ed entrerà in confidenza con la ragazza, stabilendo con lei interazioni sempre più delicate e intense. Nel frattempo, farà visita ad Alex, dialogherà con il direttore della clinica, il celebre neurologo Noverati, interagirà con le donne della vita sua e dell’amico: Paola, con cui Santo aveva avuto una relazione “sbagliata”, e Ida, energica sorella di Alex.

Tutto questo, mentre gli argini della memoria si rompono e gradualmente la storia di Alex, delle sue “sparizioni controllate” e della loro amicizia, riaffiora, in retrospettiva e anche grazie all’espediente del viaggio, che condurrà il protagonista a Budapest, alla ricerca della misteriosa e tormentata Agotha. Luoghi e ricordi si intrecciano: notevoli le sequenze ambientate presso la Tomba della Medusa, omaggio al sito archeologico della provincia foggiana. Il momento, seppur delineato con levitas, raggiunge il culmine nell’avvicinamento di Alex “alla statua di pietra incassata nella parte”, ulteriore declinazione del suo cupio dissolvi che sfida il superstizioso rischio della pietrificazione.

Il desiderio di autodissoluzione di Alex trova la sua oggettivazione nel simbolo marino. Il mare attraversa l’intero romanzo; l’acqua è presente pervasivamente. La clinica, Villa Navis, rimanda ossessivamente alla Narrenschiff dell’alsaziano Sebastian Brant. La pioggia accompagna un momento significativo della relazione tra Alba Laura e Santo e del resto quella dell’appartarsi di personaggi per un temporale è storia antica; Didone ed Enea ne costituiscono un antecedente illustre. Nella narrazione si colgono due momenti di estrema tensione: una prima Spannung è raggiunta nella sequenza della bufera a Marina Piccola, nel corso della quale Alex si lancia in mare, come a voler godere vitalisticamente della furia degli elementi ed esserne travolto. Santo lo segue e, più inesperto, perde i sensi, per poi risvegliarsi, messo in salvo dall’amico. “Quello fu l’ultima volta che lo vidi, prima di Villa Navis”. Questo ci sembra l’episodio più significativo; senz’altro ci troviamo dinanzi alla pagina più intensa del romanzo, carica di echi bachelardiani. “L’acqua porta lontano, l’acqua passa come i giorni. Ma un’altra rêverie si impossessa di noi, ci insegna una perdita del nostro essere nella dispersione totale. Ciascun elemento possiede una sua propria dissoluzione, la terra ha la polvere, il fuoco il fumo. L’acqua dissolve nel modo più completo. Ci aiuta a morire totalmente”, scriveva infatti l’epistemologo francese nella sua Psicanalisi delle acque. L’elemento acquatico ritornerà nello scioglimento finale, durante il momento topico del Capodanno, che si carica anche di suggestioni pirandelliane, legate all’Enrico IV. E ancora una volta Santo si troverà in pericolo.

Un bel romanzo, ben scritto, curato nei dialoghi e ricco di suggestioni culturali. Un’opera che coinvolge e induce alla meditazione, un lacerante inno all’amicizia e alla vita, che spesso rompe gli argini e ci pone al cospetto del fluire del nostro magmatico esistere.

Quello che non sai


Recensione di S. Galluzzo, Quello che non sai, Fazi, Roma 2021, Euro 16.

Vi sono libri che colpiscono per la capacità dell’autore o autrice di scavare nella psiche umana e mostrarne i moti più indecifrabili. Opere che ci inducono a meditare sulla zona d’ombra che spesso uomini e donne sono chiamati ad attraversare, a volte senza neppure avere piena consapevolezza del proprio smarrimento e del bisogno di aiuto a esso correlato.

Tra questi libri possiamo senz’altro annoverare Quello che non sai di Susy Galluzzo, edito da Fazi. Un’opera che ci ha colpito e indotto a serrati tempi di lettura, sempre con un profondo senso di straniamento per la materia e l’ottima costruzione della figura della protagonista, Michela, detta Ella.

Il romanzo si presenta nella forma di un diario in cui Ella elegge a interlocutrice la madre defunta. Il lettore scoprirà nel corso della narrazione che proprio il momento della morte della donna ha rappresentato un trauma lacerante per Michela e che probabilmente esso si pone all’origine delle sue turbe. Tra l’altro un filo sottile, ma percettibile a chi legge, connette l’evento appena citato con quello – paradossale – con cui esordisce la vicenda.

Ella è andata, secondo consuetudine, a prendere la figlia tredicenne Ilaria (“è la mia vita. E anche la mia morte”, scrive alla madre) dall’usuale allenamento di tennis. La ragazza, dal carattere difficile, reso ancor più spigoloso da un disturbo ossessivo compulsivo, è, come molte adolescenti, distratta dal suo smartphone e attraversa la strada senza prestare particolare attenzione al movimento delle automobile. Ella vede distintamente una Juke avanzare velocemente verso la ragazza e coglie come il giovane autista sia a sua volta più attento alle notifiche del suo cellulare che alla strada. Potrebbe gridare, avvisare la ragazza, ma, per ragioni che il lettore gradualmente arriverà a comprendere, è come pietrificata e lascia che sia il cane Duccio a salvare Ilaria. A partire da questo momento, il rapporto con la ragazzina sarà minato e Michela entrerà in una spirale di incomprensioni che sfoceranno nell’instaurarsi di un vero e proprio inferno domestico. La relazione con suo marito Aurelio, già tacitamente in crisi, si sgretolerà, complice l’apparire all’orizzonte del pugliese Federico. L’intervento della terapeuta Rebecca Castelli, esperta nel curare disturbi psicologici dell’età adolescenziale, sembrerebbe poter riportare la pace nella burrascosa famiglia, ma non vogliamo aggiungere altro, lasciando ai lettori il piacere di scoprire l’evoluzione degli eventi.

