Acque perpetue


Recensione a V. Usala, Acque perpetue, Edizioni Epoké – La Torretta, Novi Ligure 2022.

Acque perpetue è un romanzo sui generis. In apparenza la confezione è quella di un noir, ma sin nelle prime pagine dell’opera aleggia un je ne sais quoi che riconduce alla dimensione parapsicologica.

Siamo all’indomani dell’uscita del film Magdalene scritto e diretto da Peter Mullan e risalente al 2002. Una pellicola che suscitò scalpore perché contribuì ad accendere i riflettori su una realtà a molti sconosciuta e da altri deliberatamente ignorata: le violenze e i soprusi perpetrati sulle ragazze “traviate” affidate alle Case Magdalene in Irlanda e impiegate nelle lavanderie interne ai Conventi della Maddalena.

La proiezione del film scatena in Nevan, poliziotto inquieto, i ricordi – in fondo mai sopiti – di un passato lacerato da un vulnus familiare: la follia della madre Cristiona, affetta da manie religiose, e la scomparsa della sorella Clodagh. Quest’ultima, incinta pur senza essere sposata, era stata confinata nel microcosmo concentrazionario di uno di quei conventi proprio per volontà della donna, rosa dalla rabbia per lo scandalo e per il desiderio di emancipazione della figlia.

In un’atmosfera perennemente sospesa, in cui non è subito evidente – anche s’è percepito dal lettore – l’esito della vicenda di Clodagh, Nevan parte per la Sardegna, dove sarà ospitato dall’amico Uro. Qui cercherà di risolvere il mistero della morte della giovane Demersa, annegata in circostanze dubbie, proprio quando la notizia della sua gravidanza fuor del matrimonio aveva suscitato scalpore e scandalo a Ubique, nel Sud della Sardegna. Non è casuale che Usala attribuisca questa denominazione al paese, avvalendosi di un termine che deriva dall’avverbio latino “ubīque” e ha significato di “in ogni luogo”. “In ogni luogo”, infatti, con differenti modalità punitive eppure la stessa iniqua sostanza, si è scatenata la persecuzione contro le donne considerate “svergognate” e “perdute”.

Proprio la similarità della vicenda di Demersa e di quella di Clodagh inducono Nevan a occuparsi di un cold case che finirà non solo con il configurarsi quale inchiesta di giustizia, ma sarà anche occasione di un serrato e doloroso corpo a corpo con i propri fantasmi e quelli che alimentano l’inconscio collettivo. Usala attinge, infatti, sia al mito irlandese e scozzese della banshee che a quello sardo delle panas, spiriti di donne morte, direttamente o indirettamente, a causa del parto. Di ambo i miti l’autrice indaga e richiama alla luce la sostanza di dolore che li informa; suggestiva è inoltre l’onnipresenza nel romanzo dell’elemento acquatico, non a caso evocato anche nel titolo. È immediatamente perspicua l’associazione con il liquido amniotico, ma tutta la letteratura internazionale ci ha abituati a rapportarci a figure femminili che, come Ofelia, concludono la loro esistenza nell’acqua, morendo in essa come se tornassero al loro stesso naturale elemento. Con l’acqua nel romanzo coesiste l’elemento del fuoco, punitivo o rigenerante, rievocato nel nome di personaggi come Uro e inscritto nel mito delle Panas, che schizzavano con acqua urente (quasi un ossimoro) il malcapitato che avesse disturbato il rito notturno del lavacro, loro “penitenza”.

Un’opera avvincente e dalle atmosfere livide, in cui il Male serpeggia costantemente e non di rado s’afferma, ma solo momentaneamente, perché non è destinato a celebrare la vittoria finale. La narrazione di Usala tiene desto l’interesse e coinvolge il lettore anche attraverso l’uso frequente (oggi piuttosto inconsueto) di apostrofi, che tendono a spezzare la continuità della fictio. Del resto, Acque perpetue è anche il titolo del romanzo cui Clodagh – in un finale metanarrativo – affiderà la propria triste storia, perché “Quella storia, nata dall’acqua, trovò fine nell’acqua”. E sul ponte del fiume Liffey, nella cornice di uno splendido tramonto, il romanzo si conclude, con una speranza.

Mr. Me


Recensione a M. Evangelista, Mr. Me, Arcipelago Itaca, Osimo 2022, Euro 12.50

Nell’accostarmi a Mr. Me di Maurizio Evangelista, subito il pensiero, pur nell’enorme diversità delle opere, è corso all’Hotel Surfanta del geniale pittore Lorenzo Alessandri e alle sue camere, teatro di visioni ora grottesche ora angosciose ora perfino liberatorie.

La fictio alla base della raccolta di Evangelista è quella di un hotel, come rivela in limine la lirica CHECK-IN. In esso figura una serie di stanze, che a ben vedere rappresentano porte dell’anima. Un’anima plurima che si riflette empaticamente in molteplici vite, in un moto di spossessamento del Sé e di appropriazione dell’altro che assurge a imprescindibile momento conoscitivo. È questo procedimento a costituire il primum movens della poesia di Evangelista. Scaturisce così la figura di Mr. Me che – come ha ben evidenziato Alessio Alessandrini – è “uomo e donna, è padre e madre, è amato e amante, è vergine e madonna, prostituta e premaman”. Mr. Me pare pertanto rappresentare un alter ego dell’autore stesso: un alter ego che, compenetrandosi nelle vite altrui, scopre sé stesso, dando voce nei suoi versi alla bellezza straniante la quale rifulge anche nelle miserie dell’esistere.

E le vite che sceglie di rappresentare, di cui si appropria cambiando faccia di stanza in stanza, sono vite non di rado all’insegna della distonia e dell’alienazione. V’è l’esistenza grigia dell’uomo che legge le avventure di Jane Marple e in esse dà movimento al suo vivere statico, nella perenne attesa di un cambiamento destinato forse – direi quasi certamente – a non avvenire: “si vede già in un albergo di Londra / con indosso una vestaglia rossa // in cerca di una governante / che gli cambi le lenzuola / e la sua vita per sempre”. C’è il sesso consumato quale rituale logoro e stantio, spesso mercenario; in esso emerge il contrasto, che finisce col diventare simbiosi, tra bellezza e degrado: si pensi allo sgraziato incontro tra la figura che si accosta a Jessica Lange e “il più grosso grasso gorilla” (“lui è King Kong a Manhattan”), momento che peraltro potrebbe anche soltanto appartenere alla fantasia del degradato “protagonista” maschile. A tal proposito si potrebbero rilevare due elementi tipici di Mr. Me. Il primo è la memoria cinematografica, cara a Evangelista: ecco che affiorano in altri testi Norma Jean Baker, vero e proprio mito di molte generazioni, e l’icona della “gioventù bruciata”, l’indimenticato James Dean: “alle ragazze sorrido / come fossi James Dean”, si legge in Stanza 119. Di fatto, le voci che dicono “io” e si assimilano, il più delle volte peraltro per contrasto, nelle liriche a tali attori e attrici (o li evocano) finiscono con lo sperimentarne più che altro la solitudine. Il secondo aspetto che si voleva rilevare è il camaleontismo della scrittura. Essa può virare verso le altezze del lirismo o sublimarsi nei surreali metamorfismi di Stanza 221 (a nostro avviso i versi più belli della raccolta: “mio fratello ha i miei anni / e mi prende per mano e mi dice, / sono più grande di te // come l’erba alta un dito. // non gli credo // e strappo via tutta l’erba / scavo un buco profondo / ci metto i piedi dentro. // e lui mi pianta e mi dice, sei più grande tu adesso // e mi sale sulle spalle e continua a crescere”). Non di rado, allo stesso tempo, essa si volge al parlato, recuperandone anche gerghi grossolani (“è solo il più grosso grasso gorilla / di danza classica / che si tocca la sacca che ondeggia le braccia / con gli occhiali da sole”, Stanza 111), peraltro in perfetta corrispondenza con la sgradevolezza e la bassura della materia che si sta affrontando. In altri casi, questa volta più per il prevalere dell’intenzione affettiva dell’espressione che per volontà mimetica, affiorano i solecismi del parlato regionale (“esci fuori il servizio di porcellana” verso la madre della Stanza 227). Il linguaggio, com’è giusto che avvenga, è dunque di volta in volta adeguato ai contesti.

