È quello che ti meriti


Recensione a B. Frandino, È quello che ti meriti, Einaudi, Torino, 2020, Euro 16.

Ciò che ci ha colpito in prima battuta nel romanzo di Barbara Frandino È quello che ti meriti è la costante presenza di quello che tecnicamente si definisce “sguardo dell’estraniato”, il quale percorre l’intera narrazione e ne costituisce, a nostro avviso, il principale motivo di fascino.

È la storia di un’alienazione vissuta nel contesto di un matrimonio nato per amore e, paradossalmente, in cui l’amore non è spento, ma coesiste polemologicamente con il suo contrario. Un logorio legato a eventi precisi, a una ‘sterilità’ (chi leggerà il romanzo comprenderà l’uso tra virgolette di questo termine) della coppia – cui si è contrapposta la paternità dell’uomo nella relazione adultera con Anna – , ma, in generale, al lento e progressivo allontanamento che spesso colpisce le coppie di sposi.

L’incipit è dominato dal silenzio assordante dell’ambiente ospedaliero in cui il marito di Claudia – questo è il nome della protagonista – è ricoverato per un grave incidente domestico, dovuto a un improvviso infarto, che ha veduto la moglie, pur presente al momento dei fatti, tardare nel prestar soccorso all’uomo. Seguiamo così la riabilitazione e il ritorno a casa di Antonio, le interazioni di Claudia con il medico che ha curato l’uomo, le successive evoluzioni-involuzioni del rapporto di coppia, intervallate da analessi che rivelano gli eventi che hanno preceduto l’incipit in medias res.

Non è un caso che Susan Sontag scrivesse – già negli anni Sessanta – che “uno dei temi prevalenti del cinema e della letteratura seri di oggi è appunto il fallimento dell’amore”. Gli elementi che però rendono convincente questo romanzo della Frandino sono legati alla costruzione dell’opera.

La scelta è quella di un soggettivismo estremo, attraverso la narrazione in prima persona, condotta da Claudia e l’esclusiva assunzione del suo punto di vista. Frandino decide anche di non virgolettare le battute dei personaggi, proprio a voler rimarcare che tutto il processo cui assistiamo è ricostruzione mentale dell’io narrante. E nella mente di questa narratrice, non del tutto attendibile (diremmo), il lettore si perde come in un labirinto, a tratti solidarizzando con lei, a tratti sentendosi straniato, perché percepisce che il senso di una pur giustificabile alienazione sia tale da determinare comportamenti al confine con una sorta di lucida follia.

È poi singolare il ricorso al motivo del doppio, uno dei fattori che Freud sottolineava essere maggiormente forieri di Unheimlichkeit (ricorriamo ancora una volta a questa categoria; il lettore ci perdonerà) e al quale Otto Rank dedicava un celeberrimo saggio. Il doppio nel romanzo della Frandino è sviluppato in una sorta di rappresentazione per complementarità e opposizione. Anna richiama Claudia, ma si colloca all’opposto di ciò che Claudia è. Alla ‘sterilità’ di Claudia si contrappone la maternità di Anna, ma soprattutto Claudia sembra figura del mutismo e nascondimento, tanto quanto la ‘rivale’ è appariscente e ‘chiassosa’ (nell’ottica dell’io narrante). Non è un caso che la protagonista eserciti la professione di ghost writer e covi un malessere dapprincipio introvertito e poi divenuto esplosivo, mentre Anna si connota come portatrice di una femminilità alquanto diversa. Ci sembra a tal proposito significativo un passaggio, in cui avvertiamo lo sguardo giudicante di Claudia su di lei: “Sentivo i passi di Anna allontanarsi sul marciapiede, tacchi non risuolati: le donne eleganti non fanno tutto quel rumore quando camminano”. Il dottor Martini richiama la figura del suo paziente Antonio; come Antonio, il medico ha un figlio, ma, diversamente da quanto avviene per l’altro, la madre del ragazzo non compare mai all’orizzonte, esattamente come Claudia vorrebbe obliterare il pensiero di Anna. Martini è disordinato quasi quanto Antonio, rispetto al quale la protagonista scriveva “è incredibile il disordine che quell’uomo riesce a produrre nelle poche ore che trascorre a casa”. È singolare come il tradimento perpetrato con Martini non appaia nemmeno tale e come, peraltro, il medico parli alla donna del fatto che senz’altro il marito sarebbe tornato a casa. Egli non sembra, insomma, contendere Claudia ad Antonio, come se i due personaggi maschili del romanzo fossero proiezioni di una stessa istanza. Persino la coppia che, nella casa accanto, tributa memoria indelebile a un figlio morto, isolandosi e isterilendosi in una sorta di abitazione-mausoleo, ci pare affine a ciò che Claudia e Antonio sono, prigionieri di un matrimonio incancrenito, su cui hanno pesato ragioni in qualche modo analoghe. L’ultimo evidente sdoppiamento è quello che vede l’unione tra i due protagonisti ipostatizzata nell’albero di melograno – galeotto nel momento dell’incidente –, corroso al suo interno da una “larva che ingrassa (…), divorandogli il midollo e il vigore”. Quella carie che ha nome rodilegno e che ha intaccato anche l’armonia dei due coniugi. Ecco che, alla luce di questo, il finale, che non sveliamo, assume un carattere liberatorio e – complice la presenza della coppia di vicini – apre la via a molteplici sviluppi.

Una bella prova narrativa, insomma, suggellata da uno stile elegante e da una capacità di introspezione notevole; un’opera che avvince il lettore e lo induce a interrogarsi sulla natura umana e su questo inafferrabile mistero ch’è l’amore.

La palude dei fuochi erranti


Recensione a E. Baldini, La palude dei fuochi erranti, Rizzoli, Milano 2019, Euro 18.

Romanzo appassionante e intrigante, La palude dei fuochi erranti di Eraldo Baldini ci pare squadernare il trionfo del freudiano unheimlich.

Le vicende si svolgono nella Romagna del 1630, nell’immaginaria Lancimago, luogo che svolge il ruolo di ‘frontiera’. Grazie al cordone sanitario controllato dal Monsignor Diotallevi, incaricato dal Commissario apostolico, essa dovrebbe assurgere ad avamposto contro l’epidemia di peste che sta dilagando, dopo aver già recato morte e distruzione nel Milanese (Manzoni docet), a Bologna e in altre zone della regione, impedendole di infestarne le terre ancora intatte e salvare anche le Marche e il Ferrarese. Due sono i luoghi chiave di Lancimago: l’abbazia retta da Leone, in cui Baldini ci introduce nell’incipit di questo romanzo ‘gotico rurale’ e nella quale prenderà alloggio Diotallevi, e il ‘palazzotto’ – di manzoniana memoria, ma più dimesso – del feudatario locale Lorenzo Cappelli. L’opera si apre su suggestioni culinarie – l’odore del brodo di pollo – che dovrebbero apparire portatrici di note rassicuranti per il lettore e, invece, tra l’altro richiamate circolarmente nel finale del secondo capitolo (parte di una struttura a dittico), sono funzionali a introdurre la memoria storica del dolore. Infatti, il primo capitolo è filtrato secondo l’ottica del decano Girolamo, i cui pensieri introducono il tragico nodo della peste incombente e ripercorrono, nell’elenco delle epidemie di cui il religioso ottuagenario era stato testimone, un “calendario d’inferno che prevedeva solo giorni di calvario”. Tra l’altro, significativo è il nesso ‘inferno-inverno’, accentuato dall’evidente gioco paronomastico sottolineato nel finale da Diotallevi, ma in realtà allusivamente ricorrente nell’intero romanzo.

