H20


Recensione a M.A. D’Agostino, H20, Edizioni del Loggione, Modena 2021, Euro 12.

Il dolore lacerante della perdita, l’incantamento al cospetto della natura, il senso della fragilità delle umane vite e, per controcanto, la forza indissolubile di certi legami costituiscono alcuni degli snodi tematici del romanzo H20 di Maria Antonella D’Agostino.

L’opera si inserisce nella categoria del romance e ricostruisce, sul filo della rammemorazione, la vicenda amorosa di Clara, protagonista e io narrante, e del marito Alberto, prematuramente scomparso, prima che la coppia potesse concepire dei figli. A fungere da espediente narrativo, l’incontro di Clara con l’amica Elena per svuotare gli armadi del defunto e far dono dei suoi abiti per i poveri della parrocchia. È in quell’occasione che il dolore rompe gli argini e la protagonista, incalzata dall’amica, interlocutrice emotivamente partecipe, ricostruisce la sua storia.

Una storia sulla cui scena campeggiano tre donne, accomunate dalla similarità fonica o semantica dei nomi: la già citata Clara e sua nonna, Chiara, versioni diverse di uno stesso alludere alla claritas, e, dall’altro, per metatesi, Carla, la badante dell’anziana, mai conosciuta, proprietaria del medaglione che metonimicamente appare in copertina, a evidenziarne l’importanza nella narrazione.

In H20, infatti, all’elegia della riappropriazione attraverso la ricordanza della figura maschile ormai fisicamente assente, si unisce l’inchiesta – di cui Clara conosce già l’esito, ma alla quale tanto Elena quanto il lettore si appassionano – per ricostruire la storia del misterioso medaglione e dell’uomo che amò Carla, altro personaggio sconosciuto e che pure aleggia costantemente nel narrato.

Le vicende hanno come scenario dominante il paesaggio impervio e al contempo bellissimo della Basilicata, dal paesino di provincia in cui viveva la nonna Chiara e Clara, erede della sua abitazione, si era trasferita, sino ai centri vicini. Il vagabondare di Clara e Alberto durante il fidanzamento conduce a Matera, ma i pensieri della protagonista rievocano il castello di Favale, oggi Valsinni, in cui si consumò la tragedia dell’affaire Morra, con l’assassinio della poetessa Isabella, del suo pedagogo e, successivamente, del gentiluomo spagnolo Diego Sandoval de Castro. L’intimo legame del personaggio maschile con la Basilicata è rappresentato dal suo metaforico identificarsi con il falco, in un’ansia di volo consapevole del concetto espresso da De Crescenzo, e declinato in maniera sublime da don Tonino Bello, che gli uomini siano “angeli con un’ala sola” e che possano volare solo restando abbracciati.

Alberto vive un’intensa connessione non soltanto con la sua terra d’origine, ma anche con l’elemento marino. Non è casuale che, per esplicare la natura del vincolo che lo unisce a Clara, egli ricorra all’analogia con la composizione di una molecola d’acqua: due atomi d’idrogeno, in cui l’amore rappresenta l’ossigeno che lega. Egli vive una sorta di simbiosi col mare. Le sue apparizioni ‘terricole’ sono connotate da tratti ai limiti della rusticitas; a contatto con l’acqua egli pare trasfigurarsi. Lo stesso momento in cui sfiora la morte per un incidente stradale sembra configurarsi, nei suoi pensieri, come un ideale ritorno al liquido amniotico. Si tratta di uno dei passaggi più suggestivi dell’opera: “Per chissà quale incomprensibile fenomeno, Alberto riusciva a vedere il suo corpo che si lasciava andare verso il fondo del mare. Non ci volle molto a convincersi che fosse ormai giunta la sua ora. Sarà forse stato per quell’azzurra tranquillità che lo avvolgeva, fatto sta che si sentiva inspiegabilmente sereno e rassegnato alla sua sorte”. Sembra quasi di assistere a una declinazione al maschile di quell’ofelismo di cui avevamo segnalato l’incidenza nella raccolta poetica Figlia di Tetide e a cui D’Agostino ha dedicato i suggestivi versi di una sua poesia, Marenero: “Prestami, / dolce Ofelia, / le tue vesti di seta”. Perché la tensione verso il mare è una delle costanti della produzione dell’autrice; penso anche alla recente Serenata per il mare, vincitrice di una delle sezioni dell’evento poetico mensile di gennaio organizzato dalla “Casa del Menestrello”, testo, in cui nell’avanzata del gelo, la poetessa avverte il richiamo di tale elemento, foriero di calore nel cuore.

