Un uomo in mutande


Recensione ad A. Vitali, Un uomo in mutande, Garzanti, Milano 2020, Euro 18.60.

La scrittura di Andrea Vitali ha il dono di un innato senso del ritmo, che rende la lettura avvincente e brillante al contempo.

Questi fattori emergono con decisione anche nel romanzo Un uomo in mutande. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò, una commedia che si tinge di giallo e che ci proietta ancora una volta nella Bellano d’epoca fascista, in cui il maresciallo Maccadò, lieto ma anche in ansia per la gravidanza dell’amatissima moglie Maristella, deve cimentarsi con uno stranissimo caso. Una vicenda che suscita subito anche l’attenzione dell’appuntato Misfatti (e della sua consorte, alla cui frittata di patate e cipolle è dedicato l’incipit del capitolo I), perché vi sarà coinvolto Salvatore Chitantolo, giovanotto mai più mentalmente ripresosi da un incidente in barca nel quale aveva rischiato l’annegamento. Chi è l’uomo in mutande che Salvatore dichiara di aver visto fuggire nottetempo? E chi ha causato l’incidente alla levatrice Aristidina Zambecchi, ritrovata in stato di incoscienza e ricoverata in ospedale? Nella Bellano il cui argomento del giorno è la cosiddetta “redenzione igienica”, causa di litigiosità e tra i Leitmotive dell’opera, si fa presto ad accusare di un crimine non meglio precisato il ‘diverso’ Chitantolo e a muovere dal piano letterale della tutela sanitaria a quello metaforico del repulisti da individui indesiderati e potenzialmente pericolosi. Misfatti  e Maccadò cercheranno di dirimere l’aggrovigliata matassa e di evitare sgradevoli conseguenze per il giovane e sua madre.

Seguendo la vicenda principale, Vitali ci presenta una ben riuscita galleria di personaggi. Il direttore delle poste, Aneto Massamessi, ambizioso e desideroso di abbandonare la sonnolenta Bellano; sua moglie Percilla, inquieta; il postino – o meglio il “procaccia” – Erminio Fracacci, figura irresistibilmente generatrice di situazioni comiche; l’onorevole Dissetati in preda a irrefrenabili flatulenze e sua moglie, la compassata donna Aminta; l’energica e saggia suor Anastasia. Un posto di rilievo nella trama occupa Fusagna Carpignati, molto ben delineata da Vitali. Attivista del fascio femminile, donna poco avvenente e decisamente instabile, ha l’abilità di innamorarsi di uomini del tutto disinteressati a lei, individui che poi finisce col pedinare in maniera ossessiva. Per fortuna, vale per lei il virgiliano “Varium et mutabile semper femina”, per cui la stagione di ogni amore compulsivo non è duratura e la predatrice finisce presto con il puntare qualche altro sventurato.

Insomma, ne emerge un ritratto di provincia scoppiettante, in cui il lettore è costantemente invogliato a procedere non solo e non tanto per scoprire come si concluderà la vicenda di questi uomini in mutande che si moltiplicano nel prosieguo degli eventi, ma soprattutto per il piacere di godere spensieratamente la compagnia degli abitanti di Bellano. Un mondo che ti accompagna gioiosamente, anche nei momenti in cui le problematiche divengono più serie. Una realtà in cui un peto può rendersi artefice di un miracolo e al buon senso degli individui spetta il compito di disinnescare le trappole che la vita e gli altri uomini predispongono. Efficace la scelta del narratore esterno con focalizzazione interna variabile, che determina un vario prospettivismo e fa sì che il lettore conosca gli eventi da più angolazioni e sia sempre al corrente di dettagli che i personaggi ignorano. Ci piace molto anche la struttura che richiama l’equivalente poetico delle coblas capfinidas. Ogni capitolo si chiude con un’immagine che viene ripresa in apertura del successivo, ma innestata in altro contesto. Per esempio, il capitolo 15 si chiude con “Se avesse avuto il coraggio di osare, avrebbe dato una carezza a quell’appuntato tanto premuroso” e il sedicesimo si apre con “Una carezza, era cominciato tutto da lì, quando la Fusagna aveva venticinque, quasi ventisei anni e aveva già imboccato la via dell’avvizzimento precoce”. Quando contribuisce a rendere la struttura perfettamente concatenata e conferisce all’insieme una grande compattezza. A questo si aggiunge il dono di uno stile chiaro e accattivante, capace di evocare tanto l’immediatezza del parlato quanto la pomposità del linguaggio ufficiale e del burocratese, di cui perfetto pendant sono i nomi altisonanti, e ormai in disuso, degli attori e delle comparse delle vicende, tra cui anche una Mercuriale Fededegna in Carpignati e un farmacista Geode Futon, “che pur confermando di essere il genitore naturale di Valentino Futon era anche conscio del fatto che suo figlio fosse un idiota”. Un’opera che ti cattura con levità, ma non cela, pur nel sorriso, la fatica del vivere, suggellata in quella “gioia tutta interiore della quale avvertiva appena l’anomalia” che leggiamo percepita dal maresciallo Maccadò nel finale.

La foresta delle farfalle monarca


Recensione a R. Gassi, La foresta delle farfalle monarca, Les Flâneurs Edizioni, Bari 2021, Euro 15.

Un fascino peculiare caratterizza il romanzo di Roberto Gassi La foresta delle farfalle monarca.

L’opera è incastonata in una trilogia, ma sarà da noi considerata nella sua autonomia. La trama si dipana lungo due direttrici. Seguiamo le vicende del trentenne meridionale Erol Ciorba, al servizio di un Gruppo che mantiene in costante tensione i suoi impiegati nel miraggio di una carriera da “project manager”. Un giovane che appare subito insoddisfatto di un lavoro ipercompetitivo (e non privo di elementi perturbanti) ed emotivamente fermo alla relazione sentimentale con la bella e misteriosa Leila. Parallelamente alle sue vicende, seguiamo la genesi del suo romanzo, nel finale pronto per viaggiare “tra editori e improbabili concorsi letterari”, incentrato sulla vicenda di Severina Moral. Quest’ultima, sopravvissuta (?) alla strage avvenuta in Chiesa il giorno del suo matrimonio, con l’uccisione di molti degli abitanti del villaggio messicano teatro delle vicende (tra i quali quello che doveva essere suo marito, Quintino, e l’amatissimo nonno, Pedro), assisterà sfingea alla vendetta perpetrata da un misterioso vendicatore. Questo caballero, accompagnato da una “coltre neroarancio” di farfalle monarca, eliminerà gli artefici della strage, i crudeli figli di don Álvaro Renos, che erano stati aizzati dalla sorella Alina, rifiutata da Quintino per amore della generosa Severina.

