Gente del Sud


Recensione a R. Mastrolonardo, Gente del Sud, Milano, Tre60, 2018, Euro 20,90.

È un romanzo avvincente, che riesce a tener desta l’attenzione del lettore per ben 360 pagine, questo Gente del Sud di Raffaello Mastrolonardo, pubblicato nel 2018 da Tre60, marchio di Tea.

Come ben chiarisce nell’Avvertenza l’autore stesso, non si tratta di un “romanzo storico”, perché alcuni luoghi e fatti sono stati rivisitati nell’atto creativo. Senz’altro la storia costituisce l’humus su cui si innesta questa bella saga familiare, ambientata in un luogo d’invenzione chiamato Balsignano, che, secondo quanto sottolinea Mastrolonardo stesso, è scaturito alla sua fantasia nell’intento di “raffigurare, in uno, i tanti comuni dell’entroterra murgiano e, in particolare, Modugno, Altamura e Andria ai cui toponimi molto deve”. Un caso emblematico è quello di Largo Catuma, toponimo andriese che affiora nella denominazione di una delle tre zone di Balsignano: “la Cittadella, la Catuma e il Quarto di Palo”. Luoghi che, nell’immaginario del lettore attento, finiscono con l’assumere una valenza pressoché mitica, proprio come accade con le figure chiave del romanzo, in primis nonno Bastiano Parlante (detto Papanonno), quasi scolpito nella roccia, e il protagonista di Gente del Sud, Cipriano, dal nome brigantesco. Come precisa Mastrolonardo stesso, dietro quest’ultimo personaggio si cela una rappresentazione en artiste di tratti di suo nonno Michele.

Gente del Sud si connota per un interessante movimento narrativo. Si apre con un prologo d’ambientazione contemporanea, con, nelle vesti di io narrante, Raffaello, ultimo dei Parlante, nei quali, come si intende nella Nota finale, si è riversata buona parte della storia familiare di Mastrolonardo stesso. Il primo capitolo ci proietta, invece, nella Napoli di fine Ottocento, piagata dal colera, con il medico Romualdo Parlante che decide di inviare i figli e la moglie Palma, in dolce attesa, a Balsignano, per sfuggire al contagio. Al narratore interno si sostituisce il racconto in terza persona, che procede, attraversando la Grande Guerra, l’era fascista e il secondo conflitto, per poi veleggiare sino alla parte VII (Il tramonto), con la nascita, nel 1961, di Raffaello. A partire da questo momento, ritorna in gioco l’io narrante, che ci guida sino alla conclusione, che vede il giovane volver al Sur e decidere di raccogliere su di sé l’impegnativa eredità familiare.

Una struttura, dunque, elaborata e ben congegnata che regge bene per tutto il corso del romanzo, con l’efficace supporto di uno stile curato, che non disdegna la petrosità del dialetto barese (nei dialoghi) o di espressioni dal sapore di italiano regionale (si pensi ai Parlante diquellaparte).

A fungere da schidione la figura del nonno di Raffaello, Cipriano, che combatterà tra gli Arditi nella Grande Guerra e, dopo un’iniziale – imprevidente – simpatia per il fascismo, si dimostrerà parte della schiera dei giusti, ospitando, a proprio rischio e pericolo, la famiglia dell’ebreo Alessandro Glancz nell’impervia cornice del Morrone. Un uomo intelligente, uno di quei talenti che una scuola miopemente iperselettiva non ha saputo valorizzare (Saverio Strati ce ne ha dato prova nel suo bel romanzo Tibi e Tascia), ma che sarà premiato, per la sua vocazione agli affari, mai disgiunta dall’etica, dal successo (seppur effimero) dell’azienda familiare e dalla visita del presidente Einaudi.

Nella fitta compagine del romanzo, le generazioni si susseguono, nell’incombere della macrostoria sulla microstoria. Mastrolonardo descrive con efficacia l’incubo della guerra di trincea nel primo conflitto mondiale; per effetto della figura di Costanzo, fratello di Cipriano, percorre le tappe dell’esperienza fiumana e della marcia su Roma; si serve dei Glancz per affrontare l’orrore del manifesto della razza, ma anche il delicato tema del sionismo. Si mostra abile nelle corde del comico, per esempio nell’episodio che conduce alla genesi del nome Firmato, che nasce dal fraintendimento dell’ignorante Angiolino dell’espressione “firmato Diaz”. Riesce a rappresentare la psicologia delle masse inferocite, che possono metamorfosarsi in spietate assassine: emblematico è, a tal proposito, l’episodio del raccapricciante eccidio delle sorelle Porro (avvenuto ad Andria, ma collocato narrativamente a Balsignano).

Mastrolonardo si rivela felice nello scandaglio della psiche umana. Ciò risulta evidente, oltre che per quello che ci appare il protagonista, Cipriano, anche per figure come sua madre Palma o sua moglie Gelica e, ancor più, per la caratterizzazione di Reginella, nella quale si condensa il senso del tragico, sempre imminente nell’intero romanzo e suggellato nel Leitmotiv La vita dà, la vita prende. Un fatalismo da tragedia dell’antica Grecia, infatti, aleggia sulle pedine della famiglia Parlante e può assumere ora le sembianze del colera, della spagnola, di un incidente automobilistico, ora – si pensi a Romualdo junior – quelle dell’insipienza umana che genera dolore. Il lettore ha così la sensazione che il raggiungere il culmine della felicità sia un atto di hybris, cui seguirà la tisis di un destino beffardo. Eppure non c’è scoramento nelle pagine di Gente del Sud, neppure nel finale che volge all’occaso: è il fluire della vita che sempre trionfa, in mille forme e nel canto ininterrotto delle generazioni.

Cambio di rotta


Recensione a E.J. Howard, Cambio di rotta, Fazi, Roma 2018.

Un’opera intensa e appassionante il Cambio di rotta di Elizabeth Jane Howard, tutto giocato su un accurato scandaglio psicologico delle quattro figure chiave della vicenda.

L’opera della scrittrice britannica, pubblicata in lingua originale con il titolo The Sea change nel 1959, e ben tradotta dall’inglese da Manuela Francescon, è caratterizzata da una serie di rimandi interni e simmetrie, che rendono la struttura piuttosto compatta.

