Gli anni al contrario


 

IMG_20200124_0001Recensione a N. Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, Torino 2016, Euro 11.

È un romanzo che coinvolge e lascia l’amaro in bocca Gli anni al contrario di Nadia Terranova. Una storia familiare narrata con focalizzazione interna variabile, che segue alternatamente i punti di vista dei protagonisti, Aurora e Giovanni, giovani messinesi che negli anni Settanta vivono l’esperienza dell’innamoramento e sperimenteranno prematuramente il matrimonio, complice la gravidanza di lei. La prosa della quotidianità, il peso delle responsabilità e una sequela di incomprensioni porteranno al fallimento del progetto di vita in comune.

L’opera esordisce con straordinaria levitas, sull’immagine della protagonista, Aurora, che si chiude nel gabinetto di casa per potersi concentrare nello studio, unico strumento di evasione dalle panie di una famiglia ingombrante, di cui la figura più rappresentativa appare sin dal primo momento il padre, icasticamente denominato “Il fascistissimo”. La stessa leggerezza connota la presentazione del retroterra familiare di Giovanni, quello della prestigiosa famiglia Santatorre, nella cui compagine quel giovane dalle aspirazioni incerte e dalla personalità volubile risuona subito come una nota stonata.

In realtà, come ha ben evidenziato Elena Stancanelli, questa è un’opera “capace di nascondere sotto una prosa leggera una precisa idea del mondo”. Al cospetto della Storia, il microcosmo familiare che Giovanni e Aurora cercheranno invano di costruire andrà miseramente in frantumi. A sancire l’impossibilità dell’idillio quel senso d’ali inappagato che connota entrambi, ma che finisce con il condurre l’uomo alla ricerca di situazioni che possano indurlo a realizzare lo Streben da cui si sente animato e cui non riesce a dare un nome. Gli anni al contrario sanciscono proprio il fallimento di quel progetto di volo, eppure quanta speranza, quanta attesa nella majakovskijana “questione cardinale della primavera” da risolvere, o ancora nel sole che entra “dagli scuri” nel finale e illumina il dolore inespresso che fa trattenere il respiro!

Nell’opera si susseguono gli eventi degli anni di piombo: dal sequestro di Aldo Moro alla morte di Impastato (Giovanni andrà a Cinisi per partecipare ai funerali) e poi ancora gli atti terroristici, la piaga della droga, l’escalation graduale dell’AIDS, riconosciuto per la prima volta nel 1981. Essi finiscono con il rinfrangersi sui protagonisti, sconvolgendo il ménage della “casa in miniatura”, troppo piccola per una giovane famiglia che anela a crescere eppure al contempo troppo vasto teatro di incontenibili solitudini. Solitudini che a tratti tornano a sfiorarsi e fondersi, per poi rifluire su binari paralleli.

Terranova riesce felicissima nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, individui sfaccettati eppure, a tratti, rappresentativi di quello che giovani affacciatisi sul palcoscenico della vita, nello scenario dell’Italia di questo burrascoso periodo, potevano essere. Abbarbicati a sogni – senza coraggio sufficiente per realizzarli sino in fondo (più forte Aurora, che riuscirà ad affrancarsi grazie alla cultura) – e smaniosi di esperire l’infinito, spesso anche a prezzo della “sregolatezza” dei sensi. Si pensi a Giovanni, che si stordisce con l’eroina per poi arrivare a intuire troppo tardi la necessità di disintossicarsi e porre fine a una sorta di involontaria coazione al cupio dissolvi.

Intensa è anche la connotazione del rapporto genitori-figli, che attraversa le generazioni e conosce la sua declinazione più commovente nell’intesa tra Giovanni e Mara, figura – quest’ultima – che emerge nella seconda parte del romanzo e finisce anche con il pagare lo scotto dei pregiudizi sorti per le disavventure e l’inaffidabilità del padre.

 Il romanzo convince anche stilisticamente, per la capacità di scorrere dalla leggerezza al lirismo, con passaggi di grande delicatezza come questo: “Solo le lettere di Mara lo riscaldavano con la luce trasparente dell’infanzia, nelle parole di sua figlia la terra tornava mare”. Si pensi ancora all’aura che caratterizza la conclusione: nell’icona di Aurora che s’incammina, smaniosa di sperimentare quella primavera che si ostina a non palesarsi, si colgono la fatica e al contempo la tensione al vivere proprie di ciascun essere umano. L’istanza che ci induce a procedere a dispetto del dolore, in attesa che l’oscurità ceda alla luce.

 

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