Haiku alfabetici


Recensione a M. Bettarini, Haiku alfabetici, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 12.

Rappresentano una silloge originale questi Haiku alfabetici di Mariella Bettarini, vettori di una meditazione che muove dal linguaggio per approdare all’esistenziale con levità e ironia.

L’opera si compone di ventisei haiku, uno per ogni lettera dell’alfabeto latino. Ciascuno di essi è pentapartito e conforme allo schema sillabico 5/7/5. Spesso si ha l’impressione quasi di una struttura che ammicca alle coblas capfinidas, come se ogni componimento fosse parte integrante di un unico poemetto, per comprendere il quale bisogna immettersi nel Zirkel im Verstehen, in un percorso che dal centro illumina il cerchio e viceversa.

Non sfugge, tra l’altro, il legame tra l’apostrofe alle rondini di Pasolini in esergo e il primo haiku, dall’inconsueto attacco “Da voi riprendo / dolcissimi animali / da voi riprendo”, quasi che tale inizio non fosse altro che la ripresa di un dialogo caro alla scrittrice, ma anche figlio di una tradizione secolare. Sin dal componimento incipitario, l’opera è impreziosita dai disegni di Graziano Dei (segnaliamo anche la bella fotografia in copertina di Roberto Maggiani e l’accurata postfazione di Annamaria Vanalesti).

Già Animali è indicativo della struttura della raccolta, in cui il gioco paronomastico continuo attiva la riflessione. Il fatto che tali creature siano definite i “compagni / di una vita silente” consente di ricondursi al concetto della “lentezza”; l’autrice, sottolineando la nostra estraneità al mondo interiore di questi esseri, evidenzia anche il binomio tra il nostro percepirci “saputi”, mentre tanto ignoriamo, e il nostro essere in realtà – notare il legame fonico accentuato da sibilante e labiale, ma anche da alcune vocali – “superbi”. Suoni e parole si rincorrono e, negli accostamenti dell’io lirico, fungono da stimolo a una decostruzione del linguaggio nella sua natura di deposito di strutture di pensiero e, non di rado, del pregiudizio.

Ne nascono testi che insistono sulla contraddittorietà insita nel nostro stesso esserci, come nel paradosso del “bene”: far del bene al ‘male’ (o diremmo a chi agisce in tal direzione) potrebbe portare alla vittoria delle forze negative. “Eppure eppure / vittoria o non vittoria / io sto col bene”. L’io lirico stabilisce così con forza il proprio legame con la luce. Non è casuale che di quest’ultima ella scriva: “vivacemente vivi / di vita fonte” (inutile dire come si avverta l’eco della mellificata preghiera alla Vergine di Dante); non è ozioso il fatto che Bettarini definisca le “parole-sole”. È chiaro come, fosse anche a livello inconscio, nell’immaginario metaforizzante non rientri soltanto il concetto subito ribadito da “non soltanto parole”, ma ci sia, a nostro avviso, un’evocazione della stella madre, nel segno della quale si chiude l’opera stessa: “Zenith – sì – zenith? / perché è amico del Sole –  / del Sole amico”.

Con leggerezza e la grazia di un’apparente naïveté emergono temi anche filosoficamente complessi. Penso per esempio a Sorte, in cui si finisce con l’abbracciare l’ipotesi che l’uomo scelga la propria stessa sorte, in una libera adesione alla Necessità; ci torna in mente a tal proposito la lettura bellissima del King Lear che Freud avanzava nel saggio sul Motivo della scelta degli scrigni, in cui l’opzione, differita ma inevitabile, di Cordelia diveniva simbolo dell’accettazione del ritorno naturale alla madre-terra. L’inventività linguistica si dispiega anche nel solco dell’accostamento di lingue straniere, felicissimo in Habitat, in cui la connessione tra il vocabolo eponimo e l’humus riconduce al concetto di humanitas e alla meditazione sui migranti. Se essi hanno perduto il loro habitat, forse all’umanità intera, tutta arroccata pro domo sua, fa difetto quell’humus che si traduce in confidente apertura all’altro e in atto di accoglienza. Il concetto è poi ben ribadito in Xenophilia, non a caso contrapposta alla montante xenofobia, mai nominata ma evocata e contrario. Concordiamo pienamente con Vanalesti quando scrive che questo libro è una “cura contro l’odio”, proposta da una “donna che da sempre è vestale della poesia”.