Il primo capitolo si chiude con la notizia, data a Girolamo dall’abate, che la fossa ch’egli stava facendo scavare per accogliere le eventuali vittime del morbo è in realtà già piena. Il secondo capitolo, infatti, in cui il narratore esterno punta l’obiettivo sul punto di vista di Leone, è dominato dalla tragica scoperta di un mucchio di scheletri di uomini, donne e bambini, massacrati molto tempo prima per non si sa quali oscure ragioni. Colpisce – similitudini e metafore del testo sono tra gli elementi più raffinati del testo, accanto alla sua architettura – il paragone della posizione dei “resti umani” con “una danza macabra che si fosse arrestata all’improvviso per il tacitarsi della musica”. Nell’opera sono presenti altri rinvii all’arte di Tersicore, ma sono tutti accomunati dal fatto che appaiono privi di quella grazia e di quella gioia che solitamente accompagnano l’atto del ballare, divenendo assimilabili – nell’immaginario dei personaggi – a sinistre contorsioni, figlie del Maligno. Non a caso, l’episodio che dà il titolo al romanzo, il prodigio dei ‘fuochi erranti’ nella palude, che tra l’altro compare nel capitolo sesto (dato numerologicamente interessante), viene paragonato a una “sorta di danza sgraziata”. Tale elemento sarà poi richiamato nel successivo ‘ballo del Diavolo’, funzionale all’introduzione del personaggio della santa sull’albero, non esente da echi calviniani, ma non connotato da particolari elementi di levità (‘grazia leggera’ a parte), impregnato com’è di dolore. Fanciulla che ha nome Maddalena e rappresenta forse il residuo di purezza della comunità, che i malvagi (si ricordi la battuta della ‘strega’ Luigia) vorrebbero rimuovere.

Il secondo capitolo introduce anche i personaggi del conte e di suo cugino, Ferdinando Zecchini, quest’ultimo successivamente descritto, insieme a Diotallevi, dal personaggio dell’ambiguo Frate Guido.

Zecchini e Diotallevi si riveleranno le figure chiave del romanzo. Infatti, Baldini, a partire da questo momento, adotterà la focalizzazione, in maniera alternata, su loro due. Diotallevi è, di fatto, il protagonista dell’opera. Inizialmente non desta simpatia; si mostra spocchioso, quasi privo di pietas, tutto preso com’è dal suo ruolo di miles Christi. Un ‘soldato’ che, peraltro, crede ormai più nella Chiesa che in Dio stesso e impone il suo parere per effetto di un’auctoritas donatagli dall’esterno e mal tollerata dalla gente di Lancimago, monaci compresi. In realtà, il personaggio si evolve e ne emergono anche le debolezze: sarà proprio l’episodio dei ‘fuochi erranti’ a far riaffiorare il ricordo di un prodigio analogo avvenuto a Pietramala, che aveva segnato l’infanzia e la vita futura del religioso. Non è un caso che egli prenda le difese della strega Luigia, sì, forse per puntiglio verso il conte, ma anche per il senso di giustizia che vive al fondo del suo cuore. Certo, in lui permarrà un fondo di cinismo che, infatti, affiora nuovamente nel finale, ma – ci sembra – corretto da una maggior consapevolezza della presenza di Dio: “Io della Bibbia non dubito, né della Pietà e della giustizia dell’Altissimo”. Zecchini, invece, incarna il versante prometeico della scienza, ch’egli tuttavia non coltiva al servizio del bene comune, ma in ottemperanza a un – ci venga perdonato l’anacronismo – superomismo incosciente (purtroppo tristemente attuale) non privo di conseguenze per la comunità.

Tanti sono i nodi interessanti. L’unheimlich è affidato al motivo di ciò ch’è sepolto nella terra e da essa riaffiora: i morti del primo capitolo, che sembrano alludere alla presenza del Maligno nelle terre del Convento e sono figli di quella cattiva coscienza lancimaghese gradatamente destinata a venire alla luce; i fuochi erranti del sesto, i quali destano la ‘memoria involontaria’ di Diotallevi. Ancora particolarmente significativa è l’allusione, nei pensieri di Zecchini, a un ‘tesoro sepolto’ nella Terra, ‘scrigno smisurato di potenza e ricchezza’.

Centrale è il motivo della frontiera, incarnato da Lancimago (uscirne può recare alla rovina), ma richiamato, alla Lotman, nella figura dell’ex boia, Frate Orso, garante dei meccanismi di traducibilità e decifrazione del reale per Diotallevi, ma ancora dalla presenza della strega, nella sua marginalizzazione, e della Maddalena che vive sulla quercia, limes tra terra e cielo. Proprio le figure femminili assumono una funzione interessante, connotate, a modo loro, da una purezza che l’universo maschile non comprende e vuole obliterare, celandole agli sguardi, quando non neutralizzare.

Un’opera avvincente e dalla costruzione raffinata, ricca di implicazioni simboliche e impreziosita da uno stile fluido ed elegante, felice nelle descrizioni come nella narrazione e nella costruzione dei dialoghi. Questi risultano ben incastonati nel ritmo incalzante di un’avventura in cui gli elementi dell’immaginario dell’acqua e del fuoco si fondono a rappresentare un’istanza di purificazione dal Male metafisico (è vero), eppure incarnato in creature umane. Male che pare sonnecchiare nelle remote contrade al confine tra la vita e la morte e invece è sempre attivo e pronto a ghermire le sue prede.

Ricordati di Bach


Recensione ad A. Cappagli, Ricordati di Bach, Einaudi, 2020, Euro 17.30

È un romanzo appassionante e coinvolgente Ricordati di Bach della livornese Alice Cappagli, che ci introduce con levità e ironia, ma anche con quel “dolce dolore” che ha nome malinconia, nel microcosmo della protagonista Cecilia, nomen omen visto che la donna consacrerà la sua esistenza alla musica. Esattamente come l’autrice, che ha suonato per trentasette anni il violoncello nell’orchestra del Teatro alla Scala, approdo anche del suo alter ego letterario.

Ricordati di Bach ripercorre, romanzescamente, alcune tappe dell’esistenza dell’autrice stessa, trasfuse nell’esperienza biografica di Cecilia e intessute di quei fregi che la fictio sa intrecciare.

