Generazione disfagia


Recensione a D. Zumkeller, Generazione disfagia, Amazon 2021, Euro 10.

È una raccolta interessante quella che Dario Zumkeller, autore del manifesto dell’olfattivismo, ci offre con Generazione disfagia, come recita il sottotitolo stesso “Raccolta di poesie per una generazione potenziale in una società fallita”.

L’opera si configura quale una sorta di discesa negli inferi della quotidianità, connotata come tempo di un’apparente frenesia che si traduce in stasi. L’emblema di questa condizione diviene proprio la “disfagia” richiamata nell’intitolazione. La disfagia è un termine medico che designa la difficoltà a deglutire, più comune negli anziani, ma che nella fattispecie diviene elemento connotativo della generazione dei trentenni, cui lo stesso Zumkeller appartiene. Essa assurge dunque a metafora dell’impossibilità di adattarsi a occupazioni precarie e mal retribuite, alla condizione di dover usufruire di ciò che la generazione dei padri o i sedicenti depositari della verità scartano dal proprio piatto (“La stella di Betlemme! / La trovo leccando i residui di cibo nei piatti dei clienti”).

Emblema di un vivere schizofrenico ai confini del non esistere diventa il ristorante teatro dell’ambientazione della prima sezione. Lo rivela in maniera chiara il fiorire delle metafore che lo assimila a una “caserma di frontiera” in cui ci si fortifica per la guerra imminente, a una “scarpa galleggiante su un fiume-taser a scacchiera” (destinata al contatto col piede, che per sua natura, se scalzo, posa sulla terra e ne raccoglie la sozzura). E poi ancora esso è “scafo di storie masticate e sputate” e infine non più luogo di addestramento al conflitto, ma “campo di battaglia” vero e proprio.

 Zumkeller ne osserva gli avventori e i non luoghi, dedicando un testo persino ai gabinetti del ristorante, componimento in cui ironizza sulla loro ubicazione “in fondo a sinistra”, dialogando giocosamente con la citazione bertinottiana incastonata nel testo (“Il comunismo si trova nei cessi pubblici”). Ci si ingannerebbe se si etichettasse la poesia di Zumkeller come semplice e meramente provocatoria. Il suo dettato è complesso; squaderna nella sua cucitura l’armamentario della mitologia (germanica con Freya ma anche greco-latina con Diana), dell’alchimia (il “mercurio filosofico”), della botanica (i “transfrontalieri aclamidati”, accostati a fiori privi di perianzio e pertanto quasi nudamente ridotti alla funzione riproduttiva), della religione shintoista (i “kami senza ricami”). Innesta lacerti di lingue straniere, dal gaelico al polacco, e su tutti evoca il dominio della tecnologia e dell’informatica al centro della seconda sezione, dedicata ai Precari in domotica. Così, con una bella intuizione, alcuni avventori del ristorante sono definiti “variabili booleane”, perché ammettono solo due possibili valori, il vero o il falso (c’è implicitamente forse da pensare che il primo sia quello di cui tali individui si sentono depositari). Tra l’altro il processo di reificazione cui sono sottoposti uomini e donne o la loro riconduzione a concetti astratti o legati al linguaggio dell’informatica ci spinge a considerare Zumkeller come uno di quegli autori che sembrano additarci il nostro esser giunti a un’epoca postumana. Un momento in cui il rischio di perdere le insegne dell’humanitas è altissimo.

In tal direzione va forse colta anche la presenza ossessiva del concetto della “domotizzazione”; tutto deve essere ben funzionale al potere dell’uomo depositario di quello strumento di dominio che gli consente di digitare i tasti del Pos-Bancomat. Resta da chiedersi se vi siano elementi forieri della possibilità di restituire un respiro diverso al vivere disfagico. A nostro avviso sì; ha tale potere, seppure effimero, il suono del carillon che può “disegnare il suo volto / (…) spargere il profumo del suo scialle celeste”. Basta poi, tuttavia, la caduta in terra di una forchetta, riprodotta onomatopeicamente dal poeta, per ricondurre l’uomo alla sua condizione di “cadavere di edera”. Tale funzione può essere rivestita, in un sollievo ugualmente non duraturo, anche dal sorriso dei bambini avventori, a cui Zumkeller dedica una poesia: “A guardarli mi arriva un breve momento di angelico raccoglimento”.

La seconda sezione continua a sbozzare il ritratto della generazione dei “precari in domotica” e lo fa sfoggiando l’armamentario della poesia visiva, mellificando una tradizione che va da Apollinaire a Govoni, ma che è rivisitata alla luce della moderna grafica del linguaggio di programmazione, degli stickers, degli emoticon e della pubblicità. Quest’ultima è rivisitata con l’ironia di un acrostico che parte dall’innocua e invitante immagine di un succo ACE per sciorinare i più nocivi ismi contemporanei, AntagonIsmo, ConsumIsmo ed EdonIsmo. Il tutto con un gusto del pastiche che va dal frego delle revisioni dei documenti word al linguaggio postgrammaticale, dal lessico della psicologia all’antropologico Panopticon. Il lettore può non cogliere tutti gli elementi che si celano dietro le “Fiamme nella brughiera” o nell’inferno karmico, ma si lascia catturare da quest’atmosfera distonica e sorride delle citazioni operistiche rievocate in chiave gastronomica e demitizzate della Bohème Gourmet.

Bella conclusione della raccolta è l’apostrofe a una protagonista del carnevale di Guspini, la “Carrista Guspinese”. Nel testo Zumkeller ci sembra ammiccare alle atmosfere di epigrammi dell’Antologia Palatina per poi opporre alla “caduta primordiale” e alla vita-meretrice un amuleto, una “collana di smeraldi” che forse potrà salvare la donna dal diluvio.  Il finale esprime con grande leggerezza concetti struggenti. Il linguaggio della fisica coesiste con quello immaginifico del poeta metamorfosato in coccinella e con la citazione straniante di A Silvia, in un possibile ammiccamento all’anagramma che Agosti rilevava al termine della prima strofa del capolavoro leopardiano.  Gli effetti a distanza dell’interazione tra due anime e l’idea che il “protone diviso non romperà mai il filo” che lo lega a ciò da cui è fatalmente separato tradiscono la consapevolezza che al di là della compresenza dei corpi esiste molto altro. Qualcosa che supera il mistero dell’eterno sparire. “Io coccinella me ne volo nell’etere sporco / e intanto tu di spalle salivi, salivi e sparivi / Silvia, con il tuo carro”.

Tre monologhi. Penna, Morante, Wilcock.


Recensione a E. Pecora, Tre Monologhi. Penna, Morante, Wilcock, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 13.

Sono intense prose liriche i Tre Monologhi di Elio Pecora, preceduti dalla bella prefazione di Marco Lucchesi, già artefice della regia di alcuni testi teatrali dello scrittore di Sant’Arsenio rappresentati negli anni Novanta.