Potremmo citare ancora molti haiku, come quello dedicato al Tempo, che – tra chiasmi assonanzati (“Misterioso maniero / avvento ombroso”) e poliptoti – ben echeggia la fuga di questo e, con lui, della vita stessa.

Insomma, un’opera da leggere e rileggere per coglierne le sfumature e le molteplici prospettive e per lasciarsi pervadere dall’aura di una parola che non vuole assurgere a decretare l’insignificanza del reale, ma semmai persuaderci a dire di sì alla vita. A non far guerra alla Natura, “vitale sempre”. A riscoprire il nostro sentirci ed essere umani.

Angoli interni



Recensione a R. Maggiani, Angoli interni, con prefazione di Roberto Deidier, Passigli, Firenze 2018, Euro 16.50

Ci colpisce per la qualità stilistica e la profondità della riflessione la bella raccolta di Roberto Maggiani dal titolo Angoli interni, preceduta da un’acuta ed efficace introduzione di Roberto Deidier.

L’opera si annoda intorno a dodici sezioni che, come in una partitura sinfonica, sono percorse da Leitmotive in continuo affioramento a rinsaldare la vicenda cosmica e l’evoluzione del genere umano al destino dell’io lirico e delle figure a lui care.

Fitta è la meditazione sulle radici e sulla storia del genere umano, in continua sospensione tra il rischio di cedere al materialismo cui l’orgoglio della ragione può condurre e il desiderio di coltivare un innato bisogno di assoluto, di nobilitare l’esistere dell’uomo, sottraendolo a quel ritmo di aggregazione e disgregazione cui ci si domanda se debba soggiacere anche la parte più spirituale di ciascuno di noi.

La cultura scientifica dell’autore, laureato in fisica e con all’attivo un master di secondo livello in Scienza e Tecnologia Spaziale, fa sì che il linguaggio statutariamente univoco della scienza coesista con quello polisenso della poesia e sia esso stesso contagiato da una sorta di tensione alla plurivocità. È il caso degli stromatoliti o dell’entanglement quantistico, di cui la nota al testo dell’autore chiarisce, definendolo, le implicazioni simboliche: “due o più particelle generate da uno stesso processo o che si siano trovate in interazione reciproca per un certo periodo” “rimangono in qualche modo legate indissolubilmente (entangled), nel senso che quello che accade a una di esse si ripercuote immediatamente anche sull’altra, indipendentemente dalla distanza che le separa”.

È una poesia universale quella di Maggiani, che ha l’afflato della migliore cosmicità, perché è un’incessante inchiesta di senso, nella migliore tradizione dei montaliani “uomini che si voltano”, in perenne ricerca di quel ‘varco’ che immetta nel bel mezzo di una qualche verità. “Sarebbe bello evitare / l’inesistenza della morte – / o se (almeno) prima di scomparire / qualcuno potesse suggerirci  – / per un attimo tra i pensieri – / la verità sul mondo”. Una poesia che assume talora un’allure di perplessa riflessione, quasi a sorreggere il continuo movimento del pensiero che si autocorregge, per poi magari chiudere con un’arguzia da fulmen in clausula.

Una lirica in cui spesso realtà e metafora si intrecciano al punto che quasi più non ti riesce di districarle, come nel Fazzoletto, in cui l’elemento eponimo e il mare in reciproca metaforizzazione non sembrano più distinguibili. La labilità di tale confine emerge anche in un altro bel testo, quel La carrucola di chiara ascendenza montaliana, dalla chiusa suggestiva e concettosa al contempo.

Gli angoli interni sono anche un elogio della diversità, ispirato da una costante volontà di scardinare stereotipi e assurdi pregiudizi, quale quello – scientificamente infondato – della razza. Ecco che nasce quel canto limpido ch’è L’antico tamburo, che ci pone dinanzi alle origini dell’Homo sapiens: “Guardati dentro e troverai Africa: / il Paradiso perduto della specie Sapiens”. E poi ancora “Ascolta. Lo senti? / È l’antico tamburo – ti invita a convivere e a danzare / intorno al fuoco del nostro futuro”. Ci convincono fortemente anche i testi in cui l’eros omoerotico si impone all’attenzione. Esso si presenta ora quale irrepugnabile necessità ora come garbuglio, contemplato con ironia dal poeta nell’atto di pennellare la legge d’asincronia dell’attrazione ipostatizzata nella “somma sbagliata / degli angoli interni” che dà il titolo all’opera. Molto bello ci appare anche il testo che s’apre con “Non ci conosciamo / ma nello spogliatoio / mostri senza timore / la tua nudità – / io la mia”: esso ci pare segnalarsi per la grande schiettezza di rappresentazione e la limpida fattura del dettato, quasi fosse un’efflorescenza di lirica greca. Non a caso perfino l’epigramma fa la sua comparsa nella sezione degli Angoli interni, alla quale in esergo l’autore pone la seguente riflessione: “Quanta più bellezza potrebbe esserci nella nostra vita se solo non fossimo imbarazzati dalla diversità”.