Il romanzo è chiaramente costruito in soggettiva. La scelta di Michela come narratrice interna orienta sin dal primo momento le reazioni di chi si accosta all’opera. Si ha subito la tendenza a solidarizzare con Ella; a cogliere come il suo disagio sia figlio di un’esistenza trascorsa ad annullarsi per costruire una confort zone all’inquieta Ilaria e al poco presente Aurelio, il padre buono. Si è indotti persino a giustificare il poco comprensibile gesto iniziale: l’omissione di un grido che sarebbe stato la reazione più naturale al pericolo corso dalla figlia. Poi gradualmente si colgono e meglio si comprendono i comportamenti della donna. Michela soffre di una mania di controllo analoga a quella di Ilaria e diversamente declinata. Le ferite che hanno solcato la sua anima ne hanno fatto una creatura perennemente sull’orlo dell’abisso. Emblematica a tal proposito la percezione che ha di Rebecca Castelli come una nemica, una donna insinuatasi nella sua quotidianità non per rendere più serena la vita di Ilaria per effetto della terapia, ma addirittura per sostituirsi a Ella nell’affetto della tredicenne e persino di Aurelio. Si arriva a momenti in cui la distorsione del reale è totale, ma il lettore ingenuo stenta a rendersene conto, proprio in virtù del fascino che caratterizza la figura di Michela. Alcune vicende porteranno a una graduale presa di distanze dal personaggio, che – proprio nell’istante in cui il fruitore dell’opera ha chiaro che essa abbia raggiunto il suo punto più basso – ti sorprende per il coraggio improvvisamente dimostrato. In più, l’autrice riesce a introdurre anche un elemento suscitatore di suspense: un misterioso uomo con la maglia rossa che si materializza nei momenti topici per Ella e pare spiare le sue azioni.

Insomma, un romanzo affascinante, molto ben scritto, in cui curatissima appare la costruzione anche di Ilaria, con Galluzzo che riesce decisamente felice nella documentata delineazione delle caratteristiche del D.O.C. adolescenziale. Uno struggente duetto madre-figlia all’insegna delle incomprensioni e di un odi et amo che, come sempre, cela l’amore più profondo e disperato.  Un’opera dal finale lacerante, in cui una scomparsa improvvisa e inopinata appare, distintamente, il preludio di una speranza.

Le rovinose


Recensione di C. D’Angeli, Le rovinose, Il ramo e la foglia, Roma 2021, Euro 17.

È un’opera che cattura gradatamente l’interesse del lettore, sino ad avvolgerlo sempre più nelle spire di una storia di grande drammaticità, questo romanzo di Concetta D’Angeli.

Il titolo, estremamente significativo ed evocativo, Le rovinose, allude – credo – ai “fallimenti e alle ossessioni autodistruttive” che connotano le due protagoniste della vicenda, Silvana e Clara.

Scenario che fa da sfondo all’incontro tra le due donne, le quali stringeranno un rapporto che solo apparentemente diverrà più sfilacciato dopo il matrimonio della seconda col nobile e inquieto Annibaldi, è la città di Siena. Luogo a cui Silvana appare profondamente legata: “amava la purezza della lingua che ci si parla (…); spiantata com’era le pareva d’essere una nobildonna medievale ogni volta che apriva bocca; si sentiva protetta dalla sua città, chiusa nelle mura e nelle tradizioni antiche, dove tutti si conoscono”. “All’arcaica eleganza” della parte più nobile della città si contrappone il degrado dell’appartamento di via Bucalossi, che Clara condivide con coinquiline ‘spilorce’: “puzza di cucinato che appestava le scale, corrimano di plastica sulla ringhiera (…)”. eppure questo miserevole scenario diviene teatro dell’epifanica apparizione della “Bell’e Grulla” (come viene crudelmente soprannominata) Clara, il personaggio più affascinante e struggente del romanzo.

La ragazza, bellissima quanto Silvana si percepisce anonima e poco attraente, racchiude nel cuore un vulnus, legato alla perdita precoce di una madre amatissima, russa (sarà infatti la funzione di traduttrice occasionale di Clara a far incontrare le due donne) e divoratrice di romanzi. Una madre che da bambina era stata costretta a spiare a causa della gelosia morbosa di un padre violento e incapace di tenerezza. Per la giovane, fuggita dalla nativa Sassetta, l’amore si è sin dal primo momento rivelato strettamente correlato al dolore, alla pulsione all’autoannientamento. Gradualmente Silvana si scoprirà innamorata di Clara, ma il matrimonio di quest’ultima con il nobile Annibaldi – dal passato oscuro caratterizzato da legami terroristici – porterà l’amica a trasferirsi in Puglia col marito. Silvana, a sua volta, cercherà di concretizzare il suo sogno di diventare architetto e di vivere legami amorosi con altre donne.

