Rethorica novissima


Recensione a G. Alvino, Rethorica novissima, Il Ramo e la Foglia, Roma 2021, Euro 12.

È un libro complesso e ingegnoso al contempo questo di Gualberto Alvino, che ammicca all’esperienza dei Novissimi ma con lo sguardo alla tradizione retorica, tra l’altro in una sorta di pervasività della presenza di echi di studi filologici e di metodologia della critica letteraria.

L’autore, studioso che non a caso ha approfondito “gli irregolari della letteratura italiana”, costruisce un’opera di cui bene la prefazione di Francesco Muzzioli riesce a evidenziare le dinamiche.

Il libro è tetrapartito, suddiviso com’è in quattro sezioni, Salvo trasgredir parola, Epigrammi, Humanitas e Varianti formali. Lo stile è sorvegliatissimo e costante è l’attitudine sperimentale, con la parola che si spinge spesso ai limiti dell’indicibile e non di rado sfocia nell’afasia e nell’incompiutezza. Questo perché la filologia d’autore ci insegna che non sempre gli originali si presentano in forme conchiuse: talvolta recano tracce evidenti del travaglio di una scrittura tormentata; talora versano in uno stato magmatico, anche larvale in alcuni casi, da cui lo studioso non può far scaturire l’ordine se non a prezzo di forzature o addirittura di falsificazioni.

Il discorso di Alvino si presenta quale flusso ininterrotto, non di rado, come si diceva, abbandonato in un punto qualsiasi del suo sviluppo. Non interviene la punteggiatura a orientare l’itinerario del lettore, che s’immerge nei versi, ora ne smarrisce il filo che conduce l’onda, ora vi si ritrova all’improvviso e sente balenare l’urgenza dell’idea. L’espressione di un frenetico vivere, continuamente intossicato da un’ossessiva inchiesta di senso destinata a non essere mai pienamente soddisfatta; l’uomo si sforza di introdurre l’ordine nelle cose, proprio come il filologo innesta l’interpunzione, gli accenti, distingue la u dalla v, scioglie le abbreviazioni, ma la sua è una lotta impari contro l’insignificanza che avanza e contro il tempo, che inesorabilmente conduce al decadimento. Del resto, dietro tanta forza emotiva, dietro le malie dell’amore e l’epopea dell’intelletto si celano l’anatomia e la fisiologia, come emerge in Humanitas: il nostro è un organismo il cui funzionamento può essere compromesso in un istante. “Basta un chiodo a perderci un batterio cornuto”.

E così pensieri esistenziali, riferimenti mitologici, istantanee di un vivere turbinante, lacerti di periodi di quotidiani o frammenti orecchiati dai telegiornali si mescolano, senza soluzione di continuità, alle norme da ars rhetorica e a questioni filologiche. Leggiamo far menzione, en passant, dei “Danti del Cento” e dell’ormai mitico Francesco di Ser Nardo, delle problematiche dei codices descripti, di errori per omoteleuto o criteri tipici di una Nota al testo. E che dire dei versi che riproducono il parlato e la scrittura dei dialettofoni o la straniante deformazione di scritti sottoposti a scannerizzazione? Nella girandola di un dettato spesso attraversato da un delirio citazionista o dal pastiche linguistico (latino, romeno, castigliano antico, inglese) in cui abbondano i tecnicismi, si fanno strada anche le problematiche legate al Zirkel des Verstehens, alla critica psicanalitica con i riferimenti ai processi del lavoro onirico individuati da Freud o ancora alle acrobazie della critica reader-oriented nel suo interrogarsi sul ruolo del lettore. Il tutto senza mai perdere il senso della levità e il brio dell’ironia, forse il vero filo d’Arianna per districarsi nel garbuglio schizofrenico dell’esistere.

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