L’opera si compone di tre momenti, che hanno conosciuto una storia testuale, teatrale e radiofonica antecedente alla pubblicazione in volume. Pur fruibili singolarmente, i monologhi sono connotati da Leitmotive che li fanno apparire tempi differenti di una medesima sinfonia. A fungere da filo rosso soprattutto la fitta riflessione sulle scaturigini della Poesia, nel suo esprimersi attraverso i versi o le prose di romanzi. Alla voce di Sandro Penna Pecora affida una condivisibile riflessione sul carattere “civile” della Poesia: “Come se non fosse “civile” l’intera poesia, nel senso del poeta che, quando si esprime anche soltanto su se stesso, lo fa tra gli altri e per gli altri. Perché dovrei dare forma durevole ai miei sentimenti, alle mie verità, se non parlassero a ognuno?”. I riferimenti a Catullo e a Saffo finiscono col ricondurci al carattere cosmico della stessa e sembrano accostarsi al solco di riflessioni, pur di matrice differente e con differenti premesse, quali quelle di Theodor Adorno.

Il primo monologo, dedicato a Sandro Penna e alla sua Follia quieta (“cheta” nella versione teatrale e nella radiocommedia), è l’unico ad adottare la narrazione interna, con l’assunzione a io narrante di un Sandro Penna che si racconta senza infingimenti. È tra i tre a nostro avviso il testo più intenso e coinvolgente, in cui le angosce dell’uomo, che si riconosce ciclotimico e vive nel caos figlio di una mania d’accumulo (inquietudini laceranti scandite dalle telefonate notturne, incalzanti, quasi disperate, agli amici), si alternano alla rammemorazione delle vicende biografiche. Il vetro nel sole rivela con allure quasi fiabesca la prima epifania della Poesia. Nel ‘fulgore’ che cancella il pianto è la chiave di quella scrittura che più volte viene definita luminosa, leggiadra, dominata da una sprezzatura ch’è quasi passo di danza nell’inseguire fanciulli, marinai, ragazzi bellissimi, spesso connotati dalle note cromatiche delle loro vesti. Un dono meraviglioso che si dischiude tra levitas e malinconia (penso a versi memorabili di Penna, come “Le stelle sono immobili nel cielo.  / L’ora d’estate è uguale a un’altra estate. / Ma il fanciullo che avanti a te cammina  / se non lo chiami non sarà più quello…”). Nel frastagliato quadro della situazione filologica dell’opera dello scrittore perugino (ben ricostruito per esempio, tra gli altri, da Raffaele Manica), è doveroso ricordare il ruolo rivestito da Elio Pecora, che trovò il poeta morto nella sua dimora romana e pubblicò nella raccolta Confuso sogno (1980), tra l’altro anche titolo di uno dei paragrafi del monologo, le carte rinvenute nell’abitazione.

Di diversa impronta ma sempre di notevole efficacia è il Monologo con figure (un epicedio per J.R. Wilcock). Qui la voce narrante si muove tra ironia e paradosso, in linea con la natura della produzione dell’argentino Wilcock, evocandone le creature e soffermandosi anche sul rapporto dello scrittore con l’Italia. Surreale, degno di un racconto dell’argentino, il momento della sua morte a Lubriano, in provincia di Viterbo, avvenuta il giorno della strage di via Fani. Pecora descrive il momento in cui la salma viene portata fuori dall’abitazione, in una scena di grande impatto, inizialmente scandita dal requiem mozartiano.

Conclude il terzo momento, dedicato a Elsa Morante, figura ormai canonizzata, su cui ricca è la bibliografia critica. La Morante rivive nei turbamenti che già caratterizzarono la sua infanzia e adolescenza: ricorderemo non a caso come non si sia tuttora giunti a chiarezza – e in fondo queste sono e restano questioni private – in merito al rapporto con Augusto Morante. Quest’ultimo secondo la vulgata fu padre putativo della donna, ma alcuni studiosi non escludono che egli potesse esserne in realtà proprio il genitore biologico, letterariamente adombrato, per esempio, nel babbo di Arturo. Giustamente Pecora tende ad alludere ai fatti dell’esistenza di Elsa e a non insistere sul singolo dato; insegue invece la genesi o rievoca le movenze dei suoi personaggi, da Elisa ad Arturo, da Ida a Caterì dalla trecciolina. Figure che si stagliano tra le pagine dei libri per poi vivere un’esistenza propria, condizione che pare suscitare un senso di dispetto e dispiacere nell’autrice, nel momento in cui avverte “che quelle sue creature ormai appartenevano a troppi altri”. Con forza di introspezione e pochi rapidi ma efficaci tocchi, lo scrittore ci fa rivivere il difficile e intenso rapporto della Morante con Alberto Moravia, la rocambolesca fuga a Fondi negli anni della seconda guerra mondiale, l’intesa con Bill Morrow e la tragica fine dell’uomo, il tentato suicidio e il calvario che condusse l’autrice di testi memorabili alla morte nel novembre 1985. Un altro pregio dei Tre monologhi è proprio quello di rievocare in punta di penna le sodalitates letterarie del Novecento, pennellando il fecondo clima di un contesto in cui s’ergono Pasolini, Saba, Montale, Siciliano e altre figure, anche di pittori, che hanno inciso indelebilmente nella storia della letteratura, dell’arte e più in generale della cultura del nostro Paese.

Tutto questo con uno stile intenso, lirico, che tocca con eleganza ed equilibrio le corde dell’ironia, della riflessione metaletteraria, della melancolia, della nostalgia della vita che come un basso continuo s’insinua già nelle gioie, fugaci bagliori di stagioni che nel loro stesso baluginare recano in sé lo strale dell’effimero.

Recupero dell’essenziale


Recensione a M. Zanarella, Recupero dell’essenziale, con prefazione di Dante Maffia, postfazione di Anna Santoliquido, Interno Libri, 2022, Euro 12.35.

Non possiamo che concordare con Dante Maffia quando asserisce che Michela Zanarella “ha l’animo traboccante di accensioni calde e raffinate che sono transitate attraverso il fuoco di autori centrali nel panorama della poesia del Novecento”. E conveniamo con Anna Santoliquido mentre scrive che “Etica e spiritualità sono la brina dei versi, rischiarati da una ‘luce superstite’”.

È una raccolta interessante e convincente questa Recupero dell’essenziale della Zanarella, di grande compattezza tematica e curata nella tessitura musicale dei versi.

La figura umana è presente nella misura in cui l’autrice dialoga con i poeti e le poetesse che hanno puntellato il suo percorso di formazione spirituale e con i quali ha consonato, condividendone battito e respiro.