La trama verte sulle interazioni tra quattro personaggi: il drammaturgo Emmanuel Joyce, con ascendenze ebraiche; la moglie Lillian; il regista Jimmy, del tutto votato al suo benefattore Emmanuel, in un rapporto che richiama quello filiale; la segretaria di Joyce, Sarah, ribattezzata Alberta, che subentra a Gloria, liquidata in seguito alla conclusione della sua relazione extraconiugale con lo scrittore. Sin dalle prime battute, il ménage dei signori Joyce appare in fase di stagnazione; Lillian vive nel ricordo della piccola figlia Sarah, prematuramente scomparsa dopo aver contratto la meningite, e il lutto non elaborato dalla donna ha scavato un solco apparentemente incolmabile tra i due sposi. Joyce finisce così ciclicamente con l’essere affascinato dalle giovani donne che gli gravitano attorno per il suo lavoro, salvo, dopo il tradimento, ritornare, in maniera sempre meno convinta, dalla moglie, tra l’altro affetta da salute cagionevole per problemi cardiaci. L’ingresso nella vita del trio di Alberta determina un cortocircuito emotivo nei rapporti dei suoi componenti. La giovane, di una bellezza fresca e priva di artifici, forte dell’educazione ricevuta dal padre, saggio e solido reverendo, finisce con l’essere riconosciuta tanto da Emmanuel quanto da Jimmy come perfetta incarnazione del personaggio di Clemency, protagonista del dramma di Joyce che i due intendono rappresentare e per il quale stavano conducendo l’affannosa ricerca di un’attrice adeguata al ruolo. L’educazione teatrale di Alberta, affidata al giovane regista, avverrà nel contesto di una vacanza in Grecia, fortemente voluta da Lillian. La permanenza in quella terra gravida di storia, ma anche brulicante di miti e patria del senso del tragico, favorirà l’esplosione di dinamiche molto complesse. Emmanuel acquisirà consapevolezza della sua passione per Alberta e al lettore non resta che chiedersi se alla giovane toccherà la sorte di chi l’ha preceduta o se sia lei, novella Clemency, la creatura predestinata a sancire la fine dell’idillio infranto dei coniugi Joyce. E come si inserirà in questo contesto l’amore che anche l’apparente imperturbabile Jimmy scoprirà di provare per la ragazza, sentimento che lo porrà naturalmente in contrasto con quello che il giovane orfano reputa il proprio padre ideale?

Non spetta a noi svelare al lettore i risvolti di una vicenda che procederà in maniera appassionante sino al finale, emozionante, “cambio di rotta”, il momento in cui le ragioni dell’io narcisista finiranno con l’aprirsi all’altro da sé e col favorire una scelta di puro amore.

L’opera ha innumerevoli punti di forza. Come si diceva, la struttura è molto ben congegnata. Anche Howard, come molti scrittori del Novecento, opta per una focalizzazione interna variabile. Ogni capitolo segue il punto di vista di uno dei quattro personaggi della vicenda, con alcuni interessanti fattori da segnalare. Mentre per Lillian e Jimmy si segue una focalizzazione interna con narratore interno e i due parlano e si raccontano in prima persona, la focalizzazione interna su Emmanuel, il personaggio più difficile da decifrare, è affidata a un narratore esterno, che ne racconta in terza persona. Nel caso di Alberta, poi, le riflessioni in prima persona sono inframmezzate da epistole indirizzate allo zio Vin, attore e confidente della giovane, o al padre, amatissimo dalla ragazza, faro della sua vita. Questo ci consente di far rilevare un ulteriore elemento interessante: il ruolo del medium epistolare nel romanzo. Nella sezione incipitaria, una lettera inviata dalla segretaria Gloria, che ha tentato il suicidio, a Lillian, induce la donna, in piena crisi, alla riflessione. Il testimone dello strumento-lettera passa poi ad Alberta, la nuova segretaria, quella con cui il cliché potrebbe ripetersi, sebbene con alcune varianti non di scarso rilievo. È proprio poi una lettera, riveniente da quello che sembra uno sviluppo secondario della vicenda, a determinare la decisione finale di Emmanuel, schiudendogli prospettive precedentemente trascurate. Nella sequenza conclusiva, quindi, tutto pare acquisire un senso, come se Alberta e la permanenza nel territorio greco avessero funto da catalizzatore.

Questo gioco di punti di vista determina il prospettivismo che connota Cambio di rotta. I medesimi eventi vengono sviscerati da più personaggi, consentendo al lettore di osservare ogni fenomeno da plurime angolazioni e di aprirsi a molteplici ragioni. Il risultato è un profondo e pregevole scavo introspettivo, arricchito dalla ricchezza di colpi di scena, dall’eleganza dello stile, dall’ironia, di cui è portatore soprattutto il piccolo Julius, in sapidi passaggi (si pensi a quando, improvvidamente, ma forse non a torto, il ragazzino opera una deminutio del valore tragico dell’opera di Joyce, a confronto con la grandeur dell’antico teatro greco). Tutta l’opera, poi, vibra di un costante anelito alla paternità e alla maternità che, nel momento stesso in cui vengono negati (o non possono essere validati da evidenze scientifiche), finiscono con il rivelarsi condizioni dello spirito, piuttosto che meri legami biologici.  E nell’ora zero del “cambio di rotta”, la crisi si rivela fonte di nuove pulsioni vitali, pronte a trionfare a dispetto del dolore cui inesorabilmente la condizione umana è votata.

La trasparenza del buio


Trasparenza del buio

Recensione a R. Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani, 2014, Euro 15.30.

È un romanzo spiazzante La trasparenza del buio di Roberto Pazzi. Il lettore potrà echianamente accostarvisi come a un banchetto imbandito a più livelli.

Quello che traspare in superficie sono le inattese, forse anche improbabili, occasioni di amore omoerotico che incrociano la strada di un sessantenne professore universitario, il protagonista Giovanni. Un uomo che, dopo aver represso per anni la sua sessualità, si ritrova a passare da avventure consumate nella clandestinità a tre esperienze concomitanti, ciascuna delle quali potrebbe rappresentare la via che, in maniera inopinata, e ormai magari anche insperata, ti conduce a una possibile, per quanto effimera, felicità. Luca, il caramellaio di Ruina, fortemente virile, una passione per uomini che potrebbero essergli padri e un vago sentore di mina vagante; Pierre, il “cortese parigino”, lo stilista sensibile, ma con qualcosa di irrisolto; Eros, lo studente, un amore fresco, a suo modo virginale e puro. E il protagonista si convince sempre più di essere vicino alla fine, quando il “buio della sessualità” emerge in tutta la sua ‘trasparenza’ e si cerca di cogliere gli ultimi sussulti di vitalità, prima del tramonto finale.