Non staremo qui a fornire ulteriori informazioni sulla trama, perché auspichiamo che sia il lettore a scoprire gli sviluppi della vicenda. Ci soffermeremo, invece, sui fattori di pregio di questo bel libro. Interessante è la tecnica narrativa, con l’alternanza della narrazione in terza persona a momenti, frequenti, in cui Silvana funge da io narrante. Questi passaggi a volte avvengono con estrema rapidità, talora all’interno del medesimo periodo, suscitando una continua sensazione di straniamento. Efficace è anche il montaggio delle sequenze della storia, affidato ad analessi figlie dell’affiorare dei ricordi della protagonista, ma anche ai suoi dialoghi con figure importanti nel corso della vicenda, come l’amica Dorina. Curiosa è anche la presenza di una “parentesi metanarrativa” in cui l’autrice giustifica il suo intervento diretto allo scopo di chiarire le ragioni del comportamento, altrimenti inspiegabile (e in ogni caso dissociato), di Lorenzo Annibaldi. Nel finale, poi, la narrazione – inframmezzata già precedentemente dalle ambigue lettere ‘pugliesi’ di Clara – assume una forma diversa: D’Angeli riporta pagine di diario di quest’ultima, un vero e proprio memoriale inviato dalla masciara Filomena Saponaro a Silvana. Proprio quest’ultimo può considerarsi il fattore d’innesco dell’onda lunga e dolorosa della memoria che genera l’intera narrazione. Interessante anche la cronologia che l’autrice fornisce a conclusione del romanzo, a rendere ragione degli eventi che hanno insanguinato l’Italia dal 1976 al 1988. Infatti, la microstoria delle rovinose si rinsalda alla macrostoria del Paese negli anni di piombo, con gli attentati terroristici e le stragi di matrice mafiosa. Una violenza collettiva che si riverbera nel quotidiano dei soprusi patiti in particolar modo da Clara, che l’immaginario maschile crede di poter modellare a suo piacimento: emblematica, in tal direzione, la delirante metafora alchemica ossessivamente richiamata da Lorenzo, che di fatto si traduce nella demolizione psicologica dell’‘amata’.

D’Angeli costruisce sapientemente l’architettura del romanzo, che ha il pregio di uno stile asciutto, incline alla mimèsi nei dialoghi e fortemente evocativo nelle sequenze descrittive e riflessive. Si segnala anche la presenza del dialetto salentino, ulteriore fattore di isolamento, nella masseria pugliese in cui vive col marito, per il personaggio di Clara, circondata da persone mute o che parlano un idioma a lei incomprensibile. Il fattore linguistico – non a caso – aveva rappresentato una causa di isolamento anche per la madre della ragazza; la tata Cesira, infatti, dice questo a proposito della donna: “Eppoi non sapeva parlare, l’italiano l’ha imparato poco; col marito e la figliola, quando nacque, faceva uno gnaulìo… la lingua sua, il russo, pare il verso dei gatti, quant’è brutto!”

Una storia che induce a riflettere, pennellando un mondo di figlie che perpetrano, in un neppure tanto inconscio desiderio di dissoluzione, il triste destino delle madri o che, all’apparenza, cercano di emanciparsene, per poi trovarsi, d’improvviso e inopinatamente, a scoprire di aver amato quelle figure di cui avevano rifiutato lo stile di vita. Un racconto capace di avvincerti e spiazzarti, mentre ti conduce tra scenari di degrado che si rivelano libertari per poi svelarti, al contrario, la chiusura asfittica dei palazzi nobiliari e persino dell’apparente ariosità di una masseria immersa nella natura.

La figlia unica



Recensione a G. Nettel, La figlia unica, traduzione di Federica Niola, La Nuova Frontiera, Roma 2020, Euro 16,90.

Un’opera intensa e spiazzante il romanzo di Guadalupe Nettel intitolato La figlia unica.

La vicenda ruota principalmente intorno a due figure femminili e al microcosmo che le circonda. Laura e Alina sono amiche di vecchia data; hanno condiviso l’ardore dei viaggi, le ambizioni carrieriste e la tendenza a respingere l’esperienza della maternità come una limitazione della libertà individuale (oggi è un tema decisamente in auge).

Nel momento in cui le due donne si separano, perché Alina è rientrata a Città del Messico e ha avviato la relazione con Aurelio e Laura sta concludendo le sue ricerche a Parigi, le loro idee in tal direzione finiscono col divergere. Tentata dall’esperienza del rapporto apparentemente appagante con Juan, Laura sembra vicina a capitolare e, proprio per rimuovere il problema alla radice, prende la drastica decisione di farsi legare le tube. Quando comunica all’amica l’attuazione di tale idea, rimane basita nello scoprire che Alina, invece, vuole a tutti i costi diventare madre e, data l’inefficacia dei tentativi precedentemente messi in atto, intende affidarsi a un programma di stimolazioni ormonali. Quando finalmente riesce a restare incinta, Laura è felice per lei, ma presto la gioia per l’imminente nascita di Inés sarà compromessa dalla rivelazione che, a causa di una grave malformazione encefalica, la piccola è destinata a morire subito dopo la nascita. Inizia così per Alina e Aurelio la difficilissima elaborazione di un lutto ancora di là da venire e che pure appare inscritto nel loro destino, dato che, in tempi non sospetti, i tarocchi avevano fatto balenare a Laura il fatto che l’amica sarebbe stata chiamata ad affrontare una difficilissima crisi. Eppure Inés nasce e misteriosamente, con tutti i gravi limiti e i rischi legati alle sue problematiche, si lega disperatamente alla vita, dimostrandosi una lottatrice infaticabile. Non riveliamo ciò che seguirà, che passerà anche attraverso l’assunzione della bambinaia Marlene, personaggio complesso, per consentire ad Alina di continuare a portare avanti la sua professione. Nessun evento miracoloso – intendiamoci – ma quei piccoli grandi passi che la dignità del coraggio determina.