Con Rafael Alberti ha condiviso la ricerca dell’eternità e la scoperta ch’essa possa parlarci nella voce del vento in una ballata; con Camillo Sbarbaro la consapevolezza che la serenità risiede in quella treccia di bambina ancora ignara dell’arsura dell’esistere o nella meraviglia di un padre fanciullo nell’atto di additare la “prima viola”. Con Sergio Corazzini ha in comune l’anelito che non si arresti al confine il volo della “rondine di mare”, speranza che risuona con accenti altri in questa minacciosa fine d’inverno, mentre le immagini dei profughi ci stordiscono, ci lacerano; con Vincenzo Cardarelli il canto della luce, dell’estate, il sentirsi creatura d’acquario, fintanto che la Natura ci cammina accanto.

A dominare, però, è proprio quest’ultima, declinata nell’ossessione della luce, dell’alba (ce n’è una, reale o potenziale o attesa, pressoché in ogni testo), delle stelle. Esse sono protagoniste assolute; in loro è vibrante quel “recupero dell’essenziale” che, indicandoci la contemplazione del cielo e del cosmo, ci addita, a nostro avviso, in qualche modo il sentiero per riscoprirci e tornare a essere umani.

Sono numerosi i testi che hanno suscitato in noi risonanze profonde. In E si riaprono gli argini della memoria, colpiscono l’atto di “innamorarci del filo d’erba” e, ancor più, quel “diluvio / della luce variabile” della vita che ci meraviglia, col suo incedere sempre fuori programma.  Uno dei componimenti più intensi è Almeno qualcuno fa caso Qui, l’ascolto della voce dei morti (quella che, diceva Ungaretti, è “l’impercettibile sussurro” e non fa “più rumore / Del crescere dell’erba”), in una sorta di umanesimo animista, popola “l’ombra nel sonno della città” e diviene l’essenziale a cui è necessario prestare ascolto, perché si vada incontro alla vita con consapevolezza e coraggio. Analoga convinzione si coglie nel bel Vegliare la pace di giorno e di notte, con l’ammonimento, anch’esso di grande attualità, a “pensarci prima di ferire il ruscello”. Il culmine di questo sentimento del mondo, che ci sembra l’aspetto più intrigante e foriero di esiti felici nella poesia di Zanarella, è raggiunto nel testo a nostro avviso migliore, Esiste una lingua segreta, in cui vivido e misterioso è il senso della Natura, che in qualche modo ci ha rammentato quello di un poeta come Vincenzo Rossi, che auscultava il Respiro dell’erba e la Voce delle rocce. “Esiste una lingua segreta che s’impara / origliando ai piedi dell’erba / sottoterra c’è una folla di ombre sepolte / rugiade strette che vogliono tornare / sale su per le radici la grammatica dei papaveri”, scrive l’autrice.

Nella poesia astrale come in quella terragna di Zanarella risuonano una musica indefinita, un arcano stupore di vivere, una promessa di eternità che corre col raggio di luce, fattori che infondono nel lettore una struggente nostalgia di cielo.

Il poema di gomma


Recensione ad A. De Luca, Il poema di gomma, Porto Seguro, Roma 2021, Euro 12,90.

È un canto dell’alienazione ma, paradossalmente, anche della speranza Il poema di gomma di Antonietta De Luca.

L’opera è tetrapartita e, a sua volta, ciascuno dei quattro poemetti che la compongono consta di due momenti in dialogo tra loro, caratterizzati da una declinazione al maschile e al femminile dei tipi psicologici presi in esame e identificati con un materiale o un tessuto.

Assistiamo, infatti, alla rappresentazione di uomini e donne di gomma, stoffa, asfalto e legno, ciascuno con proprie caratteristiche. De Luca ne delinea atteggiamenti e pose, ferite e resilienze, con un’attenzione al dettaglio che, di volta in volta, consente di accostare la particolarità dell’individuo all’astrazione del tipico.

Il frutto di quest’operazione è un canto interessante, tendente ora al minimalismo stilistico e alla restituzione di una realtà alienata ora all’innalzamento del tono, quando al convulso – per usare un’espressione montaliana – immoto andare dei personaggi si affianca l’esplorazione dell’interiorità e delle sue lacerazioni.

La voce di De Luca si leva con vigore, talvolta manifestando profonda pena per i guasti che un esistere schizofrenico determina nelle creature che la sua penna disegna, talora osservando con ironia e persino con sarcasmo il fantoccesco agitarsi di uomini e donne. Il lessico annovera anglicismi, termini legati a vari settori (dalla chirurgica liposuzione al lessico autostradale, dalle metafore tessili o zoomorfe – l’uomo d’asfalto “alligatore urbano” – al tedesco della filosofia heideggeriana – Dasein e Mitsein), espressioni del gergo e del colloquiale ed echi biblici. L’autrice ricerca la musicalità non solo attraverso rime – spesso interne –, assonanze, consonanze, bisticci ma soprattutto mediante la presenza di formule. Tale tendenza sembra alludere alla volontà di riecheggiare l’oralità della tradizione epica in chiave straniante, ma anche, a nostro avviso, a compattare l’unità di costruzione con l’ausilio di Leitmotive. Non si può escludere un’influenza della tradizione salmica né quella dei più volte citati mantra, elevati a strumenti per scongiurare il deragliamento dell’umano.

Ognuno dei protagonisti dei poemetti ha una sua storia né è sempre stato consacrato al materiale che gli viene accostato. Dietro la donna di stoffa e la sua bellezza sfidante si cela il dramma dell’escort, che De Luca rende ancora più evidente attraverso l’innesto di lacerti dialogici desunti dalla quotidianità. Dietro l’uomo d’asfalto, la sua insofferenza alle regole e la sua corsa insensata verso la morte, si nasconde una fame d’aria e di boschi che il mito della velocità a bruciare ogni esperienza non potrà soddisfare. Alla donna d’asfalto spettano il tempo della solitudine e l’inesausta ricerca d’un ubi consistam. Nell’uomo di gomma, nel suo duro attraversare la città “cercando tracce e briciole”, inciampando “nelle pause” e riprendendo il cammino pedalando “sulla roccia”, è vivo il desiderio di tornare ad abbarbicarsi al sogno e alle stelle. Di certo, la creatura che più ci colpisce e che meglio De Luca sembra aver pennellato è proprio la “donna di gomma”. È lei la vittima di secoli di modellamento dell’identità femminile per opera dell’immaginario di uomini, per i quali il passo che conduce dalla venerazione per la Grande Madre all’imputazione di ogni male a Eva e Pandora è stato decisamente breve. “Te l’ha versato lei nel calice, / il veleno gommo lento!”. È lei la desperate housewife rimasta impaniata nel pregiudizio che la famiglia sia l’unica realizzazione possibile per una donna. “Lunatica, / la donna di gomma si aggira per casa / a caccia di disordine e disordini, / di responsa-bi-li-tà, solo perché non poteva / stare sola, abitare sola, apparecchiare sola, / cercare, di tanto in tanto, la felicità”. È lei a rinunciare quotidianamente all’amore (“L’amore l’ha attraversata, ma a modo / solo suo, un silenzioso autismo mariano”) per adagiarsi nel ruolo di moglie e madre socialmente imposto e in fondo anche voluto, a prezzo di ogni sacrificio e della rinuncia a quello slancio siderale che congiungeva ai desideri. Creature a volte irritanti queste della De Luca, a volte commoventi; nei tratti di ciascuna di esse, sarà in parte possibile riconoscersi, a patto che da questa assunzione di consapevolezza derivi un anelito alla rinascita. A liberarsi dal guscio fibroso per essere “angelo a forma d’albero / e” “parlare con gli dei cercando di ingraziarseli”.