Il piano che solo un lettore più attento può arrivare a cogliere è quello dell’esistenzialismo, della meditazione sulla vita e sul potere della letteratura, della perenne confusione tra realtà e costruzione mentale, fattore che emerge nel finale. Surreale e aperto, in Ringkomposition esso rievoca le figure dei nonni e sembra quasi riannodare il destino del protagonista proprio alla donna di cui porta il nome. Giovanna Sinnott, detta in famiglia Giovanna la pazza, protagonista della sequenza iniziale, caratterizzata da una folle fuga dalla dimensione domestica e quotidiana, nel fragile e impossibile sogno di cantare, giunta ormai all’occaso, l’aria di Violetta con movenze da Carmen, lei che aveva rinunciato alla carriera di soprano. Poi lo schianto tra realtà di fatto e realtà di immaginazione, la delusione della generosa follia che è malia e sottrae al tempo dell’alienazione…

Il mal di testa che accompagna il protagonista nel finale, e che lo accomuna alla nonna al tempo della sua malattia, ci induce fortemente a meditare sulla veridicità delle immagini che la voce che dice “io” racconta. Tanto più che, a ben leggere, Eros appare un doppio di Luca, depurato dai tratti di cinismo e purificato, e il doppio, si sa per effetto della tradizione (Otto Rank insegna), non coesiste mai col suo alter ego e spesso esiste solo nella mente di chi lo concepisce. Così il lettore smaliziato è portato a dubitare di quanto il narratore, inattendibile, ha raccontato, sempre sospeso tra onirismo e realtà. E magari poi la storia dei tre amanti è tutta vera, ma alla fine il dubbio ti coglie ed è senz’altro uno dei motivi di maggior fascino di questo romanzo.

Un romanzo che scorre brillante e si legge con vero piacere, sia che si parli metaletterariamente di Buzzati e del “tema buzzatiano dell’attesa della gloria” sia che il racconto proceda nelle sue volute, ora torbide ora venate di senso d’ali. Molto convincenti i monologhi di sapore joyceano di Milena, l’amica-amante che consuma il tempo dell’attesa.

 Il linguaggio è spesso mimetico, ma non di rado s’innalza ed efficacissimo è l’uso del veneziano di nonna Giovanna, nella prima sezione. Quest’ultima ha il dono di una bellezza straniante, che però Pazzi non manca abilmente e provocatoriamente di sconciare con la scena della toilette. Perché, in fondo, la commistione di etereo e terragno è insita in noi; è la trasparenza del nostro buio, cui non mancano colori di struggente luce.

Benevolenza cosmica


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Recensione a F. Bacà, Benevolenza cosmica, Adelphi, Milano 2019, Euro 17,10.

Come può mai verificarsi il paradosso che una serie di coincidenze fortunate possa per un uomo trasformarsi in fonte di un’unheimliche sensazione di catastrofe imminente?

Ciò diventa probabile se la persona in questione è un esperto di statistica e se tale serie diviene così lunga da indurre a credere che si sia verificato il cosiddetto “sbaglio del mondo”, un bug nel sistema del destino – o, se si preferisce, dell’id quod accidit –, dal quale non possono scaturire se non conseguenze disastrose.

La situazione descritta è ciò che accade al protagonista del bel libro Benevolenza cosmica, opera d’esordio di Fabio Bacà, pubblicata da Adelphi. Un romanzo che diverte per effetto dell’allure ironica che lo connota dal principio sino allo spiazzante finale.

La prima sezione parrebbe semplicemente la descrizione di una curiosa ossessione, poco credibile a chiunque sia dotato di senno. Eppure il lettore comincia realmente a persuadersi che questi colpi di fortuna – che il più delle volte si presentano come il rovesciamento di situazioni pericolose e potenzialmente tragiche – celino effettivamente un lato oscuro e inesplicabile.

Kurt, il protagonista, si affanna a cercare spiegazioni al suo disagio e risposte alla sua ansia facendo ricorso alla scienza e successivamente anche alla filosofia. Così la sua quête, già improbabile di per sé, si connota di toni surreali nell’incontro con uno psichiatra alquanto sui generis, che peraltro dichiara la propria totale mancanza di tempo, lasciandolo a ‘godersi’ un curioso bagno in piscina. E qui quella che avrebbe dovuto essere un’innocua nuotata rigenerante si trasforma in un potenziale incubo: “Un flusso poderoso di acqua fredda spingeva gli ospiti verso il ciglio sospeso sui trentadue piani del grattacielo”. Quest’esperienza, che di fatto concretizza l’irrompere dell’improbabile nella statistica o il perturbante  onirico che si fa strada nell’apparente normalità (e che pure viene descritta dall’autore con ironia, come un divertissement), precede l’altrettanto improbabile incontro con un’aiutante che si picca di conoscere la psiche, ma in realtà dirige semplicemente un’agenzia di moda.

Sarà proprio questo personaggio, dall’omen nomen di Lucia, a regalare una prima – se così si può chiamare – forma di chiarezza al protagonista. Chiarezza che assume le vesti di apparenti deliri karmici, i quali tuttavia si riveleranno serissimi. Così la detection si trasforma nella ricerca della persona che, in qualche modo a Kurt legata, sta vivendo un periodo di assoluta sventura. L’incontro e il contatto tra i due eviterebbe conseguenze fatali per entrambi. Inutile dire che il protagonista attuerà la ricerca, in un primo momento con un’immersione telefonica nel suo passato. Sugli esiti, assolutamente inattesi, della bizzarra inchiesta non anticipiamo nulla, perché sarà compito del lettore scoprirli.

Benevolenza cosmica presenta una costruzione accattivante. Sin dal principio ti cattura come una fiaba moderna, fatta di sparatorie squinternate, ingorghi stradali, mogli-scrittrici d’assalto, involontari suicidi. Un mondo un po’ patinato e un po’ folle in cui subiti ti senti a tuo agio. Concepisci l’idea che si tratti di un grande artificio e quindi più che il coinvolgimento emotivo entra il gioco la capacità critica, grazie al continuo effetto di straniamento.