Non riteniamo opportuno addentrarci ulteriormente nei meandri della trama, ben più complessa. Coesistono una dimensione realistica – quella delle vicende di Ciorba – che pure a tratti sfuma nel mistero (la comparsa dello scarabeo nero nella sezione finale) – e una in cui emerge il talento visionario e surreale dell’autore. Gassi muove dalla posizione di “Una minoranza indigena” la quale “crede che lo spirito dei defunti ritorni sulla terra ogni anno nel Día de los Muertos, sulle ali delle farfalle monarca”, per pennellare una vicenda in cui il lettore è continuamente colto dallo stupore per i colpi di scena che si susseguono a ritmo incalzante.

Notevole è la capacità dell’autore di conferire evidenza visiva a tutto ciò che rappresenta, siano le allucinazioni delle vittime del vendicatore o le accurate descrizioni di ambienti (la casa di Erol nel capitolo terzo) e persino della preparazione di cibi (lo sguardo che segue Sama mentre ultima l’occorrente per il momento commemorativo nel quattordicesimo). Per non parlare di alcuni momenti topici come l’epifania di Severina nell’inferno scatenatosi in chiesa, filtrata dalla prospettiva dell’innamorato e attonito Quintino. Non mancano riflessioni di grande attualità, come questa di Erol che sentiamo di condividere pienamente: “In fondo il suo sud, in certi casi, non era poi tanto meglio di quella lega nordica secessionista e considerata razzista in più di un’occasione. Dov’era finita la sua gente? Quei sudisti candidati al premio Nobel per la pace che avevano accolto flotte di albanesi in esodo?” Quest’interrogativo arrovella costantemente anche noi.

Scoperto è nel corso dell’intero romanzo l’intento di tributare un omaggio a Quentin Tarantino. Non senza significato la presenza in casa di Ciorba della locandina di Pulp Fiction, dall’alto della quale “distesa con le gambe alzate e incrociate, la dea tarantiniana (n.d.r. Uma Thurman) seduceva sotto la sua frangia pulp”. Nella storia narrata da Erol, evidenti sono gli ammiccamenti ai capitoli di Kill Bill, a cominciare dall’idea e dalla costruzione della sequenza del massacro in una chiesa. Alla figura di Hattori Hanzō, forgiatore di spade, è subentrata quella del fabbricatore di pistole d’argento, particolare peraltro molto interessante, che introduce una nota di preziosità e al contempo letalità. Il dialogo tra Alina e lo sceriffo in “Venti” mi ha poi ricordato, con le dovute differenze, quello tra Elle Driver e Budd nella memorabile scena del mamba nero. Tra l’altro lo stesso ambiguo rapporto tra Alina e Severina sembra richiamare quello tra Elle e la Sposa di Kill Bill. Muovendosi tra suggestioni fumettistiche e cinematografiche, Gassi riesce a dar vita a un originale esempio di arte allusiva, fattore che – nell’epoca della serializzazione della letteratura sponsorizzata da molti grandi editori – ci sembra tutt’altro che irrilevante. Così come personale, accattivante, evocativo e curato ci sembra lo stile di questa Foresta delle farfalle monarca, un’avventura che si congeda mantenendo vivo nel lettore il profumo del mistero, in una sorta di animistica Nemesi a volte trionfante sul Male.

Carnaio


Recensione a G. Cavalli, Carnaio, Fandango Libri, Roma 2019, Euro 17

È una distopia che assomiglia tanto a un’allegoria della situazione contemporanea questo bel libro, Carnaio di Giulio Cavalli.

L’opera si apre con il ritrovamento di un cadavere da parte del pescatore Giovanni Ventimiglia nella cornice di DF, luogo immaginario, ma che ammicca surrealmente alla situazione di Lampedusa.

Uno shock che sarà seguito da una vera e propria invasione di corpi morti. Quelli, come li chiameranno gli abitanti di DF, si abbatteranno a ondate con anche più di ventimila cadaveri sul paesino trasformandolo, per la risonanza mediatica dello strano caso, nel “centro del mondo”.

Con “i segni di chi arrivava da lontano” e il colore della pelle “nero, non nerissimo. Però africano forse. Di quei posti lì”, quelli verranno percepiti dagli abitanti di DF e dal governo centrale come un vero e proprio flagello. Si ipotizzerà presto che si tratti dei probabili residui di un ignoto genocidio di cui a nessuno importa nulla, perché in fondo all’occidentale medio ciò che accade nel resto del mondo interessa solo nella misura in cui interviene a ledere i suoi interessi, impedendogli di coltivare il proprio orticello. Così, DF si ritrova inizialmente inerme al cospetto di un’invasione di cadaveri che peraltro sono curiosamente tutti pressappoco della medesima età e delle medesime misure, forse allusione al fatto che da parte dei caucasoidi gli appartenenti ad altri gruppi umani sono spesso erroneamente e frettolosamente percepiti quali individui completamente identici. Cavalli ci introduce abilmente nell’atmosfera paesana, mantenendo nella prima parte la presenza di un narratore esterno, ma focalizzando il punto di vista degli abitanti del luogo. Persone normali, con le loro idiosincrasie, manie, virtù, ideologemi e filosofemi più o meno strampalati; alcuni abitanti recano con sé il triste bagaglio di vissuti anche frustranti (si pensi alla coppia Percinati-Ventimiglia).

Eppure nella seconda parte la situazione cambia. DF – resasi autonoma dal governo centrale, giudicato inefficiente – appare tutta protesa a proteggere la purezza dei suoi “residenti”, arrivando a escludere dalla cittadinanza membri della comunità unicamente perché non figli di nativi, e soprattutto a trarre profitto dal “riuso” dei cadaveri di quelli. Gradualmente, gli abitanti si abitueranno a cose atroci come bruciare i corpi per produrre e vendere energia, realizzarne raffinati articoli di pelletteria e persino cibarsi delle loro carni, con eleganti pietanze da nouvelle cuisine. In questa sezione, l’autore opta per la narrazione interna, in prima persona, variando di capitolo in capitolo il punto di vista e attuando costantemente – con l’eccezione di alcuni casi (si veda il diciassettesimo capitolo) – l’artificio dello straniamento rovesciato, atto a presentare quali normali situazioni del tutto anomale. Colpisce e ha echi arendtiani l’assoluta banalità con cui la normalissima popolazione di DF scivola nella più totale mancanza di pietas, illudendosi di erigere barriere architettonicamente inoppugnabili contro la morte che arriva dall’Africa e convincendosi sempre più di poter considerare asetticamente le vittime di una tragedia dalle cause sconosciute alla stregua di un “carnaio” di cui profittare in un incessante processo di spersonalizzazione dell’umano.