Un’opera dunque che si sviluppa secondo molteplici direttrici: muove dalla storia del genere umano e della ricerca del mistero alla sua radice, irrimediabilmente inconoscibile, per poi volgere al peculiare mondo interiore del singolo con le sue moderne familiares, sino a ritornare, nel finale, alla riflessione metafisica. Inutile dire che la fede in Dio più che un saldo possesso appare una sorta di paradise lost. Il poeta si avvicina “alla Croce / non da cristiano ma da uomo”. Eppure le voci dal profondo non cessano di urlare il bisogno di un riscatto della sofferenza, di una restituzione della speranza nell’atto di raccogliere “tutto il Cosmo in un solo verso”. Questo tradurne la disarmonia in armonia, attraverso l’amorevole cura dei frammenti che ci circondano, potrà – chissà – consentire all’uomo dal perenne Streben di poter, fosse pure per un istante solo, percepire la presenza di quell’invisibile cui anela.

Il Cantico dei Cantici


Recensione a S. Ciric, Cantico dei cantici, a cura di S. Guida, La Città del Sole, 2021, Euro 12.

È un testo raffinato e intenso la riscrittura del Cantico dei cantici elaborata dalla scrittrice Slobodanka Ciric e corredata da numerosi testi esplicativi, di Pasquale Giustiniani, Deborah Di Bernardo e Daniela Marra, oltre che illustrata dalle tavole figurative di Mila Maraniello.

Come ben chiarisce l’autrice nelle Note esplicative, il personaggio autobiografico di Liberata (che poi è la traduzione in italiano del suo nome), “attraverso il suo cercare l’Amore, vuole raccontare la Storia dell’umanità, confusa e smarrita nella spasmodica ricerca di un Dio da seguire e amare incondizionatamente”. Se anche Dio non è mai nominato, vi sono chiari riferimenti a lui nel “corteo nuziale” del Quarto poema, che riprende quello del re Salomone, ma anche in altri elementi. Nel Primo poema, infatti si parla di “padre della creazione e figlio generato”, della sua possibilità di ‘screare’ così come ha creato e ancora del fatto che “la sua sinistra sa ciò che fa la sua destra”, chiaro ribaltamento di Matteo 6, 3.

Ciric segue in maniera piuttosto precisa l’allure del cantico, optando però per una suddivisione in dieci poemi a cui vanno aggiunte le appendici (bipartite come nell’originale). La riscrittura reinterpreta in un intreccio di storia personale e collettiva al contempo il complesso, enigmatico e meraviglioso testo biblico, che raggiungeva l’apice nell’“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata”, e nel finale lacerante: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore”.

L’autrice sa bene che quel testo prendeva il nome di “Cantico dei cantici” a voler evidenziarne l’assoluta sublimità perché al mondo non v’è forza più nobilitante e rigenerante dell’Amore, anche quando esso procura sofferenza. Non è un caso che la Ciric riprenda fedelmente i due momenti della quête compiuti dalla donna in cerca del suo diletto, che vedono nel primo caso la collaborazione delle ronde e nel secondo, onirico (forse evangelicamente riecheggiato nella parabola delle vergini stolte), il dileggio e l’umiliazione, da parte della comunità, di Liberata che ha tardato ad aprire allo sposo. I riferimenti alla malignità della gente e al suo invidere, presenti nel Cantico probabilmente nella metafora delle volpi e senza dubbio nell’enigmatico 8,1, riecheggiano anche nella riscrittura di Ciric, con la sostituzione dei cani alle volpi e accenti analoghi al passo citato: “Vorrei che tutti fossimo fratelli / allattati al seno della stessa nutrice! / Potrei venirti incontro e baciarti davanti alla porta, / senza che nessuno ci biasimi per i baci audaci”. Ma bello anche il riferimento ai “vecchi che mormorano, / spiando tra le fronde di leccio e lentisco”, che mi ha fatto ripensare ai senes severiores di Catullo.