D’altro canto, per Laura diventerà fondamentale il rapporto con un’altra figura femminile, Doris, la sua vicina, vedova e con un figlio, Nicolás, che – come il marito della donna – è soggetto a momenti di sconforto e rabbia che sfociano anche in violente crisi. Paradossalmente, Laura – cui è affidato il ruolo di io narrante – si accorgerà che il concetto di maternità, che non può essere limitato alla mera biologia, possa estrinsecarsi in mille rivoli. Lei, che odiava la rumorosità dei bambini, si scoprirà legata al piccolo vicino che inizialmente aveva reputato irritante, perché ne coglierà l’umana fragilità, il bisogno irrefrenabile d’amore.

Del resto, tutto il romanzo è una coraggiosa operazione di scardinamento degli stereotipi e delle idee preconcette, mostrando come la vita dell’uomo sia una sequela di cambiamenti a cui seguono nuovi adattamenti. Emblematico è il rapporto di Laura con i piccioni che hanno nidificato sul suo balcone. Inizialmente li scruta con fastidio: sono i “topi dei tetti” e i loro escrementi sono tossici o meglio è quello che ‘ha sentito dire’. Poi si scopre a spiare il rito della deposizione delle uova e finisce con l’affezionarsi ai suoi ‘inquilini’ e alla strana famiglia che hanno creato. Laura, infatti, da alcuni indizi, arriverà a ipotizzare che per gli inquilini del suo balcone si sia verificato un episodio di “parassitismo di cova”, ossia quel fenomeno in base al quale alcuni uccelli “depongono le proprie uova nei nidi di quelli di altre specie e lasciano a essi il compito di covarle e di allevare i piccoli”. E paradossalmente questo elemento diviene una metafora alla luce della quale leggere l’intero romanzo. Alina e Aurelio si trovano a gestire una “figlia unica” che non è come l’avevano immaginata e desiderata, ma è la vita che spesso ci conduce a questo; Laura, che non desiderava essere madre, diviene il punto di riferimento, a causa della depressione di Doris, per il piccolo Nicolás e scoprirà – in analogia con i piccioni del suo balcone – che l’amore può assumere le forme più disparate e si manifesta quando meno lo si attende.

Insomma, un libro stimolante, che – con grande equilibrio – decostruisce ideologemi basati su autonarrazioni individuali destinate a sgretolarsi al cospetto del rumore dell’esistere. Il tutto con la forza di uno stile senza orpelli, ma dotato di una sua sommessa poesia, e con un’attitudine all’introspezione che si rivela una carta vincente.

La trasparenza del buio


Trasparenza del buio

Recensione a R. Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani, 2014, Euro 15.30.

È un romanzo spiazzante La trasparenza del buio di Roberto Pazzi. Il lettore potrà echianamente accostarvisi come a un banchetto imbandito a più livelli.

Quello che traspare in superficie sono le inattese, forse anche improbabili, occasioni di amore omoerotico che incrociano la strada di un sessantenne professore universitario, il protagonista Giovanni. Un uomo che, dopo aver represso per anni la sua sessualità, si ritrova a passare da avventure consumate nella clandestinità a tre esperienze concomitanti, ciascuna delle quali potrebbe rappresentare la via che, in maniera inopinata, e ormai magari anche insperata, ti conduce a una possibile, per quanto effimera, felicità. Luca, il caramellaio di Ruina, fortemente virile, una passione per uomini che potrebbero essergli padri e un vago sentore di mina vagante; Pierre, il “cortese parigino”, lo stilista sensibile, ma con qualcosa di irrisolto; Eros, lo studente, un amore fresco, a suo modo virginale e puro. E il protagonista si convince sempre più di essere vicino alla fine, quando il “buio della sessualità” emerge in tutta la sua ‘trasparenza’ e si cerca di cogliere gli ultimi sussulti di vitalità, prima del tramonto finale.