H20


Recensione a M.A. D’Agostino, H20, Edizioni del Loggione, Modena 2021, Euro 12.

Il dolore lacerante della perdita, l’incantamento al cospetto della natura, il senso della fragilità delle umane vite e, per controcanto, la forza indissolubile di certi legami costituiscono alcuni degli snodi tematici del romanzo H20 di Maria Antonella D’Agostino.

L’opera si inserisce nella categoria del romance e ricostruisce, sul filo della rammemorazione, la vicenda amorosa di Clara, protagonista e io narrante, e del marito Alberto, prematuramente scomparso, prima che la coppia potesse concepire dei figli. A fungere da espediente narrativo, l’incontro di Clara con l’amica Elena per svuotare gli armadi del defunto e far dono dei suoi abiti per i poveri della parrocchia. È in quell’occasione che il dolore rompe gli argini e la protagonista, incalzata dall’amica, interlocutrice emotivamente partecipe, ricostruisce la sua storia.

Una storia sulla cui scena campeggiano tre donne, accomunate dalla similarità fonica o semantica dei nomi: la già citata Clara e sua nonna, Chiara, versioni diverse di uno stesso alludere alla claritas, e, dall’altro, per metatesi, Carla, la badante dell’anziana, mai conosciuta, proprietaria del medaglione che metonimicamente appare in copertina, a evidenziarne l’importanza nella narrazione.

In H20, infatti, all’elegia della riappropriazione attraverso la ricordanza della figura maschile ormai fisicamente assente, si unisce l’inchiesta – di cui Clara conosce già l’esito, ma alla quale tanto Elena quanto il lettore si appassionano – per ricostruire la storia del misterioso medaglione e dell’uomo che amò Carla, altro personaggio sconosciuto e che pure aleggia costantemente nel narrato.

Le vicende hanno come scenario dominante il paesaggio impervio e al contempo bellissimo della Basilicata, dal paesino di provincia in cui viveva la nonna Chiara e Clara, erede della sua abitazione, si era trasferita, sino ai centri vicini. Il vagabondare di Clara e Alberto durante il fidanzamento conduce a Matera, ma i pensieri della protagonista rievocano il castello di Favale, oggi Valsinni, in cui si consumò la tragedia dell’affaire Morra, con l’assassinio della poetessa Isabella, del suo pedagogo e, successivamente, del gentiluomo spagnolo Diego Sandoval de Castro. L’intimo legame del personaggio maschile con la Basilicata è rappresentato dal suo metaforico identificarsi con il falco, in un’ansia di volo consapevole del concetto espresso da De Crescenzo, e declinato in maniera sublime da don Tonino Bello, che gli uomini siano “angeli con un’ala sola” e che possano volare solo restando abbracciati.

Alberto vive un’intensa connessione non soltanto con la sua terra d’origine, ma anche con l’elemento marino. Non è casuale che, per esplicare la natura del vincolo che lo unisce a Clara, egli ricorra all’analogia con la composizione di una molecola d’acqua: due atomi d’idrogeno, in cui l’amore rappresenta l’ossigeno che lega. Egli vive una sorta di simbiosi col mare. Le sue apparizioni ‘terricole’ sono connotate da tratti ai limiti della rusticitas; a contatto con l’acqua egli pare trasfigurarsi. Lo stesso momento in cui sfiora la morte per un incidente stradale sembra configurarsi, nei suoi pensieri, come un ideale ritorno al liquido amniotico. Si tratta di uno dei passaggi più suggestivi dell’opera: “Per chissà quale incomprensibile fenomeno, Alberto riusciva a vedere il suo corpo che si lasciava andare verso il fondo del mare. Non ci volle molto a convincersi che fosse ormai giunta la sua ora. Sarà forse stato per quell’azzurra tranquillità che lo avvolgeva, fatto sta che si sentiva inspiegabilmente sereno e rassegnato alla sua sorte”. Sembra quasi di assistere a una declinazione al maschile di quell’ofelismo di cui avevamo segnalato l’incidenza nella raccolta poetica Figlia di Tetide e a cui D’Agostino ha dedicato i suggestivi versi di una sua poesia, Marenero: “Prestami, / dolce Ofelia, / le tue vesti di seta”. Perché la tensione verso il mare è una delle costanti della produzione dell’autrice; penso anche alla recente Serenata per il mare, vincitrice di una delle sezioni dell’evento poetico mensile di gennaio organizzato dalla “Casa del Menestrello”, testo, in cui nell’avanzata del gelo, la poetessa avverte il richiamo di tale elemento, foriero di calore nel cuore.

Con uno stile curato, connotato da tratti di lirismo e, in altri momenti, dalla riproduzione del parlato colloquiale, D’Agostino intreccia un canto in punta di penna, in cui un evento prefigura l’altro e, quando si chiude il cerchio e il mistero di Carla è svelato, il lettore si rende conto di aver conosciuto sin dal principio la risposta a quell’interrogativo, perché in fondo l’esistenza umana non è che un curioso e insondabile contrappuntarsi di destini.

Eclissi


Recensione a E. Sinigaglia, Eclissi, Nutrimenti, Roma 2016, Euro 15.

Un’eclissi totale di Sole in corrispondenza dell’equinozio di primavera e un viaggio in una sperduta isola del Nord per assistere al fenomeno costituiscono gli elementi all’origine del plot del romanzo Eclissi di Ezio Sinigaglia.

Un’opera tutta focalizzata sul punto di vista del protagonista, l’architetto triestino settantenne Eugenio Akron, di cui lo scrittore scandaglia le risonanze interiori ed esplora i reconditi moventi, che gradatamente si disvelano al lettore. Solitamente un individuo che attraversa luoghi sconosciuti e si espone ai disagi di una partenza lo fa per diletto o perché è in cerca di risposte. Il paradosso che si fa strada dal primo capitolo risiede invece nella constatazione che la quête di Akron ha per meta la scoperta di una domanda. “Una domanda che, forse, si nascondeva dietro il disco nero della Luna”. Non una domanda, ma la domanda.