Nell’opera, diversamente dalla figura dell’amato, aerea e inafferrabile sebbene descritta (spesso con metafore militari) secondo il canone delle bellezze (Ciric rispetta l’elencazione del Cantico, ma ovviamente reinventa il biblico plazer e lo stesso fa il Diletto), il personaggio di Liberata assume una sua precisa connotazione.

Nel primo poema, l’autrice riprende lo schema del “Bruna sono ma bella”, adattandolo a sé. A quello che sarà il topos del fuscula, sed formosa contrappone, nel rispetto della costruzione avversativa, il proprio essere “Non più giovane ma bella, / o rivali ancora acerbe”, definendosi “l’idromele della poesia, / il frutto maturo e succoso”. È subito evocata anche l’esperienza della dolorosa partenza dalla propria terra, la Serbia: “La mia gente mi ha rinnegata: / voleva che restassi a fare la guerra”. L’immaginario bellico balena più volte; Liberata stessa affianca all’immagine del giardino, il biblico hortus conclusus, l’icona della fortezza. Tale è divenuta colei che “è stata più volte dal destino travolta”. Non a caso Ciric si accosterà a Ecate, per il suo vivere una triplice dimensione (trascendente, mortale e terrena); all’amato, lei che ha già conosciuto per due volte la maternità, potrà solo offrire il suo grembo non più come “culla della vita”, ma come scrigno puro da custodire e amare. L’amore per il proprio luogo di origine emerge anche nella sostituzione dei toponimi biblici, riferiti all’ovest asiatico, con l’immagine della lipizzana o con l’epiteto di “tiglio dei Balcani”. In realtà, all’abbondanza dei toponimi nel Cantico dei Cantici subentra una maggiore rarefazione, che accentua il senso di visionarietà già presente nello splendido ipotesto. Lo stile della Ciric è elegante, evocativo, l’atmosfera sensuale e l’effetto d’insieme raffinato; un’ottima occasione per apprezzare la qualità di una meditata riscrittura moderna e per rileggere un antico capolavoro che ancora ci commuove nella sua forza di dar voce al mistero dell’Amore, la più grande aspirazione di ogni creatura.

Quel che resta


Recensione a G. Notarangelo, Quel che resta, Tabula fati, Chieti 2021, Euro 11.

Intensa e interessante questa terza raccolta di versi della poetessa barese Giulia Notarangelo, edita da Tabula fati, preceduta da lucidi scritti di Daniele Giancane e Patrizia Calefato.

Quello che subito colpisce (e che è tipico di Notarangelo) è la tendenza alla brevitas, che diviene icasticità e immediatezza espressiva. L’andamento dei versi, in alcuni casi anche monosillabici, ammicca a tratti al sillabato ungarettiano. Questa allure, più che alla volontà di stabilire un ritmo quasi singultante, può essere ricondotta al percorso del pensiero, che scava e incide nel cuore, per poi offrire il frutto della riflessione e dell’autoauscultazione con estrema densità e concisione. Emblematico è quanto dichiarato in uno dei testi dall’autrice: “Mi / piace / la / poesia / fatta / di poco // Quella / che / giunge / dritta / alla meta // Quella / che / lascia / sempre / senza parola”. Notarangelo, dunque, assume l’attitudine dello scultore; ogni verso sembra figlio di una lotta con la costante tentazione dell’afasia.

Forte è la connotazione metaletteraria della raccolta. Alla parola poetica si contrappone quella logora e abusata del chiacchiericcio quotidiano, brulicante anche nella piazza globale dei social. Non sempre, medita l’autrice, il coltivare versi è figlio di quel movimento empatico che spinge a cesellarli con amore, come si curerebbe una rosa; emblematico è il ritratto dello scrittore narciso, “incantato / dal dondolio” dei suoi versi. La poetessa invece concepisce la scrittura come “ricerca / di SENSO”, ma ne fa anche la vessillifera di “quel che resta”, lieto o amaro che sia, oltre che memoria di quanto non è più.

