Carne e sangue


Recensione a V. Davoli, Carne e sangue, con presentazione di D. Giancane, Tabula Fati, Chieti 2022, Euro 11.

Si innesta in un’ideale trilogia di cui attendiamo la conclusione il bel volume di poesie Carne e sangue di Vito Davoli, a numerosi anni di distanza dalla prima silloge, Contraddizioni. L’opera è inserita nella Collana dei Poeti La Vallisa diretta da Daniele Giancane, al quale si deve anche la lucida prefazione.

Se in Contraddizioni motivo dominante era il mito di Altea, correlato al binomio creazione-ripudio, in Carne e sangue abbiamo notato – pur nel velato persistere di riferimenti alla regina di Calidone – una certa ricorrenza della figura gorgonea per antonomasia, Medusa. A quest’ultima è correlato il rischio della pietrificazione, in stretta connessione con il Sentimento del Tempo, tema caro a tutta la tradizione occidentale (e non solo) e costantemente declinato nella raccolta di Davoli. Il legame con un passato amato e amaro al contempo conduce al riemergere di “fantasmi della memoria” nella lirica eponima, figure di donne (non tutte necessariamente legate alla sfera delle relazioni amorose) che si fondono e confondono sino a culminare nell’immagine chiave: “La vedo ancora: il mio fantasma è un dramma / generato e nutrito in una farsa. / Miracoli e misteri attorno a lei / non sono valsi a riempire il mio canto / che d’altra carne vibra e d’altro sangue vive”. Non è a nostro avviso casuale che questa stanza culmini nell’evocazione della mitica creatura anguicrinita.  Al passato sono legate due icone del “voltarsi indietro”: Orfeo, archetipo del poeta (ed ecco anche l’affiorare delle Baccanti, sue punitrici, in Se non mi attorni), e la moglie di Lot, Genesi, 19, 26, mutata in statua di sale per essersi volta a guardare Sodoma in fiamme: “Ma quanta forza serve / per evitare di restare sale, / per non voltarsi indietro”.

Stasi e pietrificazione per effetto di un panioso legame col passato, che paralizza la tensione verso il presente e l’infuturarsi, hanno come controcanto la tensione al movimento. Ecco che emerge un’altra presenza ricorrente, rappresentata con vigore scultoreo, il Cavallo, rispetto al quale scatta una tendenza all’identificazione da parte dell’autore stesso; ecco che si fa strada l’aspirazione alla danza, forma di catartica liberazione dai vincoli che ostacolano la pienezza dell’esistere. Non è ancora una volta un caso il fatto che uno dei testi più felici della silloge si intitoli Ballerò; ne ricordiamo l’efficace chiusa: “Continuerò a ballare / offrendo al cielo il viso / come un’ombra il cui pianto non vedi / e lo porti a morire fra le stelle”. In questa direzione deve essere letto anche Tango, in cui si esprime uno dei grandi temi della raccolta, l’Amore, risolto in un dialogo con un “tu” il cui abbraccio è spesso nostalgia di un’assenza a volte nel momento stesso in cui ha appena avuto luogo.

Amore, dolore, Tempo edace, inchiesta di senso… Quest’ultima – in un’aura cui non mancano echi montaliani – emerge già in Sulla battigia, dove “nessun coccio / s’incastra esattamente con un altro”. Questa quête si distende quando per effetto della “visitazione” poetica diviene canto: “stanotte veglierò / perché verrai, lo so, / a planare sulla mappa scura delle mie lenzuola / e aleggiando per sbaglio verserai / gocce d’inchiostro su qualche riga tutt’acqua e sapone”. Eppure la Poesia non è di per sé sufficiente a conferire senso alle cose: così, con ironiche allusioni whitmaniane, protagonista di buona parte di Carne e sangue è proprio il Capitano, quel capitano che crea e abbandona l’uomo, lasciandogli nel cuore una sete dell’eternità inesperibile e il desiderio di eguagliare il Dio assente. Tale ambizione, in una scherzosa rievocazione della celeberrima mitica νύξ μακρά di Zeus e Alcmena, finisce con l’assurgere ad atto di Hybris. Del resto, al lettore attento non potrà sfuggire, accanto ai riferimenti alla cultura classica di cui da studioso di epigrafia greca Davoli spesso indulge, la frequenza di occorrenze legate alla tradizione biblica ed evangelica, non di rado rievocata in chiave polemica da parte di chi ravvisa in un cristianesimo di maniera il rischio del fariseismo. E così, nell’“oceano limaccioso” dell’esistere (di cui metafora diviene la storica nave della musicalissima e amara Vlora nel suo volare e non atterrare), l’aggrapparsi all’esperienza “cristica” e la ricerca – mai appagata e, pur nello scetticismo, mai doma – delle tracce del Dio che “abdicò” culminano nel finale all’insegna della sindone: “Se amare è morire… // Depositare il corpo mio / dentro una sindone bianco sole // e in filigrana la tua immagine per sempre”. E in quella sindone c’è l’amata, c’è la figlia, c’è l’archetipo materno (Altea, Eva, Maria, la madre), ma c’è anche, a nostro avviso soprattutto, il Capitano: l’Assente-presente per eccellenza.

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