Così mi sono soffermato a pensare che in fin dei conti il mondo stesso si regga sul meccanismo che tanto inquieta Kurt. E che, ad ogni modo, la sfortuna assoluta dei molti non preoccupi affatto quei pochi che godono delle ricchezze e dei privilegi. In questo, il protagonista, con quell’aria un po’ svagata, con l’andatura dinoccolata di colui che diviene eroe per puro caso e non vi si sente a suo agio, risulta in fin dei conti, pur nel suo fondo di cinismo, una persona migliore di tante altre. E, a dirla tutta,  la vita è anche questo: non sempre i due vasi di Zeus di cui parlava Achille nel colloquio con Priamo (e già Omero lo raccontava) distribuiscono beni e mali in equa misura a tutti i mortali. Mi spingerei addirittura a dire che questo bug nel sistema, individuato da Kurt con l’intuitiva follia tipica dei geni, possa rivelarsi persino rassicurante: induce a pensare che questa sequela di cose che semplicemente accadono rispondano a un’armonia universale, che, pur potendo incepparsi, comunque esiste e opera.

Un romanzo convincente, una sciarada divertente eppure seria, che emerge anche grazie alla forza di uno stile capace di variare tra i registri e di muovere dal mimetico all’alto, con levità.

Turbolenza


Turbolenza
Recensione a D. Szalay, Turbolenza (Turbulence, 2018), Milano, Adelphi, 2019, traduzione di Anna Rusconi, Euro 14.
È un’opera affascinante Turbolenza di David Szalay, scrittore canadese di cittadinanza ungherese.
Un romanzo sui generis che, in un curioso passaggio di testimone tra personaggi da un capitolo all’altro, e con una struttura a tratti allusiva alla cobla capfinida, ci conduce a esplorare mondi interiori sorprendenti, assumendo come punto di partenza una turbolenza sul Golfo di Biscaglia. L’incontro fortuito in aereo tra due vite, destinate a sfiorarsi senza davvero compenetrarsi, dà avvio a una coinvolgente staffetta. In ogni capitolo, un personaggio entra in relazione con un altro, che poi Szalay segue nel capitolo successivo e così sino alla fine, quando – con un coup de théâtre – l’orditura dell’opera svela la sua Ringkomposition.
Filo conduttore i voli aerei su cui le figure illuminate da Turbolenza salgono, in un percorso che dall’Europa conduce all’Africa e all’Asia (persino in Vietnam o in Qatar), per poi concludersi nuovamente nel Vecchio Continente, nella medesima abitazione (o, meglio, fuori dalla stessa) in cui la narrazione aveva preso avvio.
Molteplici sono i motivi che si affacciano nell’opera, ma, su tutti, svettano le insondabili e inesauribili alchimie del caso. Lampante è l’esempio dei primi tre capitoli, che muovono dall’immagine di una donna tormentata da foschi presagi in merito alla malattia del figlio, per poi puntare l’obiettivo sulla vicenda – lasciata abilmente intuire da Szalay – dell’uomo che viaggiava accanto a lei, il quale, inconsapevolmente, in quei momenti stava effettivamente perdendo il suo amatissimo figlio. Il quindicenne era stato investito, infatti, dal taxi su cui viaggiava Werner, il protagonista del terzo capitolo, indotto – in occasione del tragico evento di quel giorno – a ripensare alla sorellina morta all’età di tre anni e poi spinto, così, quasi per colmare un vuoto divenuto bruciante, ad accompagnarsi a una sconosciuta, della stessa età che avrebbe avuto la fanciulla se non fosse annegata. E così via, sino all’ultimo capitolo. Complessità dei rapporti tra fratelli, spesso materiati di rimpianti e di piccoli e grandi malintesi; violenza patita tra le mura domestiche dalle donne, magari vittime di un machismo esibito al fine di celare altre fragilità; persistenza del pregiudizio nei confronti della diversità, sia l’handicap inatteso di un figlio o l’origine straniera di un genero rifugiato. Sono questi i tasselli che compongono il mosaico delle turbolenze, reali o metaforiche (e non per tal motivo meno dolorose), pennellate da Szalay con abilità, eleganza e discrezione. Il continuo mutamento del punto di vista ci induce a esercitare l’arte dell’intus legere, abbracciando la prospettiva dell’alterità e rifiutando di attenerci al crisma fuorviante dell’apparenza.
L’opera è pienamente riuscita e denota numerosi aspetti pregevoli. Emerge la capacità dell’autore di catturare l’attenzione del lettore anche con i pochi, ma sicuri, tratti che delineano i singoli personaggi e le vicende fatte ‘annusare’. Valide le pitture d’ambiente, dalle atmosfere africane alla povertà della casa di Kochi (India), con “il pavimento in cemento” ridotto a “una complicata carta geografica di crepe e macchie”, sino poi al melanconico finale londinese. Qui si legge uno dei passaggi più belli di tutto il romanzo, che in generale si segnala per la cura nell’elaborazione stilistica: “Nel cielo si muovevano le nuvole, il sole andava e veniva, e quando furono all’angolo il vento fece volare i fiori da tutti gli alberi della via”. E quest’immagine di caducità si imprime nella memoria, con la netta sensazione che questa nostra esistenza sia un caotico flusso, inesplicabile e bellissimo, che si dispiega con coraggio, nella turbolenza e nel sorriso accondiscendente del cielo padrone.

Figlie di una nuova era


 

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Recensione a C. Korn, Figlie di una nuova era, traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi, 2018, Euro 10,99.

È intenso e avvincente questo Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo capitolo di una trilogia che segue le vicende di quattro donne e delle figure loro legate nel corso del Novecento, accompagnandole – il primo volume – dal marzo 1919 al dicembre 1948.