L’opera si apre in pieno straniamento, con l’ottenne Cecilia in stato di shock, appena reduce da un incidente d’auto che le lederà il nervo radiale della mano sinistra. Lo sguardo allucinato della bambina trasfigura oggetti e persone: il medico “vecchio brutto e calvo”, i ventilatori che paiono staccarsi dal soffitto per piombare addosso come armi letali, le mascherine bianche del personale infermieristico che per sineddoche finiscono col sostituire gli individui stessi. L’autrice opta per una focalizzazione interna che manterrà sapientemente per l’intero arco della narrazione; ovviamente gli eventi non sono veduti in presa diretta, ma richiamati retrospettivamente. Quello che potrebbe sembrare lo sguardo della bambina è in realtà quello della donna adulta, forte della “robusta formazione classica” ossessione del padre. Non è affatto un caso che la figura materna sia paragonata a p. 10 a un’ “anfora etrusca” e molteplici altri esempi si potrebbero fare: più tardi, al capitolo ventunesimo, con una similitudine brillante l’amicizia barcollante tra Cecilia e la sua compagna Odila verrà figurata come un’ombra “sbrindellata e malconcia, peggio della Filosofia apparsa nella cella di Boezio” e altrove, sempre in contesto di straniante deminutio, era richiamata nientemeno che la catasta-pira di Didone-Elissa.

Dalla tragedia del nervo radiale danneggiato, complici la forza di volontà, la fiducia – presentata come altalenante, ma in realtà solida – di una madre lunare ed emotiva e la ‘scommessa’, nel vero senso della parola, del bizzarro maestro Smotlak, si dispiegherà la storia di un amore, quello per il violoncello, foriero del riscatto e dell’affermazione di Cecilia.

L’innamoramento è descritto con lirismo al suo nascere, nella dimora dei nonni, ramo familiare in cui allignavano la passione e il talento musicale, ormai appartenenti al passato e declassati alle mere e tristi esibizioni salottiere di una nubile zia Cocca, a uso e consumo di vicini incartapecoriti. Il capitolo terzo è uno dei momenti più suggestivi del romanzo. Cecilia ottiene di dormire in casa della zia e le viene assegnata la camera del nonno ospedalizzato e qui, in una sorta di museo del temps jadis, la bambina compie la sua scoperta. Cappagli la descrive con i toni della vera e propria epifania, in cui prima il violoncello, immaginato, è assimilato al gatto che Cecilia stava accarezzando (e che, guarda caso, aveva provocato un primo, miracoloso sussulto, della mano ‘alienata’) e poi – attraverso anche l’uso di termini quali ‘catafalco’ e ‘sarcofago’ – a un “essere vivente in letargo”. Insomma, il violino assurge a doppio di Cecilia stessa; ecco spiegata anche l’insistenza in particolari descrittivi, tutt’altro che superflui e ridondanti, tanto nel capitolo in questione, quanto nei momenti in cui Cecilia e la madre si recano da liutai, in un contesto a metà strada tra deposito del ‘ciarpame reietto’ e paradiso di delizie.

Tutto il romanzo ripercorre questa storia di amore e riscatto sino al diploma e alle audizioni e alla finale rivincita di Cecilia. Si sorride, inseguendo personaggi strampalati come Smotlak, il padre e la madre di Cecilia, il sovietizzante maestro Cini, ma ci si commuove e ci si emoziona quando la riflessione si inarca sul potere della musica di Bach (e non solo) e quando le contrarietà della vita fanno vibrare di dolore la protagonista come il cigno di Saint-Saëns.

Abile la costruzione, convincente ed elegante lo stile, infarcito di toscanismi quali ‘corbellare’, ‘ciacciare’ o di accostamenti coloriti come quel “giulebbe” di cui il padre si serve per bollare con sommo disprezzo ciò che la figlia – e la madre con lei – prescelgono per la sua formazione, a cominciare dal liceo sperimentale, per proseguire, dopo l’approdo al Classico, con l’Istituto Mascagni in cui si svolgevano gli studi musicali della ragazza.

Un’opera cui non mancano le caratteristiche dell’arte allusiva, come nell’episodio della trattoria veneziana, tutto giocato all’insegna dello straniamento, a rievocare le suggestioni dell’Osteria di Gorgonzola nei Promessi sposi.

Ricordati di Bach è l’efficace apologo di quell’umana resistenza alle avversità e di quell’amore per l’arte che possono dar senso e valore all’esistenza umana, rappresentando ciò che rimane e ci salva quando tutto il resto è sprofondato in un abisso.

Bambinate


Recensione a P. Paterlini, BambinateEinaudi, Torino, 2020, Euro 16.50.

È un libro forte, in alcuni momenti crudo, sempre spiazzante questo Bambinate di Piergiorgio Paterlini.

Alla base del romanzo un assunto pasoliniano: “Il conformismo degli adulti è tra i ragazzi già maturo, feroce, completo. Essi sanno raffinatamente come far soffrire i loro coetanei: e lo fanno molto meglio degli adulti perché la loro volontà di far soffrire è gratuita: è violenza allo stato puro. Non conosce né comprensione, né alcuna forma di pietà, o di umanità”. Un tema recentemente sempre più assurto agli onori della cronaca, anche perché la rete ha condotto all’emersione tutta una serie di atti che usualmente restavano celati nel segreto.

A guidare l’io narrante è la nitida consapevolezza della crudeltà insita in quelle pratiche definite “bambinate”, con superficiale deminutio, dal mondo adulto, abilissimo – come alcuni personaggi della Purloined letter di Poe –  nel non vedere ciò che appare in piena evidenza. È un narratore ambiguo, quello che dice “io” nel romanzo di Paterlini; il lettore adotta il suo punto di vista e si immedesima in lui, ma in realtà si tratta di una figura alienata. La sua alienazione è trascritta metaforicamente dall’autore nel capitolo “Il vento nelle grondaie”, quando il personaggio, dalla finestra dell’hotel, con un binocolo spia ciò che resta della sua vecchia casa, “abbandonata, diroccata, sventrata”. Inizialmente non sembri nemmeno farci caso, ma, poi, terminata la lettura del romanzo, hai l’impressione che quel luogo rifletta un’anima lacerata e ormai anche piuttosto derealizzata, in cui – nel generale senso di dismissione – resta in piedi “una porta sprangata da un’asse di legno, inchiodata di traverso su due battenti”…

È la porta che si spalanca su un’ora zero, in realtà la punta di un iceberg di una serie di ripetute e condivise crudeltà ai danni del piccolo Denis, compagno di scuola delle elementari del protagonista. Il classico bersaglio delle violenze del più classico branco: povero, orfano dei genitori, bassa estrazione sociale, difficoltà nell’apprendimento, difetti di pronuncia (la mancanza del suono “sc” che induce a soprannominarlo “Semo”) e balbuzie… Prelevato la mattina del Venerdì Santo da un combriccola di compagni di scuola, guidati da Ermes, Denis vive il suo “Getsemani”, condotto in cima alla Montagnola dopo essere stato insultato, picchiato, reso bersaglio degli sputi dei fanciulli, persino denudato e palpato dal capobranco – già latentemente omosessuale (quell’omoerotismo represso che non di rado, a nostro avviso, si nasconde dietro l’ipereccitato e sbandierato machismo di tanti bulletti) –, prima di venir legato a una croce e abbandonato tra lo scherno generale. Insomma, uno scimmiottamento della Via Crucis, iniziato dinanzi alla Chiesa locale e rievocato dal protagonista tra echi evangelici e crudo realismo. L’io narrante, parte integrante del gruppo in questione, è presente agli eventi e vive uno straniante senso di ignavia. Non agisce, attende vigliaccamente che siano gli adulti – il sacerdote, le anziane zitelle di passaggio, il bidello della scuola elementare – a interrompere quegli atti inaccettabili, eppure si scontra con una folla di controsamaritani. Essi notano la stranezza di quella situazione, ma, giudicandola una ‘bambinata’, non intervengono, se non con blandi e alquanto generici inviti alla compostezza. Il ‘bidello’ addirittura, credendo si tratti di un innocente gioco, coadiuva i bulli nel portare in cima alla Montagnola il povero Denis.

