Acque perpetue


Recensione a V. Usala, Acque perpetue, Edizioni Epoké – La Torretta, Novi Ligure 2022.

Acque perpetue è un romanzo sui generis. In apparenza la confezione è quella di un noir, ma sin nelle prime pagine dell’opera aleggia un je ne sais quoi che riconduce alla dimensione parapsicologica.

Siamo all’indomani dell’uscita del film Magdalene scritto e diretto da Peter Mullan e risalente al 2002. Una pellicola che suscitò scalpore perché contribuì ad accendere i riflettori su una realtà a molti sconosciuta e da altri deliberatamente ignorata: le violenze e i soprusi perpetrati sulle ragazze “traviate” affidate alle Case Magdalene in Irlanda e impiegate nelle lavanderie interne ai Conventi della Maddalena.

La proiezione del film scatena in Nevan, poliziotto inquieto, i ricordi – in fondo mai sopiti – di un passato lacerato da un vulnus familiare: la follia della madre Cristiona, affetta da manie religiose, e la scomparsa della sorella Clodagh. Quest’ultima, incinta pur senza essere sposata, era stata confinata nel microcosmo concentrazionario di uno di quei conventi proprio per volontà della donna, rosa dalla rabbia per lo scandalo e per il desiderio di emancipazione della figlia.

In un’atmosfera perennemente sospesa, in cui non è subito evidente – anche s’è percepito dal lettore – l’esito della vicenda di Clodagh, Nevan parte per la Sardegna, dove sarà ospitato dall’amico Uro. Qui cercherà di risolvere il mistero della morte della giovane Demersa, annegata in circostanze dubbie, proprio quando la notizia della sua gravidanza fuor del matrimonio aveva suscitato scalpore e scandalo a Ubique, nel Sud della Sardegna. Non è casuale che Usala attribuisca questa denominazione al paese, avvalendosi di un termine che deriva dall’avverbio latino “ubīque” e ha significato di “in ogni luogo”. “In ogni luogo”, infatti, con differenti modalità punitive eppure la stessa iniqua sostanza, si è scatenata la persecuzione contro le donne considerate “svergognate” e “perdute”.

Proprio la similarità della vicenda di Demersa e di quella di Clodagh inducono Nevan a occuparsi di un cold case che finirà non solo con il configurarsi quale inchiesta di giustizia, ma sarà anche occasione di un serrato e doloroso corpo a corpo con i propri fantasmi e quelli che alimentano l’inconscio collettivo. Usala attinge, infatti, sia al mito irlandese e scozzese della banshee che a quello sardo delle panas, spiriti di donne morte, direttamente o indirettamente, a causa del parto. Di ambo i miti l’autrice indaga e richiama alla luce la sostanza di dolore che li informa; suggestiva è inoltre l’onnipresenza nel romanzo dell’elemento acquatico, non a caso evocato anche nel titolo. È immediatamente perspicua l’associazione con il liquido amniotico, ma tutta la letteratura internazionale ci ha abituati a rapportarci a figure femminili che, come Ofelia, concludono la loro esistenza nell’acqua, morendo in essa come se tornassero al loro stesso naturale elemento. Con l’acqua nel romanzo coesiste l’elemento del fuoco, punitivo o rigenerante, rievocato nel nome di personaggi come Uro e inscritto nel mito delle Panas, che schizzavano con acqua urente (quasi un ossimoro) il malcapitato che avesse disturbato il rito notturno del lavacro, loro “penitenza”.

Un’opera avvincente e dalle atmosfere livide, in cui il Male serpeggia costantemente e non di rado s’afferma, ma solo momentaneamente, perché non è destinato a celebrare la vittoria finale. La narrazione di Usala tiene desto l’interesse e coinvolge il lettore anche attraverso l’uso frequente (oggi piuttosto inconsueto) di apostrofi, che tendono a spezzare la continuità della fictio. Del resto, Acque perpetue è anche il titolo del romanzo cui Clodagh – in un finale metanarrativo – affiderà la propria triste storia, perché “Quella storia, nata dall’acqua, trovò fine nell’acqua”. E sul ponte del fiume Liffey, nella cornice di uno splendido tramonto, il romanzo si conclude, con una speranza.

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