È una raccolta in cui possono ravvisarsi alcuni elementi che concorrono al “mito personale” dell’autrice. Uno di questi è l’immagine ricorrente del “deserto / dei cuori”, una delle barriere più temute dalla poetessa e non a caso varcate dalla figura che diviene il nume tutelare dell’opera, la madre, capace di ‘valicare indenne’ tali avamposti di anaffettività. Quella materna è un’assenza-presenza che appare lacerante nell’antologia: se Notarangelo aspira alla “poesia / fatta / di poco” (e non a caso predilige l’haiku tra le sue forme espressive), la madre è depositaria di una “saggezza / fatta / di poco”, una sapienza quotidiana che si declina nella vicinanza e nella disposizione al sorriso, “che scacciava / le nubi”. Al mito dell’aridità imperante la poetessa contrappone una presenza positiva, uno degli elementi – Bachelard ce lo insegna – più cari all’immaginario femminile: il mare. Mare che non a caso viene definito “Mater” e diviene alter ego di Marisa e di Giulia stessa, che si definisce doppiamente madre, se si considerano le sue creature di carta. Al topos del mare d’inverno, col suo “abbraccio (…) di neve”, si accosta quello, caro a Montale, della Casa sul mare, che però non sembra assumere valore limitaneo. Essa infatti finisce quasi, a nostro avviso, con l’apparire metafora dell’anima della poetessa stessa, del suo aprirsi all’infinito e accoglierlo in sé attraverso la tensione lirica.

Forte è anche il richiamo ai luoghi fisici della Puglia, terra a cui l’autrice leva il suo canto d’amore, rimemorandola nel “fontanone / di Giovinazzo”, scenario dell’evocazione della nonna Giulia, con la Nostalgia che pervade, per esempio, il canto innalzato a Santo Spirito, teatro dell’azzurro (“Il terrazzo / sul mare / sorridente”), ma anche icona della perdita e della melancolia (“Il viale / degli oleandri / che non c’è”). Se l’ironia non manca (il gusto di scindere parole composte a creare calembour, la riflessione pacata e garbata sull’inautenticità di rapporti umani congelati e scongelati all’occorrenza, il delizioso commiato al 2018 e il saluto all’anno nuovo, giunto “con una cornucopia / di vento”, ne sono esempi concreti), il desanctisiano “dolce dolore” in Quel che resta costituisce una sorta di basso continuo e rende quest’opera tanto simile alle “mattinate / di tardo / settembre / con quella giusta / malinconia” che si fa elegia.

La sicurezza e il pensiero cardiopatico


Recensione a V. Calò, La sicurezza e il pensiero cardiopatico. Versi non contemporanei, di più, Bertoni, Corciano (PG) 2020.

È decisamente una raccolta singolare LA SICUREZZA E IL PENSIERO CARDIOPATICO di Vincenzo Calò. Il sottotitolo, Versi non contemporanei, di più, evidenzia subito come l’opera intenda confrontarsi con il presente e il suo “buio tuonante”. L’ottica non vuole essere quella propria del Solone o del moralista: Calò volge semmai un apparentemente ilare sguardo filosofico su questo nostro tempo, squadernandone l’insensatezza. Dico “apparentemente”, perché dietro queste “cardiopatie felici”, declinate nell’epoca dei “filosofi scambiati per comici”, si percepisce un senso di asfissia, inevitabile “quando il futuro diventa / uno sport per i ricchi”.

Si ha come l’impressione di trovarsi al cospetto di un’umanità deprivata di ogni sogno e programmaticità e costretta a vagare in uno spazio e in un tempo angusti, in cui solo hanno forza le sirene del vuoto. E il vuoto è un elemento che percepisci pervasivo, dietro il lussureggiare delle parole che nascondono un duplice atteggiamento da parte del poeta: da un lato c’è l’orrore e lo sgomento per un presente distonico, dall’altro c’è quel senso di distacco che schiude le porte all’ironia. Ecco che nascono versi di un surrealismo vertiginoso, che si apparentano alla tradizione della poesia burlesca nel proliferare di immagini che evocano memorie tipiche del genere dell’ennui e fanno avvertire tutta l’inconsistenza di un’epoca malata. In una sorta di carnevalizzazione del linguaggio, con una tenuta globalmente apprezzabile, hai l’impressione che le parole proliferino le une dalle altre, in accostamenti a volte criptici, un po’ perché l’autore allude a situazioni a lui ben note, ma non sempre e altrettanto al lettore, un po’ perché spesso, in linea con una tradizione che ha radici per esempio nelle opere di Burchiello o Berni, egli coltiva il gusto del nonsense, peraltro pienamente in linea con l’incedere di questo primo scorcio del secolo ventunesimo.