Quest’atto segnerà la mente del protagonista, che già alimentava in sé, ancor prima della scuola elementare, una sorta di panico al cospetto degli altri bambini. La sezione del Getsemani – momento più riuscito dell’opera – presenta molti richiami: la Via Crucis, l’episodio, rovesciato, del buon samaritano, forse persino l’incipit della “Congiura degli innocenti” di Alfred Hitchcock.

 La vicenda è recuperata in retrospettiva, perché il protagonista la narra per effetto di un’analessi, quando è tornato, ormai sessantenne, a distanza di tempo nel suo paese, perché invitato a una cena degli odiati ex compagni di classe. Tra l’altro molto ben costruita appare la sutura tra il piano del presente e quello della memoria, perché a fungere da anello di congiunzione è l’incontro, sempre di Venerdì Santo, con la signora Edda, coraggiosa novantenne, ben diversa dalle bigotte sopraggiunte nel giorno fatidico. L’io narrante arriva a pensare che, se quell’incontro fosse avvenuto cinquant’anni prima, la sua esistenza sarebbe stata del tutto diversa. Ciò che non è inizialmente chiaro è il fine di questo alienante e inspiegabile pellegrinaggio nei luoghi di una rammemorazione sgradevole: un viaggio catartico? Il lettore arriverà a comprenderlo solo nel sorprendente finale, dopo la scialba “ultima cena” funzionale all’evento che segna lo scioglimento dell’intreccio. È così che il personaggio eticamente migliore risulta proprio il piccolo Denis, divenuto adulto e affidato alla Casa della Carità; l’unico momento di resipiscenza dell’io narrante si ha forse proprio quando intende che, in fondo, la vittima delle loro azioni era il più intelligente tra tutti. E l’intelligenza vera – non dimentichiamolo – è la capacità di intus legere e saper a volte andare oltre, passaggio che non riesce al protagonista, prigioniero di un moralismo giudicante e impietoso, a nostro avviso non migliore del cinismo di Ermes.

Un romanzo molto interessante, che cattura e attanaglia, capovolgendo il trito e abusato luogo comune che le giovanissime generazioni costituiscano la parte migliore della società. Lo stile è curato e fluido, sospeso tra il mimetico e l’innalzamento dato da alcuni passaggi fortemente evocativi. Bambinate ci appare, insomma, il racconto di un’operazione fallita di Seelenchirurgie, in cui la giustizia e lo sdegno del senso morale finiscono col cedere alla logica dell’odio e coll’equipararsi alla barbarie stessa, in un clima di ambiguità assoluta.

La limonaia di Boboli


Recensione a N. De Matteo, La limonaia di Boboli, Florestano, 2020.

È un elogio della lentezza questa raccolta di racconti di Nicola De Matteo, La limonaia di Boboli, recentemente edita da Florestano.

L’opera consta di tre momenti, di cui il primo, La sequenza di Fibonacci, posto in apertura, rappresenta la sezione più corposa. Le trame narrano istantanee di vita comune: il fiorire di un amore ‘senile’ tra il settantenne Angelino e Maria Concetta Naglieri, una passione fatta di trasporto fisico, ma soprattutto di profonda corrispondenza spirituale; l’incontro in stazione dell’io narrante, appena uscito dai rigeneranti lunedì letterari della Vallisa, con una presenza riaffiorata dal passato, un collega di lavoro del padre; la vicenda di un pastore, Agostino, del suo male di vivere e dei colloqui intessuti presso il “Cinto dell’Eremita” in località Cirigliano (in provincia di Matera) con un religioso, Fra Girolamo da Fratta Todina, “un frate pellegrino e camminatore”.

Il prevalere della focalizzazione interna apre la via all’approfondimento psicologico, alla penetrazione soprattutto nelle vite di vinti che attendono un riscatto, forse tardivo, ma non per questo meno invocato.

L’ambientazione è quella di un Sud arcaico, in un contesto barese e, più in generale, pugliese, in cui si muovono figure deprivate, cui talora, come nel caso di Agostino, è stata negata un’istruzione, a causa delle vicissitudini esistenziali. Una terra in cui il segreto amoroso, soprattutto se adultero, deve restare celato ai “malparlieri”, a costo di escogitare soluzioni da malmaritate boccacciane, ma senza quella componente di malizia che caratterizzava le protagoniste della settima giornata decameroniana. Una comunità piagata dalla fatica dell’esistere e da un destino a volte avaro, come accade per Nanuccio Leandro Maiorano e per la sua unione non baciata dai figli e una condizione economica che induce alla pratica del contrabbando. Una landa sitibonda d’amore, oltre che arsa dal sole. Non le mancano coloriture mitiche, come nelle narrazioni di Fra Girolamo da Fratta Todina, che racconta di briganti avvolti in un’aura ormai leggendaria, ma anche di fenomeni come quello che si verifica il giorno del solstizio d’estate nella Cattedrale di San Sabino. L’ingenuo Agostino commenterà che gli pare trattarsi di un miracolo, ma la risposta del frate evidenzierà come sia semplicemente il frutto “della capacità dell’intelletto dell’uomo e dello studio del sole e delle fasi lunari”. Lo stesso religioso finirà con l’assimilarsi a quest’aura di epos a dimensione d’uomo, nel momento in cui il pastore arriverà a ipotizzare che dietro le sue peregrinazioni possa celarsi la ricerca di tesori nascosti in epoche più o meno lontane. E poi non è da dimenticare il ruolo fondamentale assunto dal mare, emblema stesso di un Fato insondabile, che si ammanta di bellezza per poi tradire nell’istante meno prevedibile, quando la felicità appare a portata di mano: “Un solo pensiero le attraversò la mente e ricordò le parole semplici di commara Adelina Fortunato: ‘Il mare tutto inghiotte e tutto restituisce’”. Al cospetto di questo destino che sembra donare per poi immediatamente dopo sottrarre, l’uomo può soltanto cercare – spesso invano – di opporre un principio di razionalità, come Angelino, feticisticamente abbarbicato a una sequenza di Fibonacci in cui pure potrebbe aleggiare una promessa di armonia e di ordine. È il mistero di un sacro che si affaccia nelle più molteplici forme, nella matematica come nell’oscura maestosità della distesa marina, nel dolore del crocifisso della lucana Forenza come nel biblico rogo di Agostino, atto di pietas ad accompagnare il trapasso di un pastore maremmano o resa all’imperscrutabilità di un divino mistero che “non cape” nell’intelletto umano?