Il piano che solo un lettore più attento può arrivare a cogliere è quello dell’esistenzialismo, della meditazione sulla vita e sul potere della letteratura, della perenne confusione tra realtà e costruzione mentale, fattore che emerge nel finale. Surreale e aperto, in Ringkomposition esso rievoca le figure dei nonni e sembra quasi riannodare il destino del protagonista proprio alla donna di cui porta il nome. Giovanna Sinnott, detta in famiglia Giovanna la pazza, protagonista della sequenza iniziale, caratterizzata da una folle fuga dalla dimensione domestica e quotidiana, nel fragile e impossibile sogno di cantare, giunta ormai all’occaso, l’aria di Violetta con movenze da Carmen, lei che aveva rinunciato alla carriera di soprano. Poi lo schianto tra realtà di fatto e realtà di immaginazione, la delusione della generosa follia che è malia e sottrae al tempo dell’alienazione…

Il mal di testa che accompagna il protagonista nel finale, e che lo accomuna alla nonna al tempo della sua malattia, ci induce fortemente a meditare sulla veridicità delle immagini che la voce che dice “io” racconta. Tanto più che, a ben leggere, Eros appare un doppio di Luca, depurato dai tratti di cinismo e purificato, e il doppio, si sa per effetto della tradizione (Otto Rank insegna), non coesiste mai col suo alter ego e spesso esiste solo nella mente di chi lo concepisce. Così il lettore smaliziato è portato a dubitare di quanto il narratore, inattendibile, ha raccontato, sempre sospeso tra onirismo e realtà. E magari poi la storia dei tre amanti è tutta vera, ma alla fine il dubbio ti coglie ed è senz’altro uno dei motivi di maggior fascino di questo romanzo.

Un romanzo che scorre brillante e si legge con vero piacere, sia che si parli metaletterariamente di Buzzati e del “tema buzzatiano dell’attesa della gloria” sia che il racconto proceda nelle sue volute, ora torbide ora venate di senso d’ali. Molto convincenti i monologhi di sapore joyceano di Milena, l’amica-amante che consuma il tempo dell’attesa.

 Il linguaggio è spesso mimetico, ma non di rado s’innalza ed efficacissimo è l’uso del veneziano di nonna Giovanna, nella prima sezione. Quest’ultima ha il dono di una bellezza straniante, che però Pazzi non manca abilmente e provocatoriamente di sconciare con la scena della toilette. Perché, in fondo, la commistione di etereo e terragno è insita in noi; è la trasparenza del nostro buio, cui non mancano colori di struggente luce.

Turbolenza


Turbolenza
Recensione a D. Szalay, Turbolenza (Turbulence, 2018), Milano, Adelphi, 2019, traduzione di Anna Rusconi, Euro 14.
È un’opera affascinante Turbolenza di David Szalay, scrittore canadese di cittadinanza ungherese.
Un romanzo sui generis che, in un curioso passaggio di testimone tra personaggi da un capitolo all’altro, e con una struttura a tratti allusiva alla cobla capfinida, ci conduce a esplorare mondi interiori sorprendenti, assumendo come punto di partenza una turbolenza sul Golfo di Biscaglia. L’incontro fortuito in aereo tra due vite, destinate a sfiorarsi senza davvero compenetrarsi, dà avvio a una coinvolgente staffetta. In ogni capitolo, un personaggio entra in relazione con un altro, che poi Szalay segue nel capitolo successivo e così sino alla fine, quando – con un coup de théâtre – l’orditura dell’opera svela la sua Ringkomposition.
Filo conduttore i voli aerei su cui le figure illuminate da Turbolenza salgono, in un percorso che dall’Europa conduce all’Africa e all’Asia (persino in Vietnam o in Qatar), per poi concludersi nuovamente nel Vecchio Continente, nella medesima abitazione (o, meglio, fuori dalla stessa) in cui la narrazione aveva preso avvio.
Molteplici sono i motivi che si affacciano nell’opera, ma, su tutti, svettano le insondabili e inesauribili alchimie del caso. Lampante è l’esempio dei primi tre capitoli, che muovono dall’immagine di una donna tormentata da foschi presagi in merito alla malattia del figlio, per poi puntare l’obiettivo sulla vicenda – lasciata abilmente intuire da Szalay – dell’uomo che viaggiava accanto a lei, il quale, inconsapevolmente, in quei momenti stava effettivamente perdendo il suo amatissimo figlio. Il quindicenne era stato investito, infatti, dal taxi su cui viaggiava Werner, il protagonista del terzo capitolo, indotto – in occasione del tragico evento di quel giorno – a ripensare alla sorellina morta all’età di tre anni e poi spinto, così, quasi per colmare un vuoto divenuto bruciante, ad accompagnarsi a una sconosciuta, della stessa età che avrebbe avuto la fanciulla se non fosse annegata. E così via, sino all’ultimo capitolo. Complessità dei rapporti tra fratelli, spesso materiati di rimpianti e di piccoli e grandi malintesi; violenza patita tra le mura domestiche dalle donne, magari vittime di un machismo esibito al fine di celare altre fragilità; persistenza del pregiudizio nei confronti della diversità, sia l’handicap inatteso di un figlio o l’origine straniera di un genero rifugiato. Sono questi i tasselli che compongono il mosaico delle turbolenze, reali o metaforiche (e non per tal motivo meno dolorose), pennellate da Szalay con abilità, eleganza e discrezione. Il continuo mutamento del punto di vista ci induce a esercitare l’arte dell’intus legere, abbracciando la prospettiva dell’alterità e rifiutando di attenerci al crisma fuorviante dell’apparenza.
L’opera è pienamente riuscita e denota numerosi aspetti pregevoli. Emerge la capacità dell’autore di catturare l’attenzione del lettore anche con i pochi, ma sicuri, tratti che delineano i singoli personaggi e le vicende fatte ‘annusare’. Valide le pitture d’ambiente, dalle atmosfere africane alla povertà della casa di Kochi (India), con “il pavimento in cemento” ridotto a “una complicata carta geografica di crepe e macchie”, sino poi al melanconico finale londinese. Qui si legge uno dei passaggi più belli di tutto il romanzo, che in generale si segnala per la cura nell’elaborazione stilistica: “Nel cielo si muovevano le nuvole, il sole andava e veniva, e quando furono all’angolo il vento fece volare i fiori da tutti gli alberi della via”. E quest’immagine di caducità si imprime nella memoria, con la netta sensazione che questa nostra esistenza sia un caotico flusso, inesplicabile e bellissimo, che si dispiega con coraggio, nella turbolenza e nel sorriso accondiscendente del cielo padrone.