Con uno stile curato, connotato da tratti di lirismo e, in altri momenti, dalla riproduzione del parlato colloquiale, D’Agostino intreccia un canto in punta di penna, in cui un evento prefigura l’altro e, quando si chiude il cerchio e il mistero di Carla è svelato, il lettore si rende conto di aver conosciuto sin dal principio la risposta a quell’interrogativo, perché in fondo l’esistenza umana non è che un curioso e insondabile contrappuntarsi di destini.

Pietre sparse


Recensione a C. Fracasso, Pietre sparse, Augh!, Viterbo 2021, Euro 15.

Il romanzo di Chiara Fracasso, originaria di Tricase, è un libro che ti conquista gradualmente grazie alla delicatezza con cui l’autrice costruisce una storia non priva di eventi, ma prevalentemente condotta lungo il versante di un attento scandaglio interiore.

Alla base del plot c’è l’eterna vicenda tipica del romance, quella di un amore ostacolato dalle differenze sociali che connotano i due protagonisti. Giuliana, di padre medico e madre dedita all’avvocatura, è nipote del proprietario della masseria per cui lavora Angela, mamma di Nicola, il protagonista maschile. I due appaiono diversissimi: poco amante dello studio lui, dedita alla conoscenza e appassionata narratrice di storie lei; estroverso e intimamente fragile lui, contemplativa lei, ma dotata di una forza interiore che le consente di superare le avversità di un male subdolo e invalidante. Un momento di crisi nella vita di Nicola è all’origine della relazione: rifugiatosi in una pajara per sfuggire alle percosse del padre violento, il quattordicenne si ammala e necessiterà delle cure del padre di Giuliana. Così lei lo assisterà in silenzio e – quasi il ragazzino fosse un novello Endimione – lo bacerà timidamente nel sonno. Si costruirà così gradatamente un legame fondato su una sorta di ‘relazione di cura’. L’adolescente cercherà di lenire le ferite dell’anima del compagno consentendogli di volare con la fantasia verso dimensioni inesplorate e Nicola si periterà di alleviare i dolori legati alla malformazione della mano destra di lei, massaggiandole il braccio con dell’occhio caldo. Colpisce l’insistenza quasi ossessiva dell’autrice su questo dettaglio del rapporto tra i due giovinetti, che poi si perpetuerà nel tempo. Il massaggio, reale o figurato che sia, configurandosi quale sorta di carezza, diviene emblema dell’attenzione all’altro, del farsene amorevolmente carico, una forma di ‘caritas’ riconducibile all’etimologia del termine, il considerare qualcuno ‘carum’.

Nel rappresentare il tempo dell’amore di Giuliana e Nicola, Fracasso attinge a piene mani a quelle tipologie di ostacoli che – la narratologia ce l’insegna – determinano le peripezie del romance. La logica del branco, che impedisce a Nicola di intervenire a difesa della ragazza presa di mira da una banda di bulli; la timidezza dell’innamorato, elemento da sempre connesso alla fenomenologia amorosa; il proliferare di equivoci… Questi ultimi abbondano, complice la presenza di involontari antagonisti, del tutto in buona fede come la brava Angela, o di aiutanti dei protagonisti che inizialmente non appaiono tali. Il riferimento è a Francesco Marzo, figura molto ben curata dall’autrice e fondata sul principio della dissimulazione; a tal proposito, dobbiamo riconoscere a Fracasso l’abilità nel disseminare indizi in merito alla reale natura del personaggio. Segnali che il lettore più smaliziato riesce agevolmente a cogliere, entrando in un orizzonte d’attesa poi confermato dai successivi sviluppi.

L’autrice ama ricorrere frequentemente a processi di simbolizzazione. La città, Bologna per Giuliana, diviene, in connessione con il motivo del viaggio, luogo dell’iniziazione alla vita adulta, realtà cui soltanto chi è dotato di una struttura psicologica solida potrà adattarsi. Il mare è presenza costante, testimone silenzioso dell’idillio tra Nicola e la ragazza, ma anche simbolo cruccioso, dall’abbraccio venefico per la lunare Gabriella, che ad esso, in una fugace ma significativa declinazione del bachelardiano complesso di Ofelia, affiderà il proprio desiderio di autodissoluzione. Per non parlare del prato delle noci, a nostro avviso proiezione dell’io stesso di Nicola, dello scongiurato rischio di inaridimento e della successiva rinascita alla vita.