Eppure un rimedio al maladjustement esiste ed è nella lentezza: nel fermare le emozioni di un istante di felicità suggellandole con un verso, nell’ammirare la bellezza che a dispetto di tutto esiste, nell’incantarsi alla gioia aspra di montaliani limoni, nel coltivare l’amore pur nella consapevolezza della sua natura effimera.

Una bella prova, supportata da uno stile ora mimetico, che dal materico vira verso il lirico, con una voce narrante che a tratti cede al colloquiale, per poi librarsi quando attinge alla vibrazione intima delle creature umane. Per rammentarci che la poesia può risiedere nello sguardo dell’individuo comune, da Angelino a Concetta all’apparentemente ‘ottentotto’ Agostino perché, al cospetto del cosmico enigma, il pastore sa quanto il filosofo.

A due voci


Recensione a M. D’Attolico, A due voci, Dialoghi, Viterbo, 2020, Euro 12.

L’esordio narrativo di Mariapia D’Attolico avviene all’insegna di un tema di grande interesse sotto il profilo etico, ma anche culturale: la scelta di una madre di preservare comunque la vita di una bambina che i medici dichiaravano votata a morte certa, grazie anche alla forza avvolgente della musica, che l’ha sorretta nei momenti di difficoltà e ha cementato il legame profondo con la piccola, in qualche modo segnandone il destino di artista.

L’opera muove dall’esibizione da solista di Maria Serena, detta Molly, in Cattedrale, insieme all’orchestra sinfonica, con la madre che spicca tra le violiniste della prima fila. A filtrare l’evento lo sguardo entusiasta della sorellina Aurora, che trasfigura magicamente il momento. Poi prende corpo l’analessi: la storia di Daniela e del suo amore profondo per la musica e poi della gravidanza, con i pronostici funesti dei medici e la sua ostinata volontà di procedere in un percorso verso la vita, che tutti le avevano vivamente sconsigliato di portare avanti. Dagli ambienti del Bambin Gesù in cui avviene il miracolo della ripresa della piccola Molly, operata al momento della nascita, si torna al presente, alla realtà di Maria Serena, quattordicenne, alle prese con masterclass, concerti e una promettente carriera di solista nel futuro.

A due voci è un inno alla speranza, alla vita e all’amore materno. La narrazione procede con un’attenzione al dettaglio a tratti quasi cronachistica, che induce il lettore a mettere a fuoco con chiarezza gli ambienti e i personaggi. A questa precisione si affianca un incedere lirico, direi quasi a passi di danza, soprattutto nei momenti in cui la musica – e ciò accade spesso – diviene padrona della scena e s’innalza l’appassionato elogio di un’arte che forse più di ogni altra sa parlare a quanto di ancestrale e archetipico vibra nel cuore di un uomo. Del resto, l’autrice cerca proprio attraverso la parola di evocare una fascinazione analoga a quella dell’arte cui le protagoniste si sono votate. Non è casuale la scelta di aprire i capitoli con versi composti dalla D’Attolico, i quali, in alcuni momenti nodali della vicenda, fungono da commento e da controcanto al dolore. Versi che, nell’esibita naïveté di alcune soluzioni, rappresentano il corrispettivo, mediante medium verbale, della musica stessa. Quest’ultima è acutamente definita, in quanto indispensabile strumento di supporto, “io ausiliario”.

 A ciò si aggiunga la naturale delicatezza della voce della D’Attolico, che riesce a comunicare anche attraverso la forza del “non detto” (si consideri, a tal proposito, l’incontro di Molly con il padre nella seconda parte del racconto) e, con poche pennellate, sa definire la natura più profonda di alcuni rapporti umani, come quello tra Daniela e sua madre nei primi mesi di vita di Maria Serena, ben tratteggiato. Del resto, altrettanto ben delineata è l’intesa tra la quattordicenne e la mamma, con gli sguardi e i pensieri di ciascuna magari non comunicati verbalmente, ma comunque costantemente intellegibili all’altra e forieri di energia e coraggio. Studiate anche le simmetrie tra le vicende di Daniela e Molly: si pensi, per esempio, alla crisi che suscita nella prima la richiesta del maestro di imparare a far vibrare il violino e il difficile approccio con il docente di una masterclass, per la seconda, a cui viene rimproverato, non a caso, un vibrato.

 Insomma, è un lavoro che convince e colpisce questa partitura A due voci, che comunica l’incanto che può emergere nel quotidiano, complice la dedizione al Valore, sia la musica o altro. Una narrazione che, celebrando l’“ultima dea” degli antichi, quella che non abbandona mai gli uomini e a volte trionfa, offre al lettore consolante ristoro in un’epoca difficile, sospesa tra la frenesia di un vivere ormai palesemente inaccettabile e la stasi della sospensione che spesso coglie il nostro esistere, come nel tempo di lockdown in cui questo canto di gioia ha veduto la luce.

La congiura


Recensione a F. Introna, La congiura, Roma, Newton Compton, 2017, Euro 9.90.

Un pregevole e accurato lavoro di ricostruzione storica si pone a fondamento dell’intrigante romanzo La congiura, opera di Federica Introna.

Le vicende si collocano nel 65 d.C.; l’autrice racconta i retroscena della celebre congiura dei Pisoni, ordita contro l’imperatore Nerone e fallita a causa della delazione di uno schiavo di Scevino. Figura chiave dell’opera è la liberta Epicari, a proposito della quale Tacito, nel XV libro degli Annales, parlò del “fulgido esempio di eroismo, dato da una donna, una liberta, che in un così grande pericolo volle proteggere degli estranei e quasi degli sconosciuti, mentre degli uomini nati liberi, dei cavalieri e dei senatori romani, senza essere sottoposti a tortura, tradivano ognuno le persone più care”. Introna riesce a pennellare così un convincente ritratto di donna, sondando le motivazioni della liberta, squadernandone i moti della psiche, mettendone in rilievo la coerenza, il coraggio e persino le doti oratorie. Si consideri, a tal proposito, il momento in cui, durante un ricevimento presso Calpurnio Pisone, Epicari eccita gli animi degli astanti a lottare per la libertà, riuscendo a catturarne l’attenzione, dopo l’iniziale diffidenza verso quello che ad alcuni poteva apparire l’eccesso di ardire, inopportuno, di una donna, per giunta di precedente condizione servile.

