Anna sta coi morti


Recensione a D. Scalese, Anna sta coi morti, Pidgin Edizioni, Napoli 2023, Euro 17.

È un libro lunare Anna sta coi morti di Daniele Scalese; un’opera da leggere e rileggere per coglierne le molteplici sfumature.

Il plot si apre sulla vicenda di Anna ed Enzo; incinta, lei ha scoperto di essere affetta da leucemia. Sostenere le cure necessarie significherebbe nuocere al bambino e forse perdere definitivamente l’occasione della maternità biologica; proseguire con la gravidanza rischierebbe di tradursi in condanna a morte per la donna e forse anche per il piccolo (o la piccola). La scelta di portare avanti la gravidanza sarà foriera di conseguenze che Scalese rappresenta nel romanzo. In realtà, però, ciò che diviene centrale nella narrazione è non tanto la vicenda di Anna con la sua malattia, quanto l’atmosfera dell’obitorio, non luogo in cui la donna lavorava e in cui si ritroverà a sostituirla, per il periodo dell’assenza, proprio lo stesso compagno Enzo.

Anna sta coi morti assume così, gradualmente, l’allure di una meditazione al confine tra il mondo dei vivi e gli spazi della morte. Una partitura che si dispiega in un’aura in cui il limes tra una condizione e l’altra appare decisamente fluttuante, complice la costante tensione all’onirismo che connota la struttura del romanzo.

Molti sono i motivi che affiorano. Tra questi la spettacolarizzazione del dolore, di cui è fautrice la trasmissione dall’umoristica intitolazione Ricordati di santificare i vivi. Anna ne diverrà ospite abituale (successivamente anche Enzo), orizzontandosi a proprio agio in quel limbo tra realtà e finzione che connota il medium televisivo. Indicativo, a tal proposito, il passo in cui, con eco kunderiana, Scalese indugia sul divario tra le asserzioni retoriche e quietanti della donna e il vibrante non detto ad esse sottese.

Altro motivo ricorrente è dato dalle trasformazioni che la malattia induce nell’individuo. Scalese insiste sul corpo di Anna, sul suo graduale fragilizzarsi, quasi prepararsi alla dimensione della morte, di cui Enzo arriva addirittura a percepire già l’odore sulla pelle muliebre, complice anche la pratica dei trapassati.

Scalese indugia, inoltre, nella rappresentazione di un’umanità allucinata, che sembra operare nell’obitorio perché nessun altra dimensione le è consentanea. Pare quasi che quel posto venga eletto dai protagonisti quale zona franca per sfuggire all’esistere stesso per poi ritornarvi con accresciuta autenticità.

 In questo microcosmo s’intuisce l’allusione al topos del doppio rankiano. Emblematico è il rapporto, mai compresente, tra le figure di Anna ed Emilia; Anna è apparentemente il solo personaggio psicologicamente solido che gravita in quell’ambiente, almeno prima della malattia con il suo portato di inquietudini e nevrosi. Nel momento in cui la stabilità di Anna sembrerebbe cedere, Enzo si rivolge a Emilia, figura complessa, sfuggente, di cui emblema è il “bosco”, una sorta di spazio della rimozione. L’amore stesso sembra vampirizzante nella compagine del romanzo; Emilia ha un legame appena accennato con un altro degli impiegati dell’obitorio, Federico, di cui si racconta che abbia ucciso la sua precedente amante, colpevole di atti di stalking. Federico è stato dunque colpevole della morte della persona che aveva amato, in modalità analoghe a quelle con cui Enzo rischia ora di provocare, pur involontariamente, la fine di Anna, nel disperato tentativo della donna di generare un figlio e superare una crisi i cui dettagli affiorano gradatamente. Anche il personaggio di Alberto ha motivi che l’accostano a Enzo; innanzitutto egli appare complementare a Federico (quasi mai i due colleghi di Enzo sono compresenti). In secondo luogo, in lui si coglie una tensione necrofila ch’è materializzazione del legame indissolubile di Enzo con la sorella Eva. Proprio qui sembra celarsi l’elemento nodale della narrazione: se il titolo è Anna sta coi morti, il personaggio che appare ‘esistere per la morte’ è invece decisamente quello di Enzo. Enzo che reca nel cuore un profondo senso di colpa per le nefandezze che attribuisce alla figura paterna, atti che rivive in una dimensione ai limiti della rêverie; Enzo che si sente responsabile della fine della sorella Eva e anche per questo non sembra poter fare a meno di rapportarsi all’obitorio, addirittura concentrando la propria attenzione su donne, Anna prima ed Emilia poi, che “stanno coi morti”, come fossero vestali della dimensione incognita. Enzo che vendeva il proprio corpo, quasi per renderlo altro da sé; Enzo che decide di sostituirsi ad Anna nella catabasi obituaria, perché avverte che forse solo nel silenzio delle stanze in cui si familiarizza quotidianamente con la Grande Livellatrice potrà ritrovare sé stesso.

Un romanzo originale, ben scritto, che spazia dall’onirismo allucinato alla mimesi di frequenti sequenze dialogiche. Un’opera in cui, se emerge il ‘cannibalismo’ d’amore, affiora anche il disperato bisogno che ciascun individuo ne avverte durante la propria esistenza.

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