Figlie di una nuova era


 

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Recensione a C. Korn, Figlie di una nuova era, traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi, 2018, Euro 10,99.

È intenso e avvincente questo Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo capitolo di una trilogia che segue le vicende di quattro donne e delle figure loro legate nel corso del Novecento, accompagnandole – il primo volume – dal marzo 1919 al dicembre 1948.

Le donne pennellate dalla scrittrice di Düsseldorf nel suggestivo scenario amburghese sono figure a tutto tondo, ciascuna con una spiccata personalità. Lina, sognatrice e capace di andare oltre le convenzioni; Henny, coraggiosa e generosa; Käthe, anticonformista e combattiva, nonostante le sue fragilità; Ida, apparentemente viziata e frivola, ma più intelligente e sensibile di quanto possa sembrare… Il lettore entra nel loro mondo in punta di piedi e in principio potrebbe riscontrare anche delle difficoltà a orientarsi in questo brulicare di personaggi, tutta una varia umanità racchiusa tra le pagine del libro. Poi, ci si acclimata e la forza della vicenda ti trascina, soprattutto con l’avanzare del nazismo, dinanzi alla quale i personaggi rivelano la loro essenza. Emerge così un’immagine ben diversa da quella di una Germania prona alla follia nazionalsocialista e partecipe dell’orrore tra l’ignavia e l’esaltazione.

Emblematica è la sequenza in cui Henny, la più intensa tra queste figure, nell’aprile 1933, costringe un inopportuno giovanotto delle SA – lo stesso che boriosamente, e inutilmente, aveva appena cercato di impedirle di mettervi piede – a mantenerle la porta mentre entra nel negozio di stoffe di alcuni ebrei. Käthe, con la sua sincera adesione al comunismo; sua madre, Anna, che non esiterà a mettere a rischio la propria vita per proteggere un giovane disertore… Sono tutte donne che manifestano come, anche nel generale obnubilamento delle coscienze, vi possa ancora essere luce nell’animo umano.

Non è un caso che le due protagoniste, Henny e Käthe, siano ostetriche e quindi si adoperino, insieme a medici come Landmann e Unger, per garantire la nascita e la preservazione della Vita. Paradossale è che Käthe sia però incapace di generare ella stessa la vita e questo destino toccherà anche ai due medici, non a Henny, condannata però alla sfortuna in amore. Quest’ultima si palesa sin dal principio del romanzo, quando ti aspetteresti che l’ostetrica coroni l’attrazione che sembra legarla al suo dottor Unger e, invece, tale coppia, attesa, forse anche desiderata, dal lettore tarderà ad assumere consapevolezza del proprio legame. Il fattore sterilità, invece, è suggestivamente uno dei Leitmotive dell’opera: infertile è Käthe; crede di esserlo Ida e, al contrario, l’infertilità è legata al suo consorte, il filonazista Campmann, e a un matrimonio del tutto destituito di significato; lo è Elizabeth, sposa di Unger, in un’unione che appare improvvida sin dal principio. L’infertilità di tanti personaggi diviene ipostasi dell’aridità interiore di buona parte di una generazione, che sfocerà nella tragica sequenza del bombardamento di Amburgo, descritta con maestria dalla scrittrice. La Spannung del dolore che prelude alla risalita.

Anche le figure maschili restano memorabili nell’opera. Lud, il primo marito di Henny, personaggio che ha sapore eichendorffiano, è l’illustrazione del puro che gli dei amano e rapiscono alla vita troppo presto («Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνὴσκει νέος», dicevano gli antichi Greci). Il dottor Landmann, uno dei personaggi più riusciti, ebreo perseguitato sino al suicidio, è l’emblema del giusto che stoicamente sceglie la via della morte, nel tempo del Male, perché ritiene ormai preclusa la via del Bene. Rudi, l’amabile marito di Käthe, giovane dal passato incerto (e nel romanzo non manca il classico ingrediente dell’agnizione),  diversamente da Lud è il puro che il destino mette duramente alla prova, trascinandolo come un fuscello in un vortice per le vie del mondo senza ch’egli soccomba. Il finale è aperto e fa sorgere il desiderio di leggere il secondo capitolo. Un romanzo possente, spesso tendente al lirismo, dai ritmi ora lenti – quando più dolce appare “il rumore della vita” – ora incalzanti, come il lavorio inesorabile delle Parche. Un inno alla vita e all’amore che non poteva conoscere luogo di elezione migliore del microcosmo di due ostetriche tenaci.

