Le rovinose


Recensione di C. D’Angeli, Le rovinose, Il ramo e la foglia, Roma 2021, Euro 17.

È un’opera che cattura gradatamente l’interesse del lettore, sino ad avvolgerlo sempre più nelle spire di una storia di grande drammaticità, questo romanzo di Concetta D’Angeli.

Il titolo, estremamente significativo ed evocativo, Le rovinose, allude – credo – ai “fallimenti e alle ossessioni autodistruttive” che connotano le due protagoniste della vicenda, Silvana e Clara.

Scenario che fa da sfondo all’incontro tra le due donne, le quali stringeranno un rapporto che solo apparentemente diverrà più sfilacciato dopo il matrimonio della seconda col nobile e inquieto Annibaldi, è la città di Siena. Luogo a cui Silvana appare profondamente legata: “amava la purezza della lingua che ci si parla (…); spiantata com’era le pareva d’essere una nobildonna medievale ogni volta che apriva bocca; si sentiva protetta dalla sua città, chiusa nelle mura e nelle tradizioni antiche, dove tutti si conoscono”. “All’arcaica eleganza” della parte più nobile della città si contrappone il degrado dell’appartamento di via Bucalossi, che Clara condivide con coinquiline ‘spilorce’: “puzza di cucinato che appestava le scale, corrimano di plastica sulla ringhiera (…)”. eppure questo miserevole scenario diviene teatro dell’epifanica apparizione della “Bell’e Grulla” (come viene crudelmente soprannominata) Clara, il personaggio più affascinante e struggente del romanzo.

La ragazza, bellissima quanto Silvana si percepisce anonima e poco attraente, racchiude nel cuore un vulnus, legato alla perdita precoce di una madre amatissima, russa (sarà infatti la funzione di traduttrice occasionale di Clara a far incontrare le due donne) e divoratrice di romanzi. Una madre che da bambina era stata costretta a spiare a causa della gelosia morbosa di un padre violento e incapace di tenerezza. Per la giovane, fuggita dalla nativa Sassetta, l’amore si è sin dal primo momento rivelato strettamente correlato al dolore, alla pulsione all’autoannientamento. Gradualmente Silvana si scoprirà innamorata di Clara, ma il matrimonio di quest’ultima con il nobile Annibaldi – dal passato oscuro caratterizzato da legami terroristici – porterà l’amica a trasferirsi in Puglia col marito. Silvana, a sua volta, cercherà di concretizzare il suo sogno di diventare architetto e di vivere legami amorosi con altre donne.

Non staremo qui a fornire ulteriori informazioni sulla trama, perché auspichiamo che sia il lettore a scoprire gli sviluppi della vicenda. Ci soffermeremo, invece, sui fattori di pregio di questo bel libro. Interessante è la tecnica narrativa, con l’alternanza della narrazione in terza persona a momenti, frequenti, in cui Silvana funge da io narrante. Questi passaggi a volte avvengono con estrema rapidità, talora all’interno del medesimo periodo, suscitando una continua sensazione di straniamento. Efficace è anche il montaggio delle sequenze della storia, affidato ad analessi figlie dell’affiorare dei ricordi della protagonista, ma anche ai suoi dialoghi con figure importanti nel corso della vicenda, come l’amica Dorina. Curiosa è anche la presenza di una “parentesi metanarrativa” in cui l’autrice giustifica il suo intervento diretto allo scopo di chiarire le ragioni del comportamento, altrimenti inspiegabile (e in ogni caso dissociato), di Lorenzo Annibaldi. Nel finale, poi, la narrazione – inframmezzata già precedentemente dalle ambigue lettere ‘pugliesi’ di Clara – assume una forma diversa: D’Angeli riporta pagine di diario di quest’ultima, un vero e proprio memoriale inviato dalla masciara Filomena Saponaro a Silvana. Proprio quest’ultimo può considerarsi il fattore d’innesco dell’onda lunga e dolorosa della memoria che genera l’intera narrazione. Interessante anche la cronologia che l’autrice fornisce a conclusione del romanzo, a rendere ragione degli eventi che hanno insanguinato l’Italia dal 1976 al 1988. Infatti, la microstoria delle rovinose si rinsalda alla macrostoria del Paese negli anni di piombo, con gli attentati terroristici e le stragi di matrice mafiosa. Una violenza collettiva che si riverbera nel quotidiano dei soprusi patiti in particolar modo da Clara, che l’immaginario maschile crede di poter modellare a suo piacimento: emblematica, in tal direzione, la delirante metafora alchemica ossessivamente richiamata da Lorenzo, che di fatto si traduce nella demolizione psicologica dell’‘amata’.

