La foresta delle farfalle monarca


Recensione a R. Gassi, La foresta delle farfalle monarca, Les Flâneurs Edizioni, Bari 2021, Euro 15.

Un fascino peculiare caratterizza il romanzo di Roberto Gassi La foresta delle farfalle monarca.

L’opera è incastonata in una trilogia, ma sarà da noi considerata nella sua autonomia. La trama si dipana lungo due direttrici. Seguiamo le vicende del trentenne meridionale Erol Ciorba, al servizio di un Gruppo che mantiene in costante tensione i suoi impiegati nel miraggio di una carriera da “project manager”. Un giovane che appare subito insoddisfatto di un lavoro ipercompetitivo (e non privo di elementi perturbanti) ed emotivamente fermo alla relazione sentimentale con la bella e misteriosa Leila. Parallelamente alle sue vicende, seguiamo la genesi del suo romanzo, nel finale pronto per viaggiare “tra editori e improbabili concorsi letterari”, incentrato sulla vicenda di Severina Moral. Quest’ultima, sopravvissuta (?) alla strage avvenuta in Chiesa il giorno del suo matrimonio, con l’uccisione di molti degli abitanti del villaggio messicano teatro delle vicende (tra i quali quello che doveva essere suo marito, Quintino, e l’amatissimo nonno, Pedro), assisterà sfingea alla vendetta perpetrata da un misterioso vendicatore. Questo caballero, accompagnato da una “coltre neroarancio” di farfalle monarca, eliminerà gli artefici della strage, i crudeli figli di don Álvaro Renos, che erano stati aizzati dalla sorella Alina, rifiutata da Quintino per amore della generosa Severina.

Non riteniamo opportuno addentrarci ulteriormente nei meandri della trama, ben più complessa. Coesistono una dimensione realistica – quella delle vicende di Ciorba – che pure a tratti sfuma nel mistero (la comparsa dello scarabeo nero nella sezione finale) – e una in cui emerge il talento visionario e surreale dell’autore. Gassi muove dalla posizione di “Una minoranza indigena” la quale “crede che lo spirito dei defunti ritorni sulla terra ogni anno nel Día de los Muertos, sulle ali delle farfalle monarca”, per pennellare una vicenda in cui il lettore è continuamente colto dallo stupore per i colpi di scena che si susseguono a ritmo incalzante.

Notevole è la capacità dell’autore di conferire evidenza visiva a tutto ciò che rappresenta, siano le allucinazioni delle vittime del vendicatore o le accurate descrizioni di ambienti (la casa di Erol nel capitolo terzo) e persino della preparazione di cibi (lo sguardo che segue Sama mentre ultima l’occorrente per il momento commemorativo nel quattordicesimo). Per non parlare di alcuni momenti topici come l’epifania di Severina nell’inferno scatenatosi in chiesa, filtrata dalla prospettiva dell’innamorato e attonito Quintino. Non mancano riflessioni di grande attualità, come questa di Erol che sentiamo di condividere pienamente: “In fondo il suo sud, in certi casi, non era poi tanto meglio di quella lega nordica secessionista e considerata razzista in più di un’occasione. Dov’era finita la sua gente? Quei sudisti candidati al premio Nobel per la pace che avevano accolto flotte di albanesi in esodo?” Quest’interrogativo arrovella costantemente anche noi.

Scoperto è nel corso dell’intero romanzo l’intento di tributare un omaggio a Quentin Tarantino. Non senza significato la presenza in casa di Ciorba della locandina di Pulp Fiction, dall’alto della quale “distesa con le gambe alzate e incrociate, la dea tarantiniana (n.d.r. Uma Thurman) seduceva sotto la sua frangia pulp”. Nella storia narrata da Erol, evidenti sono gli ammiccamenti ai capitoli di Kill Bill, a cominciare dall’idea e dalla costruzione della sequenza del massacro in una chiesa. Alla figura di Hattori Hanzō, forgiatore di spade, è subentrata quella del fabbricatore di pistole d’argento, particolare peraltro molto interessante, che introduce una nota di preziosità e al contempo letalità. Il dialogo tra Alina e lo sceriffo in “Venti” mi ha poi ricordato, con le dovute differenze, quello tra Elle Driver e Budd nella memorabile scena del mamba nero. Tra l’altro lo stesso ambiguo rapporto tra Alina e Severina sembra richiamare quello tra Elle e la Sposa di Kill Bill. Muovendosi tra suggestioni fumettistiche e cinematografiche, Gassi riesce a dar vita a un originale esempio di arte allusiva, fattore che – nell’epoca della serializzazione della letteratura sponsorizzata da molti grandi editori – ci sembra tutt’altro che irrilevante. Così come personale, accattivante, evocativo e curato ci sembra lo stile di questa Foresta delle farfalle monarca, un’avventura che si congeda mantenendo vivo nel lettore il profumo del mistero, in una sorta di animistica Nemesi a volte trionfante sul Male.

Carnaio


Recensione a G. Cavalli, Carnaio, Fandango Libri, Roma 2019, Euro 17

È una distopia che assomiglia tanto a un’allegoria della situazione contemporanea questo bel libro, Carnaio di Giulio Cavalli.

L’opera si apre con il ritrovamento di un cadavere da parte del pescatore Giovanni Ventimiglia nella cornice di DF, luogo immaginario, ma che ammicca surrealmente alla situazione di Lampedusa.

Uno shock che sarà seguito da una vera e propria invasione di corpi morti. Quelli, come li chiameranno gli abitanti di DF, si abbatteranno a ondate con anche più di ventimila cadaveri sul paesino trasformandolo, per la risonanza mediatica dello strano caso, nel “centro del mondo”.

Con “i segni di chi arrivava da lontano” e il colore della pelle “nero, non nerissimo. Però africano forse. Di quei posti lì”, quelli verranno percepiti dagli abitanti di DF e dal governo centrale come un vero e proprio flagello. Si ipotizzerà presto che si tratti dei probabili residui di un ignoto genocidio di cui a nessuno importa nulla, perché in fondo all’occidentale medio ciò che accade nel resto del mondo interessa solo nella misura in cui interviene a ledere i suoi interessi, impedendogli di coltivare il proprio orticello. Così, DF si ritrova inizialmente inerme al cospetto di un’invasione di cadaveri che peraltro sono curiosamente tutti pressappoco della medesima età e delle medesime misure, forse allusione al fatto che da parte dei caucasoidi gli appartenenti ad altri gruppi umani sono spesso erroneamente e frettolosamente percepiti quali individui completamente identici. Cavalli ci introduce abilmente nell’atmosfera paesana, mantenendo nella prima parte la presenza di un narratore esterno, ma focalizzando il punto di vista degli abitanti del luogo. Persone normali, con le loro idiosincrasie, manie, virtù, ideologemi e filosofemi più o meno strampalati; alcuni abitanti recano con sé il triste bagaglio di vissuti anche frustranti (si pensi alla coppia Percinati-Ventimiglia).