La vicenda della congiura è ricostruita in retrospettiva, dopo un prologo concitato, non privo di note liriche (l’immagine di Epicari che affiora nella memoria, col suo “sguardo d’ossidiana” e l’allure quasi divina). Dal drammatico incipit si passa all’ambientazione distesa – ma con il fuoco che cova sotto le ceneri – della villa di Baia di Calpurnio Pisone, dominata dall’icona della peschiera, che assume un ruolo chiave negli sviluppi della vicenda, ma si colora anche di valore metaforico:  Epicari, infatti, con sguardo lucido, darà vita ad accostamenti analogici tra gli uomini che aderiranno alla congiura e specie ittiche, mostrando una sorta di preveggenza e senz’altro grande finezza di penetrazione psicologica. Eppure ella commetterà un grave errore, quello di fidarsi del suo primo amore, Volusio Proculo, ammiraglio romano. Quest’ultimo è un altro personaggio molto ben costruito dall’autrice; si tratta di una figura ambigua, non priva di slanci ideali, ma persa nel vortice di uno smarrimento, il cui primo momento sembra esser stato una violenza (non inusuale) di matrice omosessuale, subita come un trauma, e poi di un vero e proprio processo di corruzione, che lo ha reso partecipe del celebre assassinio di Agrippina, descritto da Tacito in una delle più belle pagine della letteratura latina e rievocato anche nella Congiura. Introna non manca di assumere anche il punto di vista di Proculo, di rivelarci i suoi tormenti, di sondarne le oscure motivazioni.

La focalizzazione però assume – e questa ci appare un’ottima scelta – come precipuo riferimento un personaggio che la storia ha trascurato, Marco Anneo Mela, schiacciato tra il fratello, Lucio Anneo Seneca, e il figlio, il Lucano del Bellum civile, entrambi presenti nel romanzo. Mela vive nella passione per Epicari, nel senso della giustizia che lo anima, nello slancio ideale che connota ben pochi dei personaggi della Congiura. Lo stesso Lucano, poeta straordinario, non si mette di certo in luce positivamente, arrivando, pur di salvarsi, a denunciare la propria stessa madre, Acilia, come racconta ancora Tacito negli Annales.

Un romanzo che presenta molti pregi. La già menzionata ricostruzione storica, che consente di accostarsi a una pagina interessante, e non sempre nota ai più, dell’età giulio-claudia; la qualità di uno stile sorvegliato, elegante ma non a discapito della comunicatività; l’approfondimento psicologico dei personaggi; la costruzione avvincente del plot, in cui non mancano coloriture giallistiche, per l’innesto di un’indagine dall’esito sorprendente. Soprattutto è l’occasione per accostarsi a una figura femminile che s’impone sul piedistallo della storia, dando straordinaria e struggente prova di sé.

Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido


Recensione a F. Amendola, Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido, Aviapervia, 2017, Euro 14.

È giunto a coronamento di un importante percorso artistico e culturale il volume Anima mundi. La scrittura di Anna Santoliquido, opera del critico lucano Francesca Amendola. La monografia è stata stampata nel 2017, con la compartecipazione del Consiglio regionale della Basilicata, dall’editore Aviapervia, con presentazione di Francesco Mollica e prefazione di Neria De Giovanni, Presidente dell’A.I.C.L. (Associazione Internazionale dei Critici Letterari). In copertina la suggestiva acquaforte acquerellata di Donato Linzalata, una ripresa del mito delle Baccanti declinata espressionisticamente. Ad Anna Santoliquido, Francesca Amendola ha dedicato anche il volume Una vita in versi. Trentasette volte Anna Santoliquido, che annovera contributi critici di celebri studiosi in merito alle opere della scrittrice lucana.

Anima mundi è stata data alle stampe poco dopo il conseguimento da parte della Santoliquido della Laurea Apollinaris Poetica presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, tributata, per la sua carriera artistica, alla poetessa forenzese, fondatrice, nel 1985, e tuttora presidente del prestigioso Movimento internazionale Donne e Poesia, in prima linea nella diffusione della cultura, con peculiare attenzione per le espressioni figlie della creatività femminile. Nelle vesti di animatrice del movimento, Santoliquido si è resa protagonista dell’organizzazione di convegni ed eventi, con qualificate presenze di livello internazionale.

Il volume si compone di ventiquattro capitoli, che ripercorrono, secondo un ordine cronologico e al contempo tematico, le tappe dell’itinerario culturale di Anna Santoliquido, a partire dalla nascita a Forenza e dal “viaggio nella memoria” attraverso l’infanzia e la giovinezza dell’autrice, il percorso di formazione tra Londra e Bari e poi l’insegnamento, la pubblicazione delle raccolte liriche, la feconda collaborazione con l’Est europeo, la dedizione agli altri generi letterari (si pensi al teatro con Il Battista, ma anche alla narrativa), sino alle due piccole antologie poetiche (le Poesie estravaganti e quelle in dialetto forenzese) e alla Ballerina sui tetti, bella incursione nell’ambito della poesia per bambini. Amendola s’inoltra in questo complesso e articolato itinerario avvalendosi di pregevoli strumenti esegetici, mostrando piena adesione alla materia affrontata e dando spazio, di volta in volta, oltre che alle proprie osservazioni sui singoli testi, anche alle molteplici voci che, nell’ambito della critica letteraria internazionale, hanno rivolto la loro attenzione all’opera di Anna Santoliquido. Felice è l’intreccio tra elemento biografico e riproposizione di versi dell’autrice (si consideri, per esempio, il potente ritratto della nonna Francesca nel poemetto dedicato alla “sposa agreste); per operare la sua ricostruzione, Amendola si serve anche di stralci di interviste alla poetessa lucana e di quanto dichiarato da Santoliquido nelle sezioni paratestuali delle sue opere. Condivisibile anche la scelta di inquadrare l’operato della dedicataria della monografia nel vasto e complesso panorama della scrittura femminile, che Amendola tratteggia, dopo aver messo in guardia il lettore dal rischio della deminutio annidato nel luogo comune della donna/angelo del focolare, muovendo da Trotula da Salerno, autrice di un trattato di ginecologia, e passando per la valsinnese, rinascimentale, Isabella Morra, particolarmente cara alla Santoliquido, sino a pervenire a figure come Giuliana Brescia. Opportunamente Amendola ricorda anche la deplorevole tendenza, in alcune celebri antologie e in manuali scolastici ancora in uso, a una ridotta presenza di testi, in versi o in prosa, di scrittrici, nonostante il panorama internazionale ne abbia consacrate molte, nel corso del Novecento e non soltanto. È da rimarcare come Amendola riesca molto bene a scandagliare i rapporti culturali che Anna Santoliquido ha saputo instaurare con importanti poeti del Novecento come Pierro e soprattutto con figure rilevanti del panorama letterario italiano, come Maria Luisa Spaziani, ed estero. Si consideri a tal proposito l’amicizia con la serba Desanka Maksimović, La madre dell’est di una poesia di Santoliquido, con la quale la Nostra ha condiviso, tra l’altro, l’attenzione all’eccidio di Kragujevać. A quest’ultimo, già materia del canto della Maksimović in Fiaba cruenta, Santoliquido ha dedicato, su committenza delle istituzioni della città stessa, il visionario e struggente poemetto Città fucilata. Non è ozioso, a tal proposito, ricordare come nel 2010 sia stata conferita alla scrittrice la cittadinanza onoraria di Serbia.

Molti dunque i meriti nella ricostruzione di Francesca Amendola che, con stile accattivante e competenza, pone solide basi per i successivi studi sulla poetessa lucana, fornendo, tra l’altro, un’ampia e accurata bibliografia, che dà conto anche dei servizi Rai realizzati sull’opera e sull’attività culturale della Santoliquido.