Le donne pennellate dalla scrittrice di Düsseldorf nel suggestivo scenario amburghese sono figure a tutto tondo, ciascuna con una spiccata personalità. Lina, sognatrice e capace di andare oltre le convenzioni; Henny, coraggiosa e generosa; Käthe, anticonformista e combattiva, nonostante le sue fragilità; Ida, apparentemente viziata e frivola, ma più intelligente e sensibile di quanto possa sembrare… Il lettore entra nel loro mondo in punta di piedi e in principio potrebbe riscontrare anche delle difficoltà a orientarsi in questo brulicare di personaggi, tutta una varia umanità racchiusa tra le pagine del libro. Poi, ci si acclimata e la forza della vicenda ti trascina, soprattutto con l’avanzare del nazismo, dinanzi alla quale i personaggi rivelano la loro essenza. Emerge così un’immagine ben diversa da quella di una Germania prona alla follia nazionalsocialista e partecipe dell’orrore tra l’ignavia e l’esaltazione.

Emblematica è la sequenza in cui Henny, la più intensa tra queste figure, nell’aprile 1933, costringe un inopportuno giovanotto delle SA – lo stesso che boriosamente, e inutilmente, aveva appena cercato di impedirle di mettervi piede – a mantenerle la porta mentre entra nel negozio di stoffe di alcuni ebrei. Käthe, con la sua sincera adesione al comunismo; sua madre, Anna, che non esiterà a mettere a rischio la propria vita per proteggere un giovane disertore… Sono tutte donne che manifestano come, anche nel generale obnubilamento delle coscienze, vi possa ancora essere luce nell’animo umano.

Non è un caso che le due protagoniste, Henny e Käthe, siano ostetriche e quindi si adoperino, insieme a medici come Landmann e Unger, per garantire la nascita e la preservazione della Vita. Paradossale è che Käthe sia però incapace di generare ella stessa la vita e questo destino toccherà anche ai due medici, non a Henny, condannata però alla sfortuna in amore. Quest’ultima si palesa sin dal principio del romanzo, quando ti aspetteresti che l’ostetrica coroni l’attrazione che sembra legarla al suo dottor Unger e, invece, tale coppia, attesa, forse anche desiderata, dal lettore tarderà ad assumere consapevolezza del proprio legame. Il fattore sterilità, invece, è suggestivamente uno dei Leitmotive dell’opera: infertile è Käthe; crede di esserlo Ida e, al contrario, l’infertilità è legata al suo consorte, il filonazista Campmann, e a un matrimonio del tutto destituito di significato; lo è Elizabeth, sposa di Unger, in un’unione che appare improvvida sin dal principio. L’infertilità di tanti personaggi diviene ipostasi dell’aridità interiore di buona parte di una generazione, che sfocerà nella tragica sequenza del bombardamento di Amburgo, descritta con maestria dalla scrittrice. La Spannung del dolore che prelude alla risalita.

Anche le figure maschili restano memorabili nell’opera. Lud, il primo marito di Henny, personaggio che ha sapore eichendorffiano, è l’illustrazione del puro che gli dei amano e rapiscono alla vita troppo presto («Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνὴσκει νέος», dicevano gli antichi Greci). Il dottor Landmann, uno dei personaggi più riusciti, ebreo perseguitato sino al suicidio, è l’emblema del giusto che stoicamente sceglie la via della morte, nel tempo del Male, perché ritiene ormai preclusa la via del Bene. Rudi, l’amabile marito di Käthe, giovane dal passato incerto (e nel romanzo non manca il classico ingrediente dell’agnizione),  diversamente da Lud è il puro che il destino mette duramente alla prova, trascinandolo come un fuscello in un vortice per le vie del mondo senza ch’egli soccomba. Il finale è aperto e fa sorgere il desiderio di leggere il secondo capitolo. Un romanzo possente, spesso tendente al lirismo, dai ritmi ora lenti – quando più dolce appare “il rumore della vita” – ora incalzanti, come il lavorio inesorabile delle Parche. Un inno alla vita e all’amore che non poteva conoscere luogo di elezione migliore del microcosmo di due ostetriche tenaci.

Il serenissimo borghese


Raunceroy

Recensione a Alberto Frappa Raunceroy, Il serenissimo borghese, Arkadia, 2012, Euro 6.99

Riesce a tener desta l’attenzione del lettore questo bel romanzo di Alberto Frappa Raunceroy, friulano residente a Udine, edito nel 2012 da Arkadia e poi ripubblicato da Solfanelli.

Il serenissimo borghese è un romanzo ispirato alla vita di Ludovico Manin, ultimo doge della Repubblica di Venezia, caduta il 15 maggio, con successivo ingresso in città del Bonaparte. Si attendeva una democratizzazione della vita politica del centro lagunare e invece, nel 1798, il Trattato di Campoformio sanciva la grande delusione: Venezia era ceduta all’Austria e il cognato di Manin, Francesco Pesaro, divenne commissario straordinario per Venezia e la Terraferma.

Muovendo dai dati storici, Frappa Raunceroy arabesca, componendo un’opera pregevole sia stilisticamente che nell’architettura compositiva.

Nella prima sezione del romanzo, il personaggio del Procuratore di San Marco, futuro doge, si muove in sordina, con la sua dedizione al lavoro e la visione del mondo fortemente improntata alla morale cattolica. Tale caratteristica lo fa apparire agli occhi altrui (persino della moglie) ben più clericale nell’aspetto del fratello Lauro, sacerdote dedito agli amori maschili, con speciale predilezione per i proletari giovani e belli. A dominare, invece, è la figura della sposa di Manin, Elisabetta Grimani, personaggio a tutto tondo, che si muove rispondendo non alla logica del decoro formale, ma alle spinte affettive, alla passione per l’arte (si pensi ai dipinti della ritrattista settecentesca Rosalba Carriera), a una selettività nelle compagnie. Quest’ultimo aspetto la indurrà a privilegiare la compagnia di Alphonsine, nobile francese decaduta, ribattezzata con disprezzo dai parenti “Marchesa Onavé” (per la sua costante rammemorazione del fulgore passato della condizione aristocratica, icasticamente espresso con la formula “On avait”). Soprattutto, Elisabetta coltiva nel suo cuore il desiderio di ricongiungersi alla figlia, l’unica, che crede esserle stata sottratta in fasce per effetto del moralismo bigotto e dello smisurato senso dell’onore familiare dalla suocera-padrona, Lucrezia Basadonna. Figura quest’ultima che, pur morta ai tempi della narrazione, aleggia costantemente tra le pagine del romanzo. La riottosità di Elisabetta ad adattarsi al contesto straniante della famiglia del marito si ipostatizza nella repulsione per le stanze della, al suo sguardo, cupa villa di Passariano (poi idealmente ‘violate’ da Napoleone nella seconda parte del romanzo) e nel bacio mortifero dell’epilessia, male che la espone a continue crisi sino al momento della morte, in cui il romanzo vive un momento di svolta. Se la prima sezione, infatti, si era fondata su una focalizzazione interna atta a privilegiare la figura di Elisabetta, ora protagonista della narrazione diviene proprio Manin, in un percorso che lo indurrà, nella progressiva esautorazione dalle occupazioni pubbliche, a riappropriarsi degli spazi privati. Raggiungerà così compimento – nel momento in cui perderà le insegne dogali – quel moto d’amore che lo ricongiungerà idealmente alla defunta consorte e lo spingerà a riappropriarsi, tardivamente, della paternità negata. Così il Doge tutt’altro che “serenissimo” acquisirà una parvenza di felicità proprio nella dimensione del vivere borghese, in compagnia di quegli affetti che il tempo edace non avrà potuto cancellare.