C’è tutta l’ottusità dell’italiano medio nel dieffino doc. Un emblema ne è l’agghiacciante Lilly Carboni, che si dichiara studentessa presso l’università della vita (e quanto è di moda oggi vantarsi di tale insulsaggine) e si proclama pomposamente “direttrice artistica” della novella DF, soltanto per l’ipocrisia di aver voluto celare l’odore di morte della centrale con l’introduzione di essenze dalle fragranze provenzaleggianti nelle ciminiere. E questa lucida follia la senti aleggiare in quasi tutti i personaggi, che si adagiano nella nuova atroce ‘normalità’ accontentandosi di finzioni e surrogati della quieta, sebbene anonima, realtà marinara precedente; rivelatrice, in tal direzione, è la voce della bambina di Tiralosi, la quale coglie e denuncia con candore disarmante la natura fittizia di quello che pomposamente viene spacciato per ‘mare’, ma tale non è. E quando ti accorgi che persino gli abitanti di un mortorio qualunque – in tutte le accezioni possibili del termine – si lasciano cogliere dalla smania sovranista e dallo slogan del “DF First”, comprendi come questa non sia una mera distopia, ma un’allegoria di processi ormai tristemente in atto. Per non parlare del capitolo 25, “Chiusi”, che pare addirittura profetico di quanto realmente abbiamo vissuto dal febbraio 2020 a questa parte.

È un libro che cattura, Carnaio, nel suo essere sorretto da un’ironia corrosiva e dalla capacità dell’autore di rendere vivo e vibrante il paradosso. Lo stile trascorre dalla mimesi del parlato al lirico, con momenti in cui l’autore si serve di un periodare abnorme, vicino al flusso di coscienza senza riprodurne pienamente le caratteristiche, allo scopo – quasi individuando un correlativo delle ondate sul piano espressivo – di mostrare la frenetica effusione del pensiero e del parlato popolare. Un’opera che suscita un sorriso amaro al cospetto dell’umana miseria e che si spera possa far seriamente riflettere il lettore.

Acrobazie


Recensione di A. Trasciatti, Acrobazie. Storie brevi e brevissime, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 13.

Come si possa, nella levità di un lusus che si colora di onirismo, auscultare l’animo umano e dar voce alle sue angosce, aspettative, fallimenti, stagnazioni appare evidente nel bel volume di Alessandro Trasciatti, Acrobazie.

L’opera appare in linea con le espressioni della patafisica nel suo privilegiare, sulla scorta di Jarry, atmosfere paradossali, ragionamenti capziosi, in una sorta di ilare ma seria dissacrazione del pensiero metafisico.

Acrobazie è costituito da tre sezioni (Rifugi, Infanzia e prolungamenti d’infanzia e i Casi clinici e onirici), attorno alle quali si agglutinano racconti brevi e brevissimi, in una rete di echi e simmetrie. Particolarmente riuscita ci appare la deca dei Rifugi, nei quali a fungere da Leitmotiv sono l’inettitudine e la tensione al rintanamento di un io monologante che interloquisce a distanza con la persona un tempo amata, ormai assente perché allontanata dall’uomo stesso. In dieci prose, egli passa in rassegna quelli che sono i suoi “rifugi”, nascondigli reali e metaforici, dalle tasche del pastrano al rassicurante orizzonte delle conoscenze enciclopediche, strumento di un illusorio anelito a poter mettere in circolo l’intera mole del sapere. Subentra già qui il motivo, che poi attraversa l’intera opera, dell’acrobazia, quella leggerezza del muoversi nell’esistere che paradossalmente può dispiegarsi per il protagonista soltanto nel momento in cui ha creato il vuoto intorno a sé. Le prose sono percorse anche da un neppure tanto latente impulso di cupio dissolvi, che affiora nelle incursioni cimiteriali – compiute grazie alla memoria o programmate e fallite – per poi risolversi nel brillante finale della vasca, in una sorta di parodia dell’ofelismo bachelardiano, con espliciti ammiccamenti alla morte di Phlebas il Fenicio di Eliot.

Diversa, ma egualmente votata all’inettitudine, appare la voce dell’Infanzia, che passa in rassegna le opache figure genitoriali, rivive gli scatologici traumi infantili nell’asilo di via Buiamonti, narra episodi reali e ipotetici che abbiano per protagonisti i gatti. Un velleitarismo di fondo connota le aspirazioni di questo personaggio monologante, che aspira a una sorta di europeismo conviviale, ma poi coltiva la credenza che gli aerei siano “fatti per cadere e non per volare” e ancora scrive Pribke e non Priebke e Orson Wells invece di Orson Welles. Kafkianamente subisce il fascino delle cameriere, ma la sua ipertrofia di fantasticherie lo porta a gonfiarsi “come un aereostato”.

Visionari e irridenti i Casi clinici e onirici, che rinverdiscono la futurista vocazione incendiaria nella fantasia della “casa rossa” o pennellano medievali trionfi floreali al femminile con un’imprevedibile chiusa che rimanda al memento mori (Un caso d’amore). E che dire dell’inettitudine di un io che resta spettatore alla finestra della vita e, quando decide di unirsi alla “festa improvvisata” scatenata da un violinista, si accorge che ormai è tardi? Poeticamente surreale il finale del racconto in questione, incentrato su un caso violinistico: “scendo le scale a corsa e il suono del violino è quasi spento, lo inseguo per i campi ed è sparito”. Tale desiderio di vita emerge anche in Un caso anniversario, per il curioso effetto di “un patto – non so più se col Diavolo o con Dio”, che concede al protagonista un giorno all’anno di “sfrenata gioventù”. Potremmo poi citare altre belle prose: l’atmosfera perturbante di Un caso di colpi notturni; i tre casi tristi che accomunano Boccherini, uno psicanalista letargico e un gatto a bagnomaria o l’assurdo e divertente nonsense “podologico”. Sicuramente tra le prove migliori, rappresentativo dell’intera raccolta, è Un caso acrobatico, in cui, pur nelle farneticazioni di un altro io ipertroficamente incline alla fantasticheria, si fa strada la riflessione sui curiosi sentieri in cui si inerpica “l’amore di un’acrobata” nel suo venir “su nell’ombra”, in uno dei momenti stilisticamente più intensi della raccolta. Opera che si conclude in un dittico dalle allusioni dantesche. La prima parte ha luogo in un Eden in cui tutto appare meraviglioso sino a quando si scatena la lotta su “un carro stracolmo di fieno”, evento che ci sembra ammiccare in chiave straniante, e con significati diversi, all’allegoria del carro presente nella sezione conclusiva del Purgatorio, ambientata nel Paradiso terrestre. La contesa, ispirata dalla “bramosia di ricchezza”, sancendo l’ingresso delle passioni nell’aura paradisiaca, determinerà lo scoramento della voce narrante e – dato non secondario – la caduta degli acrobati che precedentemente sapevano vincere “la legge di gravità”. La seconda, Un caso di punizione dei peccati, ci introduce in un immaginario concentrazionario, che potrebbe preludere – almeno nelle intenzioni dell’io monologante – all’estinzione dell’umano, attraverso l’auspicata perdita della potenza generatrice. Quest’ultimo testo è connotato da un’aura che ci ha fatto pensare a certe atmosfere della pittura di Lorenzo Alessandri.