Nata nel contesto di una numerosa famiglia lucana, figlia di quella Casa di pietra cui ha dedicato la sua poesia forse più celebre (testo comparso nei Figli della terra ed eponimo anche della raccolta pubblicata in romeno Casa de piatră), Anna Santoliquido riesce con caparbietà, e nonostante gli ostacoli frapposti sul suo percorso (non ultimo l’assenza di una scuola media nella natia Forenza), a completare il suo percorso di studi. Si laurea in Lingue presso l’Università degli Studi di Bari e si perfeziona in Inghilterra, affinando la pratica di traduttrice e inaugurando la sua dedizione agli studi di linguistica e psicolinguistica, i cui esiti influenzano fortemente l’atmosfera di raccolte come Decodificazione; si pensi al colto divertissement linguistico alla base di testi come Such is life.

La prima raccolta, costituita da quarantacinque poesie, I figli della terra, pennellava, come evidenzia Amendola “una dimensione leggendaria e fatata della Lucania”, “ventre materno, porto nostalgico e memoriale”. Una poesia onesta, in armonia con la linea antinovecentista nella “ricerca della musicalità non contaminata dall’ermetismo”, che conosceva alcune delle sue più felici declinazioni nell’icona della rimpianta madre in preghiera, ipostasi – come quel ciuffo d’erba cresciuto per ‘miracolo’ tra le ‘crepe’ – della dolceamara Vita stessa, o nell’avvolgente danza della “pupattola impazzita”, che tra levità e ritmo incalzante, diviene trascrizione del destino umano.

Alla prima raccolta hanno fatto seguito altre opere, in cui, a partire da Decodificazione, Santoliquido si è distinta – come ben ha evidenziato Pegorari – per il “neosublime ottenuto tramite un linguaggio più sostenuto ed elegante, educato alla metafisica e all’intimismo ‘novecentista’”. Uno dei vertici di questo percorso è senz’altro Ofiura (1987), in cui, se, assumendo a immagine chiave della raccolta l’“aggraziata e fragile” stella serpentina del Mediterraneo, l’autrice celebra nella sua imponente fisicità il paesaggio di Puglia e la forza vivificante del mare, dall’altra ne denuncia la contaminazione per opera umana (si pensi all’effetto devastante delle petroliere). Il canto, attualissimo, delle morti in mare dei migranti in Metànoia si vena di surrealismo e di angelicismo mistico, in una sorta di Pentecoste poetica, vibrante d’umanità. Germoglia quell’uso felice della quartina che diverrà una sphragìs della Santoliquido, e che sarà usata come sferza contro il mondo ipocrita in Rea confessa.

Sarebbe difficile, in questo breve spazio, ripercorrere accuratamente il lungo itinerario di Anna Santoliquido. Il suo “femminismo femminile” – espressione utilizzata in Slovenia in riferimento alla scrittrice – conosce una delle sue più calde espressioni nella plaquette Nei veli di settembre, in cui limpidezza del dettato e corde della tenerezza celebrano l’amore materno per il figlio Manuel, cesellando un vivido ritratto di adolescente, solare e al contempo ombroso, dal corpo assimilabile a un “oceano in tempesta”.  E quel ritratto appare in continuità con gli altri sguardi rivolti alla vita in boccio; i versi si innalzano carichi di pietas soprattutto quando la gioventù è conculcata o stroncata sul nascere dal verbo disumano della violenza. Il riferimento è alla silloge Bucarest, nella quale i morti della Romania che ora si libera dalla dittatura sono effigiati nell’icona di un anonimo “figlio di Bucarest”, inconnu cui si riconosce il dono, quasi neostilnovistico nella ricodificazione di un topos generalmente operante al femminile, di spegnere “l’afa / con la grazia  / e l’odio / con la vita”. E come mater dolorosa e Maddalena piangente ai piedi delle croci dell’umanità (del resto la scrittrice ha definito il poeta lustracroci), Santoliquido ha cantato i morti di Kragujevac, vittime dell’eccidio perpetrato dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. In Città fucilata, una delle sue prove più vibranti, la poeta affronta la poesia civile senza cadere in una facile retorica, regalando pagine ora dense di lirismo struggente, nella dolente contemplazione delle vite recise, ora palpitanti di tensione etica. Memorabili versi come questo, di scultorea sentenziosità: “Franz Böhme / ho pietà del tuo stato / ma sono i caduti / che stringo al seno”. In generale, forte appare l’incidenza della gnome nella poesia di Anna Santoliquido, che non di rado, nei Versi a Teocrito (anche in quel sentire “Saffo al fianco / e stuoli di serafini sulla testa”) come in è per questo che erro, colora i suoi versi di suggestivo profetismo. Non a caso, Amendola sottolinea felicemente in Incontri il ricorrere dell’immaginario della Sibilla e degli apollinei responsi sulle foglie, dispersi dal vento. “è l’angelo a portarmi le parole / le lascia nei vasi rotti / il vento le disperde / ed è per questo che erro”. Nell’immagine di questa inchiesta di senso, che coglie la verità nelle pietre di scarto in una costante tensione metafisica, è racchiuso il senso di una parabola artistica che affascina e smuove le corde dell’emozione, per effetto di una parola che sa coniugare levitas, grazia e suadente ironia con scultoreo e icastico vigore.

I fuochi di Sant’Elmo


Recensione a C. Caredda, I fuochi di Sant’Elmo, Scatole parlanti, Viterbo 2019, Euro 13.

Un fascino difficilmente definibile caratterizza l’esordio narrativo di Claudia Caredda, I fuochi di Sant’Elmo, edito da Scatole parlanti, del Gruppo editoriale Utterson.

Il viaggio che il protagonista intraprende – e che nel corso del romanzo sembra configurarsi come fuga dall’orrore figlio di un’infelicità ricamata quotidianamente – è un movimento non solo fisico, ma una vera e propria peregrinatio animae. Non a caso l’approdo concettualmente più alto è rappresentato da Ilusión, luogo in cui realtà e fictio, desiderio e dolore si fondono e confondono.

Caredda costruisce l’itinerario di Emanuele muovendo da una Perugia richiamata attraverso la dimensione memoriale e tutta compressa tra le mura etrusche (ma attraversata dall’eco del Sessantotto), e conducendolo dall’Inghilterra alla mitizzata Isola di Wight, dagli United States al Messico, da Cuba alla Corsica. Un percorso in cui il giovane è indotto a reinventarsi, a intraprendere nuovi lavori (persino quello di cuoco su una nave, inaugurato con la preparazione di una lasagna immangiabile), a rapportarsi a nuove dimensioni – la scoperta della lettura, grazie al libraio Julián, amante delle parabole – e a nuove figure femminili. Personaggi che sembrano recare marchiate nel proprio spirito le stesse dolenti stimmate della madre di Emanuele: l’insoddisfatta Nathalie, la prima in cui s’imbatterà; la cinefila Madeline, impastoiata nell’inautenticità di un esistere da spettatrice ora annoiata ora nevrotica; Eloise, preda di una poetica follia che le impone – e impone a chi la ama – limiti che solo un atto di violenza potrà sormontare. Su tutte emerge Jana, incontrata a Cuba; in lei Emanuele ravviserà la sublimazione dei tratti gioiosi – offuscati dal tempo e della vita – della stessa madre, che al giovane appariva tanto simile ad Anna Magnani. A caratterizzare Jana una levitas che ne fa una creatura aerea, ‘lotofaga’ un po’ per scelta, un po’ perché quello dell’oblio è il suo destino. Sicuramente – almeno a nostro avviso – l’incontro con questo personaggio femminile e l’imprevedibile epilogo della sua storyline rappresentano il momento di maggiore intensità del romanzo stesso.