Eppure nella seconda parte la situazione cambia. DF – resasi autonoma dal governo centrale, giudicato inefficiente – appare tutta protesa a proteggere la purezza dei suoi “residenti”, arrivando a escludere dalla cittadinanza membri della comunità unicamente perché non figli di nativi, e soprattutto a trarre profitto dal “riuso” dei cadaveri di quelli. Gradualmente, gli abitanti si abitueranno a cose atroci come bruciare i corpi per produrre e vendere energia, realizzarne raffinati articoli di pelletteria e persino cibarsi delle loro carni, con eleganti pietanze da nouvelle cuisine. In questa sezione, l’autore opta per la narrazione interna, in prima persona, variando di capitolo in capitolo il punto di vista e attuando costantemente – con l’eccezione di alcuni casi (si veda il diciassettesimo capitolo) – l’artificio dello straniamento rovesciato, atto a presentare quali normali situazioni del tutto anomale. Colpisce e ha echi arendtiani l’assoluta banalità con cui la normalissima popolazione di DF scivola nella più totale mancanza di pietas, illudendosi di erigere barriere architettonicamente inoppugnabili contro la morte che arriva dall’Africa e convincendosi sempre più di poter considerare asetticamente le vittime di una tragedia dalle cause sconosciute alla stregua di un “carnaio” di cui profittare in un incessante processo di spersonalizzazione dell’umano.

C’è tutta l’ottusità dell’italiano medio nel dieffino doc. Un emblema ne è l’agghiacciante Lilly Carboni, che si dichiara studentessa presso l’università della vita (e quanto è di moda oggi vantarsi di tale insulsaggine) e si proclama pomposamente “direttrice artistica” della novella DF, soltanto per l’ipocrisia di aver voluto celare l’odore di morte della centrale con l’introduzione di essenze dalle fragranze provenzaleggianti nelle ciminiere. E questa lucida follia la senti aleggiare in quasi tutti i personaggi, che si adagiano nella nuova atroce ‘normalità’ accontentandosi di finzioni e surrogati della quieta, sebbene anonima, realtà marinara precedente; rivelatrice, in tal direzione, è la voce della bambina di Tiralosi, la quale coglie e denuncia con candore disarmante la natura fittizia di quello che pomposamente viene spacciato per ‘mare’, ma tale non è. E quando ti accorgi che persino gli abitanti di un mortorio qualunque – in tutte le accezioni possibili del termine – si lasciano cogliere dalla smania sovranista e dallo slogan del “DF First”, comprendi come questa non sia una mera distopia, ma un’allegoria di processi ormai tristemente in atto. Per non parlare del capitolo 25, “Chiusi”, che pare addirittura profetico di quanto realmente abbiamo vissuto dal febbraio 2020 a questa parte.

È un libro che cattura, Carnaio, nel suo essere sorretto da un’ironia corrosiva e dalla capacità dell’autore di rendere vivo e vibrante il paradosso. Lo stile trascorre dalla mimesi del parlato al lirico, con momenti in cui l’autore si serve di un periodare abnorme, vicino al flusso di coscienza senza riprodurne pienamente le caratteristiche, allo scopo – quasi individuando un correlativo delle ondate sul piano espressivo – di mostrare la frenetica effusione del pensiero e del parlato popolare. Un’opera che suscita un sorriso amaro al cospetto dell’umana miseria e che si spera possa far seriamente riflettere il lettore.

La sicurezza e il pensiero cardiopatico


Recensione a V. Calò, La sicurezza e il pensiero cardiopatico. Versi non contemporanei, di più, Bertoni, Corciano (PG) 2020.

È decisamente una raccolta singolare LA SICUREZZA E IL PENSIERO CARDIOPATICO di Vincenzo Calò. Il sottotitolo, Versi non contemporanei, di più, evidenzia subito come l’opera intenda confrontarsi con il presente e il suo “buio tuonante”. L’ottica non vuole essere quella propria del Solone o del moralista: Calò volge semmai un apparentemente ilare sguardo filosofico su questo nostro tempo, squadernandone l’insensatezza. Dico “apparentemente”, perché dietro queste “cardiopatie felici”, declinate nell’epoca dei “filosofi scambiati per comici”, si percepisce un senso di asfissia, inevitabile “quando il futuro diventa / uno sport per i ricchi”.

Si ha come l’impressione di trovarsi al cospetto di un’umanità deprivata di ogni sogno e programmaticità e costretta a vagare in uno spazio e in un tempo angusti, in cui solo hanno forza le sirene del vuoto. E il vuoto è un elemento che percepisci pervasivo, dietro il lussureggiare delle parole che nascondono un duplice atteggiamento da parte del poeta: da un lato c’è l’orrore e lo sgomento per un presente distonico, dall’altro c’è quel senso di distacco che schiude le porte all’ironia. Ecco che nascono versi di un surrealismo vertiginoso, che si apparentano alla tradizione della poesia burlesca nel proliferare di immagini che evocano memorie tipiche del genere dell’ennui e fanno avvertire tutta l’inconsistenza di un’epoca malata. In una sorta di carnevalizzazione del linguaggio, con una tenuta globalmente apprezzabile, hai l’impressione che le parole proliferino le une dalle altre, in accostamenti a volte criptici, un po’ perché l’autore allude a situazioni a lui ben note, ma non sempre e altrettanto al lettore, un po’ perché spesso, in linea con una tradizione che ha radici per esempio nelle opere di Burchiello o Berni, egli coltiva il gusto del nonsense, peraltro pienamente in linea con l’incedere di questo primo scorcio del secolo ventunesimo.