Emerge in Mr. Me un disperato e al contempo speranzoso bisogno d’amore: un desiderio di padri quali figure di riferimento ma anche di paternità, una paternità che valica il limite biologico e diviene stato di grazia del cuore. Un riconoscersi nell’altro, un incontro di distonie che improvvisamente si muta in sintonia, nella ricerca perenne dell’impossibile felicità. Si pensi a un altro dei testi più riusciti, Stanza 319: “in una foto del duemiladiciassette / siamo al centro dell’East River io e te / a toccare le stelle americane. // ricordo di aver detto, sorridi / così sarà per sempre // e quanti come te sorridevano. // se non cercheremo più questa foto /se qualcun altro ci troverà per noi / saremo ancora felici // e lo saremo per tutta la vita degli altri”.

Io sono Libertà


Recensione a V. Patruno, Io sono Libertà, Scatole Parlanti, Viterbo 2022, Euro 14.

“L’intento di questo libro è di dichiarare l’amore per il proprio quartiere, le proprie radici e i valori trasmessi dall’educazione familiare senza essere compiacente”. Ed è un amore amaro quello che emerge nitidamente dalle pagine di Io sono Libertà di Valeria Patruno.

“Un’opera di fantasia”, dichiara l’autrice, in cui “Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale”, eppure un’opera che ha il sapore di un’inchiesta ramificata lungo una duplice direttrice.

La focalizzazione, dal momento che il racconto è affidato a un narratore interno, la protagonista stessa, è chiaramente in soggettiva. La voce che accompagna il lettore tra le pagine del romanzo è quella di Deborah, nata nel quartiere Libertà, a Bari.

Proprio Libertà, “che ora si chiama anche I Municipio”, è il cuore della narrazione, che muove dagli anni Settanta, in cui “a Bari non c’erano piani di riqualificazione energetica per illuminare le strade del Libertà e non era stata inventata nemmeno la polizia locale”, per spingersi sino agli scenari del lockdown, con la pandemia che squaderna le angosce degli individui e della collettività e finisce con l’essere ulteriore occasione di episodi di illegalità diffusa e persino di un dimentico ‘carnevale’.

Io sono Libertà – si diceva – è fondato su una duplice inchiesta, i cui binari sono in realtà strettamente connessi. Cresciuta senza padre, in un contesto decisamente matriarcale, Deborah cerca disperatamente di conoscere il genitore, in una quête che la indurrà a studiare a Firenze e in cui imprevedibile aiutante sarà suor Clara. Tale mancanza potrebbe a nostro avviso essere letta anche in chiave generazionale: eclissi dei padri come assenza di figure maschili di riferimento rette, in grado di assurgere a esempi positivi (“la disobbedienza dei nostri compagni era piuttosto specchio del ménage familiare: nessuna regola e tanta violenza. Tutto quello che i genitori, e in particolare gli uomini adulti della famiglia, non avevano la pazienza di spiegare era appreso attraverso le mazzate o qualsiasi altro atto di forza”). Ecco che paradossalmente la mancanza della figura maschile e l’affidamento totale della funzione pedagogica a un’alleanza di donne eticamente solide finisce con il rappresentare per Deborah un elemento salvifico: “Sono stata fortunata a essere nata in una famiglia dove ho ricevuto un’educazione severa e impartita a parole, non a schiaffi”. Patruno dipinge molto bene gli ambienti della scuola media frequentata da Deborah, in un contesto che spesso finisce con l’essere malsano per le fanciulle e i fanciulli che non riescano a rendersi popolari per varie ragioni riconducibili ad aspetti fisici, caratteriali o a una commistione di elementi. Inutile dire che spesso tale sorte colpisce maggiormente coloro che sanno riconoscere il valore dello studio e s’impegnano in tal direzione, in una società in cui la Cultura non è di certo ritenuta un punto di forza; purtroppo la situazione attuale non è da meno, nel trionfo dell’idiozia di chi segue gli influencer e dell’ignoranza berciante ai vertici politici. La delineazione degli ambienti, ma soprattutto direi delle dinamiche psicologiche che s’innestano in contesti con caratteristiche analoghe, è realistica al punto che diversi nati negli anni Settanta e Ottanta (e non solo) potranno riconoscersi nel senso di distonia dei primi capitoli. Il sentire distonico è acuito dal contrasto tra la percezione della bellezza di luoghi indiscutibilmente dotati di grande fascino e la constatazione del degrado in cui essi sono immersi. A tal proposito, si legga con attenzione il capitolo IV, “Bosco Garibaldi”, interessante per le considerazioni sociologiche – che tra l’altro conducono anche al di fuori del contesto pugliese – e soprattutto per il carattere epifanico che lo contraddistingue: la scoperta di “un gioco d’ombre bellissimo, ombre di foglie e di rami”, “il verde che mi mancava”; “Non era in basso, era lì in alto, tra le chiome degli alberi. Bastava cambiare prospettiva e il miracolo della natura era lì”.