È un romanzo complesso quello di Frappa Raunceroy. Ci muoviamo su scenari resi celebri dalla storia ed è bello l’emergere di figure come Napoleone, presentato secondo una prospettiva insolita, persino vittima di una sorta di ideale scambio di ‘scortesie a distanza’ con madama Caterina Pesaro, la cognata del Doge. Suggestivo il trascorrere dei veneziani dalle malie carnascialesche, vissute in un’ebrezza dimentica del pericolo, alla dimensione dell’incertezza per un futuro inizialmente indecifrabile. Affascinante lo stile, connotato da fluida eleganza; notevole la capacità introspettiva, che offre una galleria di personaggi molto ben caratterizzati e tutt’altro che stereotipati. Memorabili gli scenari, dalla proprietà di Passariano, dominata dall’icona della Basadonna, ai bassifondi di Venezia; per non parlare della celeberrima Villa Barbaro, che fu proprietà dei Basadonna e poi dei Manin. Nella sezione che s’avvia alla conclusione, Alphonsine leva lo sguardo e vede “la nobildonna in azzurro e perle che sporgeva dalla balaustra e guardava verso di loro” e la memoria del lettore subito identifica l’affresco di Veronese che rappresenta Giustiniana Giustiniani e la nutrice. E, nel finale, egli non può non solidarizzare con una figura che, seppur vinta dalla storia, Frappa Raunceroy ha insegnato ad apprezzare, pennellandola con tratti di onestà e generosità.

Io non sono Clizia


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Recensione a V. Traversi, Io non sono Clizia, Raffaelli, Rimini 2019, Euro 20.
Io non sono Clizia, pubblicato da Valeria Traversi con l’editore Raffaelli, è un lavoro pregevole e raffinato: una gemma per gli amanti delle lettere e i cultori di Eugenio Montale.
L’autrice è docente di ruolo di lettere nella secondaria di I grado. Studiosa di valore, ha all’attivo volumi come Farfalle di spine. Poesie della Shoah (Palomar), antologia commentata, poi ampliata e ripubblicata con la Stilo con il titolo di Margherite ad Auschwitz (2014). I suoi interessi critici spaziano da Dante a Ungaretti, da Montale a Primo Levi.
Come Traversi precisa, Io non sono Clizia è un romanzo: “è la mia storia, il mio Arsenio, la mia Irma”. Illuminante ai fini della comprensione dell’operazione compiuta risulta la Nota dell’autrice, cui segue una dettagliata esplicitazione delle Fonti del volume. Punto di partenza le lettere, edite da Rosanna Bettarini (Mondadori, Milano 2006), di Eugenio Montale a Irma Brandeis, figura che si cela dietro il senhal della ninfa ovidiana mutata in girasole. Le lettere furono consegnate dalla studiosa americana, di origine ebraica, al fiorentino Gabinetto Vieusseux, teatro del primo incontro tra i due. Non si posseggono, invece, con l’eccezione di una, le lettere della dantista al poeta, che potrebbe averle distrutte. Alla luce della bibliografia sulla Brandeis (importante, tra gli altri, un volume del 2008, curato da Marco Sonzogni, anche prefatore di Io non sono Clizia), delle lettere montaliane – a tratti rimaneggiate per un migliore amalgama della struttura romanzesca – e di quel sentire en artiste che ricostruisce emozioni e sensazioni muovendo dalle pieghe della storia, Traversi ha cesellato quest’opera. Un romanzo che si connota per la lucidità e la forza dell’introspezione psicologica; adottando il punto di vista della Brandeis, che nell’immaginario collettivo si confonde con i tratti a volte evanescenti di Clizia (colei che il non mutato amor mutata ‘serba’), l’autrice dona voce e verità a un’intellettuale che ha ricoperto un ruolo tutt’altro che secondario nella storia della letteratura internazionale.
Dalla prospettiva della Brandeis, tanto Arsenio – il suo modo di chiamare Montale, dal nome del personaggio di un celebre testo del poeta ligure – quanto Drusilla-Mosca, compagna e poi moglie del poeta, vengono esaminati secondo una luce particolare. Emergono le fragilità dello scrittore e il suo amore profondo verso la Brandeis, sentimento che non riesce a trovare coronamento nella realtà e si sublima nella lirica. Qui la donna dagli occhi acquamarina assurge a visiting angel, a vessillifera di una “religione delle lettere”, tuttavia insufficiente a ostacolare il dilagare del Male nella storia. Affiora un’immagine straniante anche della Tanzi, la donna cui lo scrittore avrebbe dedicato alcuni tra i versi d’amore più struggenti della storia, segnalando la saggezza quotidiana che rendeva le pupille di Mosca, tanto offuscate, ben più capaci di altre nel cogliere e decrittare reale. Bisogna ovviamente precisare come sia appunto l’adozione del suggestivo punto di vista di Irma a indurre a tali esiti.
Eppure in questa vicenda di amore e poesia, pennellata con lirismo dalla Traversi, non c’è spazio per meschine recriminazioni. Dal primo incontro ai momenti trascorsi all’Annalena – a tal proposito ci piace menzionare la bella fotografia di Daniele Maria Pegorari in copertina –, dalle ore presso l’Hotel Bristol al saluto fugace (con il treno inghiottito da “una gran nube di vapore”), il respiro della storia è quello della poesia. Ripercorriamo i motivi genetici di capolavori come Ti libero la fronte dai ghiaccioli… o la superba Primavera hitleriana, con Hitler-“messo infernale” e la partenza di Clizia, poi destinata, in modo affine alle foscoliane Grazie, all’approdo in un oltrecielo. Ed è un solido punto di forza questo magico intreccio di vita e letteratura, per cui colei che non faceva che ricusare l’identità di Clizia, in cui non credeva di non riconoscersi, giungerà al fatidico dono delle lettere di Eugenio al Vieusseux. Sarà questo l’approdo di un dialogo d’amore che appariva interrotto e invece era proseguito, a dispetto di tutto (anche della consapevolezza degli stessi protagonisti), a distanza. A chiarire le motivazioni del dono, il confronto con l’amata figura di Dante: “forse anche per Montale”, si dirà la donna, “forse anche per Montale vale ciò che il poeta stesso aveva riconosciuto a Dante: è necessario conoscere le circostanze biografiche per comprendere davvero la sua poesia”. Poesia straordinaria, pietra miliare della nostra letteratura. Con una citazione l’opera si conclude, uno struggente passo tratto dallo shakespeariano Racconto d’inverno, tradotto dallo stesso Montale. O forse no; direi che Io non sono Clizia non si conclude. La battuta finale riannoda la storia al momento del primo magico incontro. Un incontro che rivive, attimo dopo attimo, ogni volta che riecheggiano versi come questi, meravigliosi, del poeta genovese: “Ho tanta fede in te / che durerà / (è la sciocchezza che ti dissi un giorno) / finché un lampo d’oltremondo distrugga / quell’immenso cascame in cui viviamo”.