Tra i testi più interessanti citiamo Come piccoli disincantati (notevoli i versi “Stai a lutto, con le mie mani / sporche di colori, e che stringono sassi di zucchero / diminuendo la fatica per un lavoro che non rigenera il giramondo / l’eredità di cui non si avrà idea finché non si vivrà di filosofia”) e poi ancora Il dentro e il fuori in cui si fa strada, pur tra mille difficoltà, la prospettiva di una sorta di modus vivendi adatto a una contemporaneità in cui tutto appare frenetico e dominante è la smania di successo “a costo di morire”. Colpiscono, altrove, immagini come questa del “giovane che insegna come far rilassare le nuvole” o versi dall’aura ludica (“i PC che inseguono il senso di colpa sublimato dalle donne delle pulizie”) o dal sapore di gnome (“Siamo forme di ricordo continuo, nel battito di ali / dell’oggi”.) Colpisce anche l’amaro testo dedicato a Taranto, dominata dallo spettro dell’Ilva e dallo scandalo di una svendita di vite sull’ara dell’utilitas economica, testo che si conclude con un icastico ed eloquente: “Via da Taranto, coraggio”.

Valore commerciale, economia, decrepitudine della classe dirigente, automatizzazione persino dei moti del cuore sono tra i Leitmotive della raccolta, accanto alla sensazione dell’assoluta inautenticità del vivere in un mondo che sembra trasformarsi anzitempo in una sorta di grande cimitero, luogo decisamente ricorrente nei versi di Calò. Versi che accolgono smartphone, yesman, autogrill, emoticon e in cui consulenti e revisori di conti sembrano i numi tutelari di una “vita che cava i cuori”, alla quale non resta che la “banalità dell’imparare lingue d’immediato futuro” e cercare di reprimere le nausee “di una mente straripante”. Se “Lo squallore delle istituzioni s’impossessa dei libri / si assume il comando del respiro”, spetta forse alla ragione non lasciarsi trascinare nella sardana della follia: “Insegno schemi classici, per evitare le sabbie mobili / della memoria”. O forse quella di non lasciarsi triturare dal vortice è solo una mera illusione…

Le scarpe del flâneur


Recensione a J. Rizzo, Le scarpe del flâneur, Ensemble, Roma 2020, Euro 12

Sotto il segno di un omaggio al flâneur per eccellenza, Charles Baudelaire, e a Serge Gainsbourg, si apre la raccolta di poesie di Jonathan Rizzo.

“Parigi cambia! e niente nella mia malinconia / S’è mosso! impalcature, palazzi nuovi, blocchi, / Vecchi quartieri, tutto per me è ormai allegoria / E i miei cari ricordi pesan più delle rocce”. Ne Le cygne, vagando per una città profondamente mutata nel processo di modernizzazione, Baudelaire si sentiva un po’ come la vinta Andromaca o la nostalgica schiava nera e tutti erano accomunati al “gran cigno” “ridicolo e sublime” che trascinava il “bianco piumaggio” sul suolo.

Il flâneur della Parigi cosmopolita del ventunesimo secolo, che a quei modelli guarda, innalzando il suo canto dal personalissimo timbro, chiede al lettore di indossare le sue scarpe e percorrere con lui le vie della capitale francese. Una metropoli che rivive in vari suoi angoli: dominante è Belleville nella sua multiculturalità, ma l’autore pennella il quartiere Oberkampf sotto la pioggia e poi ancora il Bassin de la Villette, place de la Republique, canal St. Martin con i quai in festa, les Champs-Élysées. Il suo si libra come un nitido canto d’amore per la città di Parigi, innalzato da un io lirico che ci sembra congiungersi idealmente all’archetipo del “fanciullo primordiale”. Non è casuale che i testi siano connotati dalla presenza pervasiva di figure di bambini. In Belleville, Rizzo scrive: “Sorrido a una bambina, / lei ride, / e anch’io mi sento leggero”, in una bella memoria delle sabiane Cose leggere e vaganti. Nel medesimo testo, uno dei momenti più riusciti è quello che vede due bambini incantarsi ad ascoltare “un uomo felice”, che suona “un organino a manovella”, cantando Trenet e la Piaf. L’autore sembra quasi immedesimarsi in loro, nel mostrare al lettore il loro stupore al baluginio delle “monete luccicanti”, ulteriormente richiamate nei “piccoli cerchi argentei / nel secchiello che tintinna”. Così il poeta sente l’anima scivolare “su alcune leggere gocce di cuore”. La visione di una bimba in Pluie sur Oberkampf, mentre “coi capelli bagnati felici (n.d.r. non sfugga l’ipallage), / saluta e pensa a sorridere”, suscita nel flâneur il pensiero che vivere, in quella sera, sia bellissimo. E se una piccola in Belleville “fa pipì / su un arbusto accanto / ad altre roselline”, lo stesso gesto, con fare irriverente, sarà ripetuto dall’artista sulla tomba di Matisse, giocando sulla ben nota immagine della “cage aux fauves”, nella scherzosa reiterazione del mito iconoclasta dell’arte che si propone di superare le secche del passato. E, quando altrove il poeta dichiara: “Sono gli adulti a lasciarsi andare / quando stanno male. / Noi bambini lo facciamo quando siamo felici”, ci sembra che questa identificazione col fanciullo primordiale risulti ancor più evidente. Così come emblematici risultano i versi: “Un vecchio gioca come un bambino / mandando in frantumi lo specchio della mia anima”; nello stesso momento in cui, assimilandola al vetro, l’artista rivela l’estrema fragilità del suo spirito, si ha quasi la percezione che quell’anziano uomo sia una sorta di proiezione di come il flâneur si immagina nel futuro.

Perché la malinconia è un po’ un basso continuo in questa raccolta, nonostante l’ironia sia una presenza costante e ti salvi nei momenti in cui potrebbe vincere la commozione (il canto della morte di Marina nel giorno in cui – immagine lacerante – “finimmo con quell’estate”), a volte celandosi nelle pieghe delle paronomasie e dei giochi assonanti di I pazzi sono fuori o di Roulette russa o nelle riprese dissacranti del mito di Hermes, Bacco o delle nove Muse o dell’immaginario cattolico (il Diavolo) o letterario (Quasimodo). Non è casuale come il primo testo della raccolta insista su un senso di estraniazione, nel perpetrarsi di una vita non vita, e che il secondo sancisca l’assenza di un ubi consistam per la relazione con un Tu purtroppo non compresente. Insomma, ci sembra che proprio questa melancolia costante, il sentirsi acrobata della disperazione, porti, per contrasto, a volersi calare nello spettacolo del vivere parigino, in questa teoria di infradito e spettacoli di bellezza, ma anche di degrado, nella consapevolezza che gli uni e gli altri siano più vicini di quanto si possa abitualmente credere.