Il serenissimo borghese


Raunceroy

Recensione a Alberto Frappa Raunceroy, Il serenissimo borghese, Arkadia, 2012, Euro 6.99

Riesce a tener desta l’attenzione del lettore questo bel romanzo di Alberto Frappa Raunceroy, friulano residente a Udine, edito nel 2012 da Arkadia e poi ripubblicato da Solfanelli.

Il serenissimo borghese è un romanzo ispirato alla vita di Ludovico Manin, ultimo doge della Repubblica di Venezia, caduta il 15 maggio, con successivo ingresso in città del Bonaparte. Si attendeva una democratizzazione della vita politica del centro lagunare e invece, nel 1798, il Trattato di Campoformio sanciva la grande delusione: Venezia era ceduta all’Austria e il cognato di Manin, Francesco Pesaro, divenne commissario straordinario per Venezia e la Terraferma.

Muovendo dai dati storici, Frappa Raunceroy arabesca, componendo un’opera pregevole sia stilisticamente che nell’architettura compositiva.

Nella prima sezione del romanzo, il personaggio del Procuratore di San Marco, futuro doge, si muove in sordina, con la sua dedizione al lavoro e la visione del mondo fortemente improntata alla morale cattolica. Tale caratteristica lo fa apparire agli occhi altrui (persino della moglie) ben più clericale nell’aspetto del fratello Lauro, sacerdote dedito agli amori maschili, con speciale predilezione per i proletari giovani e belli. A dominare, invece, è la figura della sposa di Manin, Elisabetta Grimani, personaggio a tutto tondo, che si muove rispondendo non alla logica del decoro formale, ma alle spinte affettive, alla passione per l’arte (si pensi ai dipinti della ritrattista settecentesca Rosalba Carriera), a una selettività nelle compagnie. Quest’ultimo aspetto la indurrà a privilegiare la compagnia di Alphonsine, nobile francese decaduta, ribattezzata con disprezzo dai parenti “Marchesa Onavé” (per la sua costante rammemorazione del fulgore passato della condizione aristocratica, icasticamente espresso con la formula “On avait”). Soprattutto, Elisabetta coltiva nel suo cuore il desiderio di ricongiungersi alla figlia, l’unica, che crede esserle stata sottratta in fasce per effetto del moralismo bigotto e dello smisurato senso dell’onore familiare dalla suocera-padrona, Lucrezia Basadonna. Figura quest’ultima che, pur morta ai tempi della narrazione, aleggia costantemente tra le pagine del romanzo. La riottosità di Elisabetta ad adattarsi al contesto straniante della famiglia del marito si ipostatizza nella repulsione per le stanze della, al suo sguardo, cupa villa di Passariano (poi idealmente ‘violate’ da Napoleone nella seconda parte del romanzo) e nel bacio mortifero dell’epilessia, male che la espone a continue crisi sino al momento della morte, in cui il romanzo vive un momento di svolta. Se la prima sezione, infatti, si era fondata su una focalizzazione interna atta a privilegiare la figura di Elisabetta, ora protagonista della narrazione diviene proprio Manin, in un percorso che lo indurrà, nella progressiva esautorazione dalle occupazioni pubbliche, a riappropriarsi degli spazi privati. Raggiungerà così compimento – nel momento in cui perderà le insegne dogali – quel moto d’amore che lo ricongiungerà idealmente alla defunta consorte e lo spingerà a riappropriarsi, tardivamente, della paternità negata. Così il Doge tutt’altro che “serenissimo” acquisirà una parvenza di felicità proprio nella dimensione del vivere borghese, in compagnia di quegli affetti che il tempo edace non avrà potuto cancellare.

È un romanzo complesso quello di Frappa Raunceroy. Ci muoviamo su scenari resi celebri dalla storia ed è bello l’emergere di figure come Napoleone, presentato secondo una prospettiva insolita, persino vittima di una sorta di ideale scambio di ‘scortesie a distanza’ con madama Caterina Pesaro, la cognata del Doge. Suggestivo il trascorrere dei veneziani dalle malie carnascialesche, vissute in un’ebrezza dimentica del pericolo, alla dimensione dell’incertezza per un futuro inizialmente indecifrabile. Affascinante lo stile, connotato da fluida eleganza; notevole la capacità introspettiva, che offre una galleria di personaggi molto ben caratterizzati e tutt’altro che stereotipati. Memorabili gli scenari, dalla proprietà di Passariano, dominata dall’icona della Basadonna, ai bassifondi di Venezia; per non parlare della celeberrima Villa Barbaro, che fu proprietà dei Basadonna e poi dei Manin. Nella sezione che s’avvia alla conclusione, Alphonsine leva lo sguardo e vede “la nobildonna in azzurro e perle che sporgeva dalla balaustra e guardava verso di loro” e la memoria del lettore subito identifica l’affresco di Veronese che rappresenta Giustiniana Giustiniani e la nutrice. E, nel finale, egli non può non solidarizzare con una figura che, seppur vinta dalla storia, Frappa Raunceroy ha insegnato ad apprezzare, pennellandola con tratti di onestà e generosità.