Almarina


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Recensione a V. Parrella, Almarina, Einaudi, Torino, 2019, Euro 17.
«L’idealizzazione dell’amore perduto è una prassi umana quasi universale; ciò che si ricorda nel corso degli anni è una possibilità perduta per il proprio io, anziché per quello dell’altro». Quest’osservazione di carattere generale del compianto critico Harold Bloom ci consente di effettuare una prima osservazione sul bel romanzo Almarina di Valeria Parrella. Ci troviamo infatti dinanzi alla storia di un amore perduto – quello della protagonista, Elisabetta, insegnante di matematica nel carcere minorile di Nisida, per il marito prematuramente scomparso – e allo sbocciare di un amore differente, quello materno, sommessamente pervasivo, per Almarina, di origine romena. Una ragazza conosciuta a Nisida, dove la giovane era stata condannata a scontare una breve reclusione. Quell’allieva gradatamente si insinua nel cuore della docente, che – terminato il periodo nel carcere minorile – giungerà alla decisione di chiederne l’affidamento, per poterla seguire nel  percorso di crescita e di nuova apertura al mondo.
L’opera è connotata dall’adozione di una focalizzazione interna. A narrare in prima persona è proprio Elisabetta, la protagonista, apparentemente disillusa per effetto delle molte delusioni della vita, eppure ancora, in qualche modo, predisposta a cogliere l’incanto che alcune esperienze possono suscitare. Una donna passata attraverso le forche caudine del dolore, sin dalle prime battute rievocato nell’icona delle “scale che portano alla morgue di un ospedale”, quello in cui aveva subìto lo shock di vedere il marito “morto freddo su un tavolo di metallo, labbra viola, e il viso come se ci avessero passato sopra del talco”. Immediatamente, già dal prologo, la narrazione si distingue per lo stile asciutto e lo sguardo saturnino. Uno sguardo che d’improvviso s’illumina al cospetto di Almarina, che “Non aveva ricordi così ed era stata vestita di carta, ma possedeva la luce del futuro negli occhi”. L’autrice si muove con padronanza tra registri diversi; trasmette il senso di straniamento che pervade chi entra nel microcosmo del carcere minorile, il cinismo velato di chi teme di non poter più sperare in una nuova primavera e poi, per contrasto, il trionfo della vita e della sensualità. Quest’ultimo appare evidente quando Elisabetta ritorna a coltivare fantasticherie amorose, muovendo da uno sguardo del comandante, uno sguardo compassionevole traslato “nell’universo dell’erotismo”; forse una memoria della donna pietosa dantesca, ma inevitabilmente la sanzione dell’ineludibile legge della vita che torna a reclamare i suoi diritti.
Sono molti i motivi che affiorano nell’opera, dall’elaborazione del lutto, faticosa ma possibile, al ritorno alla progettualità, dalle ambizioni di riscatto alla consapevolezza che nessuna giovane vita debba essere considerata in partenza irrecuperabile (sebbene la strada del cambiamento sia impervia e costellata d’incognite). In questo, rilievo centrale assume la figura dell’insegnante, non solo dispensatrice di una matematica ch’è sapere pratico da applicare in un percorso nel mondo che non colga impreparati, ma anche, più in generale, mediatrice di cultura pronta a prestare, persino a regalare libri e a far conoscere figure come Antonio Gramsci. Certo, poi interviene l’ironia della Parrella, per cui Elisabetta preferirà sorvolare sulle ragioni della carcerazione del celebre intellettuale, perché il fatto di saperlo incolpevole avrebbe stabilito un senso di distanza, difficilmente colmabile, tra l’illustre recluso della storia e i giovani allievi dell’insegnante, non facendo scattare l’identificazione e magari l’emulazione. Ironia che affiora in numerosi momenti, ma che non è mai l’attitudine di chi si pone su un piedistallo rispetto al mondo rappresentato: è il caso del passaggio sui cosiddetti ‘premesopotamici’ (i trogloditi, per assurdo non assimilabili neppure ai babilonesi, rispettosi almeno del codice di Hammurabi). Da un lato v’è l’io narrante che rimarca l’opposizione culturale tra la sua visione del mondo e quella di quanto danneggiano Napoli “con la loro tracotanza”. Poi, però, emerge un’istanza di empatia, con la consapevolezza di una responsabilità collettiva nell’avanzare del degrado: “Io li temo un poco e un poco ne sono profondamente affascinata. Quando li osservo dal balcone, di notte, seduti sui motorini fino a tardi, a emettere suoni disarticolati, a non rendersi conto che è mezzanotte, capisco che loro non vedranno i murales che noi abbiamo dipinto proprio per loro al parchetto giallo, non vedranno nella matematica che abbiamo spiegato fino a esaurirci l’aereo che li porterà lontano”.
Il finale prende il volo, con Elisabetta che si rivolge a coloro che esamineranno la sua causa e si profonde in un racconto di sé, un’appassionata perorazione del suo diritto a offrire amore a chi, come Almarina, ne abbia profonda necessità. E soprattutto una rivendicazione della forza di questo sentimento, l’amore, ch’è sfuggente e “non riconosce l’autorità”, inerpicandosi finanche lungo i sentieri più accidentati. La sua icona più convincente è l’immagine, in prolessi, di Almarina che andrà incontro al futuro e scorgerà nelle “piante medicinali” l’ipostasi di quella bellezza che aveva folgorato l’io narrante al cospetto degli arabeschi della matematica e della geometria. Un moto di riappropriazione di sé, persino delle radici linguistiche che connettono le sonorità del romeno a quelle del latino e, quindi, del lessico della botanica. E questo è il miracolo che si genera quando due solitudini s’intrecciano e, vincendo le secche della desolazione, offrono l’approdo a un vivido senso di libertà.