Sarà l’incontro, nell’osteria del Min Hval, con l’ottuagenaria mrs. Wilson, vedova come lui, che, sebbene garbatamente, gli proporrà-imporrà la propria compagnia, a far affiorare ciò che, pur non essendo caduto nell’oblio, si celava sotto le ceneri di una necessaria quanto provvida rimozione, sola a poter sedare il magma del cuore.

La narrazione è in climax; si libra inizialmente con ritmo sommesso, in cui peraltro, dalle prime battute, risalta con evidenza l’eleganza di uno stile cristallino e curatissimo, di nitida bellezza. Di frequente ti imbatti in una nota che sfugge all’usus, come – già  a p. 8 – accade per quelle membra, in parallelismo, “arrugginite dalle primavere e ammalorate dagli autunni”. Poi rifletti e intendi che esso è pienamente in linea con la professione del protagonista, nella misura in cui quest’aggettivo è adottato generalmente in riferimento a opere murarie e pavimentazioni stradali.

 In realtà, la forza dell’impasto linguistico è uno degli elementi di maggior pregio di Eclissi. L’autore padroneggia lingue, elementi del linguaggio postgrammaticale e registri con la maestria dell’alchimista. Sin dalle prime battute, s’innesta l’inglese degli isolani, connotato dalla tendenza al ribaltamento; i suoni aspri si addolciscono, quelli soavi si inaspriscono, le sorde si sonorizzano e viceversa. È la lingua della signora Hagen, l’affittacamere, che Sinigaglia costruisce subito con un semplice, e allo stesso tempo fortemente caratterizzante, tratto (“aveva ascoltato la richiesta di Akron con l’espressività di uno di quei loro scogli di basalto scolpiti dalle burrasche”); è ancora la lingua di Kurtli, Caronte gentile, proprietario di peschereccio. Le sue parole, nel finale, risuonano quali nobili accenti d’arcana poesia e tali appariranno nella traduzione di Clara: “Birds have wings, and their wings have eyes: they can see things we can’t see”.

Poi c’è l’inglese grazie al quale, in un ludico scambio di lingue, Akron converserà con la Wilson, ricevendo in risposta il ‘controcantato’ slang dell’italiano foneticamente anglicizzato della donna. Quest’ultimo offre passaggi deliziosi, vere e proprie chicche come il livatacci per levataccia, i termini tecnici astronomici perigì e apogì e i vocaboli costruiti col suffisso oso, tra cui enormoso e ridicoloso. Non bisogna poi dimenticare l’intensità espressiva del dialetto d’area giuliana, affidato in particolar modo a due personaggi fortemente diversi: Tito, il figlio di Eugenio, pignolo e dotato di rigoroso autocontrollo, e Ben, l’amico di Eugenio morto prematuramente. La sua presenza riaffiora nei flashback che la memoria restituisce, per effetto di un suggestivo déjà-vu, all’architetto.

Beniamino, detto Ben, ci appare il personaggio più affascinante del romanzo. Un fantasma del desiderio, un tempo genius loci degli anfratti del porto, ora annidato nei recessi dello spirito di Akron. “Il prediletto degli dei”, lo definisce Eugenio; la sua ansia di vita è tutta nel gesto felino di scalzarsi e salire sulla barca che lo condurrà al suo destino: un “gesto selvatico di gatto dei vicoli”. Nel dialetto del suo interagire beffardo con Eugenio nel capitolo 5 – la scena a nostro avviso più bella del romanzo –,  c’è tutta la spavalderia sfrontata di una giovinezza baciata dalla bellezza e di un coraggio che rasenta l’incoscienza.

Eclissi è un romanzo che appassiona. In esso vibra un senso della Natura possente, che emerge nelle descrizioni di questo regno del basalto ch’è l’isola immaginata da Sinigaglia. Eclissi ci appare simile a una sinfonia elevata sulla soglia del Destino, in cui simmetrie ed elementi metonimici si rincorrono con perizia. Il vento affiora sin dal primo capitolo e diviene un Leitmotiv. Eugenio si definisce un “anemometro vivente”, ma ciò non gli varrà a salvare Ben; il vento è protagonista della distruzione di Storybigd, occasione per l’innestarsi di un racconto nel racconto, il quale – tra l’altro – introduce una sorta di dolente alter ego di Akron stesso, il vecchio Gunnarrson. Sin dal primo capitolo, fa capolino la presenza dei cormorani: “Era una domanda che si sporgeva sul vuoto, sul mistero, come il grido stridulo di un cormorano, a sera, dalla vetta di basalto di uno scoglio”. Non è affatto casuale che il finale veda, in Ringkomposition, prendere corpo l’estrema suggestione di un quasi folle volo di cormorani.

E su tutto, s’innalza il filo conduttore del rapporto luce-tenebre, che culmina nel paradosso di una “notte straordinariamente luminosa in una tenebra quasi assoluta”. È la poesia di ciò che avrebbe potuto germogliare e non è stato; di ciò che, a dispetto della morte e della sconfitta, germoglia; della forza di legami indissolubili che sapranno sempre trovare la via per riaffiorare al cuore e risplendere.

I prigionieri


Recensione a P. Vito, I prigionieri, Augh, Viterbo 2021, Euro 15.

Colpisce per la qualità della documentazione, la finezza dell’introspezione e la forza della narrazione il romanzo storico I prigionieri di Pierluigi Vito.

L’opera ricostruisce i quarantasette giorni di prigionia, consumatisi tra maggio e luglio 1981, del direttore del petrolchimico di Porto Marghera, Giuseppe Taliercio, per opera della Colonna Veneta delle Brigate Rosse.

L’autore, giornalista professionista, si è basato “sulle sentenze dei processi per l’assassinio di Giuseppe Taliercio, sulle fonti giornalistiche dell’epoca, sulle conversazioni con chi partecipò al rapimento e con i familiari della vittima”, producendo quello che non definisce “un resoconto fedele in tutto e per tutto”, ma piuttosto “un tributo alla memoria di un periodo crudele e nefasto per l’Italia” e al martirio di un uomo perbene, invischiato suo malgrado nelle panie di “una storia sbagliata”.