Io non sono Clizia


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Recensione a V. Traversi, Io non sono Clizia, Raffaelli, Rimini 2019, Euro 20.
Io non sono Clizia, pubblicato da Valeria Traversi con l’editore Raffaelli, è un lavoro pregevole e raffinato: una gemma per gli amanti delle lettere e i cultori di Eugenio Montale.
L’autrice è docente di ruolo di lettere nella secondaria di I grado. Studiosa di valore, ha all’attivo volumi come Farfalle di spine. Poesie della Shoah (Palomar), antologia commentata, poi ampliata e ripubblicata con la Stilo con il titolo di Margherite ad Auschwitz (2014). I suoi interessi critici spaziano da Dante a Ungaretti, da Montale a Primo Levi.
Come Traversi precisa, Io non sono Clizia è un romanzo: “è la mia storia, il mio Arsenio, la mia Irma”. Illuminante ai fini della comprensione dell’operazione compiuta risulta la Nota dell’autrice, cui segue una dettagliata esplicitazione delle Fonti del volume. Punto di partenza le lettere, edite da Rosanna Bettarini (Mondadori, Milano 2006), di Eugenio Montale a Irma Brandeis, figura che si cela dietro il senhal della ninfa ovidiana mutata in girasole. Le lettere furono consegnate dalla studiosa americana, di origine ebraica, al fiorentino Gabinetto Vieusseux, teatro del primo incontro tra i due. Non si posseggono, invece, con l’eccezione di una, le lettere della dantista al poeta, che potrebbe averle distrutte. Alla luce della bibliografia sulla Brandeis (importante, tra gli altri, un volume del 2008, curato da Marco Sonzogni, anche prefatore di Io non sono Clizia), delle lettere montaliane – a tratti rimaneggiate per un migliore amalgama della struttura romanzesca – e di quel sentire en artiste che ricostruisce emozioni e sensazioni muovendo dalle pieghe della storia, Traversi ha cesellato quest’opera. Un romanzo che si connota per la lucidità e la forza dell’introspezione psicologica; adottando il punto di vista della Brandeis, che nell’immaginario collettivo si confonde con i tratti a volte evanescenti di Clizia (colei che il non mutato amor mutata ‘serba’), l’autrice dona voce e verità a un’intellettuale che ha ricoperto un ruolo tutt’altro che secondario nella storia della letteratura internazionale.
Dalla prospettiva della Brandeis, tanto Arsenio – il suo modo di chiamare Montale, dal nome del personaggio di un celebre testo del poeta ligure – quanto Drusilla-Mosca, compagna e poi moglie del poeta, vengono esaminati secondo una luce particolare. Emergono le fragilità dello scrittore e il suo amore profondo verso la Brandeis, sentimento che non riesce a trovare coronamento nella realtà e si sublima nella lirica. Qui la donna dagli occhi acquamarina assurge a visiting angel, a vessillifera di una “religione delle lettere”, tuttavia insufficiente a ostacolare il dilagare del Male nella storia. Affiora un’immagine straniante anche della Tanzi, la donna cui lo scrittore avrebbe dedicato alcuni tra i versi d’amore più struggenti della storia, segnalando la saggezza quotidiana che rendeva le pupille di Mosca, tanto offuscate, ben più capaci di altre nel cogliere e decrittare reale. Bisogna ovviamente precisare come sia appunto l’adozione del suggestivo punto di vista di Irma a indurre a tali esiti.
Eppure in questa vicenda di amore e poesia, pennellata con lirismo dalla Traversi, non c’è spazio per meschine recriminazioni. Dal primo incontro ai momenti trascorsi all’Annalena – a tal proposito ci piace menzionare la bella fotografia di Daniele Maria Pegorari in copertina –, dalle ore presso l’Hotel Bristol al saluto fugace (con il treno inghiottito da “una gran nube di vapore”), il respiro della storia è quello della poesia. Ripercorriamo i motivi genetici di capolavori come Ti libero la fronte dai ghiaccioli… o la superba Primavera hitleriana, con Hitler-“messo infernale” e la partenza di Clizia, poi destinata, in modo affine alle foscoliane Grazie, all’approdo in un oltrecielo. Ed è un solido punto di forza questo magico intreccio di vita e letteratura, per cui colei che non faceva che ricusare l’identità di Clizia, in cui non credeva di non riconoscersi, giungerà al fatidico dono delle lettere di Eugenio al Vieusseux. Sarà questo l’approdo di un dialogo d’amore che appariva interrotto e invece era proseguito, a dispetto di tutto (anche della consapevolezza degli stessi protagonisti), a distanza. A chiarire le motivazioni del dono, il confronto con l’amata figura di Dante: “forse anche per Montale”, si dirà la donna, “forse anche per Montale vale ciò che il poeta stesso aveva riconosciuto a Dante: è necessario conoscere le circostanze biografiche per comprendere davvero la sua poesia”. Poesia straordinaria, pietra miliare della nostra letteratura. Con una citazione l’opera si conclude, uno struggente passo tratto dallo shakespeariano Racconto d’inverno, tradotto dallo stesso Montale. O forse no; direi che Io non sono Clizia non si conclude. La battuta finale riannoda la storia al momento del primo magico incontro. Un incontro che rivive, attimo dopo attimo, ogni volta che riecheggiano versi come questi, meravigliosi, del poeta genovese: “Ho tanta fede in te / che durerà / (è la sciocchezza che ti dissi un giorno) / finché un lampo d’oltremondo distrugga / quell’immenso cascame in cui viviamo”.