Insomma, veramente interessanti e stimolanti queste Acrobazie di Trasciatti, un itinerario aereo e unheimlich al contempo nella psiche umana, con un gusto dell’aprosdòketon a illuminare di venature brillanti o sorprendenti la conclusione del narrato.

Vi dichiaro marito e morte


Recensione a S. Consorti, Vi dichiaro marito e morte, Ensemble, Roma 2020, Euro

Si dispiega tra ironia corrosiva e tenerezza l’interessante raccolta di racconti Vi dichiaro marito e morte di Simone Consorti, edita da Ensemble.

Dieci storie di varia lunghezza, in cui prevale la scelta della narrazione interna affidata al protagonista, con il ricorso all’io narrante a conferire una sorta di patente di ideale credibilità anche a storie surreali, come accade nella ‘staffetta cardiaca’ di Portare il cuore di un santo. Non mancano tuttavia scelte differenti, come nel bel racconto Il tuo modo di dirlo al mondo, in cui la voce narrante dialoga con la protagonista, tracciando una sorta di diario delle sue emozioni, nel silenzioso e coinvolgente fiorire di un amore saffico, tra turbamenti e timori. In altre circostanze si preferisce il ricorso al narratore esterno (Al mio paese le donne non parlano) o al pluriprospettivismo di una focalizzazione interna variabile (l’alternanza del Lui e della Lei, Nicholas ed Emily, di Nozze di plastica). Di certo, Consorti mostra di compiere scelte tecniche meditate, conferendo a ciascuna delle vicende una particolare intonazione e un peculiare timbro. Il fatto, inoltre, che alcuni dei narratori appaiano inattendibili e il loro agire sia non di rado screditato permette all’autore di mantenere quell’atmosfera straniante e quella tensione al paradosso che costituiscono la cifra del suo lavoro. Nella struttura non fanno difetto, inoltre, le simmetrie, come accade in Il tuo modo di dirlo al mondo in cui due ‘servizi’ fotografici, uno in apertura e uno in chiusura della novella, sono coronati da un bacio; a situazioni analoghe (in cui qualche dettaglio non irrilevante varia) corrispondono differenti reazioni da parte della protagonista.

Quello che ci sembra emergere su tutto è una vocazione schiettamente narrativa, il piacere di raccontare e, raccontando, intrattenere in maniera arguta il lettore. Consorti ha peraltro il gusto dell’aprosdòketon: la sezione conclusiva di buona parte dei testi è suggellata da una conclusione a sorpresa (si pensi alla chiusa di Tutto tranne fascista), come la coda velenosa o spiritosa di un epigramma. In altre circostanze, il racconto si chiude in un’aura di sospensione che lascia libero spazio alle fantasticherie del pubblico.

Nonostante non vi sia il preciso intento di insegnare qualcosa, l’opera di Consorti finisce con il far scaturire la riflessione. Emblematica è la prima novella, in cui il cuore di un santo passa di trapianto in trapianto, senza che i suoi ‘fruitori’ risentano dei benèfici influssi dello stesso. Essi, infatti, si daranno all’omicidio seriale di animali ed esseri viventi, in un crescendo di cecità morale cui fa da contraltare quella concreta, fisica del personaggio femminile più significativo. La novella ironizza inoltre in maniera corrosiva sul deprecabile intreccio di politica e religione e sulle venature populiste di una società sempre più sorda a ogni forma di pietas. In un’atmosfera leggera e dissacrante, il lettore è indotto a chiedersi se, come l’abito non fa il monaco, valga la regola che non sia il cuore a fare il santo o se magari anche quell’evidenza di santità non celasse qualche lato oscuro. In fin dei conti, l’unico proprietario del cuore a non essere sondato attraverso la focalizzazione interna resta proprio il venerabile Don Giusto.

L’uso strumentale della religio nelle componenti di fanatismo e nel suo potenziale di manipolazione della psiche ritorna ancora in Il prescelto. Il senso di onnipotenza di un santone lo porta a orchestrare, in una spettacolarizzazione della Morte, il suicidio di massa dei suoi seguaci e a voler decidere egli stesso quali vite, tra le loro, debbano essere risparmiate. Alle pulsioni distruttive di questa vicenda potremmo accostare, per contrasto, l’istinto di conservazione del padre di Federica nel secondo racconto. Dopo aver sentito l’uomo asserire, durante una veglia di preghiera per la figlia adolescente, che avrebbe seguito la ragazza dovunque fosse andata (una dichiarazione di intenti suicidi, pertanto), l’io narrante si stupirà nel vederlo, giorno dopo giorno e, in seguito, anno dopo anno, perpetrare quella vita amara, con un attaccamento all’esistenza che in fondo non dovrebbe stupire più di tanto. Non è, infatti, ingiusto voler perpetrare l’esistenza anche dopo la perdita degli affetti più sacri… Il motivo della paternità ritorna ancora in altre due novelle: nel Proiettile d’argento, un uomo denuncia gli abusi che crede subiti dal figlio e quella sua azione, giustissima dal suo punto di vista, si ritorce sul microcosmo dei personaggi come una pallottola non letale, ma capace di ferire alla cieca; in I papà di Anna, il legame intenso, delicato, che vige tra il narratore interno e la figlia della scombinata Fiammetta rende manifesto quanto l’essere padre sia qualcosa di ben differente da una mera questione di biologia… Argutissimo è poi il racconto Tutto tranne fascista, che ironizza su quanto sia facile, al giorno d’oggi, conferire la patente di ‘fascismo’ a vari comportamenti. Etichetta che viene agitata, a prescindere da una reale conoscenza di cosa realmente il fascismo abbia determinato, anche da parte di soggetti che non mancano, a loro volta, di porre in essere, d’istinto, azioni fascisteggianti.

L’opera si connota per l’efficacia di uno stile sorvegliato, sempre aderente alla materia, alle circostanze e allo status dei personaggi; uno stile che varia dal colloquiale al turpiloquio, dall’impetuoso monologare a un descrittivismo che talvolta rasenta il lirico. Vi dichiaro marito e morte è insomma una fiera del paradosso, che scardina il comune sentire, mostra la becera insensatezza del pensiero dell’uomo medio e riflette, senza pretese di seriosità, su tematiche tutt’altro che futili.