Quest’ultima frase costituisce, forse, una delle chiavi di volta dell’intero romanzo. Il cambiamento di prospettiva arriverà: gli studi fiorentini, la scoperta del padre, l’emancipazione – pur relativa, dato che non genera la ricchezza e non sempre è foriera di considerazione sociale – attraverso la Cultura. Così dalla prima inchiesta scaturirà la seconda: il ritorno a Libertà in un movimento di riappropriazione del contesto inizialmente percepito in maniera straniante. Una precisa volontà di conoscere Libertà per meglio intenderne la realtà. Quello che cambia è lo sguardo, non “compiacente” perché in grado di individuare le storture e chiamarle con il loro nome, con conseguenti piccoli-grandi gesti di ribellione, ma neppure meramente giudicante. Non è, infatti, quello di Deborah l’atteggiamento di chi si erge su un piedistallo ed etichetta l’altro da Sé in un moto dall’alto verso il basso; forse questa conquista è legata al fatto che dell’attitudine giudicante la ragazza era stata vittima, come emerge ad esempio da allusioni legate al periodo liceale. Al termine della lettura resta la consapevolezza che, anche se i padri latitano, è giusto che gli individui cerchino e scoprano il senso di fratellanza. Garante di quest’ultimo sarà l’apertura al ‘lontano che c’è vicino’.

Io sono Libertà, con le qualità di uno stile curato che non disdegna il dialetto in funzione ora conoscitiva ora mimetica ora affettiva, si muove con un’allure tra romanzo e saggio; si veda, per esempio, l’incipit che focalizza lo sguardo su metropoli orientali per poi volgersi verso Craco e infine puntare su Bari. È un’opera che deve far riflettere tanto i turisti o i non residenti che in maniera snervante magnificano la Puglia per gli scorci da cartolina (se vivi in una terra non puoi accontentarti di un quotidiano spectaculum per gli occhi, tra l’altro solo parzialmente dilettevole perché minato dal degrado) quanto chi, cresciuto in questa regione, desidera fuggire da colei che considera – e spesso è davvero – una Madre matrigna. A volte, però, non basta mutare cielo per placare l’inquietudine radicata nel cuore e l’ideale dell’ostrica potrebbe essere considerato non solo alla luce dell’incombere di un mondo pescecane che divora chi si avventuri di là dal proprio habitat. Esiste, infatti, anche una refrattarietà dell’ostrica ad abbandonare lo scoglio impervio su cui il destino l’ha collocata, nella consapevolezza che nel coacervo di un DNA con l’impronta magari di contadini bitontini, marinai molfettesi, predoni saraceni o sudditi bizantini è racchiusa parte della propria essenza. È anche così che nasce quel moto di odio-amore – il quale può pendere più dall’uno che dall’altro polo a seconda delle circostanze – che ti conduce, seppure con rabbioso e dolente orgoglio, a dire: “Io sono Libertà”.

Noir in abito da sera


Noir in abito da sera

Recensione ad Aa.Vv., Noir in abito da sera, a cura di Dario Brunetti, Damster, Città di Castello 2022, Euro 13.

È un’operazione interessante quella alla base dell’agile volume Noir in abito da sera, curato da Dario Brunetti e recentemente pubblicato da Damster, con l’intento di devolvere parte del ricavato dalle vendite del libro a favore dell’Associazione SOS Donna (Bologna). Premessa ai racconti è l’introduzione di Brunetti stesso, che rivela i fini del progetto, “focalizzare l’attenzione sul soggetto della donna, vista come protagonista assoluta in ognuno di questi undici intriganti racconti”; segue un intervento di Francesca Chiaravalloti e di Valentina Ferri per SOS Donna, le quali, sottolineando “il tocco femminile di queste penne, una specie di raffinatezza nella scrittura che riesce a non scivolare mai nello scontato o nel volgare”, pongono l’accento anche sull’importanza del superamento di stereotipi legati ai generi.

Difatti, questa raccolta di racconti elegge la donna a sua assoluta protagonista, superando la triste (purtroppo realistica e attuale) narrazione che la vuole vittima per antonomasia. Le donne di Noir in abito da sera sono ora detective ora assassine folli o lucidamente spietate (magari killer di professione come nella Festa del sole) ora anche – ma non esclusivamente –  vittime, non di rado cadute per mano di altre donne. Certo, al fondo, si avverte quanto certi atti delittuosi siano il portato di uno stato di cose che ha condannato per secoli il genere femminile alla remissiva accettazione di qualunque sopruso o tradimento perpetrato dagli uomini (si pensi allo “scellerato gesto d’amore” alla base de La suora e il talebano); una tradizione che le ha magari relegate in cucina (luogo canonico da cui scaturisce la rabbiosa reazione di Lenta cottura) o ancorate a stereotipati dettami di bellezza i quali hanno trasformato in escluse dall’amorosa elezione donne da essi lontane (è il caso della protagonista di Seta blu).

Tipica del noir è, infatti, non a caso l’attenzione al contesto sociale in cui il delitto matura. Non di rado i protagonisti sono figure coinvolte, in modalità che si diversificano di volta in volta, nell’azione criminosa stessa; si consideri, a tal proposito, l’io narrante di Argia, uno dei racconti meglio riusciti per l’abilità dell’autrice, Piera Carlomagno, nella costruzione del personaggio fulcro delle vicende. Tale figura, dal pomposo nome mitologico, spicca per l’anticonformismo che si rivela nella “scandalosa ostentazione” di un audace tatuaggio nei “primi anni Ottanta” (oggi è semmai anticonformista l’esserne privi). La ragazza colpisce la narratrice (e anche il lettore) per il fascino magnetico e inquieto e la personalità misteriosa, che resta – per il lettore come per l’io narrante, che si definisce “l’invisibile” – un enigma da decifrare. Del noir è ancora la possibilità di un finale non necessariamente consolatorio; pressoché quasi nessuno dei racconti si conclude con la perfetta ricomposizione dell’ordine, forse proprio in quanto la convinzione che quest’ultimo possa esistere è chimerica al pari del mostro leggendario.

Il lettore potrà subito avvedersi di come uno dei fil rouge, complice l’ironia della maggior parte delle autrici, sia rappresentato dalla tensione al diletto. Noir in abito da sera intrattiene piacevolmente, con intelligenza e humour. Francesca Bertuzzi (Lenta cottura), Piera Carlomagno (Argia), Mimma Leone (L’assistente), Lorena Lusetti (Ossessione mortale), Chicca Maralfa (La suora e il talebano), Marzia Musneci (Pietre e polvere), Giada Trebeschi (La mano di Corso Oporto), Luana Troncanetti (L’ora del thè), Paola Varalli (La festa del sole), Serena Venditto (Fiori d’arancio), Letizia Vicidomini (Seta blu) contribuiscono, ciascuna con il proprio stile, a traghettare il lettore in un dilettoso labirinto dalle molteplici atmosfere. Percorso in cui non mancano il motivo del banchetto fatale e del “cannibalismo forzato”, che dalla tragedia di Tieste fu consegnato a più elegiache note in Boccaccio; le improbabili e proprio per questo vincenti accoppiate investigative (si veda Maralfa); la memoria del noir anni Quaranta con dame alla Stanwyck in Pietre e polvere (di stelle, anche). E poi il motivo dello stalking, con il curioso paradosso che puntualmente conduce alla colpevolizzazione della vittima; la sete di dominio e il feticismo della gerarchia non di rado spinti ai limiti della follia in contesto accademico; l’infanzia tradita e violata; ritratti di melanconici satiri in veste nobiliare ammiccanti all’avvocato Orimbelli della Stanza del vescovo di Piero Chiara; il suicidio che assurge a “delitto” perfetto, vendetta sopraffina degna di dark ladies emule della famosa Rebecca de Winter; il lato oscuro dei “fiori d’arancio” con tutto ciò che rappresentano; la rivincita della donna fisicamente – ma non intellettualmente – “opaca” sulla carnefice bamboleggiante, bulla di una gioventù infelice… L’elenco di temi e motivi potrebbe proseguire, ma non si vuole inficiare l’effetto sorpresa che terrà costantemente desto il lettore nell’assaporare le undici portate – per recuperare la metafora usata da Brunetti – di Noir in abito da sera.

