Gotico rurale


 

IMG_20191226_0002.jpgRecensione a E. Baldini, Gotico rurale, Einaudi, Torino 2012, Euro 17,50.

“È piacevole qualunque suono (anche vilissimo) che largamente e vastamente si diffonda, come in taluno dei detti casi, massime se non si vede l’oggetto da cui parte. A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà (quando non sia vinto dalla paura) il fragore del tuono, massime quand’è più sordo, quando è udito [1929] in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta, o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec.” Nel costruire tanto la teoria del suono quanto quella della visione, spesso Giacomo Leopardi evocava come riferimenti le sensazioni che colgono chi si trovi in una distesa campestre e provi un piacere particolare in virtù dell’idea di vastità che accompagna quella percezione.

Per analogia, la campagna diviene luogo del terrore, si anima di presenze oscure, pronte a ghermire l’uomo e a trascinarlo nel mistero in quel particolare genere che ha nome Gotico rurale e trova felice espressione nei racconti del ravennate Eraldo Baldini. La raccolta fu pubblicata per la prima volta da Frassinelli, con postfazione di Francesco Guccini, nel 2000; ne facevano parte dodici testi. L’edizione Einaudi che ne abbiamo consultato arricchisce l’ordito dell’opera di altre storie, pubblicate in sedi sparse (con l’eccezione dell’inedito I denti del notaio). Alcuni dei nuovi innesti accentuano l’elemento ironico già insito in alcuni racconti della stampa del 2000. È il caso, in particolare, del Country Fight Club, che gioca sullo stereotipo della mantide; di A volte sbagliano, in cui l’“orografia di una piadina” dà origine a equivoci da parodia della spy story; del gustoso, già citato, ritratto di famiglia precedentemente inedito, con sorelline dalle tendenze omicide, nonni allergici ai medici e dotati di dentature inossidabili e altre curiose amenità.

Il “gotico rurale” ci fa inoltrare nei meandri di una campagna mitica e animistica, in cui il singolo segno può ricevere varie esplicazioni, a seconda che il decifrante sia partecipe di una dimensione magica e oscura o tenda alla razionalizzazione. È il caso del “Gorgo nero”, non meglio definito simbolo di sciagura imminente. Un altro esempio concreto può essere rappresentato dalle urla dei mietitori, variamente interpretate nel racconto Urla nel grano, vero e proprio gioiello della silloge, per l’ambientazione e la cura dello stile. È qui che si staglia la presenza terrifica dello Spirito del Grano, che vaga “nei campi a mezzogiorno e a mezzanotte; e i mietitori urlano per allontanarlo, per difendersene”; il protagonista è scettico, eppure subisce la fascinazione di quel “colosso di spighe” ammonticchiate dai contadini, al punto da avvicinarvisi nel cuore della notte.

Il gotico rurale di Baldini si inscrive in una straniante dimensione fiabesca. Molteplici sono i divieti da osservare e puntualmente i protagonisti li infrangono. In particolar modo, vige la regola di perpetrare usanze e rituali di antica memoria senza introdurre varianti pericolose nello schema. Così, nella Befana vien di notte, i Pasquaroli, ogni notte dell’Epifania, ripetono il medesimo giro delle cascine, cantando le medesime canzoni e gli occupanti delle case rurali hanno l’obbligo di accoglierli, in una dimensione che pare faceta e invece è serissima. “I Pasquaroli, così come la Befana (…) impersonano simbolicamente i defunti. (…) I morti, nella vecchia cultura popolare, sono venerati come numi tutelari, per questo gli vanno offerti cibo e accoglienza. Loro, in cambio, lasciano una promessa di benevolenza e di protezione”. Ma se quello schema è infranto, il rischio è che il verso metaforico “Signor padrone, aprite le porte, ché qua fuori c’è la morte…” scivoli dal piano del traslato a quello di una pericolosa realtà, con conseguenze imprevedibili e spaventose.

Quindi, mai violare gli schemi della tradizione, così come non si debbono sottovalutare le presenze che si agitano nella campagna: tra queste emerge la Borda, personificazione della nebbia che assume le sembianze di una strega che strangola i bambini belli e abbandona i loro corpi nel lago. Il maestro di Nella nebbia vuole però portare la luce della razionalità nelle brume del rus padano ed esorta i suoi studenti a demitizzare quella minaccia, interiorizzata sin dall’epoca delle nenie nella culla. Li invita a cogliere che la figura della Borda è una metafora dei rischi che si possono correre vagando ciecamente nella nebbia, non una reale presenza unheimlich. Sarà però realmente così? Baldini attinge a piene mani dall’immaginario rurale padano, e più in generale settentrionale: tanto lo Spirito del Grano, quanto la Borda, presenza centrale anche nel romanzo Mal’aria, sono figure realmente legate alle credenze popolari italiche, così come quella dei Pasquaroli è una tradizione del Cesenate. In generale, possiamo veder rivivere anche miti attestati nei testi paradossografici o di magia naturale: la superstizione relativa allo sguardo della strega è, per certi versi, analoga a quella dell’avvistamento da parte di un lupo. Se la vittima riusciva a scorgere il lupo prima che l’animale lo vedesse, allora poteva salvarsi; diversamente il predatore l’avrebbe reso rauco, impedendogli di gridare aiuto, per poi ucciderlo indisturbato. Da Plinio il Vecchio, tale convinzione era migrata tra le pagine della Magia naturalis di Della Porta, divenendo anche un topos letterario (Tasso l’aveva applicato allo sguardo di Mopso nell’Aminta).

La raccolta di Baldini si segnala per numerosi aspetti. In primo luogo vincente è l’atmosfera, particolarmente efficace nei racconti già menzionati, ma anche in altri (La collina dei bambini, Re di Carnevale, Chi vive nell’olmo grande?; che dire poi della Carsano di Re di Carnevale?). L’autore riesce a destare nel lettore un vivo sentimento di inquietudine e di attesa, anche attraverso l’introduzione di elementi narratologicamente metonimici, quali il forcone della Notte di San Giovanni. Sin dal suo primo comparire, il lettore intuisce come si tratti di un elemento chiave nello scioglimento della vicenda. A suscitare quel senso di sospensione è in particolar modo lo stile dell’autore: suggestivo, ipnotico, capace di evocare il dilatarsi della spazialità. O, come in questo caso, di pennellare un’aura di innaturale stagnazione: “Morte ovunque. Morta l’erba; morente la terra, che nella calura non riusciva più neppure a sudare, a stillare qualche goccia di rugiada”.

Il lettore è condotto per mano in scenari fortemente perturbanti, che ci rammentano, per limitarci a un esempio, quelli della miglior filmografia dell’Avati, con il pittore delle agonie e le vecchie assassine (si pensi in Baldini alla figura dell’omicida seriale rurale nonna Clara) di un capolavoro come la Casa dalle finestre che ridono. Il risultato è la decostruzione di quello che tanti secoli di letteratura ci hanno indotto a concepire quale luogo dell’idillio, fresco e sereno rifugio del raccoglimento contro le sirene impazzite del gorgo cittadino. La luce che brilla nel grano può, infatti, rappresentare l’inizio d’una sinistra vendetta della Natura apparentemente vinta dalla “Cultura” e la quiete dei piccoli borghi può celare la maschera della follia, pronta ad abbattersi sull’incauto passeggere.

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