Della stessa sostanza dei padri


Recensione a D.R. Colacrai, Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile, Santa Maria Nuova (An) 2021, Euro 10,45.

Fu una questione che tra il III e il IV secolo d.C. divampò nella cristianità. Gesù era stato generato o creato; era della stessa sostanza del padre oppure da ritenersi a lui non consustanziale e quindi subordinato? La dottrina di Ario fu dichiarata eretica e la professione di fede della liturgia cristiana, il simbolo niceno-costantinopolitano, recita che il Cristo è stato “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”.

Ci piace partire da questa considerazione per riflettere sul libro di poesie di Davide Rocco Colacrai, a nostro avviso bellissimo, intitolato Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile. Non il “Padre”, Dio, ma “i padri”, quella generazione che rigetta i figli perché marchiati dallo stigma delle più varie diversità e, quindi, non consustanziali. Si tratta di padri biologici come quello di Minchia di mare di Belluardo, genitori di giovani uomini nei quali non si riconoscono e che finiscono con il disprezzare, o magari del consesso dei patres, depositari di un’ideale di mascolinità e di umanità dogmaticamente imposto, troppo dediti a schiacciare ogni forma di alterità per soffermarsi ad ascoltare il grido di dolore, così come il canto d’amore.

Colacrai compie un atto di straordinaria pietas, che rende la sua scrittura una nitida espressione di poesia “civile” e, per effetto di un intensa partecipazione emotiva e di un innato senso della misura, la salva dal facile rischio di ricadere in una retorica sterile. Quella che infatti il poeta effettua è un’immersione nell’interiorità di una serie di anime vinte dalla vita e violate da una società indegna. Un’immersione da cui riemerge con parole d’amore e di speranza, modulate in un canto comunicativo e al contempo in un dettato sorvegliato e compatto, senza cadute di stile. Al lettore resta la percezione che non ci sia azione più intrinsecamente “sociale” di quella che rivela la luce interiore di un’umanità dai diritti conculcati; una luce talmente abbagliante da far obliterare il verbo della violenza che la ha annichilita e da mantener viva, in chi legge, la fede che qualcosa di bello e puro possa albergare nell’uomo. “Marcélo crede nei sogni, negli eroi che non si manifestano / se non a sorpresa”.

Della stessa sostanza dei padri è un chiaro esempio di come è ancora possibile che la poesia germogli dalla letteratura e dalla storia, due domini che nella silloge si fondono e confondono al punto che quasi non riesci più a distinguerli. Forse perché la letteratura dà voce ai drammi e ai traumi della storia e dell’uomo (ma anche alla ‘chiarità’ che si fa strada nell’ombra): così il protagonista del romanzo di Angela Nanetti o la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi non sono meno reali dei triangoli rosa morti nei campi di concentramento, di Reinaldo Arenas o del Baris Yazgi “sposo senza promessa e senza vestito”. Tutti figure di un’umanità che si percepisce nata dall’altra parte della barricata.

Una sorta di Leitmotiv della raccolta è il motivo della “stortura”, che ricorre con varie declinazioni: l’“amore storto” di Francesco; “l’asse storto del mio tramonto” di Nic Sheff; il “soffitto storto dell’uomo che sono” di Hawking e che dire del “corpo da garofano sbilenco”, in parte citazione, della Fata di Lemebel? Affine a tale motivo è quello del ripiegamento, che trova il suo correlativo oggettivo nel guscio di conchiglia.

Aleggia un senso straniante di solitudine nelle parole di questi personaggi a cui Colacrai dà voce in prima persona, perché, in questo processo di spossessione e riappropriazione, sembra quasi che percepisca in ciascuno di essi un frammento di sé. Ognuno pare misurare il dolore in ogni centimetro del proprio corpo offeso, a volte jacoponicamente “sdenodato” dai chiodi di una croce ora reale ora metaforica. Ne deriva un frequente processo di cristificazione delle figure cantate, che raggiunge l’apice nel verso “Sono un Cristo che ha per croce un violino” (dedicato a Baris Yazgi), ma vibra con vigore anche nella “croce bagnata di liquido amniotico, senza la benedizione della luna” di Jude, l’“amico morto di pioggia”. Interlocutrice costante nella raccolta appare la Luna, ma in questo canto al maschile affiora frequentemente la presenza delle madri, che al satellite della Terra ci sembrano non di rado idealmente accostate (un caso emblematico è il testo dedicato all’Elias di Robert Schneider). Anche a loro tocca la sorte di “mordere” il tempo dell’attesa.

Compito del poeta è allora distillare il dolore e farne grazia di canto, nell’attesa di un miracolo che forse non si compirà (“Credo nei miracoli, un po’ meno nel mio corpo da garofano sbilenco”), perché è nella forza della speranza ( nelle “fate / che curano quei sogni / che sono prossimi a spegnersi /e impediscono all’oscurità di aprirsi a ragnatela / e inghiottirci”) o magari è già in atto, senza che possiamo coglierne l’essenza, nella “bellezza delle imperfezioni”, altro motivo conduttore della silloge. È proprio quest’ultima a far apparire il Wonder di Palacio “leggero come un assolo di grano” (immagine che ci colpisce per senso dell’armonia) e a trasformare il labirinto in “condominio di santi” o le “pecore nere” in angeli. Del resto a noi le efelidi paiono macchie (e il Giano bifronte ne sa qualcosa), ma chi ci dice che le stelle, le meravigliose stelle che rendono il cielo notturno meno amaro, non siano “le efelidi di Dio”?

Adolesco


Recensione a T. Megaride, Adolesco, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 16.

Ha un fascino particolare questo romanzo dell’autore che si cela dietro lo pseudonimo di Timothy Megaride. Un’opera che, con apparente leggerezza, ti introduce nella psiche dell’adolescente Tommaso, muovendo dalla fictio che vede il minorenne, dichiarandosi per motivi misteriosi agli “arresti domiciliari”, affidare a un registratore (non a un manoscritto, per effetto dei tempi moderni!) le sue confessioni.

La prima percezione che il lettore avverte è di un profondo senso di straniamento, per l’assunzione di un punto di vista insolito. Un adolescente di cui immediatamente si percepisce il narcisismo: basti dire che Properzio immaginava Cinzia lacerarsi il petto nudo al suo funerale, mentre Tommaso concepisce il proprio in termini spettacolari, con folle oceaniche. Il carattere fluviale di questo lungo monologo interiore suggerisce subito l’idea di un disagio, di un disordine psichico che conferisce al giovanissimo l’aspetto di un narratore inattendibile che si cimenta con una lunga orazione di difesa. Una sorta di arringa giudiziaria volta più a far riaffiorare le proprie rimozioni, che gradatamente emergono e che il lettore già a metà romanzo intuisce (ma questo ha un’importanza ben relativa), e a dar voce alle emozioni. È come se, confessandosi, Tommaso chiarisse a sé stesso, prima che agli immaginari destinatari delle sue parole, le proprie fragilità e paure, tentando di districare quanto s’agita in quel complesso garbuglio che chiamiamo cuore.