Ne è venuto fuori un romanzo connotato dal pluriprospettivismo, in cui il narratore esterno adotta sequenza per sequenza una focalizzazione incentrata su un diverso personaggio, muovendosi tra i terroristi, menzionati attraverso i loro nomi di battaglia. Alcuni di loro, come Marcello e Lucia, avvertiranno gradualmente l’insensatezza di un’azione nata male e condotta peggio; altri, quali Emilio, la figura su cui l’autore insiste maggiormente, pur percependo – sebbene a un livello non pienamente consapevole – l’erroneità della direzione di marcia, si lasceranno guidare da una dedizione fanatica all’‘ideale’. Alla narrazione dei contatti, delle azioni, all’illuminazione dei pensieri dei brigatisti fungono da contrappunto le lettere che il prigioniero, Taliercio, immagina di scrivere all’amata consorte, Gabriella, e ai figli. Pensieri che l’uomo tenterà anche di fissare su carta, per poi, all’ultimo momento, strappare gli abbozzi delle missive per non lasciare che la propria interiorità sia violata al pari della sua persona. Nel costruire queste epistulae fictae Vito raggiunge i livelli più alti della sua scrittura; da esse emerge l’abbandono confidente del prigioniero alla volontà divina, la sua capacità, a dispetto di tutto, di un sentire empatico nei confronti dei suoi carcerieri (per il suo carnefice egli alimenterà una sorta di tenerezza paterna), la sua schiacciante superiorità morale sulle altre figure che puntellano la narrazione. Colpisce il contrasto tra il linguaggio sprezzante dei comunicati dei brigatisti, che lo definisce “il porco Taliercio”, e la natura della vittima quale emerge dalla narrazione e dalle stesse dichiarazioni dei terroristi all’indomani dell’esecuzione. Alcuni di loro hanno fatto riferimento alla “dignità altissima” con cui l’uomo è andato incontro al suo destino e alla sua caparbia volontà di opporre “il diritto alla vita, suo e di tutti” “al linguaggio di morte” degli aguzzini, “prigionieri” come, e più di lui, a causa di un’ideologia perseguita nell’insipienza del bene e del male. Un’attitudine tale da far germogliare in chi l’avrebbe ucciso “un seme così potente” da non poter essere estinto.

È un romanzo che appassiona e commuove I prigionieri. Che ti porta a solidarizzare con Taliercio, ma anche ad avvertire il desiderio, per i suoi carcerieri, di una redenzione che per alcuni arriverà, sebbene in maniera troppo tardiva. Un’opera in cui la fede e i valori del cristianesimo sono affermati con vigore, con l’energia di uno stile curato, ora crudo ora lirico. Molto ben riuscito il tentativo di Vito di calarsi nelle prospettive dei brigatisti. Su tutti, ritengo particolarmente riuscito il personaggio di Lucia, dapprima sprezzante verso il prigioniero, poi sempre più conquistata dalla sua gentilezza e dalla lettura ‘rubata’ delle sue missive stracciate. Certo, non basta dissociarsi dal male per impedire che esso si consumi… E purtroppo quella che avverrà è – per usare un termine preso in prestito dagli scritti di don Tonino – una dolorosa ‘antipasqua’.

Quell’antipasqua che è importante e meritorio che Vito abbia ricostruito con gli strumenti dell’arte. Arte che non pretende certo di sostituirsi al lavoro dello storico, ma pone l’accento sugli aspetti che un lavoro storiografico spesso non rileva. Lo scandaglio del sentire umano in tutto il suo contraddittorio dispiegarsi. È proprio con quel sentire che il lettore finisce col vibrare all’unisono, partecipando con commozione alla tragedia di Taliercio e della sua famiglia e figurandosi anche il disagio di chi, per perseguire ciecamente un sogno, un ideale, ha finito col declinare il verbo oscuro della Morte, col seminare il buio.

Poco allegretto


Recensione a M. de Freitas, Poco allegretto, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 16.

Colpisce positivamente la bella raccolta Poco allegretto, opera del poeta portoghese Manuel de Freitas, classe 1972, pubblicata a cura di Roberto Maggiani, con il testo originale e la traduzione italiana a fronte.

L’opera si connota per la forza comunicativa notevole, grazie all’intenso dialogo che lo scrittore intesse con i lettori, di cui le suggestioni appaiono limpide già a un primo approccio, anche se i testi necessitano, per essere colti più in profondità, di riletture che consentano anche di contestualizzare le occasioni dell’ispirazione. Come ben sottolinea infatti Maggiani, “Poco allegretto può essere letto come un percorso temporale e spaziale (…) nelle affascinanti terre del Portogallo, nella sua grandezza storica ma anche nella semplicità di un popolo che ha saputo dialogare con l’infinito identificato nel suo Oceano”. Infatti, i luoghi della saudade sono protagonisti dei testi così come le figure, spesso laceranti, che vi vengono pennellate: si va dalle numerose taverne, in cui l’Ulisse contemporaneo incontra i Ciclopi che allignano nel suo cuore, sino all’“Hotel Luna, camera 203” di Cartaxo, cui si sovrappone il profilo della scuola che fu teatro di tragiche vicende nel 1985, quando il poeta aveva tredici anni; “le prime innamorate si / confondono con la memoria di un incendio. / Alcuni non sono sopravvissuti, certo”.

Alcuni Leitmotive si delineano chiaramente sin dalle prime battute. Tra questi vi è la pervasività del tema della Morte. L’uomo sembra esistere per essa, unica certezza del nostro andare: “Di certo, nelle nostre / vite, esiste quello che infine – o / da sempre – le nega. Ha più ragione / di Hegel l’oscuro Teognide di Megara”. Ciò rende l’‘allegretto’, ossia quello che, già di per sé, musicalmente è un “movimento meno veloce dell’allegro”, ulteriormente rallentato, al pari di un individuo preda di un’ebbrezza alcolica.

E il topos del vino, caro alla poesia greca del migliore Alceo, poi rinverdito da Orazio, ricorre di frequente, con parenesi da carme potorio. La differenza è che esso avvicina esistenze derelitte, lo fa anche solo per lo spazio di una notte o per pochi istanti, ma questa comunione improvvisa ed effimera è solo un temporaneo inganno al tempo della stasi (“La vita, ovviamente, continua senza apparire da queste parti”). Quest’ultimo sembra connotare l’esistere dell’uomo, il cui procedere appare assimilabile all’“immoto andare” montaliano. Solo che qui il varco è stato trovato ed è l’annientamento. E il “ritorno a casa” è solo “il gesto anonimo / e vacillante con cui ti stai lasciando / dietro il legno sporco dei gradini”.

Eppure, nonostante queste premesse, il canto di de Freitas non deprime. Tutt’altro. È un canto della vita così com’è, nella partita doppia del suo dare e avere. In questo l’arte esercita un ruolo importante. La musica è costantemente presente, evocata – a ben vedere – già nel titolo. Continue sono le citazioni di musicisti; spesso si tratta di figure come Chet Baker o John Balance che hanno concluso tragicamente una vita difficile. L’arte non li ha salvati dall’abisso, ma li ha consegnati alla memoria collettiva. Ha fatto sì che qualcuno possa dire della My funny valentine suonata in modo memorabile da un Baker vicino alla fine: “Ma non mi rubino, per favore, questa canzone”. Poi ci sono le fotografie, ricorrenti (penso al bellissimo Bollettino salesiano) così come il ricordo di artisti come Sérgio Eloy, di cui si parla in Alto de São João: “Più del Requiem / mi ha commosso / tornare a vedere la fotografia / in cui teneva il cane e sorrideva. / Mi ha morso anche alcune / volte, Sancho; / ora non esiste / – e neanche Sérgio”. Di questo componimento, uno dei migliori, ricorderò anche il finale, in cui il cimitero di Lisbona viene salutato come “Città reale, spazzatura di tutte le chimere”.