Quello che più resta nel cuore del lettore, al termine di questo itinerario, è un canto di incessante amore: “Odi mondo / alto si leva ancora il nostro canto, / siamo vivi / e teneri tuoi amici, / io e la sorella Parigi. // Gli odi di uomini / bruciati dalla paura / non ci possono ferire più. // Amiamo disperatamente anche loro, / perché nessuno lo fa”.

Acrobazie


Recensione di A. Trasciatti, Acrobazie. Storie brevi e brevissime, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 13.

Come si possa, nella levità di un lusus che si colora di onirismo, auscultare l’animo umano e dar voce alle sue angosce, aspettative, fallimenti, stagnazioni appare evidente nel bel volume di Alessandro Trasciatti, Acrobazie.

L’opera appare in linea con le espressioni della patafisica nel suo privilegiare, sulla scorta di Jarry, atmosfere paradossali, ragionamenti capziosi, in una sorta di ilare ma seria dissacrazione del pensiero metafisico.

Acrobazie è costituito da tre sezioni (Rifugi, Infanzia e prolungamenti d’infanzia e i Casi clinici e onirici), attorno alle quali si agglutinano racconti brevi e brevissimi, in una rete di echi e simmetrie. Particolarmente riuscita ci appare la deca dei Rifugi, nei quali a fungere da Leitmotiv sono l’inettitudine e la tensione al rintanamento di un io monologante che interloquisce a distanza con la persona un tempo amata, ormai assente perché allontanata dall’uomo stesso. In dieci prose, egli passa in rassegna quelli che sono i suoi “rifugi”, nascondigli reali e metaforici, dalle tasche del pastrano al rassicurante orizzonte delle conoscenze enciclopediche, strumento di un illusorio anelito a poter mettere in circolo l’intera mole del sapere. Subentra già qui il motivo, che poi attraversa l’intera opera, dell’acrobazia, quella leggerezza del muoversi nell’esistere che paradossalmente può dispiegarsi per il protagonista soltanto nel momento in cui ha creato il vuoto intorno a sé. Le prose sono percorse anche da un neppure tanto latente impulso di cupio dissolvi, che affiora nelle incursioni cimiteriali – compiute grazie alla memoria o programmate e fallite – per poi risolversi nel brillante finale della vasca, in una sorta di parodia dell’ofelismo bachelardiano, con espliciti ammiccamenti alla morte di Phlebas il Fenicio di Eliot.

Diversa, ma egualmente votata all’inettitudine, appare la voce dell’Infanzia, che passa in rassegna le opache figure genitoriali, rivive gli scatologici traumi infantili nell’asilo di via Buiamonti, narra episodi reali e ipotetici che abbiano per protagonisti i gatti. Un velleitarismo di fondo connota le aspirazioni di questo personaggio monologante, che aspira a una sorta di europeismo conviviale, ma poi coltiva la credenza che gli aerei siano “fatti per cadere e non per volare” e ancora scrive Pribke e non Priebke e Orson Wells invece di Orson Welles. Kafkianamente subisce il fascino delle cameriere, ma la sua ipertrofia di fantasticherie lo porta a gonfiarsi “come un aereostato”.

Visionari e irridenti i Casi clinici e onirici, che rinverdiscono la futurista vocazione incendiaria nella fantasia della “casa rossa” o pennellano medievali trionfi floreali al femminile con un’imprevedibile chiusa che rimanda al memento mori (Un caso d’amore). E che dire dell’inettitudine di un io che resta spettatore alla finestra della vita e, quando decide di unirsi alla “festa improvvisata” scatenata da un violinista, si accorge che ormai è tardi? Poeticamente surreale il finale del racconto in questione, incentrato su un caso violinistico: “scendo le scale a corsa e il suono del violino è quasi spento, lo inseguo per i campi ed è sparito”. Tale desiderio di vita emerge anche in Un caso anniversario, per il curioso effetto di “un patto – non so più se col Diavolo o con Dio”, che concede al protagonista un giorno all’anno di “sfrenata gioventù”. Potremmo poi citare altre belle prose: l’atmosfera perturbante di Un caso di colpi notturni; i tre casi tristi che accomunano Boccherini, uno psicanalista letargico e un gatto a bagnomaria o l’assurdo e divertente nonsense “podologico”. Sicuramente tra le prove migliori, rappresentativo dell’intera raccolta, è Un caso acrobatico, in cui, pur nelle farneticazioni di un altro io ipertroficamente incline alla fantasticheria, si fa strada la riflessione sui curiosi sentieri in cui si inerpica “l’amore di un’acrobata” nel suo venir “su nell’ombra”, in uno dei momenti stilisticamente più intensi della raccolta. Opera che si conclude in un dittico dalle allusioni dantesche. La prima parte ha luogo in un Eden in cui tutto appare meraviglioso sino a quando si scatena la lotta su “un carro stracolmo di fieno”, evento che ci sembra ammiccare in chiave straniante, e con significati diversi, all’allegoria del carro presente nella sezione conclusiva del Purgatorio, ambientata nel Paradiso terrestre. La contesa, ispirata dalla “bramosia di ricchezza”, sancendo l’ingresso delle passioni nell’aura paradisiaca, determinerà lo scoramento della voce narrante e – dato non secondario – la caduta degli acrobati che precedentemente sapevano vincere “la legge di gravità”. La seconda, Un caso di punizione dei peccati, ci introduce in un immaginario concentrazionario, che potrebbe preludere – almeno nelle intenzioni dell’io monologante – all’estinzione dell’umano, attraverso l’auspicata perdita della potenza generatrice. Quest’ultimo testo è connotato da un’aura che ci ha fatto pensare a certe atmosfere della pittura di Lorenzo Alessandri.

Insomma, veramente interessanti e stimolanti queste Acrobazie di Trasciatti, un itinerario aereo e unheimlich al contempo nella psiche umana, con un gusto dell’aprosdòketon a illuminare di venature brillanti o sorprendenti la conclusione del narrato.

Svegliarsi negli anni Venti


Recensione di P. Di Paolo, Svegliarsi negli anni Venti, Mondadori, Milano 2020, Euro 18.

È un saggio stimolante, ricchissimo di implicazioni e spunti di riflessione, a tratti persino struggente questo Svegliarsi negli anni Venti di Paolo Di Paolo, edito per le Strade Blu Mondadori.

L’opera istituisce un continuo raffronto, costruito per suggestive dissolvenze, tra gli anni Venti del Novecento e questo primo scorcio del XXI secolo, segnato dallo shock per la pandemia. Quest’ultima ha assestato un duro colpo all’edonismo (al contempo gaio e frenetico al punto da divenire alienante) di un’epoca ormai ai nostri occhi lontana, seppure recentissima.