L’autore si spossessa di sé, dei propri strumenti culturali, che pure a tratti affiorano: si pensi alla felicissima riflessione sul termine “adolesco” e sul valore del supino “adultum”. Si identifica del tutto con il minorenne, riproducendone il gergo, infarcito di anglismi a tratti fastidiosi come quel ripetuto “bro” per “brother”  (effettivamente sulla bocca di molti nostri adolescenti). Ne ripropone a volte persino gli errori di grammatica e ortografia. Ne riecheggia la formularità, a evidenziare la ripetitività di certi schemi mentali (“Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità; tipo: dica lo giuro!”, ma anche l’intercalare “compagnia cantando”) e forse a conferire un che di epico a questa discesa agli inferi e nel paradiso al contempo. Agli inferi perché il tumulto che s’agita in Tommaso è foriero di sofferenza e lo induce a compiere azioni crudeli, nonostante egli non sia affatto cattivo e si trovi a far del male, anche gravemente, più per superficialità e impulsività, un po’ come Pinocchio. Solo che questo Pinocchio moderno, che mente a sé stesso mentre dichiara di “dire la verità”, è alle prese con altre paturnie: revenge porn (di cui si rende scioccamente artefice), sperimentazioni legate alla sessualità (i ‘giochi’ con Mariarosa e con l’amico del cuore Riccardo) e amplessi che agli occhi degli adulti potrebbero apparire ‘abusi’, ma ai suoi assumono le sembianze del più lirico Amore. Così, dopo l’iniziale, in parte giustificato, atteggiamento di diffidenza, il lettore è indotto a nutrire sempre maggiore simpatia per Tommaso, pur riconoscendone gli errori. Si finisce persino con il constatare che alcuni suoi ragionamenti, i quali chiamano in causa la corruzione politica o gli ideali del movimento delle sardine (ma anche l’immigrazione e la percezione distorta dell’omosessualità da parte della società), risultano, pur nell’articolazione semplicistica dello slang del ragazzo, figli di un fondo di idealismo che rasenta la purezza.

Insomma, un romanzo che fa riflettere e discutere, con alla base un preciso progetto, anche sotto il profilo stilistico, pienamente riuscito nella concreta declinazione di Megaride.

Gli ingranaggi dei ricordi


Recensione a M. Salabelle, Gli ingranaggi dei ricordi, Arkadia, Cagliari 2020, Euro 15.

Con Gli ingranaggi dei ricordi, Marisa Salabelle ha realizzato un bel romanzo, dalla trama appassionante e dall’interessante ambientazione sarda, in un continuo andirivieni tra gli anni del secondo conflitto mondiale e il biennio 2015-2016.

Una narrazione polifonica, che intreccia invenzione ed eventi storicamente verificatisi, quali la vicenda di Silvio Serra, partigiano italiano, coinvolto nell’attentato di via Rasella e morto nella battaglia di Alfonsine nel 1945. A fungere da Leitmotiv le storie di due famiglie, gli Zedda e i Dubois, le cui vicende, prima condotte parallelamente dalla scrittrice, si intersecheranno nel capitolo ventitreesimo, rivelando un legame che già il lettore aveva potuto intuire. La vicenda si apre con l’arrivo a Cagliari di una delle voce narranti, Carla, a causa del ricovero di sua zia Demy, nomignolo che cela il bizzarro, ma non privo di poesia, Demoiselle, dono di un padre amato, sebbene piuttosto assente. La zia è in ospedale a causa di un infarto e le due nipoti, Donata, rimasta a Cagliari, e Carla, trasferitasi nel ‘Continente’, si alternano accanto a lei, che elegge la seconda a destinataria dei suoi racconti familiari. Narrazioni che ricostruiscono il peregrinare suo e dei fratelli Felice e Bella attraverso la Sardegna afflitta dai bombardamenti negli anni Quaranta. Parallelamente ai racconti di Demy e alle frenetiche consultazioni tra Donata e Carla per il destino futuro dell’anziana zia, seguiamo in retrospettiva (rigorosamente nei capitoli dispari, come evidenziato dall’autrice stessa in una Nota) la storia di Generosa Zedda, moglie di un medico militare, e dei suoi cari. Ormai prossima ai giorni del parto, per sottrarsi all’infuriare della guerra, si rifugia con i figli e le domestiche, le zeracche, a Sanluri. Qui trepida per le sorti dei suoi fratelli, Gisella e Silvio, quest’ultimo coinvolto nei Gruppi di Azione patriottica, attivi in una Roma sottoposta all’occupazione tedesca. Proprio a Serra si interessa un giovane laureando in Storia, Kevin, che ricostruisce la vita del prozio per la sua dissertazione di laurea, trasportandoci nel milieu universitario bolognese ai giorni nostri.

Il meccanismo narrativo, come si può intuire da questi sintetici cenni, è piuttosto elaborato, perché prevede l’intrecciarsi di ben quattro voci narranti. Tre sono identificabili come narratori interni (Demy, Carla e Kevin); la quarta voce, che tace nel momento in cui il racconto di Demy si intreccia con la storia della famiglia Zedda, è quella di una narratrice esterna. Quest’ultima abbraccia spesso il punto di vista di Generosa, come appare evidente dalle frequenti incursioni nella focalizzazione interna, ma anche dalla scelta dell’aggettivazione. Spesso, infatti, tale voce narrante apostrofa Ruggero Zedda come “disgraziato” ed è chiaro che a conferirgli tale epiteto sia proprio la moglie, che si sente trascurata da uno sposo troppo dedito al lavoro e paventa persino l’idea che l’uomo abbia una relazione extraconiugale. Questa voce narrante, però, compie anche incursioni nella psiche (e nel lessico) delle zeracche o della primogenita degli Zedda e sembra una sorta di anima corale; non a caso, l’espressione “faccia ‘e mala gana” riferita al personaggio di Maria Ausilia, compatibile con l’ottica di Generosa (il suo rapporto con la ragazza appare subito piuttosto conflittuale), verrà ripetuta da Demy, come se – tratto verghiano – nella parola di alcuni personaggi riecheggiasse quella degli altri. Del resto, la coralità è uno dei punti di forza di quest’opera, che alterna molteplici registri.