Voce del verbo mare


Recensione a S. Consorti, Voce del verbo mare, Arcipelago Itaca, Osimo 2022, Euro 13.50.

Voce del verbo mare di Simone Consorti è una raccolta che conduce una fitta riflessione esistenziale attraverso il grimaldello del paradosso ironico e dell’autoironia.

È una perenne sete di luce e di vita quella che traspare dalla silloge, una fame d’aria che s’insinua anche nello humour nero di In ogni bara lasciateci un buco. Tra il serio e il faceto emerge l’idea che a ogni individuo s’ancori un mondo e che un mondo si spenga ogniqualvolta un uomo intraprenda quello che romanzieri dell’Ottocento chiamavano il “sonno invincibile”: “C’è tutto ciò che han veduto / negli occhi di ognuno / quando si chiudono”.

Il silenzio di Dio nel quotidiano, la perenne attesa di un’epifania che si risolve in stasi beckettiana e la gioia insana di sentirsi vivi coesistono. A questo senso di attesa non è indifferente neppure il mare (“Il mare intanto attende / la restituzione di tutte le onde”), elemento chiave della raccolta. Da un lato esso appare, e forse è, “sempre uguale / indifferente ad ogni contrattempo”, dall’altro si rivela in equilibrio precario: l’idea della goccia che possa “far traboccare il mio mare” (significativo l’uso del possessivo) o, per usare un’altra immagine, dello “sputo” che lo fa esondare è correlata al concetto che “L’infinito” possa traboccare “a causa di qualcosa di infinitesimale”. A questo motivo si lega l’icona del tennista Nadal, effigiato nel momento in cui la racchetta si appresta a colpire la palla e si fa strada la suggestione magica che “Ogni gesto / a forza di ripeterlo / può creare o cancellare un universo”.

Nell’opera di Consorti non mancano certo i riferimenti colti. Potremmo a tal proposito citare il testo dedicato agli assediati di Masada e alla loro decisione di darsi reciprocamente la morte per non incorrere nell’anatema che ricade sul suicida: è proprio su quest’ultimo che lo sguardo del poeta indugia, su colui che, ucciso l’ultimo compagno, deve necessariamente, per non cadere nelle mani del nemico, togliersi la vita. Egli invoca il fulmine di Dio su di sé, ma invano. Su un’altra drammatica morte di massa Consorti si soffermerà in uno dei testi della silloge: si tratta dell’eccidio di Jonestown, che pose fine tragicamente all’esperienza del Tempio del Popolo. Chiunque abbia familiarità con il Consorti narratore ricorderà che il motivo lucreziano della capacità della religio di suadere malorum – attraverso la manipolazione della psiche di personalità fragili – era stato già declinato in Il prescelto (https://gianobifrontecritico.wordpress.com/2021/05/07/vi-dichiaro-marito-e-morte/).

Il desiderio individuale di trasumanar affiora in Barnekow, che trae ispirazione dalla celebre dimora storica di Anagni e allude all’immaginario alchemico che trovò espressione negli affreschi della stessa. Si pensi al riferimento alla rubedo, l’ultima fase della Grande Opera, e alla fenice che ne rappresenta il simbolo.

La letteratura affiora un po’ dappertutto, divenendo il reagente che innesca il paradosso: l’inquietudine di “un Amleto ridicolo” e contemporaneo non è più originata dalla sete di vendetta e dall’irresolutezza e non è di certo figlia dello strappo del cielo di carta. L’Ofelia 2022 annega in un “bicchier d’acqua” “e anche se sembra ridicolo / è una cosa seria”, se si pensa alle implicazioni della metafora… Il poeta-Orfeo si rivela una “pessima” riedizione del topos: la paura dell’abbandono è divenuta pressoché compulsiva, così come la sfiducia nel sacro. L’effetto del perenne guardarsi indietro sarà allora un impoetico ma realistico “torcicollo” (né le Baccanti si scomoderanno a dilaniare il cantore). Tutto si presta a demitizzazione eppure tra l’alto tragico-mitico della Letteratura e il sé deaurato del nuovo millennio v’è un legame non tenue ed è l’abisso in cui anche oggi si sprofonda senza che, tuttavia, ci si sia mai librati nelle altezze.

Tra le voci che più hanno influito su questa scrittura, come l’autore stesso rivela, è Fernando Pessoa. In quel Più son solo più fa folla la mia ombra sentiamo riecheggiare l’“affollata solitudine” del poeta portoghese. Nello straniante senso di sdoppiamento, perfino di settuplicazione dell’individuo si avverte l’incidenza dell’esperienza della scrittura di Pessoa e della creazione degli eteronimi. Penso a versi di Pessoa come questi: “Non so quante anime ho. / Ogni momento mutai. / Continuamente mi estranio. / Mai mi vidi né trovai”. Anche il gusto del paradosso potrebbe ricondursi alla lezione del lisbonese, geniale maestro di quest’arte, di cui un celebre esempio è il caso del poeta fingitore che “Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”.

È un poeta che merita senz’altro di essere seguito Simone Consorti, cantore di un sentire spesso distonico, in un incedere ora minimal ora narrativo ora filosofico ora lirico; un “pessimo Orfeo” che, senza prendersi sul serio, arrivando anzi perfino a insinuare che “questo libro” possa essere “proprio lo scarto di tutto quello che non ho più buttato” (“C’era una volta un ragazzo di venticinque anni che buttava le poesie del ragazzo di vent’anni. C’era una volta un uomo di quarant’anni che non ha buttato più niente, nemmeno gli appunti”), finisce col farci riflettere – seriamente – sulla bellezza e l’assurdità dell’esistere.

Pensel


Recensione a Z. Gallo, Pensel, Florestano, Bari 2022, Euro 15.

Il romanzo Pensel di Zaccaria Gallo rappresenta una felice combinazione di storia e invenzione. In un ritmo vertiginoso le alchimie del caso inducono le strade di individui apparentemente distanti a intersecarsi e condizionarsi in maniera decisiva.

L’opera affonda le radici in due eventi storici: la congiura realista antinapoleonica detta della “machine infernale”, che sfociò nell’attentato della rue Saint-Nicaise a Parigi alla vigilia di Natale del 1800, e la strage del Bataclan, sala da spettacolo parigina in cui, il 13 novembre 2015, novanta persone hanno perso la vita in un attentato dell’ISIS durante il concerto delle Eagles of Death Metal.

