Enigma Laocoonte


Recensione a F. Colafemmina, ENIGMA LAOCOONTE. Michelangelo, Giulio II e la storia di una contraffazione, Mimesis, 2021, Euro 12.

Nell’aprile 2004 la studiosa americana Lynn Catterson, in una ricerca presentata in una conferenza pubblica a New York, poi affidata all’articolo Michelangelo’s Laocoon?, in “Artibus et Historiae”, Vol. 26, No.52 (2005), pp. 29-56, lanciava un’ipotesi di lavoro destinata a suscitare rumore (si pensi all’autorevole commento, piuttosto sarcastico, di Salvatore Settis in https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/04/05/laocoonte-di-picasso.html), ma sostanzialmente a restare inaccolta. Si tratta della teoria che il Laocoonte scoperto nella vigna De Fredis il 14 gennaio del 1506, identificato da Giuliano da Sangallo come il gruppo d’età ellenistica scolpito da Agesandro, Polidoro e Atenodoro a cui faceva riferimento Plinio in Nat. Hist. XXXVI, 37, sia in realtà frutto di una contraffazione realizzata da Michelangelo Buonarroti, peraltro testimone oculare del ritrovamento. Non nuovo a tali imprese (si pensi a tal proposito al Cupido dormiente acquistato come antico dal cardinale Riario), il Buonarroti, che in quel periodo – diversamente dall’usuale – si trovò ad affrontare significative spese, avrebbe compiuto l’opera auspicando, come avvenne, che papa  Giulio  II l’acquistasse. Il pontefice, infatti, lo espose nel  Cortile del Belvedere appena ultimato da Bramante. 

A distanza di sedici anni, in un volume che non a caso esce con prefazione della Catterson, lo scrittore e studioso Francesco Colafemmina riprende e sviluppa la tesi della contraffazione, nel bel volume pubblicato da Mimesis, dal titolo ENIGMA LAOCOONTE. Michelangelo, Giulio II e la storia di una contraffazione.

Il saggio allega nuova documentazione – come la stessa Catterson evidenzia – e sviluppa la tesi dando vita a un vero e proprio “giallo artistico”, piacevolissimo e fluido alla lettura, in cui emerge un vivido ritratto della Roma tra Cinquecento e Seicento e degli ambienti che gravitavano attorno alle committenze artistiche e alle maestranze incaricate dell’esecuzione di lavori di restauro, come quelli di Santa Pudenziana.

Lo scritto di Colafemmina si muove lungo differenti direttrici: la prima è quella dell’esplorazione del significato più profondo della figura di Laocoonte, alla luce del mito e della sua rappresentazione virgiliana in particolare. Emerge la stretta connessione tra Enea e il sacerdote, che, nell’accecamento generale, intravede la fine di una civiltà, ma – poiché essa è voluta dal Fato ipostatizzato nei serpenti – è travolto dagli dei, ch’estinguono persino il suo seme. Il figlio di Venere e Anchise, che invece aveva antiveduto il vero significato della morte del mondo iconizzato in Laocoonte, necessaria per la nascita di una nuova civiltà, si sarebbe fatto vessillifero della futura epopea di Roma, nata dalle ceneri di Ilio. L’individuazione di tali rapporti non è oziosa, perché nel finale Colafemmina istituisce un parallelismo tra un Savonarola-Laocoonte, soffocato dalle spire di una Chiesa (intesa come istituzione) più simile al serpente di bronzo che alla vigna di Pietro, e un Michelangelo-Enea, il quale farà fiorire “la propria arte nell’epicentro della corruzione ecclesiastica”.

La seconda direttrice del volume è quella dei puntelli alla tesi del Michelangelo autore del Laocoonte. Colafemmina raccoglie numerosi indizi: la presenza del Buonarroti sul luogo del ritrovamento; i suoi trascorsi di falsificazione; la sua precipitosa fuga da Roma nell’aprile 1506, per ragioni mai del tutto chiarite e secondo l’autore del volume avvenuta per il timore legato alla contraffazione compiuta; la rappresentazione di una testa di  Laocoonte su un muro della stanza segreta della sacrestia nuova  di San Lorenzo, in cui Michelangelo si nascose nel 1530 per sfuggire alle rappresaglie  medicee; la questione del braccio mancante di Laocoonte e la torsione stessa del protagonista del gruppo scultoreo, affine a quella del cosiddetto “braccio di Michelangelo” visibile in numerose opere dell’artista, quasi fosse una sorta di ossessione. Colafemmina tenta in modo suggestivo anche di contestualizzare la realizzazione del Laocoonte nel clima culturale dell’epoca e nella biografia di Michelangelo, menzionando tre possibili vie di interpretazione, una psicanalitica ma non particolarmente accreditata dallo studioso (la morsa dell’attrazione sensuale verso corpi maschili; si pensi al Cavalieri), una ermetica e l’ultima – già citata – riconducibile all’influenza della predicazione e della triste avventura savonaroliana. Di fatto non siamo storici dell’arte e non possiamo prendere posizione nella querelle; possiamo però dire che l’ipotesi di Colafemmina ci appare suggestiva, ma necessitante di ulteriori dimostrazioni.

Molto interessante e non priva di puntelli ci appare peraltro la terza direttrice, dall’autore percorsa sino al punto d’addurre, a distanza di un secolo dalla sua redazione, in appendice al volume il testo di Costantino Maes, UN’INCOGNITA ARCHEOLOGICA. Il Gruppo Marmoreo di Laocoonte. L’opera faceva riferimento al ritrovamento, a fine Cinquecento, da parte delle maestranze che lavoravano a Santa Pudenziana, di frammenti di un gruppo di Laocoonte e i suoi figli, frammenti che i manovali preferirono rivendere a collezionisti senza attirare l’attenzione su un cantiere nel quale erano stati assunti a cottimo. Il sito di Santa Pudenziana, ben più di quello della vigna del De Fredis, secondo le testimonianze che Maes adduceva, poteva accostarsi all’area della domus Titi di cui parlava Plinio. Difatti, l’ipotesi che Maes riportava, valendosi soprattutto di Gaspare Celio e Fulvio Orsini (evasivo però sul luogo del ritrovamento), era quella che il vero gruppo pliniano fosse ancora sepolto a Santa Pudenziana, dopo essere riemerso durante i lavori guidati da Francesco da Volterra, e quello dei Musei Vaticani fosse frutto di una contraffazione. Un dato tra l’altro favoriva il dubbio: il riferimento pliniano a una realizzazione di Laocoonte e figli ex uno lapide, non collimante con le caratteristiche dell’opera rinvenuta nella vigna de Fredis, secondo quanto lo stesso Buonarroti aveva rilevato.

Insomma, un lavoro pregevole e ben scritto questo di Colafemmina, che suscita interesse e interrogativi nel lettore e che, al di là del fatto che si possa o meno condividerne le tesi, sarà apprezzato per il pregio critico e per l’acume nella lettura dell’iconografia del mito laocoonteo e nell’accurata ricostruzione ambientale.