 Il pellegrinaggio on the road dei Dubois è scandito dal comico iterarsi della scena che vede Felice, il primogenito di ‘casa’, un Gregory Peck nostrano, precedere con nonchalance e cantando canzoni di chiesa le due sorelle affaticate dal trasporto dei bagagli (il facchinaggio è poco cavallerescamente riservato interamente a loro). I racconti di Demy, in alcuni momenti anche piuttosto drammatici, si levano con levità, un po’ grazie al colorito frasario della donna, fitto di intercalari ripetitivi, e un po’ per effetto dei segni di demenza, che la inducono a dimenticare molteplici aspetti di un presente su cui ha esercitato una sorta di rimozione. Eppure la malinconia è dietro l’angolo: si pensi, a titolo esemplificativo, alle deprimenti sequenze di Villa Gioiosa, sulle quali non manca di librarsi ancora, però, l’ironia dell’autrice.

Molteplici gli spunti di riflessione, soprattutto sugli eventi storici. Un susseguirsi di differenti angolazioni prospettiche arriverà addirittura a far balenare un possibile accostamento tra l’attentato di via Rasella e atti di terrorismo avvenuti negli anni Settanta, elemento che affiora, come un Leitmotiv, anche in uno dei monologhi di Demy, per poi approdare all’accorata riflessione di Kevin nel capitolo sedicesimo. Quest’ultimo mediterà sui luoghi comuni fioriti intorno a quegli eventi e alle loro tristissime conseguenze (l’eccidio delle Forze Ardeatine), evidenziando come la terribile rappresaglia compiuta dai tedeschi non possa essere ascritta a responsabilità dei gappisti.

Un caleidoscopio di vite parallele; un’opera che ci conduce nei meandri della macrostoria elevando, in un avvincente e affascinante contrappunto, un inno alla forza della memoria, che valica gli angusti confini delle singole esistenze. Sintomatico è che il racconto di Demy prosegua anche nel momento in cui l’anziana donna sarà uscita di scena, quasi a voler indicare che gli “ingranaggi dei ricordi”, una volta messi in moto, divengono inarrestabili.

Il cerchio di pietre


Recensione a E. Graglia, Il cerchio di pietre, goWare, Firenze 2020, Euro 17,99.

Il cerchio di pietre di Enrico Graglia, classificabile nell’ambito della narrativa fantastica, è un romanzo che ti avvolge gradatamente, sino al raggiungimento di un livello altissimo di tensione, nelle spire di una vicenda ipnotica e affascinante.

Sullo sfondo vivido e perturbante della campagna astigiana, si muove il protagonista Vincenzo che, dal fatidico momento in cui, durante un bagno nelle acque del torrente Erro, avvista strani geroglifici sormontati dall’inquietante immagine di un occhio, verrà colpito da straordinarie e terribili visioni. Esse saranno preannunciate da sgradevoli sensazioni olfattive e dalla presenza di coloratissimi serpenti, trait d’union tra diverse dimensioni. Queste immagini si faranno sempre più inquietanti e saranno accompagnate da un crescente impulso alla violenza, avvertito come inarrestabile dallo stesso giovane diciottenne. Vincenzo si troverà a dover fare i conti con una terrificante entità che minaccia l’esistenza sua, dell’amata Lavinia e degli stessi giovani amici gravitanti intorno al microcosmo di Castelvecchio d’Asti. Microcosmo che peraltro pare improvvisamente assurgere a cuore pulsante di un multiverso la cui chiave di volta è il limes del “cerchio di pietre”, di cui l’entità malefica desidera la distruzione. A far da mentore al ragazzo in un percorso attraverso i segreti dello sciamanesimo e della “donna di luce”, figura della Grande Madre che compare nelle visioni, sarà lo scrittore Morbelli, uomo incline al caos interiore, ma non privo di impulsi al bene, pur frenati da un’indole accidiosa. Per entrambi, si prefigurerà una sorta di ideale discesa agli Inferi, nel momento in cui dovranno fare i conti con il proprio lato oscuro, ipostatizzato nel simbolo malefico di uno scarabeo.

L’opera ha un avvio lento, quasi pigro, nell’inseguire l’indolente apertura dalla vita di un ragazzo, Vincenzo, che, nell’estate del post maturità, sente infinite possibilità dischiudersi al proprio orizzonte. Presto però si entra in un’atmosfera di Unheimlichkeit, con la discesa subacquea nell’Erro e l’osservazione dei geroglifici, che ci ha, con le dovute differenze, ricordato la discesa di Rose nei sotterranei dell’antico palazzo in cui abitava in Inferno di Dario Argento. Anche l’odore dolciastro che accompagna la prima visione, quella della città sulle acque, dai colori accostabili a materia in decomposizione, richiama l’elemento olfattivo che nel film argentiano sottolineava l’aleggiare di una delle Tre Madri. Non mancano riferimenti all’egittologia, con l’immagine di Kepher e allusioni ad altre divinità egizie (ma anche la visita al museo di Torino), e poi ancora alla mitologia, alla fisica e persino al folklore piemontese, con la straniante ripresa in chiave orrorifica della maschera di Gianduia. Gradualmente la vicenda prende quota e conquista per il ritmo che si fa sempre più incalzante, ma anche per le ambientazioni cariche di fascino. Bella la rappresentazione dell’Astigiano, cui l’autore conferisce un je ne sais quoi di signorile e apparentemente sonnolento, con i riferimenti a san Defendente che lasciano quasi presagire come tale luogo celato agli sguardi possa divenire una sorta di presidio dell’umanità stessa. Stilisticamente molto ben curate e riuscite appaiono soprattutto le descrizioni delle visioni, in alcuni momenti accompagnate persino da allucinate e allucinanti metamorfosi di personaggi innocui, come la nonna Margherita delle sequenze nella casa di riposo, caratterizzate da un’efficace atmosfera di dismissione e disfacimento. Non mancano, nell’elaborazione stilistica, anche momenti di carattere più squisitamente mimetico, come il festino in una casa di campagna, in cui prevalgono il lessico, i gerghi, le pose, persino le esuberanze giovanili. Sicuramente, però, è la terza parte quella che conquista il lettore, il quale è catturato nel vortice di una catastrofe imminente, in cui il senso della precipitazione ti avvince, in un’aura di presagi oscuri, i quali fungono da tratto congiuntivo tra le generazioni dei genitori e dei nonni (prima marginali nel racconto) e quelle dei giovanissimi. Nulla in questa fase appare scontato e il lettore è indotto a chiedersi se (come in alcuni romanzi di Stephen King – chiaramente un punto di riferimento per Graglia – quali Pet Sematary, Carrie, in parte La metà oscura o, ancor più, Shining) i protagonisti possano addirittura arrivare a soccombere al cospetto delle forze oscure che li sconvolgono e travolgono.