D’Angeli costruisce sapientemente l’architettura del romanzo, che ha il pregio di uno stile asciutto, incline alla mimèsi nei dialoghi e fortemente evocativo nelle sequenze descrittive e riflessive. Si segnala anche la presenza del dialetto salentino, ulteriore fattore di isolamento, nella masseria pugliese in cui vive col marito, per il personaggio di Clara, circondata da persone mute o che parlano un idioma a lei incomprensibile. Il fattore linguistico – non a caso – aveva rappresentato una causa di isolamento anche per la madre della ragazza; la tata Cesira, infatti, dice questo a proposito della donna: “Eppoi non sapeva parlare, l’italiano l’ha imparato poco; col marito e la figliola, quando nacque, faceva uno gnaulìo… la lingua sua, il russo, pare il verso dei gatti, quant’è brutto!”

Una storia che induce a riflettere, pennellando un mondo di figlie che perpetrano, in un neppure tanto inconscio desiderio di dissoluzione, il triste destino delle madri o che, all’apparenza, cercano di emanciparsene, per poi trovarsi, d’improvviso e inopinatamente, a scoprire di aver amato quelle figure di cui avevano rifiutato lo stile di vita. Un racconto capace di avvincerti e spiazzarti, mentre ti conduce tra scenari di degrado che si rivelano libertari per poi svelarti, al contrario, la chiusura asfittica dei palazzi nobiliari e persino dell’apparente ariosità di una masseria immersa nella natura.

Tutti i colori del domani


Recensione a P. Costa, Tutti i colori del domani, Milena Edizioni, 2018, Euro 12.

Abbiamo letto con interesse Tutti i colori del domani di Paolo Costa, pubblicato da Milena Edizioni.

L’opera inizialmente sembra presentare i tratti tipici del romance, declinati in un contesto giovanile.

Il protagonista, Alberto, reduce dall’enorme delusione amorosa patita a causa dell’abbandono da parte del fidanzato Ignazio, cerca di emergere da un periodo di profonda depressione con l’aiuto della sorella gemella e degli amici. Complice una serata in discoteca, conoscerà l’intraprendente Ettore, ventisettenne, e quest’ultimo l’inviterà, tra lo scetticismo del ragazzo, a trascorrere una giornata insieme.

Segue una sezione, che costituisce la parte più corposa del romanzo, dedicata alla descrizione della “giornata particolare”. Alberto inizialmente è contratto e titubante, ma la scoperta delle bellezze di Palermo, a lui ignote, procederà di pari passo con un percorso di autoauscultazione suscitato dagli stimoli di Ettore. Il ritmo in questi momenti è ovviamente piuttosto lento, perché, più che sugli eventi, in sé esili, l’obiettivo è puntato sull’interiorità del protagonista. I dialoghi seguono generalmente il filone dell’arguzia e dell’ironia, come del resto è tipico della conversazione adolescenziale e giovanile, soprattutto di quelle schermaglie in cui gli individui si studiano e studiano di far colpo gli uni sugli altri. Colpisce la reticenza del personaggio di Ettore in merito al domani, che appare incombere come una nebulosa sull’oggi, in un contesto in cui l’apparente euforia (si veda la lunga sequenza ambientata in una discoteca nella parte iniziale) cela un fondo depresso, sostanziato da profonda solitudine.