 

Il morso della reclusa


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Recensione a F. Vargas, Il morso della reclusa, trad. it. di M. Botto, Einaudi (Stile Libero Big), Torino 2018, Euro 20.

Dedichiamo questa nuova recensione del Giano bifronte critico al nostro commissario preferito, Jean-Baptiste Adamsberg, nato dalla penna della scrittrice Fred Vargas. Promotrice di una produzione giallistica di qualità, molto lontana dai cliché del genere, sempre documentata e tesa alla brillante e originale rievocazione di particolari stagioni della storia e di fobie collettive (si vedano l’insidia della peste in Pars vite et reviens tard e l’ombra possente di Robespierre in Temps glaciaires).

Particolare oggetto d’affetto è per noi, come si diceva, il commissario Adamsberg, lo “spalatore di nuvole”, investigatore che segue sentieri tutt’altro che convenzionali, pare sonnecchiare e vagare nelle nebbie per poi accendersi all’improvviso di intuizioni geniali. Uno che continua a chiamare un figlio di gioventù, ritrovato ch’era ventenne, con il nomignolo di Zerk, diminutivo di Zerquetscher (“massacratore”), da lui affibbiato al ragazzo quando lo aveva sospettato artefice di efferati delitti. La figura del commissario rappresenta sicuramente uno dei punti di forza dei gialli della Vargas, proprio per la sua natura aerea e imprevedibile.

Il romanzo che abbiamo or ora letto è Quand sort la recluse e conferma l’originalità e la fascinazione della narrativa dell’autrice parigina, “ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche (CNRS) ed esperta in medievistica”. L’opera ci catapulta in uno scenario di aracnomani e aracnofobi, che trova la sua ipostasi terrificante nella Loxosceles rufescens, la reclusa del titolo. Schiva e portata a celarsi agli sguardi degli uomini, solitamente essa provoca con il suo morso fenomeni locali clinicamente controllabili, ma in alcuni casi può determinare situazioni capaci di evolvere sino a conseguenze ben più gravi. La notizia delle morti di alcuni anziani a causa del morso della reclusa scatena il web, recando con sé la preoccupazione di una mutazione nel veleno degli aracnidi. Il commissario Adamsberg ha tuttavia una strana sensazione e coinvolge il suo team in un’indagine apparentemente assurda, determinando una spaccatura al suo interno. A contrapporglisi, per ragioni che si chiariranno in seguito, proprio il tenente Danglard, uno dei suoi aiutanti e compagni di avventure più fidati. Sembrerà però dar ragione all’intuito del commissario la scoperta che due delle vittime provenivano dallo stesso orfanotrofio e nella loro adolescenza turbolenta avevano dato vita a una “banda delle recluse”, così chiamata perché i suoi membri si servivano di questi ragni per compiere atti di bullismo nei confronti di compagni più fragili, episodi in alcuni casi sfociati in tragedia. A corroborare la tesi di Adamsberg sarà la scoperta dell’implicazione di quegli stessi enfants terribles, che soprannominerà “Blaps” (sgradevoli tipologie di coleotteri), in sistematiche azioni di violenza carnale ai danni del gentil sesso.

Eppure il percorso delle indagini di Adamsberg e dei suoi uomini, come sempre avviene nell’accidentato cammino che conduce alla verità, si rivelerà ben più complesso. A suscitare un effetto di costante straniamento il procedere di pari passo dell’elaborazione di un trauma infantile subito dal commissario stesso: la visione scioccante, a Pré d’Albret, nei dintorni di Louvre, di una ‘reclusa’, ossia di una donna che – in una sorta di non meglio nota ricerca, forse per motivi ascetici, di segregazione dal consesso umano – viveva in condizioni igieniche precarie, tra i suoi stessi escrementi, in una piccionaia. Il lettore, infatti, non riesce a comprendere le ragioni di quest’indugio su vicende personali legate all’infanzia del commissario, così come fatica a cogliere l’utilità delle ricerche compiute dal team sul fenomeno della reclusione femminile nel Medioevo. Inutile dire che, in un contesto in cui fondamentale è l’apporto dell’elemento psicologico – quello che solo l’intuizione di un ‘veggente’ può cogliere –, in realtà si potrà constatare che “tout se tient”. Punti di forza del romanzo lo stile sorvegliato, l’allure spesso apparentemente digressiva che lo connota, la capacità dell’autrice di pennellare, senza spargimenti di sangue, un’atmosfera a tratti estremamente inquietante, il sostrato culturale che garantisce un intrattenimento di qualità. Non mancano tra l’altro le implicazioni etiche: sin dal principio, l’assassino sembra assumere le sembianze della Nemesi e quelle oscillazioni che inizialmente renderanno titubante e oppositivo il tenente Danglard non saranno altro che una prefigurazione dei dubbi dello stesso Adamsberg. Trovandosi vis-à-vis con la ‘reclusa’, il commissario sarà colto dallo sgomento per l’obbligo morale di doversi rendere strumento della giustizia, pur chiedendosi chi mai e cosa mai possa a sua volta garantire ‘giustizia’ a chi sia stato indelebilmente marchiato – per la ‘matta bestialità’ degli uomini – dalle stimmate del dolore.