Tra i testi più interessanti citiamo Come piccoli disincantati (notevoli i versi “Stai a lutto, con le mie mani / sporche di colori, e che stringono sassi di zucchero / diminuendo la fatica per un lavoro che non rigenera il giramondo / l’eredità di cui non si avrà idea finché non si vivrà di filosofia”) e poi ancora Il dentro e il fuori in cui si fa strada, pur tra mille difficoltà, la prospettiva di una sorta di modus vivendi adatto a una contemporaneità in cui tutto appare frenetico e dominante è la smania di successo “a costo di morire”. Colpiscono, altrove, immagini come questa del “giovane che insegna come far rilassare le nuvole” o versi dall’aura ludica (“i PC che inseguono il senso di colpa sublimato dalle donne delle pulizie”) o dal sapore di gnome (“Siamo forme di ricordo continuo, nel battito di ali / dell’oggi”.) Colpisce anche l’amaro testo dedicato a Taranto, dominata dallo spettro dell’Ilva e dallo scandalo di una svendita di vite sull’ara dell’utilitas economica, testo che si conclude con un icastico ed eloquente: “Via da Taranto, coraggio”.

Valore commerciale, economia, decrepitudine della classe dirigente, automatizzazione persino dei moti del cuore sono tra i Leitmotive della raccolta, accanto alla sensazione dell’assoluta inautenticità del vivere in un mondo che sembra trasformarsi anzitempo in una sorta di grande cimitero, luogo decisamente ricorrente nei versi di Calò. Versi che accolgono smartphone, yesman, autogrill, emoticon e in cui consulenti e revisori di conti sembrano i numi tutelari di una “vita che cava i cuori”, alla quale non resta che la “banalità dell’imparare lingue d’immediato futuro” e cercare di reprimere le nausee “di una mente straripante”. Se “Lo squallore delle istituzioni s’impossessa dei libri / si assume il comando del respiro”, spetta forse alla ragione non lasciarsi trascinare nella sardana della follia: “Insegno schemi classici, per evitare le sabbie mobili / della memoria”. O forse quella di non lasciarsi triturare dal vortice è solo una mera illusione…

Le scarpe del flâneur


Recensione a J. Rizzo, Le scarpe del flâneur, Ensemble, Roma 2020, Euro 12

Sotto il segno di un omaggio al flâneur per eccellenza, Charles Baudelaire, e a Serge Gainsbourg, si apre la raccolta di poesie di Jonathan Rizzo.

“Parigi cambia! e niente nella mia malinconia / S’è mosso! impalcature, palazzi nuovi, blocchi, / Vecchi quartieri, tutto per me è ormai allegoria / E i miei cari ricordi pesan più delle rocce”. Ne Le cygne, vagando per una città profondamente mutata nel processo di modernizzazione, Baudelaire si sentiva un po’ come la vinta Andromaca o la nostalgica schiava nera e tutti erano accomunati al “gran cigno” “ridicolo e sublime” che trascinava il “bianco piumaggio” sul suolo.