Non è da dimenticare come un ruolo fondamentale sia ricoperto nella raccolta dalla meditazione sulla poesia. Di essa si constata a più riprese l’inutilità. “Non c’è niente da fare, / nessuna parola ci salva” e poi ancora “Ma questa poesia, pure che sia insufflabile, / non ha mai salvato nessuno dal proprio corpo” o “Noi, poeti, scriviamo solo sciocchezze” e “versi in cui / inutilmente vi dico che sono un uomo felice”. Perché vi è una sorta di ‘allegria’ in questo vivere/non vivere, sentirsi “un roseau pensant, il più bel cadavere di Lisbona”. La poesia è inutile come le parole indirizzate al padre (cui era caro il linguaggio postgrammaticale dell’entomologia) in Difesa fitosanitaria, eppure tanto quell’inutile poesia quanto quelle inutili parole sono in fondo necessarie. Scontano il paradosso della perdita delle ali di gabbiano, è vero: “Fuori, / una luce imbavagliata sconsigliava qualsiasi / tentazione lirica, è venuta a morire tra i cavoli, / nei vari escrementi che gli rendevano meno sola la solitudine”. Sebbene dichiari di invidiare al gabbiano “la pungente irragionevolezza del volo, / questa gioia di non avere parole / sotto il cielo limpido che ci uccide”, questa poesia è essa stessa perennemente in volo. Vola, quando intona il requiem per un’ape come potrebbe farlo (e lo fa) per il suo più caro amico, quando saluta il miracolo di un uomo che comunica efficacemente con un cane, quando medita sui propri Lari e Mani, quando si china a raccogliere il lamento dell’Ecce homo moderno e delinea lo stanco andare di un contemporaneo Ulisse asfitticamente dimentico di Penelope. Così questa “poesia senza destinatario”, senza inutili melensaggini, raggiunge il cuore.

Immacolata intercessione


Recensione a C. Kirk Ditto, Immacolata intercessione, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 16.

Carlo Kirk Ditto ha pubblicato con Il ramo e la foglia edizioni una sorta di fiaba moderna sulla speranza, ambientata nel mondo delle drag queens e del cinema pornografico di matrice omosessuale.

Protagonisti sono Shebop, transessuale che ha ormai completato la transizione al sesso femminile, e Unicorn, divo del porno, che vive con serenità il suo lavoro, forte anche del conforto di una fede vissuta da cattolico praticante, abituato a raccogliersi in preghiera. Un personaggio di cui Ditto insegue fantasticherie e pensieri di ogni natura, rendendolo io narrante, ma non disdegnando momenti in cui la focalizzazione diviene esterna.

I due protagonisti, coinquilini, vivono la loro esistenza tutto sommato serena, all’insegna dell’accettazione di sé stessi e del mondo esterno, sino all’imprevisto incontro con una certa Mary, domiciliata, si scoprirà in seguito, in una vicina chiesa. Questa svolta li metterà a confronto con il proprio sogno impossibile (e pertanto celato), la genitorialità, e con la sua realizzazione magica, per “immacolata intercessione”.

Una fiaba per adulti, insomma, narrata con stile efficace e accattivante e, soprattutto, con leggerezza e ironia, anche quando la materia si fa greve e un po’ sgradevole (le sequenze di alcuni capitoli mostrano momenti della lavorazione di film porno, evidenziando la loro natura di catena di montaggio) o quando si profila lo spettro della morte. Ciò avviene quando irrompe, in un mondo a suo modo sereno, il morbo dell’Aids e scompagina gli equilibri raggiunti. L’ambientazione è infatti calata negli anni Ottanta (il virus fu riconosciuto per la prima volta nel giugno 1981), di cui Ditto ricostruisce mode, attitudini, sogni e gusti musicali; si consideri a tal proposito il culto che Shebop tributa a Cindy Lauper. Immacolata intercessione è una fiaba politicamente scorretta in cui tutto è eccessivo e improbabile; una narrazione dal ritmo indiavolato, la cui atmosfera ammicca alle serie televisive statunitensi (come americano è il teatro degli eventi), da Ally Mc Beal a Will & Grace.

Il soggetto, a prima vista, potrebbe apparire blasfemo e invece non lo è affatto, perché la dissacrazione di contenuti religiosi non sembra, onestamente (e solo a una lettura superficiale apparirebbe tale), nell’intenzione dell’autore. Si avverte invece il desiderio di continuare a coltivare la speranza che i miracoli – soprattutto quelli che l’amore e l’apertura all’altro dischiudono – possano accadere. “La nascita del nostro bambino è la dimostrazione che a volte il mondo può essere un posto gentile per chiunque, anche per chi è come noi”: è un pensiero di Unicorn che credo aiuti a comprendere la costruzione del romanzo. Certo, in un’opera in cui si passa senza soluzione di continuità da contenuti sessualmente espliciti a sequenze connotate, in chiave parodica, dal buonismo delle melense commedie natalizie, non mancano momenti di forza notevole. Ci riferiamo al capitolo XIV, (Parla Lei), in cui rivive in flashback, attraverso i pensieri di Shebop, il momento della transizione. Qui delicatezza e realismo coesistono, in un narrato che si colora di valenze simboliche, attraverso la presenza di un corrispettivo del liquido amniotico (“Fu un sonno lieve, mi sembrava di galleggiare a pelo d’acqua, stanca e rilassata ma con la paura di affogare. Dormii poco, forse due ore”). È in questo momento che l’individuo affronta i propri fantasmi, fluttuando tra paure e aspettative. Sono i passaggi più intensi dell’opera, che non devono scorrere inosservati nel ritmo euforico da situation comedy. Perché laddove sembra splendere “un sole da spaccare le pietre” e pare regnare un’allegria innaturale, quasi artefatta, si celano le medesime ombre e brillano le stesse luci che adombrano e illuminano qualsiasi altro essere umano, a patto – ovviamente – che sia dotato di sensibilità, qualità oggi decisamente rara.

Euridice aveva un cane


Recensione a M. Mari, Euridice aveva un cane, ET Scrittori, Einaudi, Torino 2015, Euro 10.

Euridice aveva un cane di Michele Mari è un libro geniale, “straziante e profondo” (come lo definiva Cordelli) in una sua modalità peculiare, pregna di ironia e autoironia, le quali si riverberano in una scrittura ubertosa che potrebbe apparire neodannunziana, ma non lo è. Il lussurreggiare dello stile aulico vive spesso della sproporzione – ora comico-realistica ora satirica – tra l’oggetto della narrazione e gli strumenti linguistico-lessicali adoperati a connotarlo. Ne deriva un costante senso di straniamento. I materiali tragici sono deaurati e quelli comici, innalzati attraverso il dono della parola, finiscono col rivelare il loro fondo di universale tragicità.