Il romanzo poi ti spiazza, perché si rivela ben altro dal romance che, malgrado gli indizi abilmente disseminati dall’autore, ti saresti aspettato. Non vogliamo però addentrarci in ulteriori rivelazioni. Si lascia ai lettori la scoperta degli sviluppi della vicenda. Evidenziamo solo che ci sembra interessante la scelta dell’epistolografia nel finale dell’opera, con ben due lettere al medesimo destinatario che, se a tratti si avverte avrebbero potuto essere calibrate con minor retorica, rappresentano una soluzione convincente.

Un’opera che si lascia leggere piacevolmente e che fa intuire futuri positivi sviluppi per il narratore, classe 1997. Se dovessimo individuare un pubblico ideale, diremmo che essa ci sembra particolarmente adatta a un target giovanile, soprattutto per l’urgenza delle passioni rappresentate, connotate come una sorta di perenne stato febbrile, dalla forza pervasiva e totalizzante, capace di devastare lo spirito. È quello che accade, infatti, ai protagonisti del romanzo. Certo, è un testo che può far riflettere individui di qualunque età (purché abbiano l’attitudine alla meditazione, oggi dote alquanto rara) sulle declinazioni e le sfumature dell’amore, infinite come non sono i nostri giorni, ma, questo sì, le possibilità di espansione della nostra anima.

La trasparenza del buio


Trasparenza del buio

Recensione a R. Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani, 2014, Euro 15.30.

È un romanzo spiazzante La trasparenza del buio di Roberto Pazzi. Il lettore potrà echianamente accostarvisi come a un banchetto imbandito a più livelli.

Quello che traspare in superficie sono le inattese, forse anche improbabili, occasioni di amore omoerotico che incrociano la strada di un sessantenne professore universitario, il protagonista Giovanni. Un uomo che, dopo aver represso per anni la sua sessualità, si ritrova a passare da avventure consumate nella clandestinità a tre esperienze concomitanti, ciascuna delle quali potrebbe rappresentare la via che, in maniera inopinata, e ormai magari anche insperata, ti conduce a una possibile, per quanto effimera, felicità. Luca, il caramellaio di Ruina, fortemente virile, una passione per uomini che potrebbero essergli padri e un vago sentore di mina vagante; Pierre, il “cortese parigino”, lo stilista sensibile, ma con qualcosa di irrisolto; Eros, lo studente, un amore fresco, a suo modo virginale e puro. E il protagonista si convince sempre più di essere vicino alla fine, quando il “buio della sessualità” emerge in tutta la sua ‘trasparenza’ e si cerca di cogliere gli ultimi sussulti di vitalità, prima del tramonto finale.

Il piano che solo un lettore più attento può arrivare a cogliere è quello dell’esistenzialismo, della meditazione sulla vita e sul potere della letteratura, della perenne confusione tra realtà e costruzione mentale, fattore che emerge nel finale. Surreale e aperto, in Ringkomposition esso rievoca le figure dei nonni e sembra quasi riannodare il destino del protagonista proprio alla donna di cui porta il nome. Giovanna Sinnott, detta in famiglia Giovanna la pazza, protagonista della sequenza iniziale, caratterizzata da una folle fuga dalla dimensione domestica e quotidiana, nel fragile e impossibile sogno di cantare, giunta ormai all’occaso, l’aria di Violetta con movenze da Carmen, lei che aveva rinunciato alla carriera di soprano. Poi lo schianto tra realtà di fatto e realtà di immaginazione, la delusione della generosa follia che è malia e sottrae al tempo dell’alienazione…

Il mal di testa che accompagna il protagonista nel finale, e che lo accomuna alla nonna al tempo della sua malattia, ci induce fortemente a meditare sulla veridicità delle immagini che la voce che dice “io” racconta. Tanto più che, a ben leggere, Eros appare un doppio di Luca, depurato dai tratti di cinismo e purificato, e il doppio, si sa per effetto della tradizione (Otto Rank insegna), non coesiste mai col suo alter ego e spesso esiste solo nella mente di chi lo concepisce. Così il lettore smaliziato è portato a dubitare di quanto il narratore, inattendibile, ha raccontato, sempre sospeso tra onirismo e realtà. E magari poi la storia dei tre amanti è tutta vera, ma alla fine il dubbio ti coglie ed è senz’altro uno dei motivi di maggior fascino di questo romanzo.