Il flâneur della Parigi cosmopolita del ventunesimo secolo, che a quei modelli guarda, innalzando il suo canto dal personalissimo timbro, chiede al lettore di indossare le sue scarpe e percorrere con lui le vie della capitale francese. Una metropoli che rivive in vari suoi angoli: dominante è Belleville nella sua multiculturalità, ma l’autore pennella il quartiere Oberkampf sotto la pioggia e poi ancora il Bassin de la Villette, place de la Republique, canal St. Martin con i quai in festa, les Champs-Élysées. Il suo si libra come un nitido canto d’amore per la città di Parigi, innalzato da un io lirico che ci sembra congiungersi idealmente all’archetipo del “fanciullo primordiale”. Non è casuale che i testi siano connotati dalla presenza pervasiva di figure di bambini. In Belleville, Rizzo scrive: “Sorrido a una bambina, / lei ride, / e anch’io mi sento leggero”, in una bella memoria delle sabiane Cose leggere e vaganti. Nel medesimo testo, uno dei momenti più riusciti è quello che vede due bambini incantarsi ad ascoltare “un uomo felice”, che suona “un organino a manovella”, cantando Trenet e la Piaf. L’autore sembra quasi immedesimarsi in loro, nel mostrare al lettore il loro stupore al baluginio delle “monete luccicanti”, ulteriormente richiamate nei “piccoli cerchi argentei / nel secchiello che tintinna”. Così il poeta sente l’anima scivolare “su alcune leggere gocce di cuore”. La visione di una bimba in Pluie sur Oberkampf, mentre “coi capelli bagnati felici (n.d.r. non sfugga l’ipallage), / saluta e pensa a sorridere”, suscita nel flâneur il pensiero che vivere, in quella sera, sia bellissimo. E se una piccola in Belleville “fa pipì / su un arbusto accanto / ad altre roselline”, lo stesso gesto, con fare irriverente, sarà ripetuto dall’artista sulla tomba di Matisse, giocando sulla ben nota immagine della “cage aux fauves”, nella scherzosa reiterazione del mito iconoclasta dell’arte che si propone di superare le secche del passato. E, quando altrove il poeta dichiara: “Sono gli adulti a lasciarsi andare / quando stanno male. / Noi bambini lo facciamo quando siamo felici”, ci sembra che questa identificazione col fanciullo primordiale risulti ancor più evidente. Così come emblematici risultano i versi: “Un vecchio gioca come un bambino / mandando in frantumi lo specchio della mia anima”; nello stesso momento in cui, assimilandola al vetro, l’artista rivela l’estrema fragilità del suo spirito, si ha quasi la percezione che quell’anziano uomo sia una sorta di proiezione di come il flâneur si immagina nel futuro.

Perché la malinconia è un po’ un basso continuo in questa raccolta, nonostante l’ironia sia una presenza costante e ti salvi nei momenti in cui potrebbe vincere la commozione (il canto della morte di Marina nel giorno in cui – immagine lacerante – “finimmo con quell’estate”), a volte celandosi nelle pieghe delle paronomasie e dei giochi assonanti di I pazzi sono fuori o di Roulette russa o nelle riprese dissacranti del mito di Hermes, Bacco o delle nove Muse o dell’immaginario cattolico (il Diavolo) o letterario (Quasimodo). Non è casuale come il primo testo della raccolta insista su un senso di estraniazione, nel perpetrarsi di una vita non vita, e che il secondo sancisca l’assenza di un ubi consistam per la relazione con un Tu purtroppo non compresente. Insomma, ci sembra che proprio questa melancolia costante, il sentirsi acrobata della disperazione, porti, per contrasto, a volersi calare nello spettacolo del vivere parigino, in questa teoria di infradito e spettacoli di bellezza, ma anche di degrado, nella consapevolezza che gli uni e gli altri siano più vicini di quanto si possa abitualmente credere.

Quello che più resta nel cuore del lettore, al termine di questo itinerario, è un canto di incessante amore: “Odi mondo / alto si leva ancora il nostro canto, / siamo vivi / e teneri tuoi amici, / io e la sorella Parigi. // Gli odi di uomini / bruciati dalla paura / non ci possono ferire più. // Amiamo disperatamente anche loro, / perché nessuno lo fa”.

Della stessa sostanza dei padri


Recensione a D.R. Colacrai, Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile, Santa Maria Nuova (An) 2021, Euro 10,45.

Fu una questione che tra il III e il IV secolo d.C. divampò nella cristianità. Gesù era stato generato o creato; era della stessa sostanza del padre oppure da ritenersi a lui non consustanziale e quindi subordinato? La dottrina di Ario fu dichiarata eretica e la professione di fede della liturgia cristiana, il simbolo niceno-costantinopolitano, recita che il Cristo è stato “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”.

Ci piace partire da questa considerazione per riflettere sul libro di poesie di Davide Rocco Colacrai, a nostro avviso bellissimo, intitolato Della stessa sostanza dei padri. Poesie al maschile. Non il “Padre”, Dio, ma “i padri”, quella generazione che rigetta i figli perché marchiati dallo stigma delle più varie diversità e, quindi, non consustanziali. Si tratta di padri biologici come quello di Minchia di mare di Belluardo, genitori di giovani uomini nei quali non si riconoscono e che finiscono con il disprezzare, o magari del consesso dei patres, depositari di un’ideale di mascolinità e di umanità dogmaticamente imposto, troppo dediti a schiacciare ogni forma di alterità per soffermarsi ad ascoltare il grido di dolore, così come il canto d’amore.