Qui l’intuizione di Zaccaria Gallo. Egli muove da un dato storico: la tragica morte della dodicenne Marianne Peusol, nel romanzo chiamata Pensel, coinvolta da Pierre Robinault de Saint-Régeant per mantenere le redini della giumenta legata alla macchina infernale e rimasta uccisa nel corso degli eventi. Inutile dire che l’attentato fallì e Napoleone ne uscì incolume, ma non i malcapitati passanti coinvolti nell’esplosione. A questo elemento Gallo va a connettere gli eventi del 2015, collocando sullo scenario del Bataclan una Pensel, discendente della bambina omonima. La ragazza, diversamente dall’antenata, riesce a sfuggire alla morte e si rifugia in un portone disserrato, nel quale viene soccorsa in stato di choc da un giovane studioso italiano, Francesco, che si sta recando a trovare uno scontroso professore suo amico, Jean Pierre. Francesco porterà la ragazza in casa dell’uomo: quest’ultimo dapprima è infastidito dalla presenza femminile che invade i suoi spazi inopinatamente; quando però viene a conoscenza del nome della ragazza e intuisce la sua origine, rievocherà con lei gli eventi storici per i quali egli, discendente del Robinault de Saint-Réagent, non era mai stato in grado di liberarsi d’un atavico senso di colpa.

Il romanzo ha una struttura complessa, in un costante susseguirsi di piani temporali differenti. Il passato, ora rivissuto in prima persona dai protagonisti (Napoleone, gli attentatori – soprattutto Saint-Régeant e Limoëlan-Limolean – e il capo della polizia Fouché) ora rievocato secondo la prospettiva di Jean Pierre, riemerge in tutta la sua ambiguità, il suo orrore. Riaffiora peraltro l’intreccio di ragioni anche valide che conducono a conseguenze atroci. Il patriottismo di cui si sentono investiti gli attentatori della rue Saint-Nicaise non è forse differente dalla percezione che di sé hanno gli assassini del Bataclan, scherani di una guerra per loro carica di senso. Resta l’inoppugnabile constatazione che se le vittime designate, si veda il caso di Napoleone, riescono magari a sfuggire in virtù dell’id quod accidit (un ritardo, lo scatto imprevedibile di un cocchiere alticcio), a restare stritolata è non di rado l’innocenza di creature pure come Pensel. Gallo accarezza questa figura, ne mostra la commovente umanità: le dona la gioia di vivere di bambina, gli occhioni sgranati su un mondo in cui ogni cosa è scrutata con lo stupore di una magica prima volta. Un’aspettativa al cospetto del vivere per cui anche la povertà più dura può essere addolcita dalla carezza di un genitore: “Mentre si avviano una breve carezza sfiora il volto delle due bambine. È un bel momento questo per Pensel. Il padre si è addolcito, dopo tanti strilli che emette durante il giorno là dentro, e ora è lieve quella sua mano, nera di carbone e polvere. Scompare, per un attimo, dagli occhi di Pensel e Manon, l’immagine della continua lotta della loro famiglia contro la miseria”. Eppure è proprio questa struggle for life che collocherà Pensel e la sorellina Manon sulla strada dei cospiratori della machine infernale. Significativo, a p. 151, il momento in cui Limolean posa lo sguardo sulle due bambine e sceglie Pensel come involontaria complice dell’atto in corso. Significativo anche perché quella piccola che il lettore ha imparato in qualche modo a conoscere, e per cui ha subito sviluppato un senso di tenerezza, gli o le viene ora mostrata, attraverso la prospettiva di Limolean, in un’ottica straniante. È in qualche modo spersonalizzata, diviene una figura ch’esce dalla folla e che come tale può essere anche designata a morte. È in fondo l’ottica di chi compie un attentato nel quale chiunque  potrebbe restare ucciso.

Uno dei punti di forza di Pensel, oltre alla vertigine temporale che coglie chi s’inoltra tra le pagine del romanzo, è l’adozione della focalizzazione interna variabile, con narrazione ora in terza ora in prima persona, sempre fondata sull’assunzione del punto di vista di uno dei personaggi. Ciò determina una sensazione di pluriprospettivismo, che restituisce la problematicità degli eventi storici (da Gallo ben rievocati) unitamente alla molteplicità delle implicazioni etiche e delle motivazioni alla base di momenti altamente tragici come quelli narrati dallo scrittore.

È un’architettura, quella di Pensel, in cui non mancano le simmetrie: basti pensare ai primi due capitoli e alle similarità costruttive che li caratterizzano. Il primo capitolo è dedicato agli eventi del Bataclan; siamo nella dimora solitaria di Jean Pierre, che vede irrompere nella notte Francesco. Quest’ultimo conduce con sé Pensel. Il capitolo si chiude con Jean Pierre che, sconvolto dalla presenza della ragazza, decide di ospitare i due per la notte. Il secondo capitolo ci mostra Limolean, l’unico dei tre esecutori materiali dei fatti di rue Saint-Nicaise a essere scampato all’esecuzione capitale. Egli si è rifugiato in un convento in America; qui è diventato fra Joseph. La visita di padre Benjamin il giorno di Natale induce il frate a rivelare il rovello che l’angoscia; così, in un’atmosfera allucinata, l’uomo indica all’attonito interlocutore un angolo in cui dice nascondersi l’ombra di Pensel, da cui si sente perseguitato. Evidenti sono le analogie: due uomini, carichi di un senso di colpa riveniente dal passato e confinati in ‘romitaggio’, secolare l’uno e conventuale l’altro, vedono riaffiorare lo spettro di Pensel. Ciò avviene con la mediazione di una figura maschile che nel primo caso introduce nel luogo-eremo una donna in carne e ossa, nel secondo fa riemergere un fantasma dagli anfratti della storia. Altri casi potremmo citare, ma riteniamo che questo sia senz’altro il più indicativo.

Un altro aspetto non secondario, in quest’opera che ha il pregio di uno stile curato e di una notevole varietà di registri, è l’emergere della figura di Manon, sorella di Pensel. Ella è rievocata e portata all’attenzione di Jean Pierre dalla Pensel contemporanea, che mostra al professore un documento a lei connesso; subito dopo, nel recupero del racconto storico, la vediamo comparire nel convento, al cospetto di Fra Joseph, intenzionata a vendicarsi. Sarà il rancore a prevalere? Il sangue chiamerà altro sangue? Certo, se spesso nella tragedia greca le colpe dei padri ricadono sui figli (si pensi ai Labdacidi o agli Atridi), in quest’opera, immersa in un’aura tragica, il messaggio che sembra emergere è che le nuove generazioni non debbano sentirsi macchiate e marchiate da colpe che non hanno commesso. Devono però, per riscattare il passato, agire nella direzione giusta e costituire una social catena, perché laddove ci furono violenza e sopraffazione possa spirare una consolatrice “giustizia riparativa”.