Altamente evocativa la metafora del risveglio, più volte richiamata dallo scrittore, a cominciare da quello del Carlo Fiala di Franz Werfel con la sua illusoria fiducia nel fatto che tutto sarebbe tornato come una volta. Al suo accesso febbrile, l’autore accosta – con un abile montaggio, manifestando ancora quell’abilità narrativa di cui ha dato prova in opere memorabili come Mandami tanta vita – il destarsi del “paziente tedesco”, caso “rilevante ai fini della ricostruzione dei primi contagi da SARS-COV-2 in Europa”, portato di una globalizzazione di cui soltanto ora riusciamo a cogliere pienamente tutti i risvolti. Al lettore attento non sfugge come, più oltre, nell’articolazione del saggio sia evocato, in sinistra analogia con gli altri, un ulteriore risveglio letterario: quello allucinato di Gregor Samsa  “in seinem Bett zu einem ungeheuren Ungeziefer verwandelt”. Uno degli incubi più emblematici della letteratura moderna, frutto della turbata sensibilità di quel Franz Kafka di cui Galvano Della Volpe seppe ben cogliere le “allucinanti allegorie satiriche di angosce esistenziali, religiose e metafisiche”. Forse tutti noi ora riusciremo a meglio comprendere il claustrofobico confinamento del commesso viaggiatore per cui nulla sarebbe stato più come prima.

Svegliarsi negli anni Venti è un viaggio appassionante in amebeo tra passato e presente. Un itinerario polisemico in cui la letteratura si fa carne e sangue ed emerge nitidamente il suo intreccio con la vita dell’uomo. In sette parti scandite dalle domande di senso che l’io del saggista rivolge all’intelligenza artificiale di Siri e Alexa, ricevendone risposte ora asettiche ora illuminanti (“Il mio tempo non si misura in anni umani”), Paolo Di Paolo ci induce a riflettere su molteplici tematiche.

Seguiamo l’autore di quella “piccola, estenuata, torbida, bellissima dichiarazione d’amore che è Morte a Venezia” sviluppare pensieri “che la Storia pervertirà” nelle malsane Considerazioni di un impolitico e ci chiediamo come sia possibile che tale sensibilità abbia prodotto “la scintilla di un’intuizione tutto fuorché innocente”. Del resto, il rischio del sovranismo, della farneticazione che conduce uno Stato ad autodichiararsi first è sempre dietro l’angolo e lo aveva chiaramente rappresentato Bertolt Brecht nell’Iberin delle Teste tonde e teste a punta, mentre Hitler nazificava la Germania. Paolo Di Paolo compie invece un percorso, anche fisico, nell’Europa della globalizzazione, scandagliando le percezioni dei suoi abitanti e rievocando per il lettore l’operazione compiuta in tal senso da Tsvetkov nel suo Atlante dei pregiudizi.

È difficile riassumere il contenuto di questo saggio, che spesso muove per icastici accostamenti. Per esempio, non sfuggirà la diversità tra le gioiose, a volte goliardiche, folle di studenti a manifestare per i Fridays for future sotto lo sguardo paternalistico delle generazioni adulte e la follia del corteo negazionista del pericolo rappresentato dal Covid 19. In quest’ultimo stride il contrasto tra l’apparente normalità, anche l’affabilità, di determinati individui e l’assoluta irrazionalità delle teorie sostenute con veemenza. Di Paolo sonda anche quella sacca vomitoria in cui non di rado si trasformano i social network, dialogando con figure peraltro addirittura gentili e amabili nella quotidianità, capaci di far bella mostra di un odio xenofobo di ferocia tale da lasciare sgomenti. È “Un tempo molto inquieto” questo, concluderà Di Paolo citando un romanzo di Barnes. La stessa parola “futuro” risuona in esso – come negli anni Venti del Novecento – “bellissima e insieme minacciosa”; lo scrittore mostra chiaramente in cosa consista la sua natura ancipite nello splendido capitolo XIII, “Mentre Monet smette di dipingere”. Nel tempo in cui una parabola straordinaria, quella del pittore dell’Impression soleil levant e delle ninfee, si spegneva, Proust moriva “per una bronchite mal curata” e altri (Picasso, Dalí, Klee, ma anche Einstein e Bergson) percorrevano o cominciavano a percorrere i loro itinerari lungo direttrici straordinarie, perché la vita è così. In fondo Omero lo diceva: “Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini; / le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva / fiorente le nutre al tempo di primavera; / così le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua”. Altro si potrebbe scrivere: sulla sindrome dell’epoca d’oro, che avrebbe potuto cogliere persino gli straordinari artisti concentrati nella Parigi degli anni Venti (e il tempo avrebbe dato ragione a tali melancolie); sulla morte dei giornali; sull'”apocalisse a rate”; sul geniale accostamento tra il popolo della Rete, proteso a improvvisare competenze e criticare senza costrutto, e i flaubertiani Bouvard e Pécuchet, dilettanti del sapere, secondo Cecchi protagonisti de “l’epopea dell’intelletto che si riassorbe nella bestialità” in una sorta di Anticommedia.

Con la grazia di uno stile sempre sorvegliato e icastico, Di Paolo riesce a spaziare dalla filosofia alla “riproducibilità tecnica” dell’arte di Benjamin al fumetto, dalla lacerante poeticità della figura di Clarissa Dalloway all’onirismo della Traumnovelle di Schnitzler all’“eros in agonia” del trionfo della pornografia on line. Tutto questo con levita e incisività, in una riflessione profonda che rinsalda luci e ombre di un’epoca febbricitante e straordinaria (nel bene come nel male) alle maglie ancora sfilacciate di un secolo tutto da inventare.

Caesar


Recensione a A. Prenner, Caesar, Rizzoli, Milano 2020, Euro 19.

Intenso il romanzo Caesar di Antonella Prenner, filologa e docente di Letteratura latina all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Un’opera che fonde documentazione storiografica, suggestioni letterarie e quella fantasia che reinfonde lo spiraculum vitae in vicende del passato, illuminando figure celeberrime per gli appassionati delle vicende dell’antica Roma (e non solo).