Colacrai compie un atto di straordinaria pietas, che rende la sua scrittura una nitida espressione di poesia “civile” e, per effetto di un intensa partecipazione emotiva e di un innato senso della misura, la salva dal facile rischio di ricadere in una retorica sterile. Quella che infatti il poeta effettua è un’immersione nell’interiorità di una serie di anime vinte dalla vita e violate da una società indegna. Un’immersione da cui riemerge con parole d’amore e di speranza, modulate in un canto comunicativo e al contempo in un dettato sorvegliato e compatto, senza cadute di stile. Al lettore resta la percezione che non ci sia azione più intrinsecamente “sociale” di quella che rivela la luce interiore di un’umanità dai diritti conculcati; una luce talmente abbagliante da far obliterare il verbo della violenza che la ha annichilita e da mantener viva, in chi legge, la fede che qualcosa di bello e puro possa albergare nell’uomo. “Marcélo crede nei sogni, negli eroi che non si manifestano / se non a sorpresa”.

Della stessa sostanza dei padri è un chiaro esempio di come è ancora possibile che la poesia germogli dalla letteratura e dalla storia, due domini che nella silloge si fondono e confondono al punto che quasi non riesci più a distinguerli. Forse perché la letteratura dà voce ai drammi e ai traumi della storia e dell’uomo (ma anche alla ‘chiarità’ che si fa strada nell’ombra): così il protagonista del romanzo di Angela Nanetti o la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi non sono meno reali dei triangoli rosa morti nei campi di concentramento, di Reinaldo Arenas o del Baris Yazgi “sposo senza promessa e senza vestito”. Tutti figure di un’umanità che si percepisce nata dall’altra parte della barricata.

Una sorta di Leitmotiv della raccolta è il motivo della “stortura”, che ricorre con varie declinazioni: l’“amore storto” di Francesco; “l’asse storto del mio tramonto” di Nic Sheff; il “soffitto storto dell’uomo che sono” di Hawking e che dire del “corpo da garofano sbilenco”, in parte citazione, della Fata di Lemebel? Affine a tale motivo è quello del ripiegamento, che trova il suo correlativo oggettivo nel guscio di conchiglia.

Aleggia un senso straniante di solitudine nelle parole di questi personaggi a cui Colacrai dà voce in prima persona, perché, in questo processo di spossessione e riappropriazione, sembra quasi che percepisca in ciascuno di essi un frammento di sé. Ognuno pare misurare il dolore in ogni centimetro del proprio corpo offeso, a volte jacoponicamente “sdenodato” dai chiodi di una croce ora reale ora metaforica. Ne deriva un frequente processo di cristificazione delle figure cantate, che raggiunge l’apice nel verso “Sono un Cristo che ha per croce un violino” (dedicato a Baris Yazgi), ma vibra con vigore anche nella “croce bagnata di liquido amniotico, senza la benedizione della luna” di Jude, l’“amico morto di pioggia”. Interlocutrice costante nella raccolta appare la Luna, ma in questo canto al maschile affiora frequentemente la presenza delle madri, che al satellite della Terra ci sembrano non di rado idealmente accostate (un caso emblematico è il testo dedicato all’Elias di Robert Schneider). Anche a loro tocca la sorte di “mordere” il tempo dell’attesa.

Compito del poeta è allora distillare il dolore e farne grazia di canto, nell’attesa di un miracolo che forse non si compirà (“Credo nei miracoli, un po’ meno nel mio corpo da garofano sbilenco”), perché è nella forza della speranza ( nelle “fate / che curano quei sogni / che sono prossimi a spegnersi /e impediscono all’oscurità di aprirsi a ragnatela / e inghiottirci”) o magari è già in atto, senza che possiamo coglierne l’essenza, nella “bellezza delle imperfezioni”, altro motivo conduttore della silloge. È proprio quest’ultima a far apparire il Wonder di Palacio “leggero come un assolo di grano” (immagine che ci colpisce per senso dell’armonia) e a trasformare il labirinto in “condominio di santi” o le “pecore nere” in angeli. Del resto a noi le efelidi paiono macchie (e il Giano bifronte ne sa qualcosa), ma chi ci dice che le stelle, le meravigliose stelle che rendono il cielo notturno meno amaro, non siano “le efelidi di Dio”?