Le coordinate del male


Recensione ad A. Mignani Vinci, Le coordinate del male. Il deficit di empatia e l’assenza di rimorso, con prefazione di A.M. La Scala, Armando editore, Roma 2022, Euro 12.

È una monografia densa e lucida quella di Alice Mignani Vinci, assistente sociale, criminologa forense  e pedagogista. L’accessus all’opera è favorito dalla prefazione di Antonio Maria La Scala, dal prologo di Silvio Ciappi e dalla postfazione di Davide Piserà.

Le coordinate del male si struttura in otto agili capitoli. Vi è l’attenzione all’“eziologia del crimine” che induce Mignani Vinci a scandagliare “l’origine del male”, muovendosi anche sul versante storico (significativi, a tal proposito, i riferimenti lombrosiani, che ricordiamo aver alimentato l’immaginario dell’ultimo scorcio ottocentesco – e non solo – , con tutta una serie di declinazioni in ambito letterario e artistico), e a vagliare una duplice ottica. La saggista esamina infatti le componenti criminologiche, argomentando come un ruolo chiave sia rivestito dal “deficit di empatia” e dall’“assenza di rimorso”. Il primo induce a spersonalizzare l’altro da sé, a considerarlo non quale individuo portatore di sentimenti, capace di provare gioia e dolore, ma a reificarlo. Così “il male (…) concepisce gli altri alla stregua di oggetti inanimati e deumanizzati cui indirizzare rabbia, invidia e rancore”. L’assenza di rimorso, invece, si porta dietro un corollario di comportamenti quali “negazione, minimizzazione, deresponsabilizzazione”, fenomeni che Mignani Vinci analizza nel capitolo terzo in relazione ai cosiddetti sex offender. Molto interessante (ecco perché si parlava di una duplice ottica, in una feconda interrelazione tra prospettive,) come la studiosa affianchi al punto di vista del criminologo considerazioni legate alla branca della vittimologia. Quest’ultima, aliena dal voler operare un paradossale ribaltamento (quello che spesso nella storia si è verificato per le vittime di violenza carnale, colpevolizzate quasi fossero essere stesse sul banco degli imputati), prende in considerazione il complesso insieme di variabili le quali, nell’incontro tra individui con precise caratteristiche, possono innescare quella catena di eventi che a volte conducono all’atto delittuoso. Scopo “di questa branca delle scienze forensi” è conoscere e analizzare “i soggetti fragili, maggiormente esposti” al fine “di prevenire l’azione criminale, di arginare i rischi”.

Alla luce dell’art. 27 e della legge n. 354 del 1975, Mignani Vinci si pone inoltre il problema del “trattamento rieducativo”, affinché si vada, laddove possibile (e la studiosa esamina le condizioni in cui ritiene ciò possa verificarsi), verso una “giustizia riparativa”. Una giustizia che non si limiti all’atto sanzionatorio, ma cerchi di attivare un circolo virtuoso laddove in precedenza hanno prevalso dolore e prevaricazione. In tal direzione, significativo interesse è dall’autrice mostrato per l’“esperienza innovativa del carcere Milano-Bollate”.

Il riferimento a Milano-Bollate è emblematico di quanto la trattazione della studiosa rinsaldi costantemente la componente teorica l’attenzione alla prassi, attraverso lo studio di casi significativi.

Quasi a richiamare l’epigrafe di Mark Twain che pone in evidenza come “Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno”, Mignani Vinci, prendendo in esame il celeberrimo esperimento carcerario di Stanford condotto da Zimbardo, peraltro alquanto controverso, riflette sul cosiddetto Effetto Lucifero e sulle variabili ambientali atte a favorire la sospensione di atteggiamenti empatici e la deresponsabilizzazione rispetto a un agire violento e dissociale. La saggista focalizza poi l’attenzione su due casi di cronaca tristemente noti: il delitto di Lecce, che ha condotto alla morte di Eleonora Manta e Daniele De Santis, e la vicenda di Luca Varani, emblematica dell’“abisso umano”. Qui la criminologa adotta la tecnica dell’intervista, riportando la voce di un giovane, M., vicino agli ambienti in cui è maturato il delitto (ma non coinvolto in esso). Egli concorda con l’autrice nell’identificare nel “decifit di empatia” “il volto del male” nella vicenda in questione. Colpisce l’assenza di profondità del male, il vuoto che lo circonda; è in questo deserto emotivo che trova il suo terreno di coltura una rabbia distruttiva, capace di declassare gli individui a strumenti da abbattere.

Il volume di Mignani Vinci ha il pregio della sintesi e della concisione, ma anche della profondità di lettura degli eventi, del supporto di una significativa bibliografia e del dono di uno stile curato e accattivante al contempo. È un’occasione per riflettere sull’atroce alchimia che favorisce l’atto criminoso, per affacciarsi sugli abissi dell’animo umano e identificare “le coordinate del male”, non per il gusto d’indugiare nella contemplazione del baratro, ma perché si possa magari domani ostacolare i tortuosi itinerari cui “il deficit di empatia e l’assenza di rimorso” conducono.

L’ultimo Natale di Mrs. Dalloway


Recensione a C. Inguanta, L’ultimo Natale di Mrs Dalloway, Scatole parlanti, Viterbo 2022, Euro 12.

L’opera di Cinzia Inguanta, che potrebbe essere concepita quale raccolta di racconti ma a nostro avviso costituisce una sorta di unico corale romanzo psicologico, si presenta come una curiosa ‘staffetta’ di punti di vista differenti. Ogni capitolo (alcuni sono veri e propri microcapitoli, anche di una sola pagina) è dedicato a uno dei giorni che da Natale giungono all’Epifania ed è caratterizzato dall’assunzione dell’ottica di un diverso personaggio. Inguanta adotta così il difficile artificio della focalizzazione interna variabile, determinando un pluriprospettivismo che mostra le medesime vicende e le medesime figure secondo angolazioni differenti. L’esito è a nostro avviso efficace.

A quest’opzione Inguanta affianca, forse con qualche suggestione della narrativa di Tozzi, l’introduzione di un Leitmotiv, la presenza di una figura che compare quasi in ogni capitolo e che finisce con l’accomunare i vari personaggi. Presenza che, inutile dirlo, è la Mrs Dalloway del titolo, per conoscere l’identità della quale (identità che non sveleremo) il lettore dovrà attendere l’ultimo, spiazzante capitolo.

L’ultimo Natale di Mrs Dalloway (titolo che ammicca ad Ammaniti e rivela la passione dell’autrice per il meraviglioso romanzo di Virginia Woolf) è un’epopea minimale dei vinti. I suoi protagonisti sono creature solitarie, spesso alla deriva come Remo, vittima di una patologica dipendenza dalle slot machine, o Luciana che annega nell’alcool il suo dolore per una situazione sentimentale irrisolta e insostenibile. I luoghi del loro stento, oltre al casamento in cui la maggior parte di loro abita, sono bar, palestre, quei non luoghi insomma che possono diventare teatro di affollate solitudini.