Un romanzo che scorre brillante e si legge con vero piacere, sia che si parli metaletterariamente di Buzzati e del “tema buzzatiano dell’attesa della gloria” sia che il racconto proceda nelle sue volute, ora torbide ora venate di senso d’ali. Molto convincenti i monologhi di sapore joyceano di Milena, l’amica-amante che consuma il tempo dell’attesa.

 Il linguaggio è spesso mimetico, ma non di rado s’innalza ed efficacissimo è l’uso del veneziano di nonna Giovanna, nella prima sezione. Quest’ultima ha il dono di una bellezza straniante, che però Pazzi non manca abilmente e provocatoriamente di sconciare con la scena della toilette. Perché, in fondo, la commistione di etereo e terragno è insita in noi; è la trasparenza del nostro buio, cui non mancano colori di struggente luce.

Un ragazzo italiano


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Recensione a P. Besson, Un ragazzo italiano, trad. it. di F. Bruno, Guanda, Milano, 2007, Euro 12.
È un ingranaggio molto ben congegnato questo Un ragazzo italiano di Philippe Besson. Ritorna il tema degli amori omosessuali, ma incastonato in un contesto di più ampia problematicità. Il protagonista, Luca, morto nel momento in cui la narrazione trae avvio, viene ritrovato annegato in Arno. Ne nasce una detection, che riporta alla luce i segreti del giovane, apparentemente impegnato in una serena e appagante relazione con la bella Anna Morante e al contempo divenuto l’amante di un giovane ragazzo di vita, Leo, abituato a prostituirsi presso la stazione di Firenze S. Maria Novella.
La quête di Anna, incapace di rassegnarsi a ignorare la verità sulla morte di Luca (suicidio? omicidio? tragica fatalità), la condurrà, nelle pagine finali, a contatto con l’amante del compagno, in una lunga sequenza abilmente amplificata dal narratore attraverso la tecnica dell’analisi, con un’attenta introspezione in amebeo a moltiplicare a dismisura un tempo della storia in realtà ben più breve.
Molto efficace l’intera costruzione del romanzo, che si basa sull’alternanza di tre narratori interni, i tre personaggi principali: Luca, Anna e Leo. Il primo assume la parola dalla ‘specola della morte’; intorno ai suoi interventi si riannodano le riflessioni, i pensieri e le emozioni dei due interlocutori privilegiati della sua breve, ma intensa esistenza. L’espediente dell’adozione di Luca tra i narratori consente l’intrecciarsi di meditazioni ispirate sulla struggente bellezza della vita stessa; quando, al termine del rito della sepoltura, il protagonista patisce la privazione della luce tanto amata (bella l’icona della “rosa lasciata cadere con un gesto stanco”), il lettore si sente avvolgere dal medesimo senso di opprimente claustrofobia avvertito dal giovane. Di grande impatto risulta ancora la sequenza della cerimonia funeraria, con il protagonista che, dal feretro, per scacciare “l’umor nero” si risolve a contemplare i dipinti del tempio; in quel momento, il pensiero e l’ekphrasis dell’“autoritratto sorprendente” di Filippino Lippi nella Disputa di Simon Mago e crocifissione di san Pietro della Cappella Brancacci evoca la figura di Leo.
Alle pagine di Luca sono affidati i momenti stilistici più alti dell’opera: “Se mi annoiassi troppo, potrò sempre contemplare gli affreschi della cappella Brancacci. La vita di San Pietro a fumetti è pur sempre uno spettacolo. In realtà, però, preferisco le rappresentazioni del peccato originale. Questa colpa per cui continuiamo a pagare mi ha sempre interessato. E l’urlo silenzioso di Eva cacciata dal paradiso… d’un tratto penso che potrebbe essere il mio”. E poi ancora, a p. 48, “Fine del sole tiepido sulla mia guancia, della bella luce, degli alberi che stormiscono. Resta soltanto il buio, il buio assoluto, impenetrabile. Resta soltanto lo stridore dei dadi avvitati”. In altri casi, l’atmosfera appare decisamente straniante, come nella scena dell’autopsia o dell’imbalsamazione, durante le quali veniamo a conoscenza dei pensieri e delle sensazioni, anche olfattive, del protagonista.
Nei quattro libri che compongono l’opera, la vita umana appare un percorso accidentato tra luce e buio, un camminare in equilibrio funambolico, nell’inconsapevolezza che, proprio nei momenti di maggior felicità, è più facile scivolare e perdersi. Ciascuno reca in sé il proprio dolore, che però può anche paradossalmente confinare con la gioia più vibrante, intensa e improvvisa, e il solo errore da non commettere è quello di giudicare. Sbaglierebbe il lettore a credere che quello di Luca per Anna non fosse amore, ma solo una finzione di facciata. In fin dei conti la declinazione di tale sentimento non sempre è razionale e unidirezionale e, in fondo, anche Lisandro, nello shakespeariano (aggiungeremmo che un briciolo di ofelica follia si annida anche nella fine di Luca) Sogno di una notte di mezza estate, dichiarava che «Mai è stato liscio il corso del vero amore».