Muovendo da un suggestivo notturno, in cui un cavallo stramazzato dopo una corsa forsennata e un corriere livido sembrano preannunciare sventure, la narrazione parte dal passaggio del Rubicone per giungere al post Idi di marzo del 44 a.C., recuperando in retrospettiva praticamente l’intera vita di Gaio Giulio Cesare. A essere adottata dalla Prenner è l’insolita ottica di Servilia Cepione, io narrante e protagonista, con il condottiero, di una vicenda testimoniata in soggettiva, con un punto di vista appassionato, talora altero e sprezzante, ma sempre franco e onesto nel sentire. Lei, la madre del cesaricida Bruto e, come scrisse Svetonio (e come recupera Prenner in epigrafe), colei che Cesare “ante alias dilexit”.

La vicenda si snoda in trentacinque capitoli e un epilogo, in cui il lettore potrà conoscere – ovviamente nella lettura che la fictio propone – la risposta al dilemma che aleggia per tutto il romanzo e che storicamente non è mai stato risolto, la paternità di Giunio Bruto e il significato del “fili mi” pronunciato da Cesare in punto di morte. Ogni capitolo si apre con una citazione il più delle volte desunta da Lucano, ma non di rado anche da altri autori, quali Plutarco in primis, Svetonio, Catullo… Parole che finiscono con l’assumere funzione di “rubrica” della narrazione, che sviluppa proprio il tema cui la citazione allude. Si pensi, per esempio, ai versi del carme 57 di Catullo rivolti “Mamurrae pathicoque Caesarique”, che fungono da introduzione al rapporto tra Cesare e Mamurra, osservato con sgomento e rabbia dalla donna.

In Caesar vediamo sfilare tanti personaggi che la storia e la letteratura latina hanno reso ben note. Una di esse è Catone l’Uticense, fratellastro di Servilia, che tra l’altro era nipote di quel Marco Livio Druso il cui assassinio fu una delle cause scatenanti della guerra sociale. Lo sguardo di Servilia nei confronti del fratello si rivela impietoso, ne sottolinea l’egoismo e il rancore, pur ammirandone e invidiandone il coraggio. Bella è la rappresentazione anche del cesaricida Bruto, inquieto, quasi predestinato a una sorta di funesta dannazione; egli emerge, sconfitto, dopo l’epica sequenza di Farsàlo, che vede Servilia, amazzone impazzita, seguire a cavallo le evoluzioni della battaglia. Così, nel capitolo XXX, per un attimo scorgiamo il giovane prendersi cura della madre e percepiamo che “nel suo sguardo non c’è odio”: eppure la triste quiete di questo Achille troppo umano in riva al fiume durerà troppo poco. Poi tornerà a prevalere la rabbia. Del resto, in filigrana si avverte il grande conflitto interiore che dové provare colui che, ancora giovane, si trovò a scegliere di schierarsi, per quella che reputava dedizione alla res publica (e per l’influenza dell’Uticense), con l’uomo, Pompeo, che aveva causato la morte di suo padre. E che dire di Cicerone, con il segno di sconfitta che già aleggia su di lui, ma ancora la volontà di continuare a incidere nella vita dello Stato? Molto suggestiva è anche la rappresentazione, piena di grazia e suscitatrice di un senso di tenerezza, che la Prenner fa della sua Tulliola, moglie di Dolabella, tragicamente morta di parto. E altri esempi potremmo addurre: si pensi a Cleopatra, che sarà causa del lungo allontanamento di Cesare da Servilia. “Cleopatra mi seduce, mi avvilisce, mi vince. È il suo mistero”, dichiarerà la donna, descrivendo l’apparizione della rivale come l’epifania di una creatura superiore.

In tutta l’opera si avverte fortissima la memoria della Pharsalia di Lucano: a parte le citazioni in apertura dei capitoli, si potranno cogliere chiari il riferimento a Pompeo-quercia, il richiamo al fantasma di Giulia, persino l’episodio della maga Erichto e poi la sequenza egiziana. La latinista dialoga con quella letteratura latina amorevolmente studiata, dando forma, con cura e passione, alle immagini che essa le ha offerto.

Il romanzo è coinvolgente e ha un fascino particolare: lo stile passa dall’epico al lirico, per poi posare lo sguardo sulla bellezza del quotidiano o addentrarsi nei terreni dell’onirico o nelle maglie dell’epistolografia. Un’opera che consentirà di accostarsi, in un’ottica – teniamo a precisarlo – lontana da un’acritica celebrazione, alla figura di Cesare con un approccio originale e a meglio conoscere questa donna che, seppur citata dagli storici e non del tutto ignota al grande pubblico, resta un interessante enigma.

Vi dichiaro marito e morte


Recensione a S. Consorti, Vi dichiaro marito e morte, Ensemble, Roma 2020, Euro

Si dispiega tra ironia corrosiva e tenerezza l’interessante raccolta di racconti Vi dichiaro marito e morte di Simone Consorti, edita da Ensemble.

Dieci storie di varia lunghezza, in cui prevale la scelta della narrazione interna affidata al protagonista, con il ricorso all’io narrante a conferire una sorta di patente di ideale credibilità anche a storie surreali, come accade nella ‘staffetta cardiaca’ di Portare il cuore di un santo. Non mancano tuttavia scelte differenti, come nel bel racconto Il tuo modo di dirlo al mondo, in cui la voce narrante dialoga con la protagonista, tracciando una sorta di diario delle sue emozioni, nel silenzioso e coinvolgente fiorire di un amore saffico, tra turbamenti e timori. In altre circostanze si preferisce il ricorso al narratore esterno (Al mio paese le donne non parlano) o al pluriprospettivismo di una focalizzazione interna variabile (l’alternanza del Lui e della Lei, Nicholas ed Emily, di Nozze di plastica). Di certo, Consorti mostra di compiere scelte tecniche meditate, conferendo a ciascuna delle vicende una particolare intonazione e un peculiare timbro. Il fatto, inoltre, che alcuni dei narratori appaiano inattendibili e il loro agire sia non di rado screditato permette all’autore di mantenere quell’atmosfera straniante e quella tensione al paradosso che costituiscono la cifra del suo lavoro. Nella struttura non fanno difetto, inoltre, le simmetrie, come accade in Il tuo modo di dirlo al mondo in cui due ‘servizi’ fotografici, uno in apertura e uno in chiusura della novella, sono coronati da un bacio; a situazioni analoghe (in cui qualche dettaglio non irrilevante varia) corrispondono differenti reazioni da parte della protagonista.

Quello che ci sembra emergere su tutto è una vocazione schiettamente narrativa, il piacere di raccontare e, raccontando, intrattenere in maniera arguta il lettore. Consorti ha peraltro il gusto dell’aprosdòketon: la sezione conclusiva di buona parte dei testi è suggellata da una conclusione a sorpresa (si pensi alla chiusa di Tutto tranne fascista), come la coda velenosa o spiritosa di un epigramma. In altre circostanze, il racconto si chiude in un’aura di sospensione che lascia libero spazio alle fantasticherie del pubblico.