Inguanta segue i suoi personaggi nelle loro azioni a volte insignificanti, come per esempio nelle abluzioni o nelle operazioni finalizzate alla cura di un corpo che poi essi stessi andranno magari a demolire per effetto del vizio o dell’autolesionismo. Quelle dell’Ultimo Natale sono infatti spesso creature disincantate, che vivono in modo straniante la relazione con il contesto che le circonda. O magari sono anziani alla disperata ricerca di un po’ d’affetto come la prof.ssa Bertoluzzi o la signorina cui allude il personaggio di Clara nel capitolo a lei dedicato. Nell’opera di Inguanta emerge in misura considerevole proprio il divario generazionale, con gli adulti incapaci di dialogare con gli anziani e questi ultimi inermi al cospetto del narcisismo o dell’egoismo a volte radicati nei giovanissimi. L’autrice adombra con forza anche un ulteriore problema che la società contemporanea deve fronteggiare: l’incapacità che a volte si radica nelle nuove generazioni di discernere il reale dal virtuale; il graduale processo di derealizzazione che le induce a servirsi delle tecnologie in maniera egotica e disumana, senza alcuna percezione dei risvolti etici del proprio agire. L’imprevedibilità della mente umana, l’insondabilità degli abissi che si celano dietro il volto anche apparentemente più angelico sono alla base di quel continuo  aproṣdòketon che suggella le chiuse dei capitoli, a tratti molto efficaci (“Quando fu il momento smise di respirare”). In questo gioco di specchi, in cui chi parrebbe più sano si rivela gravemente minato nell’interiorità, è emblematico che il sentimento più puro sia rappresentato da una nascente passione omoerotica, la maggiore maturità da un bambino e la più profonda sensibilità e capacità di empatia da un animale. Ma questo in fondo non stupisce affatto…

Canto del vuoto cavo


Recensione a F. Innocenzi, Canto del vuoto cavo, Transeuropa, Massa 2012, Euro 15.

Il Canto del vuoto cavo di Francesca Innocenzi si sviluppa sin dal titolo all’insegna del paradosso. Il fatto di connettere all’idea del vuoto, con il suo portato di assenza, il concetto di cavità, in cui al contrario qualcosa potrebbe essere racchiuso, finisce con l’alludere a come anche le vide che cercava Baudelaire rappresenti un terreno di coltura per inusitate possibilità.

Così l’intonazione della raccolta – che si basa sul recupero di forme metriche della tradizione giapponese, il senryu (nella fattispecie doppio) e il tanka – segue sempre un duplice binario: la stasi col suo portato di sospensione, malessere e alienazione e, per contrasto, l’aprirsi alla luce, allo sfarsi delle cose al chiarore delle stelle, o ancora l’indugiare sui cromatismi del giorno e della notte.

Significativa è l’attenzione al corpo, spesso accostato ai frutti o al miele, presenza ricorrente nella silloge (“di terra è il corpo / labbra ciliegia, / cosce schiuma di miele” oppure “pelle di mela / la sera allo specchio / miele che cola”).

La scelta del senryu consente a Innocenzi di accostarsi con vena ironica alle contraddizioni della natura umana. Contraddittorietà che si squadernano soprattutto nelle tre elegie dell’uomo comune, in cui trovano spazio il negazionismo – pur selettivo – della pandemia (“il covid non c’è, / però i negri lo hanno”), l’antiparlamentarismo qualunquista, i pregiudizi contro la diversità etnica o sociale. Altri dittici e trittici connotano la raccolta, ciascuno con una sua interessante cifra: il Trittico bianco, che scruta la morte con sguardo di bambina; il delizioso dittico della puella, suggellato da un’umoristica (e in fondo per tanti veritiera) riflessione su un inopinato potere del greco antico: “il greco antico / fu un amore / saggio e corrisposto. // un miracolo / di aoristi a sanare / solitudini”. Altri testi hanno sapore decisamente paradossale, come l’‘elogio’ della “scadenza della felicità” – condizione che rende possibile la poesia (e qui ovviamente l’autrice gioca con quegli stereotipi, già irrisi dal Palazzeschi, che vogliono il poetare strettamente connesso al dolore) – o il senryu consacrato alla Morte, la “falciatrice / bohèmienne”. Vi emerge l’ambivalente rimozione che conduce gli uomini, al pari dello scudiero di Samarcanda, a credersene al riparo quand’essa incombe, per il semplice fatto di non ‘guardarla in faccia’ (con tutte le implicazioni metaforiche dell’espressione adoperata).

Particolarmente efficaci alcune soluzioni stilistiche, come l’uso – comunque sporadico – di verbi rari quali “inacquare” nella variante “inacquarsi” (“l’eclissi di te / si inacqua e dona luce / alla grondaia), le citazioni dal francese soprattutto nella ricorrenza del vocabolo vide (allusivo al Leitmotiv della raccolta), gli innesti del greco antico, il cui suono assume un je ne sais quoi d’epifanico all’orecchio dell’autrice che subisce la fascinazione ipnotica della parola antica (“Saffo è sola / nel tramonto di luna / sélanna, dice –“). Innocenzi intreccia un dialogo a distanza con autrici a lei care; tra le altre, Ingeborg Bachmann. Se per lei “Das Unsägliche geht leise gesagt übers Land”, Innocenzi risponde che “l’indicibile, / das Unsägliche, resta / scritto nel mare”, tributando così il suo omaggio all’“afona voce” della poetessa austriaca. Il cantico di Simeone (“Nunc dimittis servum tuum, Domine”) irrompe in funzione straniante nel trittico dedicato al lockdown, che si chiude con una sibillina invocazione a Crono: “Lega i tuoi passi, Crono!”. Quest’ultima osservazione ci consente di aggiungere quanto il riferimento al mito non sia raro nella raccolta; non è un caso che uno dei testi di chiusura sia il trittico per Medea, il quale ci immette senza infingimenti – complice il fatale verdetto di Dike – “nel cerchio degli esclusi”, nella lacerante solitudine di chi grida bárbara onómata in una terra straniera.

Interessante anche l’approccio allo scorrere del tempo: nella silloge, la scansione dei mesi sembra correlata alla maggiore o minore capacità di ‘apertura’ del cuore dell’uomo. Spicca (non senza matrici eliotiane) il contrasto tra aprile – caratterizzato dal canonico risveglio della Natura – e il cuore di gelo, immune agli effetti della luce primaverile al pari del guinizzelliano cuore vile assimilato al fango (“così la grotta / affossa ore di luce / e resta fredda”), che non si giovava dell’opera nobilitante del sole. A maggio, invece, spetta il racconto della verità del cuore. Quest’ultimo è presenza ricorrente (la silloge stessa si apre sulla parola “extrasistole”, il più frequente tipo di aritmia): basti pensare all’ironia amara del senryu del “cuore doppio” (non a caso un doppio senryu), che enuncia, ma ironicamente, la condanna del cor ipertrofico all’infelicità in un mondo in cui “la bilancia stringe, / dosa l’amore”. Tra altri testi meritevoli di menzione rammenteremo la bella natura morta con “Olivetti / accanto al davanzale” nella raffigurazione di Torino in un pomeriggio di pioggia. Sentore di crisi e ambizione alla rinascita, edacità del Tempo e desiderio di guidarne i passi perché non si perdano quegli stati di grazia che a volte la vita offre coesistono in un dettato che condensa ed evoca, nel dono di una sintesi felice e di un sorriso che lenisce il maladjustement.