Il figlio prediletto


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A. Nanetti, Il figlio prediletto, Vicenza, Neri Pozza, 2018, Euro 16.50.

Il figlio prediletto, romanzo di Angela Nanetti edito da Neri Pozza, rientrato tra i candidati al Premio Strega 2018, rappresenta una prova convincente e coinvolgente della scrittrice emiliana. L’opera è caratterizzata da una doppia ambientazione spazio-temporale; le vicende, che corrono dagli anni Settanta al presente, in un continuo intrecciarsi di analessi e ritorni alla contemporaneità, si sviluppano nel duplice scenario di una Calabria ferita dalla ’ndrina con la sua cultura del sopruso e una Londra apparentemente accogliente, ma in realtà a sua volta claustrofobica e non priva di pericoli.

Il figlio prediletto vede l’alternarsi, nei capitoli del romanzo, di due scelte autoriali differenti. Nunzio Lo Cascio, giovanissimo omosessuale calabrese, promessa del calcio, è scoperto dai parenti, e in particolar modo dal fratello Santino, mentre è appartato, in auto, in un fondo abbandonato, con l’amato Antonio. Perpetrata dai congiunti la ‘mattanza’ nei confronti di quest’ultimo, per allontanare l’onta della diversità di Nunzio, i familiari decidono di ‘confinarlo’ in Inghilterra. La sua vicenda è raccontata, in retrospettiva, dopo la sua morte avvenuta in un incidente stradale, da un narratore esterno che, adottando la focalizzazione interna, ci rivela i pensieri del figlio prediletto, sospeso tra struggente rammemorazione dell’amore perduto, desiderio di ritornare ad amare, ricambiato, e paura di palesare i moti intimi del cuore.

La seconda vicenda, che si intreccia con quella or ora citata, vede come protagonista Annina, nipote di Nunzio e per molti aspetti, dalle fattezze all’inquietudine dell’anima, a lui simile. Figlia di Santino, inizialmente innamorata di un padre che puzza di pesce e gode di un curioso rispetto nel contesto paesano, la giovane concepirà un graduale sentimento di insofferenza verso le panie familiari. In particolar modo interessanti appaiono sin dal primo momento le interazioni con la nonna Carmela, classica mater familias di stampo mediterraneo, una roccia nel perpetrare tutti i pregiudizi e gli stereotipi legati al ruolo muliebre nella società. Una figura, quella di Carmela, che rivela fragilità inattese nel momento in cui appare alle prese con un lutto mai elaborato, la perdita del figlio prediletto, Nunzio appunto. Ostacolata nel suo desiderio di esprimersi attraverso il teatro, e poi promessa a un amico del padre, molto più grande di lei, Annina fuggirà, complice una somma di danaro donatale dalla nonna (o almeno così crede), e, per una serie di circostanze, andrà a vivere proprio a Londra. Qui la storia di Annina, che la Nanetti dispiega servendosi della protagonista come io narrante, si ricongiungerà idealmente, grazie alla figura di Funny Jack, alla vicenda del defunto Nunzio. Rafforzata, seppur ancora nel pieno della crisi, Annina potrà tornare in Calabria e, nel finale surreale e metafisico, intessere l’ultimo, decisivo confronto con l’enigmatica nonna Carmela.