Ne viene fuori un lavoro in cui si sorride, ma è un riso amaro quello che coglie il lettore nell’attraversamento delle novelle. Il tasso di letterarietà è altissimo, in un citazionismo continuo di cui un esempio evidente è I palloni del signor Kurz. L’ambientazione è quella di un collegio maschile gestito da asfittiche Signorine, in cui a far aumentare la temperatura adolescenziale, più che l’interesse verso l’altro genere, è realisticamente l’innamoramento per il gioco del calcio. All’orizzonte si profila però una sorta di nemico invisibile ma spietato, il signor Kurz; nel momento in cui i palloni superano il limes, la “muraglia” che delimita il giardino dell’uomo, egli li trattiene per non restituirli più. È in questo contesto, in cui il pallone di cuoio è vagheggiato in descrizioni ai limiti dell’ecfrasi, si innesta l’avventura di Bragonzi, che cerca di operare il recupero dei numerosi palloni involati (o semplicemente volati, perché calciati, via) nella misteriosa proprietà dell’uomo. L’esortazione ai compagni perché si compia l’impresa è accompagnata da un’orazion picciola ch’è palese parodia di quella dell’Ulisse dantesco; l’intera descrizione della serra in cui sono rinchiusi i palloni è sapidamente modellata sull’ariostesco vallone delle cose perdute. Quando poi si giunge al massimo della sproporzione, con il recupero del topos dell’ubi sunt, con i palloni dissolti come le neiges d’antan delle villoniane dame, s’innesta una riflessione più profonda, in cui parlare di palloni significa anche parlare delle generazioni di giovani vite che in essi si sono ‘avventurosamente’ sublimate: “E molti anni dopo, quando tutti quei bambini sarebbero scesi nelle loro tombe, quel pallone sarebbe stato più vivo di loro, e sarebbe stato la memoria delle partite di un tempo”. E il fondo serio dello scherzo si rivela nitidamente. Il giardino di Kurz assume quindi i connotati di quell’Ade da cui si tenta l’impresa dell’impossibile recupero. Non mancano anche le citazioni biblico-evangeliche, con il compagno che doveva vegliare sull’impresa addormentatosi per la stanchezza. E guardiani dormienti ritornano anche nell’Agliopàpine, d’intonazione più seria ma non meno grottesca nel finale, in cui emerge l’assoluta vanità delle prove di comando che il protagonista, mentre si interroga sulle caratteristiche del perfetto leader (come generazioni hanno fatto) persino sotto il profilo linguistico (adottare un lessico arcaizzante con elementi di tecnicismi militari?), non sa come il suo ‘regno’ si stia sgretolando non per i nemici che incombono al confine, ma per il più prosaico perpetuarsi dei meccanismi di produzione e distruzione di cui erano parte integrante i leopardiani leoni del Dialogo della Natura e di un Islandese.

Ogni racconto si incastona bene nel congegno del volume. Il motivo dell’iniziazione ritorna in La legnaia, rivelando la propria natura spesso di bluff ingannatore, con corollario di dotti (e ghiotti) mostri conoscitori dell’antropologia e degli scritti di Frazer, Jung o Lévi-Strauss. I protagonisti sono spesso figure ai limiti della sociopatia, dal protagonista di Tutti vivemmo a stento a quello, spassoso e tristissimo, del Cinema, cui repelle qualunque forma di contatto con gli altri esseri umani, eccezion fatta per le fantasie di violenza. Fantasie che vengono grand-guignolescamente messe in atto dall’irresistibile filologo serial killer, che, dopo essersi affannosamente adoperato per la ricostruzione della volontà autoriale nella redazione di testi ed essersi anche cimentato con le acrobazie reader-oriented, decide di divenire egli stesso, con le sue gesta criminose, ‘testo’ necessitante di interpretazione. Curioso il finale in cui, in un macabro gioco di cui l’esito appare scontato, coinvolge, pena la morte, nell’inchiesta di senso un ladro malcapitato, autoscodellatosi sul suo ‘piatto’ come vittima sacrificale.

E che dire del protagonista di Tutto il dolore del mondo che, in un pesce agonizzante nella boccetta in vetrina in un negozio, riconosce una riedizione della sabiana capra dal belato ‘fraterno’ al dolore del poeta? Così, in una frenetica corsa nel tentativo di salvare l’animale, scoprirà quanto è vero ciò che dichiarava Elisabetta Dentice di Frasso (“la sofferenza degli animali è una delle tragedie maggiori del mondo che la maggior parte delle persone non degna né di un pensiero né di un sentimento”, cfr. Schlippenbach Dentice di Frasso, Una vita che giunge dal passato, trad. di F. Pedrocchi, Milella, Galatina 2007, p. 45.), ma darà prova egli stesso di una personalità dissociata, nell’accanirsi con sadica violenza sui propri aiutanti mancati. E nel finale sarà colto dal sospetto “che tutto il dolore del mondo si sia ormai impossessato” di lui.

Il racconto più intenso resta, a nostro avviso, quello eponimo. Incontriamo un altro protagonista che rifugge i contatti con i coetanei (i vituperatissimi Baldi) e si rifugia nella comfort zone dell’amicizia con l’anziana vicina Flora. Quest’ultima, in un processo di rovesciamento parodico (ma in fondo serio), diviene l’Euridice di turno. Un’Euridice che non vive di vita propria nell’immaginario dell’io narrante, ma esiste in quanto proprietaria di un cane, Tabú (da notare l’accento acuto, in linea con il carattere ‘antico’ e desueto del microcosmo della donna). È proprio questo cane l’oggetto del desiderio del giovane; la sua identità è definita in chiave paradossalmente comico-mitica nella mescolanza di racconti che Flora riferisce  e che probabilmente debbono essere ricondotti non al Tabú di quel momento, ma a un cane precedentemente allevato dalla donna e chiamato con lo stesso nome (forse addirittura ad altri ancora…). “Anzi, da qualche particolare sospettavo che certi racconti si riferissero a un terzo cane, o addirittura un quarto, chissà, forse c’era una successione di Tabú  che giungeva fino all’infanzia della Flora, a un mitico Ur-Tabú)”. Eppure in questa sgangherata riconduzione del mito a una chiave del tutto quotidiana, affiora ancora una volta la melanconia per il tempo che scorre, falcia gli idilli e riconduce le care piccole persone del nostro caro piccolo mondo, spesso delimitato entro confini strettissimi (la Scalna del protagonista), in una dimensione ch’è senza ritorno. O forse no? “Basta che io non mi volti, che rimanga così ancora un po’, a carezzare questo bel sasso piatto che rilette la luna. Al primo fruscio alle mie spalle, saprò che sono arrivati”.