Nonostante non vi sia il preciso intento di insegnare qualcosa, l’opera di Consorti finisce con il far scaturire la riflessione. Emblematica è la prima novella, in cui il cuore di un santo passa di trapianto in trapianto, senza che i suoi ‘fruitori’ risentano dei benèfici influssi dello stesso. Essi, infatti, si daranno all’omicidio seriale di animali ed esseri viventi, in un crescendo di cecità morale cui fa da contraltare quella concreta, fisica del personaggio femminile più significativo. La novella ironizza inoltre in maniera corrosiva sul deprecabile intreccio di politica e religione e sulle venature populiste di una società sempre più sorda a ogni forma di pietas. In un’atmosfera leggera e dissacrante, il lettore è indotto a chiedersi se, come l’abito non fa il monaco, valga la regola che non sia il cuore a fare il santo o se magari anche quell’evidenza di santità non celasse qualche lato oscuro. In fin dei conti, l’unico proprietario del cuore a non essere sondato attraverso la focalizzazione interna resta proprio il venerabile Don Giusto.

L’uso strumentale della religio nelle componenti di fanatismo e nel suo potenziale di manipolazione della psiche ritorna ancora in Il prescelto. Il senso di onnipotenza di un santone lo porta a orchestrare, in una spettacolarizzazione della Morte, il suicidio di massa dei suoi seguaci e a voler decidere egli stesso quali vite, tra le loro, debbano essere risparmiate. Alle pulsioni distruttive di questa vicenda potremmo accostare, per contrasto, l’istinto di conservazione del padre di Federica nel secondo racconto. Dopo aver sentito l’uomo asserire, durante una veglia di preghiera per la figlia adolescente, che avrebbe seguito la ragazza dovunque fosse andata (una dichiarazione di intenti suicidi, pertanto), l’io narrante si stupirà nel vederlo, giorno dopo giorno e, in seguito, anno dopo anno, perpetrare quella vita amara, con un attaccamento all’esistenza che in fondo non dovrebbe stupire più di tanto. Non è, infatti, ingiusto voler perpetrare l’esistenza anche dopo la perdita degli affetti più sacri… Il motivo della paternità ritorna ancora in altre due novelle: nel Proiettile d’argento, un uomo denuncia gli abusi che crede subiti dal figlio e quella sua azione, giustissima dal suo punto di vista, si ritorce sul microcosmo dei personaggi come una pallottola non letale, ma capace di ferire alla cieca; in I papà di Anna, il legame intenso, delicato, che vige tra il narratore interno e la figlia della scombinata Fiammetta rende manifesto quanto l’essere padre sia qualcosa di ben differente da una mera questione di biologia… Argutissimo è poi il racconto Tutto tranne fascista, che ironizza su quanto sia facile, al giorno d’oggi, conferire la patente di ‘fascismo’ a vari comportamenti. Etichetta che viene agitata, a prescindere da una reale conoscenza di cosa realmente il fascismo abbia determinato, anche da parte di soggetti che non mancano, a loro volta, di porre in essere, d’istinto, azioni fascisteggianti.

L’opera si connota per l’efficacia di uno stile sorvegliato, sempre aderente alla materia, alle circostanze e allo status dei personaggi; uno stile che varia dal colloquiale al turpiloquio, dall’impetuoso monologare a un descrittivismo che talvolta rasenta il lirico. Vi dichiaro marito e morte è insomma una fiera del paradosso, che scardina il comune sentire, mostra la becera insensatezza del pensiero dell’uomo medio e riflette, senza pretese di seriosità, su tematiche tutt’altro che futili.

Della stessa sostanza dei padri


Recensione a D.R. Colacrai, Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile, Santa Maria Nuova (An) 2021, Euro 10,45.

Fu una questione che tra il III e il IV secolo d.C. divampò nella cristianità. Gesù era stato generato o creato; era della stessa sostanza del padre oppure da ritenersi a lui non consustanziale e quindi subordinato? La dottrina di Ario fu dichiarata eretica e la professione di fede della liturgia cristiana, il simbolo niceno-costantinopolitano, recita che il Cristo è stato “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”.

Ci piace partire da questa considerazione per riflettere sul libro di poesie di Davide Rocco Colacrai, a nostro avviso bellissimo, intitolato Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile. Non il “Padre”, Dio, ma “i padri”, quella generazione che rigetta i figli perché marchiati dallo stigma delle più varie diversità e, quindi, non consustanziali. Si tratta di padri biologici come quello di Minchia di mare di Belluardo, genitori di giovani uomini nei quali non si riconoscono e che finiscono con il disprezzare, o magari del consesso dei patres, depositari di un’ideale di mascolinità e di umanità dogmaticamente imposto, troppo dediti a schiacciare ogni forma di alterità per soffermarsi ad ascoltare il grido di dolore, così come il canto d’amore.

Colacrai compie un atto di straordinaria pietas, che rende la sua scrittura una nitida espressione di poesia “civile” e, per effetto di un intensa partecipazione emotiva e di un innato senso della misura, la salva dal facile rischio di ricadere in una retorica sterile. Quella che infatti il poeta effettua è un’immersione nell’interiorità di una serie di anime vinte dalla vita e violate da una società indegna. Un’immersione da cui riemerge con parole d’amore e di speranza, modulate in un canto comunicativo e al contempo in un dettato sorvegliato e compatto, senza cadute di stile. Al lettore resta la percezione che non ci sia azione più intrinsecamente “sociale” di quella che rivela la luce interiore di un’umanità dai diritti conculcati; una luce talmente abbagliante da far obliterare il verbo della violenza che la ha annichilita e da mantener viva, in chi legge, la fede che qualcosa di bello e puro possa albergare nell’uomo. “Marcélo crede nei sogni, negli eroi che non si manifestano / se non a sorpresa”.

Della stessa sostanza dei padri è un chiaro esempio di come è ancora possibile che la poesia germogli dalla letteratura e dalla storia, due domini che nella silloge si fondono e confondono al punto che quasi non riesci più a distinguerli. Forse perché la letteratura dà voce ai drammi e ai traumi della storia e dell’uomo (ma anche alla ‘chiarità’ che si fa strada nell’ombra): così il protagonista del romanzo di Angela Nanetti o la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi non sono meno reali dei triangoli rosa morti nei campi di concentramento, di Reinaldo Arenas o del Baris Yazgi “sposo senza promessa e senza vestito”. Tutti figure di un’umanità che si percepisce nata dall’altra parte della barricata.