È un romanzo che vanta numerosi punti di forza quello della Nanetti. L’approfondimento psicologico, garantito da un uso sapiente della focalizzazione interna (ma non solo). L’attenzione ai fattori sociologici, nell’intrecciarsi di due diversità, egualmente punite da contesti che perpetrano visioni stereotipate: il machismo della ’ndrina, che emergeva fortemente anche nell’opera di Strati, e il culto di una femminilità dimessa e sottomessa, incarnata da una donna che non faccia parlare di sé e divenga, per utilizzare un termine che Moses Finley usò per la condizione femminile dell’antica Roma, una “frazione passiva e anonima” del nucleo familiare. Significativo in tal senso è il contrasto tra Agata, madre di Annina, e Carmela. La prima, portatrice di una visione dell’esistenza inizialmente più solare, finisce con il sottostare (almeno apparentemente) alla normatività del violento Santino, al punto che la figlia entrerà in contrasto con lei, non sentendosene protetta; la nonna, figura decisamente più forte, contesterà alla nuora quel suo modo di fare da delicata e svigorita Santa Rosalia. Pur auspicando per il figlio una moglie sottomessa, finisce con il disprezzarla proprio in virtù dell’acquiescenza al marito. Va detto per inciso che il percorso della giovane Lo Cascio la condurrà a una, purtroppo tardiva, rivalutazione della madre, di cui scoprirà aspetti precedentemente ignorati. Altro pregio del Figlio prediletto è lo stile: si passa da atmosfere di notevole sensualità (quell’incipit che dà voce alle fantasie da spogliatoio maschile del giovanissimo Nunzio) a momenti di violenza, suggellati da un efficace uso mimetico del dialetto. E poi ancora si pensi al passaggio dal lirismo dei pensieri di Nunzio alla forza drammatica dei contrasti padre-figlia o nonna-nipote. È un corale di solitudini questo romanzo della Nanetti: la Spannung se ne può ravvisare nel momento in cui Nunzio, sentendosi vicino a Thomas (di cui poi si innamorerà perdutamente), gli racconta, piangendo e alternando un inglese improbabile al dialetto calabrese, la triste fine di Antonio, senza che il suo interlocutore possa comprendere nulla di ciò che sta dicendo. Perché i personaggi dell’opera della Nanetti il più delle volte non si intendono pur parlando la stessa lingua. Solo le sirene del vuoto, evocate dallo strazio della perdita e dell’assenza, finiscono con il riconciliare esistenze separate da barriere invisibili eppure spesso invalicabili.