Tutto questo sullo sfondo della Puglia tra gli anni Ottanta e Novanta, regione rappresentata nella sua bellezza, ma anche nella sua wilderness, con riferimenti alla montante criminalità (la figura di Massimo Caracciolo), allo sfruttamento della manodopera femminile in fabbrica (la menomazione di Lucia Riso), ai pregiudizi legati a un facile machismo duro da scardinare e alla difficile accettazione della diversità, di qualunque genere essa sia. La forza della ‘fragile’ protagonista Giuliana sembra un monito a guardarci dal facile indulgere alla legge della ‘selezione naturale’, in questi tempi pandemici di nuovo in auge (si pensi a quanta gente ritiene che la morte di individui con patologie pregresse sia qualcosa di accettabile, come se non fosse dovere di una comunità preservare le creature in difficoltà). Con una narrazione dallo stile fluido e accattivante, Fracasso tesse un inno alla speranza, a quella volontà visionaria che costruisce laddove gli altri distruggono. Perché la felicità non è di certo eterna, ma il suo discreto visitarci a volte accade.

Fra le crepe dell’anima


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Recensione ad A. Aniello, Fra le crepe dell’anima, Les Flâneurs edizioni, Bari 2017, Euro 10,00.
Il romanzo di Angela Aniello si configura come un’esplorazione delle zone d’ombra di giovani uomini e donne. L’abusata formula di insinuarsi tra “le pieghe dell’anima” è tradotta in un viaggio tra le “crepe” della psiche di un’umanità ferita irrimediabilmente e per questo fragile, proprio come le farfalle che costituiscono l’immagine feticcio dell’opera.
Attraverso l’adozione di un narratore esterno con focalizzazione interna variabile, l’autrice introduce nella strutturazione del romanzo una nota di evidente relativismo prospettico.
Basti pensare all’abile operazione in virtù della quale il primo capitolo adotta il punto di vista del personaggio maschile principale, Federico, divorato dalle sue ossessioni al punto di giungere, al termine dell’amplesso, all’omicidio di una giovane, Valery, incontrata durante una serata trascorsa in un locale. Subito dopo, però il narratore si sofferma a considerare la prospettiva di Alice, la migliore amica della ragazza, ed ecco così che una luce nuova si proietta su quella figura che, nel primo capitolo, sembrava solo assetata di sensazioni inimitabili. Emerge l’idea che quel vitalismo possa celare un’ansia di vita, ch’è tensione a stornare lo spettro del nulla incombente (e di fatto trionfante). Così tutta l’opera ci fa assistere a continue deformazioni e straniamenti.
L’esempio più significativo è rappresentato dalla protagonista femminile Marlene. Per Federico è la donna seducente e perversa che l’ha rifiutato, proprio come, nell’immaginario del giovane, aveva fatto sua madre, poco presente; anche agli occhi del marito Clèment e del suo braccio destro Laurent la violinista appare vicina al prototipo della femme fatale, alla dama dannunziana che soffoca l’ego del maschio. Alla Nemica per eccellenza, insomma. Basta però che l’Aniello focalizzi l’attenzione sui pensieri dell’artista, perché ella riveli una personalità ben differente da quella che i personaggi maschili a lei connessi avevano percepito. Prova più lampante potrebbe essere considerata la convinzione di Clèment che la moglie non volesse affrontare una gravidanza per vacui timori di carattere estetico, riconducibili alla paura di sformare un fisico perfetto. Il fatto che si tratti di un ottuso fraintendimento sarà però rivelato nel momento in cui la donna, che ha appena conosciuto Auguste, cui si sente legata da un’intensa affinità spirituale, arriva a contemplare l’ipotesi di concepire un figlio da lui. Con il marito ciò non era accaduto in quanto lo considerava inaffidabile, abituato com’era a colmarla di regali costosi e, al contempo, a esserle infedele senza tanti scrupoli. Ciò non significa che la controversa figura di Marlene sia cristallina (lo stesso matrimonio con Clèment, non privo di una contropartita in termini carrieristici, ne è una prova), ma probabilmente è meno cinica e spietata di quanto i suoi amanti facciano apparire.
L’opera dell’Aniello può considerarsi a nostro avviso neodecadente. In uno scenario mondano e raffinatissimo, tra Parigi e Sanremo, assistiamo a vite classificabili tra media e alta borghesia, con poche eccezioni. Si percepisce l’estrema crisi valoriale di questo ceto. Alla raffinatezza neoestetizzante delle cose di cui si circondano figure come Clèment e Marlene fa da corollario un senso di estenuazione, di languore, un desiderio di dissoluzione accompagnato anche a una sorta di dolendi voluptas. Unica redenzione, parziale, di questo mondo vitalistico e depresso sembra essere rappresentata dal ritorno alla Natura (il mare che domina i versi dell’Intermezzo e che diventa rifugio di Federico, in un inconscio desiderio di ritorno all’amnio) e dalla dedizione all’Arte. Non a caso, elemento chiave nella narrazione appare il violino di Marlene, cui è consacrata la bella copertina (raffinato il progetto grafico di Mariano Argentieri). A quello strumento la donna affida in modo struggente il proprio bisogno di “purezza estatica”; a quell’Arte che sola, forse, può salvare, in un mondo dominato dall’incomunicabilità e dagli errori di prospettiva. Mondo che Aniello contempla senza compiacimento nell’indulgere all’esplorazione degli abissi della psiche umana e, anzi, con profonda compartecipazione all’eterno mistero del dolore e del male di vivere.