La mafia nello zaino


Recensione ad A. Cortese, La mafia nello zaino. Il bimbo, il nano e l’assassino, Roma 2022, Euro 17.

La mafia nello zaino di Alessandro Cortese è un romanzo che appare particolarmente indicato per un pubblico di lettori giovanissimi, ma che riteniamo possa non deludere nemmeno gli adulti.

La trama è incentrata sull’inchiesta condotta dal protagonista, il decenne picciriddu attratto a investigare sulla morte del giovane Giulio. Una vittima tacciata di un ‘latrocinio’ al centro di una rete di reticenze e tentativi di nascondimento che il picciriddu nota subito essere posti in atto dalle figure a lui più vicine, dal barbiere Santo Freni al padre, Mastru Saru. Sul caso aleggia lo spettro della ‘mafia’, concetto oscuro per il giovanissimo io narrante, che cercherà di conoscere il significato della parola, ricevendo in risposta le versioni contrastanti della madre, la passionale e delusa Melina, del padre – ‘negazionista’ del fenomeno – e di un misterioso don Nino, ‘il nano’. Le apparizioni di quest’ultimo sono sempre preannunciate dal suono onomatopeico del suo bastone (per qualche curioso meccanismo mentale ha richiamato alla nostra memoria il coccodrillo di Peter Pan, puntualmente anticipato dal ticchettare della sveglia che aveva ingoiato). La personale quête del bambino – che sconterà sulla sua pelle l’amara verità del proverbio “Chi cerca ciò che non dovrebbe, trova ciò che non vorrebbe” – lo porterà a contatto con la zona oscura della sua Sicilia; l’incontro con un bimbo che anagraficamente non esiste lo farà entrare in possesso di un moderno ‘mezzo magico’: uno zaino in cui è racchiusa la verità sulla mafia. Il picciriddu saprà farne buon uso? E come riuscirà a fronteggiare il progressivo insinuarsi dell’unheimlich in un contesto familiare mai idilliaco, ma ora sull’orlo della deflagrazione?

Il romanzo rievoca alcune vittime della mafia, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, adombrati nel giudice Falco Di Giovanni e nel suo collega Paolo. Nella vicenda di don Pippo si cela il dolore per i sacerdoti caduti nella lotta contro la criminalità organizzata, a cominciare da padre Pino Puglisi.

 L’assunzione del punto di vista di un bambino fa sì che la narrazione non perda mai quel tono di levità in grado di bilanciare la drammaticità e la brutale violenza che caratterizzano gli eventi.

L’opera è carica di elementi simbolici. L’insistenza del particolare delle lenzuola bianche, su cui si chiude, nelle parole della dolceamara Melina, il capitolo settimo, finisce con l’assurgere a simbolo del muro di omertà dietro cui l’uomo medio si trincera al cospetto del fenomeno, tendendo alla purificazione dell’impuro e a edulcorare il Male dietro apparenze di lindore. “In Sicilia c’è il rispetto: per le regole, per le persone e per il posto in cui stamu”, dirà mastro Saru nel momento stesso in cui negherà l’esistenza della mafia parlando con suo figlio.

La struttura teatrale che caratterizza il romanzo è frutto di una ben precisa istanza narrativa. La teatralità dell’opera è evidente in molteplici aspetti. L’uso espressionistico del dialetto, la prevalenza del dialogato sul narrato in numerosi capitoli, la gestualità emotivamente caricata e quasi istrionica dei personaggi (si veda il dialogo tra don Nino e il picciriddu a p. 61, per non parlare delle già citate apparizioni del nano; le movenze e le pose della madre nel dialogo di p. 45, quelle della donna e del maresciallo nel cap. 7). È come se essi fossero perpetuamente su un palcoscenico: la metafora del resto è squadernata dalla stessa Melina, quando dice che “Niente è come sembra e neanche la Sicilia. Tutti attori siamo e tutto teatro è”. Tra l’altro, poco prima il picciriddu aveva rammentato di aver assistito a una rappresentazione del romanzo pirandelliano Uno, nessuno e centomila, riferimento non casuale se si vuole comprendere la figura più sfuggente dell’opera, mastro Saru.

Un altro riferimento teatrale importante è quello all’Opera dei Pupi e alle declinazioni marionettistiche delle gesta di Orlando. Dietro il generoso sforzo di Roland v’è la metafora della chisciottesca lotta di chi cerca di opporsi a un latente sistema di corruzione. Empito ch’è destinato a essere soffocato dal Gano di turno, il quale peraltro non aveva consapevolezza di agire iniquamente, perché riteneva che ad aver tradito la sua fiducia fosse stato Orlando, nel momento in cui lo aveva suggerito come ambasciatore nella pericolosa missione presso Marsilio.  Attitudine accostabile, con le dovute distinzioni, all’ottica distorta del mafioso per cui gentiluomo è colui ch’è connivente col sistema corrotto, mentre traditore è chi opera per la giustizia. Del resto, altro elemento emblematico del romanzo è la ricorrenza del mito di Colapesce. Mastro Saru se ne serve per spiegare al figlio che la mafia non esiste. “Colapesce tiene a galla la Sicilia”, ma forse qualcuno l’ha mai visto? Quando il bambino scuote il capo in segno di diniego, l’uomo dice che “la mafia è come Colapesce. È una leggenda che si sono inventati in televisione”. Nel momento stesso però in cui Saro, per negarle cittadinanza nella realtà, accosta la mafia proprio a quella leggendaria creatura è come se, implicitamente, stesse asserendo ch’essa “tiene a galla la Sicilia”.

E se, come scriveva Schelling, “È detto unheimlich tutto ciò che potrebbe restare […] segreto, nascosto, e che è invece affiorato”, il picciriddu scoprirà suo malgrado che la sua inchiesta potrebbe approdare a un tragico capolinea, al pari dell’epopea di Orlando. Teatro dell’epilogo sarà non a caso un altro luogo colmo di valenze simboliche, il bosco, punto in cui la storia d’iniziazione giunge alla Spannung, complice una battuta che ci riconduce in Ringkomposition al secondo capitolo e svela l’arcano dell’uomo col sacco, l’uomo nero tanto temuto. Ma anche qui, direbbe Melina, “Niente è come sembra e neanche la Sicilia”.