Non mentirmi


Non mentirmi
Philippe Besson, Non mentirmi, trad. it. di Leila Beauté, Guanda, 2018.
Autoanalisi e dolceamara confessione connotano il bel romanzo di Philippe Besson dal titolo Non mentirmi, che opera il recupero memoriale e la narrazione di un amore giovanile, il primo a potersi definire tale, vissuto nella stagione dell’ultimo anno liceale con un allievo della classe terminale D, Thomas Andrieu. Ritorna così questo nome, che, come lo scrittore stesso dichiara nel corso dell’opera, era comparso anche in altri romanzi di Besson, a cominciare da Son frère, in cui Thomas e Lucas, in Non mentirmi padre e figlio, erano i due fratelli cui si accenna nel titolo. Nome che celava, pertanto, un mito personale, che in quest’opera prende forma.
Arrête avec tes mensonges è il titolo francese del libro; allude alle parole della madre dell’io narrante, che aveva l’abitudine di etichettare come mensonges quelle storie che già in giovanissima età il figlio si sentiva vocato a raccontare. Non mentirmi, però, è titolo polisemico: potrebbe alludere alla volontà dell’autore di compiere un passaggio dalla fictio alla realtà, e quindi a una narrativa naturale e non artificiale, ma è anche e soprattutto, secondo quanto lo stesso Besson ha dichiarato, riferito a Thomas, con la sua tendenza a mentire a sé stesso e agli altri in merito alla sua natura e ai suoi desideri, per poi finire “in qualche modo (…) ucciso dalla menzogna, dall’autocensura”.
L’opera si apre nel 2007, nello scenario della hall di un albergo in cui Besson sta concedendo un’intervista. A questo punto il passato riemerge imperioso. L’uomo vede davanti a sé una figura che gli sembra balzata fuori dal 1984, un’immagine riveniente dall’adolescenza che gli restituisce all’improvviso tasselli dell’io.
Ecco che indi ha inizio un lungo flashback, che ci trasporta nella sonnolenta Barbezieux di quegli anni, comune della Charente, dipartimento francese della Nuova Aquitania, denominato dal fiume che vi scorre. Dalla cornice cittadina si passa al cortile di un liceo; l’io narrante osserva i gesti, l’abbigliamento degli studenti, per poi emergere dal coro e raccontarci il segreto desiderio che lo legava “a un ragazzo coi capelli arruffati e una barba appena arruffata, dallo sguardo cupo. Un ragazzo di un’altra classe. Della terminale D”, Thomas. Un giovane che senz’altro sarebbe stato chiamato a svolgere lavori manuali e probabilmente si sarebbe dedicato all’agricoltura proprio come il padre, mentre Philippe, studente modello, figlio di dirigente scolastico, appare subito destinato agli studi, all’Università, a un avvenire sfolgorante. Inizialmente sembra che questa passione debba essere un platonico interesse a senso unico, poi all’improvviso, in maniera del tutto inattesa, Andrieu gli si avvicina e comincia una relazione intensa e clandestina, che si concluderà al termine del liceo, quando ciascuno dei ragazzi prenderà la propria strada.
La seconda parte è ambientata nel 2007 e la terza nel 2016 e prelude alla scrittura dell’opera. Dopo aver inseguito il ragazzo della hall, Philippe scopre che si tratta di Lucas, figlio di Thomas. I due converseranno senza abbandonarsi ad alcuna sconvolgente rivelazione. Quando però il giovane tornerà a cercare lo scrittore nove anni dopo, facendosi latore di una terribile notizia, il dialogo assumerà ben altro carattere di sincerità.
Non mentirmi è un’opera struggente. Molto efficace è il ritratto della Charente (“mondo rurale, minerale, quasi immobile, fossilizzato”), in cui un ragazzo come Philippe, dai modi effeminati, diviene oggetto di dileggio da parte degli altri giovanotti – risponderà a tali atteggiamenti con “un silenzio testardo”, “fiero – e Thomas sarà costretto ad attuare una forma di autocensura tale da condizionare e rendere infelice l’intera sua esistenza. Besson delinea con maestria quel mondo, dalle feste studentesche agli squallidi atri scolastici, sino agli ancor più desolati scenari in cui quel primo amore è relegato nella più totale segretezza. Il lessico e lo stile assecondano, con aderenza alla materia, i passaggi della narrazione. Quest’ultimo diviene più ardito, a tratti crudo, nella delineazione delle scene d’amore; il più delle volte appare però elegante, evocativo, spesso elegiaco, in alcuni casi direi anche lirico. In ogni suo passaggio esso è però sempre pervaso da amara dolcezza, ben suggellata dalle parole conclusive della lettera di Thomas, che dà un taglio netto alle tante  mensonges da Andrieu dette a sé stesso e agli altri: “Volevo solo scriverti che sono stato felice in questi mesi che abbiamo passato insieme, che non sono mai stato così felice, e so già che non sarò mai più così felice”.