 

Quei giorni a Bucarest


Quei giorni a Bucarest

Recensione a Stefan B. Rusu, Quei giorni a Bucarest, Roma, Syncro/Europa (Playground), 2018.
Una Bucarest malinconica e allo stesso tempo vivida è il suggestivo scenario del romance di Stefan B. Rusu, Quei giorni a Bucarest. L’opera è stata pubblicata nel 2018 da Syncro/Europa, nuovo marchio, “erede e sviluppo della collana High School della casa editrice Playground”, parte del gruppo editoriale Fandango. Peculiarità di Syncro/Europa l’attenzione a romanzi che narrino le storie “di giovani adulti alle prese con i temi dell’amore gay”.
Qualche cenno alla trama. Nel 1992 la cittadina romena aveva già vissuto la rivoluzione che aveva condotto all’esecuzione di Nicolae Ceaușescu e alla fine della dittatura, ma il traguardo di una piena emancipazione economica e libertaria era ancora lontano.
Protagonista della vicenda è lo studente Nicu Sterescu, collaboratore della rivista Jurnal Universitar; inviato dalla testata a seguire le prove dell’adattamento teatrale, da parte di alcuni studenti del liceo “Ion Neculce”, di Dichiarazione d’amore, film cult degli anni Ottanta, incontra il bellissimo diciassettenne Gabriel e ne resta folgorato.
Il romanzo segue le vicende dell’amore tra i due giovani, complicate dalla presenza dell’italiano Vittorio, che ha iniziato Nicu all’omosessualità, e dai pregiudizi che indurranno il padre di Gabriel, accademico, e il fratello David, militare, a ostacolare in ogni modo la relazione con l’“invertito”.
Quei giorni a Bucarest è un romanzo interessante e non convenzionale. Valida è la costruzione dei personaggi, a cominciare da Nicu, sincero, onesto, capace di un amore autentico, a tratti anche colto da rimorsi per quel suo modo di amare disprezzato dalla società. Ben delineato anche Gabriel, con la sua passione per la rappresentazione della vita attraverso il medium fotografico e l’umore borderline, ai limiti della psicosi.
Convincente l’ambientazione, con l’aura di grazia fanée che connota la capitale e che emerge per esempio nella descrizione del quartiere Lipscani, “una piccola isola di bellezza nella città del cattivo gusto voluta dal dittatore”. Bellezza e degrado, talora bellezza che affiora nel degrado stesso, si fondono e confondono e costituiscono una delle ragioni di maggior fascino del romanzo. Opera che sotto il profilo stilistico riesce bene a rendere la contaminazione di altezza del sentire e materialità istintuale che connota l’esistenza umana. Lo stile infatti registra momenti lirici nelle descrizioni di Gabriel o del suo furtivo bere le ore d’amore di Cristian e Cornelia e attimi di voluta precipitazione a fini realistici (la scena del lenzuolo macchiato che diviene telone per la proiezione). Nel complesso un lavoro notevole e in più momenti emozionante, che riflette sulle imperscrutabili alchimie e declinazioni dell’amore.