Una sorta di Leitmotiv della raccolta è il motivo della “stortura”, che ricorre con varie declinazioni: l’“amore storto” di Francesco; “l’asse storto del mio tramonto” di Nic Sheff; il “soffitto storto dell’uomo che sono” di Hawking e che dire del “corpo da garofano sbilenco”, in parte citazione, della Fata di Lemebel? Affine a tale motivo è quello del ripiegamento, che trova il suo correlativo oggettivo nel guscio di conchiglia.

Aleggia un senso straniante di solitudine nelle parole di questi personaggi a cui Colacrai dà voce in prima persona, perché, in questo processo di spossessione e riappropriazione, sembra quasi che percepisca in ciascuno di essi un frammento di sé. Ognuno pare misurare il dolore in ogni centimetro del proprio corpo offeso, a volte jacoponicamente “sdenodato” dai chiodi di una croce ora reale ora metaforica. Ne deriva un frequente processo di cristificazione delle figure cantate, che raggiunge l’apice nel verso “Sono un Cristo che ha per croce un violino” (dedicato a Baris Yazgi), ma vibra con vigore anche nella “croce bagnata di liquido amniotico, senza la benedizione della luna” di Jude, l’“amico morto di pioggia”. Interlocutrice costante nella raccolta appare la Luna, ma in questo canto al maschile affiora frequentemente la presenza delle madri, che al satellite della Terra ci sembrano non di rado idealmente accostate (un caso emblematico è il testo dedicato all’Elias di Robert Schneider). Anche a loro tocca la sorte di “mordere” il tempo dell’attesa.

Compito del poeta è allora distillare il dolore e farne grazia di canto, nell’attesa di un miracolo che forse non si compirà (“Credo nei miracoli, un po’ meno nel mio corpo da garofano sbilenco”), perché è nella forza della speranza ( nelle “fate / che curano quei sogni / che sono prossimi a spegnersi /e impediscono all’oscurità di aprirsi a ragnatela / e inghiottirci”) o magari è già in atto, senza che possiamo coglierne l’essenza, nella “bellezza delle imperfezioni”, altro motivo conduttore della silloge. È proprio quest’ultima a far apparire il Wonder di Palacio “leggero come un assolo di grano” (immagine che ci colpisce per senso dell’armonia) e a trasformare il labirinto in “condominio di santi” o le “pecore nere” in angeli. Del resto a noi le efelidi paiono macchie (e il Giano bifronte ne sa qualcosa), ma chi ci dice che le stelle, le meravigliose stelle che rendono il cielo notturno meno amaro, non siano “le efelidi di Dio”?

Adolesco


Recensione a T. Megaride, Adolesco, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 16.

Ha un fascino particolare questo romanzo dell’autore che si cela dietro lo pseudonimo di Timothy Megaride. Un’opera che, con apparente leggerezza, ti introduce nella psiche dell’adolescente Tommaso, muovendo dalla fictio che vede il minorenne, dichiarandosi per motivi misteriosi agli “arresti domiciliari”, affidare a un registratore (non a un manoscritto, per effetto dei tempi moderni!) le sue confessioni.

La prima percezione che il lettore avverte è di un profondo senso di straniamento, per l’assunzione di un punto di vista insolito. Un adolescente di cui immediatamente si percepisce il narcisismo: basti dire che Properzio immaginava Cinzia lacerarsi il petto nudo al suo funerale, mentre Tommaso concepisce il proprio in termini spettacolari, con folle oceaniche. Il carattere fluviale di questo lungo monologo interiore suggerisce subito l’idea di un disagio, di un disordine psichico che conferisce al giovanissimo l’aspetto di un narratore inattendibile che si cimenta con una lunga orazione di difesa. Una sorta di arringa giudiziaria volta più a far riaffiorare le proprie rimozioni, che gradatamente emergono e che il lettore già a metà romanzo intuisce (ma questo ha un’importanza ben relativa), e a dar voce alle emozioni. È come se, confessandosi, Tommaso chiarisse a sé stesso, prima che agli immaginari destinatari delle sue parole, le proprie fragilità e paure, tentando di districare quanto s’agita in quel complesso garbuglio che chiamiamo cuore.

L’autore si spossessa di sé, dei propri strumenti culturali, che pure a tratti affiorano: si pensi alla felicissima riflessione sul termine “adolesco” e sul valore del supino “adultum”. Si identifica del tutto con il minorenne, riproducendone il gergo, infarcito di anglismi a tratti fastidiosi come quel ripetuto “bro” per “brother”  (effettivamente sulla bocca di molti nostri adolescenti). Ne ripropone a volte persino gli errori di grammatica e ortografia. Ne riecheggia la formularità, a evidenziare la ripetitività di certi schemi mentali (“Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità; tipo: dica lo giuro!”, ma anche l’intercalare “compagnia cantando”) e forse a conferire un che di epico a questa discesa agli inferi e nel paradiso al contempo. Agli inferi perché il tumulto che s’agita in Tommaso è foriero di sofferenza e lo induce a compiere azioni crudeli, nonostante egli non sia affatto cattivo e si trovi a far del male, anche gravemente, più per superficialità e impulsività, un po’ come Pinocchio. Solo che questo Pinocchio moderno, che mente a sé stesso mentre dichiara di “dire la verità”, è alle prese con altre paturnie: revenge porn (di cui si rende scioccamente artefice), sperimentazioni legate alla sessualità (i ‘giochi’ con Mariarosa e con l’amico del cuore Riccardo) e amplessi che agli occhi degli adulti potrebbero apparire ‘abusi’, ma ai suoi assumono le sembianze del più lirico Amore. Così, dopo l’iniziale, in parte giustificato, atteggiamento di diffidenza, il lettore è indotto a nutrire sempre maggiore simpatia per Tommaso, pur riconoscendone gli errori. Si finisce persino con il constatare che alcuni suoi ragionamenti, i quali chiamano in causa la corruzione politica o gli ideali del movimento delle sardine (ma anche l’immigrazione e la percezione distorta dell’omosessualità da parte della società), risultano, pur nell’articolazione semplicistica dello slang del ragazzo, figli di un fondo di idealismo che rasenta la purezza.

Insomma, un romanzo che fa riflettere e discutere, con alla base un preciso progetto, anche sotto il profilo stilistico, pienamente riuscito nella concreta declinazione di Megaride.