Il viaggio di Emanuele è dominato dall’elemento ‘marino’; oserei, anzi, dire che il mare è protagonista assoluto dei Fuochi di Sant’Elmo. Esso può essere il cruccioso terreno dello sconvolgimento – sia tempesta o mareggiata –, a cospetto del quale l’uomo ama favoleggiare (si pensi al significato del titolo stesso), anche nelle più terribili avversità, l’idea di una presenza provvidenziale che ti salva. Di un senso più profondo che possa riscattare il mistero del dolore. Più frequentemente il mare è una finestra spalancata sull’infinito, infinito sul quale lasciare che i ricordi – gioiosi, amari o addirittura laceranti – si ricompongano perché l’uomo potrà meglio andare incontro alla Vita solo riappacificandosi con il proprio passato. Fare i conti con sé stessi può equivalere a scoprire ciò che neppure minimamente si sarebbe immaginato: è così che Emanuele si rivela sempre più simile al padre odiato e mai compreso, ma telepaticamente rivissuto. In fondo il suo anelare al mare, proprio come il baudelairiano uomo libero, è estremamente vicino a quello che, forse, è stato l’ultimo “sogno del prigioniero” del genitore. Perché ognuno ha percezione diversa delle proprie e altrui prigioni e spesso i tentativi di evasione possono risolversi in atti tragicamente distruttivi, nell’annientamento di sé o dell’altro.

Efficaci la memoria calviniana che percorre il romanzo (la stessa tappa cubana appare un omaggio all’autore delle Città invisibili), gli innesti in lingua spagnola e l’opzione per una sezione intitolata “Epistolario”, una sorta di pre-appendice funzionale alla comprensione di alcuni eventi e all’esito finale dell’intreccio. Un romanzo molto ben condotto, un crescendo di emozioni e intensità, sino all’epilogo surreale e commovente. Lo spazio bianco della pagina diviene il prato in cui aspirazioni, paure ed esperienze del giovane protagonista si incontrano con quelle di una ridda d’anime inquiete e del lettore stesso, che del sentire di quell’umanità varia e dolente si percepisce partecipe.

La figlia di Shakespeare


Recensione a P. Musa, La figlia di Shakespeare, Arkadia, Cagliari 2020, Euro 14.

Un bel ritratto d’artista la nuova fatica della scrittrice Paola Musa, La figlia di Shakespeare.

Una soggettiva incalzante, che segue la parabola discendente dell’attore Alfredo Destré, tornato alla ribalta, dopo un periodo di anonimato e l’esperienza di una mortificante serie televisiva, come Direttore artistico del teatro Global. La narrazione si apre sulla conclusione della stagione teatrale, da Destré consacrata, in virtù di una sua antica e pervasiva passione, alla rappresentazione straniante di opere shakespeariane riproposte “con sguardo rinnovato” e l’apertura a contaminazione con i feticci della società contemporanea. L’operazione appare riuscita e Destré è consapevole di apprestarsi a ricevere il prestigioso premio Shakespeare in the world.

Eppure sin dalle prime battute alcune ombre si stagliano sul suo trionfo imminente: il rapporto – connotato da una certa freddezza – con la figlia Clara e l’incontro, che dà avvio, di fatto, alla svolta con l’‘amico’ attore Enrico Parodi, che con lui ha condiviso le stagioni dell’illusione giovanile, ma è tristemente avviato sul viale del tramonto. Le allusioni di Enrico riaccenderanno i fantasmi di un passato torbido, fantasmi che torneranno a ghermire la psiche di Alfredo, trascinandolo sull’orlo dell’abisso sino al colpo di scena finale.

La figlia di Shakespeare è un’opera che avvince e vive della valida caratterizzazione del protagonista, ritratto a tutto tondo, nelle sue miserie morali come negli slanci che lo connotano. Emergono al fondo la storia di un’ambizione, il desiderio di emergere in un ambiente deprivato, il narcisismo con cui Alfredo si è accostato al medium del teatro. In tal direzione, si legga il suo rapporto con don Piero: Destré è disgustato dalle represse tendenze omosessuali del suo mentore, ma al contempo le stimola, allo scopo di manipolare l’altro servendosi delle sue debolezze. Emblematico anche il suo approfittare in gioventù di Maria-Ofelia, invasato da un furore egotico che lo aveva portato a recitare enfaticamente versi shakespeariani nel momento stesso in cui esercitava una violenza, forte di una superiorità intellettuale ma non etica. Eppure non mancherà in lui una resipiscenza; si pensi a quando, nel cap. XII, Musa indugia sui suoi moti interiori: “E l’assalì d’improvviso e a tradimento l’atroce dubbio che tutto quello sforzo per diventare qualcuno, tutta quell’enfasi nell’interpretare Riccardo Terzo, oppure Otello, ma anche nell’incarnare l’ovvietà mediocre del medico televisivo dalle certezze rassicuranti, altro non era che un disperato tentativo di celare a se stesso un uomo vuoto, senza volto e accenti”.

E quel vuoto sembra avvolgere e impregnare di sé il patinato mondo del teatro, nobile arte dietro la quale si celano infinite meschinità, un girotondo di anime perse o incarognite che Paola Musa dipinge senza risparmiarne le turpitudini, talora anche ricorrendo a un lessico crudo, nel contesto di uno stile sorvegliato. Un mondo soggetto alla mercificazione dell’arte: quel Valore rappresentato da Shakespeare, che Bloom poneva al vertice del canone occidentale, per continuare a parlare è costretto a contaminarsi, a scendere a patti con il delirio di una contemporaneità che a quella nobiltà ha abdicato. Non è nemmeno un caso il fatto che nel finale Destré sia riconosciuto nel parco da ragazzini che lo ricordano per il ruolo del medico nella commercialissima serie televisiva e che tra l’altro gli preferiscono l’attore che l’ha sostituito, ‘prodotto’ dalla dozzinale fucina di un reality show. E così sembra che a vincere sia Enrico, che ha preferito percorrere sino in fondo, senza ripensamenti, il viale del tramonto, restando “un attore di teatro puro”, incontaminato, solitario, con l’unica compagnia del cane Puck e di ricordi agrodolci. Quello che appariva l’antagonista virtualmente trionfa, ma in fondo il lettore coglie che il grande nemico di Alfredo non fosse la “figlia di Shakespeare” (o le figlie?) o l’antico collega guastafeste, ma il proprio lato oscuro lasciato a sonnecchiare e pronto a tornare rovinosamente alla ribalta per un inveterato e parossistico amor sui.