Una prova riuscita, insomma, che non dovrebbe, a nostro avviso, deludere gli appassionati del genere fantastico o dell’horror, ma anche coloro che, in generale, siano pronti a lasciarsi avvincere da una narrazione adrenalinica e visionaria.

Lasciate in pace Marcello


Recensione a P. Paterlini, Lasciate in pace Marcello, Einaudi, Torino 2015, Euro 10.

Un romanzo breve di grande delicatezza questo Lasciate in pace Marcello, che ha il respiro di una solitudine cercata e in qualche modo salvifica, nella misura in cui rappresenta l’approdo a una dimensione più raccolta e autentica dell’esistere.

Illuminante la postfazione dell’autore, La carrozza di Dostoevskij, che ci educe in merito alla genesi e al lavorio redazionale dell’opera, nata su “commissione”, nell’estate 1996, per EL – Emme Edizioni – Einaudi Ragazzi e germogliata come una vera e propria sfida.

Sono notevoli ogni anno i numeri degli individui che spariscono senza che di loro si abbia più notizia. Tra costoro vi sono anche svariati adolescenti (nel romanzo si cita un dato risalente al 1994, quando se ne annoverarono ben 2563, quota ampiamente superata nel 2014). Ecco che da semplici dati statistici e dal fotogramma, forgiato dalla fantasia, di “un ragazzo su una bicicletta da corsa” in arrampicamento “lungo i ripidi tornanti di una strada di montagna” nasce la storia di Marcello. Essa si fonde con il mistero irrisolto della scomparsa dell’economista e accademico italiano Federico Caffè, uscito all’alba dalla sua casa a Monte Mario per non farvi più ritorno. Un caso che destò scalpore e che alcuni accostarono alla sparizione di Majorana.

Ecco che Paterlini ha voluto dare un nome, un volto e un destino diverso ai tanti adolescenti sulla cui vita forse è calato il sipario. Nel caso del ragazzo in bicicletta su una strada di montagna, infatti, la scomparsa è in realtà un volontario secessus, compiuto nel momento di massima felicità, che paradossalmente, per l’immaginario eccitato di un adolescente, può assurgere anche a culmine dell’infelicità.

Nel primo capitolo, ad accoglierci è la voce di Marcello. Il ragazzo narra in prima persona; muove da una sua fotografia, piuttosto ordinaria e per nulla annunciatrice di oscuri presagi, per poi zoomare – con lo sguardo tranciante dell’adolescenza – su un padre inadeguato, una famiglia a suo modo amata e una Lei che prenderà corpo in seguito, ma di cui non raccontiamo nulla, per chi desiderasse leggere il romanzo. Soprattutto, il protagonista, che commenta l’attenzione mediatica sorta intorno al suo caso con la caustica osservazione che “I minorenni, in un modo o nell’altro, eccitano sempre gli adulti”, ci introduce alla fine del capitolo nel sorprendente luogo in cui si trova: un convento.

Scopriremo gradualmente che questo sedicenne, Marcello, un bel giorno, ha deciso di bussare alla porta del convento in questione per chiedere asilo e i frati lo hanno accolto, dapprincipio con grande naturalezza e poi, data la particolare situazione, discutendo sul da farsi nel corso di una dibattuta riunione. È durante quell’assemblea che emerge il coprotagonista della vicenda; per ora è solo “la voce (…) di un vecchietto, ma imperiosa, forte”. Scopriremo solo in seguito che il suo nome è Federico e che anche lui ha un’intricata storia da raccontare e tanto amore da donare, che riverserà nell’atipica amicizia proprio con quel sedicenne.

 Il fascino di Lasciate in pace Marcello è riconducibile a numerosi aspetti, non ultimo lo stile, che segue il moto ondoso, ora lirico ora pronto ad approdare al vocabolo “materico”, dello spirito del giovanissimo protagonista. Tra i punti di forza, dovremo ricordare senz’altro l’ambientazione. Da secoli la vita claustrale ha colpito l’attenzione degli scrittori, a cominciare dal Petrarca del De otio religioso. Quel Petrarca che amava la solitudine del buen retiro valchiusano non ebbe la forza, diversamente da suo fratello Gherardo, di compiere la scelta radicale della vita conventuale.

La malia nasce, in questa peculiare situazione, dal fatto che è un adolescente abituato alle smanie e ai confort della modernità a immergersi in un’atmosfera che a lui pare medioevale e che pure gli accende l’immaginazione e lo fa sentire protetto. “Mi facevo cullare dalla voce cantilenante dei frati, dall’ora ancora notturna e da quegli inediti risvegli, dall’atmosfera della cappella, con il suo profumo di incenso e cera disciolta, con la luce fioca e calda, con quei cappucci che coprivano quasi interamente il viso dei monaci”. La bella ambientazione nel convento, cui pure non sono estranee le sirene della modernità con il Pentium da 160 Mhz (oggi ampiamente superato, come segnala l’autore stesso nella postfazione), trae ancor più risalto dal silenzio delle montagne circostanti. Sembra quasi che l’impervietà e la solitudine dei luoghi siano il giusto fondale di una storia tutta interiore. Un’interiorità che si rivela al lettore e un’altra, quella di Federico, che si cela, ma di cui si intuisce il tormento. E l’anima che si racconta, Marcello, è un’anima pura. Pura nel rievocare il suo primo (e forse unico) amore, impossibile da coltivare, ma non da cogliere per poi serbarne il ricordo, in un’aura in cui tutto è iperbolico – dalle sensazioni alle polluzioni –, con la fedeltà di un “monogamo assoluto”. Nel momento stesso in cui il lettore percepisce che ogni cosa è eccessiva in Marcello, non può tuttavia non affezionarglisi. In fondo Marcello è un’istanza riveniente dai nostri anni mitici. Ciascuno di noi può riscoprirla rannicchiata e assopita in sé, pronta a riaffiorare ogniqualvolta ci si riscopra a pensare, come allora, ma con una consapevolezza diversa, più amara: «Fermati, attimo, sei bello!».

Del brano La storia di Marinella De André dichiarò: “è nato da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte”. Ci sembra che qualcosa del genere sia avvenuto in questo libro. Ai mille volti di adolescenti che svaniscono e forse giacciono là dove nessuno potrà trovarli, vittime di crimini orribili o suicidi per quel malessere che il loro cuore amplifica a dismisura, Paterlini ha regalato un finale diverso, un approdo pacificante, forse definitivo, forse momentaneo come tutto ciò ch’è proprio dell’uomo. “La mia bicicletta è ancora qui, è sempre stata qui, appoggiata al muro della cella come se l’avessi appena addossata al muro di casa”.