Io sono Libertà


Recensione a V. Patruno, Io sono Libertà, Scatole Parlanti, Viterbo 2022, Euro 14.

“L’intento di questo libro è di dichiarare l’amore per il proprio quartiere, le proprie radici e i valori trasmessi dall’educazione familiare senza essere compiacente”. Ed è un amore amaro quello che emerge nitidamente dalle pagine di Io sono Libertà di Valeria Patruno.

“Un’opera di fantasia”, dichiara l’autrice, in cui “Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale”, eppure un’opera che ha il sapore di un’inchiesta ramificata lungo una duplice direttrice.

La focalizzazione, dal momento che il racconto è affidato a un narratore interno, la protagonista stessa, è chiaramente in soggettiva. La voce che accompagna il lettore tra le pagine del romanzo è quella di Deborah, nata nel quartiere Libertà, a Bari.

Proprio Libertà, “che ora si chiama anche I Municipio”, è il cuore della narrazione, che muove dagli anni Settanta, in cui “a Bari non c’erano piani di riqualificazione energetica per illuminare le strade del Libertà e non era stata inventata nemmeno la polizia locale”, per spingersi sino agli scenari del lockdown, con la pandemia che squaderna le angosce degli individui e della collettività e finisce con l’essere ulteriore occasione di episodi di illegalità diffusa e persino di un dimentico ‘carnevale’.

Io sono Libertà – si diceva – è fondato su una duplice inchiesta, i cui binari sono in realtà strettamente connessi. Cresciuta senza padre, in un contesto decisamente matriarcale, Deborah cerca disperatamente di conoscere il genitore, in una quête che la indurrà a studiare a Firenze e in cui imprevedibile aiutante sarà suor Clara. Tale mancanza potrebbe a nostro avviso essere letta anche in chiave generazionale: eclissi dei padri come assenza di figure maschili di riferimento rette, in grado di assurgere a esempi positivi (“la disobbedienza dei nostri compagni era piuttosto specchio del ménage familiare: nessuna regola e tanta violenza. Tutto quello che i genitori, e in particolare gli uomini adulti della famiglia, non avevano la pazienza di spiegare era appreso attraverso le mazzate o qualsiasi altro atto di forza”). Ecco che paradossalmente la mancanza della figura maschile e l’affidamento totale della funzione pedagogica a un’alleanza di donne eticamente solide finisce con il rappresentare per Deborah un elemento salvifico: “Sono stata fortunata a essere nata in una famiglia dove ho ricevuto un’educazione severa e impartita a parole, non a schiaffi”. Patruno dipinge molto bene gli ambienti della scuola media frequentata da Deborah, in un contesto che spesso finisce con l’essere malsano per le fanciulle e i fanciulli che non riescano a rendersi popolari per varie ragioni riconducibili ad aspetti fisici, caratteriali o a una commistione di elementi. Inutile dire che spesso tale sorte colpisce maggiormente coloro che sanno riconoscere il valore dello studio e s’impegnano in tal direzione, in una società in cui la Cultura non è di certo ritenuta un punto di forza; purtroppo la situazione attuale non è da meno, nel trionfo dell’idiozia di chi segue gli influencer e dell’ignoranza berciante ai vertici politici. La delineazione degli ambienti, ma soprattutto direi delle dinamiche psicologiche che s’innestano in contesti con caratteristiche analoghe, è realistica al punto che diversi nati negli anni Settanta e Ottanta (e non solo) potranno riconoscersi nel senso di distonia dei primi capitoli. Il sentire distonico è acuito dal contrasto tra la percezione della bellezza di luoghi indiscutibilmente dotati di grande fascino e la constatazione del degrado in cui essi sono immersi. A tal proposito, si legga con attenzione il capitolo IV, “Bosco Garibaldi”, interessante per le considerazioni sociologiche – che tra l’altro conducono anche al di fuori del contesto pugliese – e soprattutto per il carattere epifanico che lo contraddistingue: la scoperta di “un gioco d’ombre bellissimo, ombre di foglie e di rami”, “il verde che mi mancava”; “Non era in basso, era lì in alto, tra le chiome degli alberi. Bastava cambiare prospettiva e il miracolo della natura era lì”.

Quest’ultima frase costituisce, forse, una delle chiavi di volta dell’intero romanzo. Il cambiamento di prospettiva arriverà: gli studi fiorentini, la scoperta del padre, l’emancipazione – pur relativa, dato che non genera la ricchezza e non sempre è foriera di considerazione sociale – attraverso la Cultura. Così dalla prima inchiesta scaturirà la seconda: il ritorno a Libertà in un movimento di riappropriazione del contesto inizialmente percepito in maniera straniante. Una precisa volontà di conoscere Libertà per meglio intenderne la realtà. Quello che cambia è lo sguardo, non “compiacente” perché in grado di individuare le storture e chiamarle con il loro nome, con conseguenti piccoli-grandi gesti di ribellione, ma neppure meramente giudicante. Non è, infatti, quello di Deborah l’atteggiamento di chi si erge su un piedistallo ed etichetta l’altro da Sé in un moto dall’alto verso il basso; forse questa conquista è legata al fatto che dell’attitudine giudicante la ragazza era stata vittima, come emerge ad esempio da allusioni legate al periodo liceale. Al termine della lettura resta la consapevolezza che, anche se i padri latitano, è giusto che gli individui cerchino e scoprano il senso di fratellanza. Garante di quest’ultimo sarà l’apertura al ‘lontano che c’è vicino’.

Io sono Libertà, con le qualità di uno stile curato che non disdegna il dialetto in funzione ora conoscitiva ora mimetica ora affettiva, si muove con un’allure tra romanzo e saggio; si veda, per esempio, l’incipit che focalizza lo sguardo su metropoli orientali per poi volgersi verso Craco e infine puntare su Bari. È un’opera che deve far riflettere tanto i turisti o i non residenti che in maniera snervante magnificano la Puglia per gli scorci da cartolina (se vivi in una terra non puoi accontentarti di un quotidiano spectaculum per gli occhi, tra l’altro solo parzialmente dilettevole perché minato dal degrado) quanto chi, cresciuto in questa regione, desidera fuggire da colei che considera – e spesso è davvero – una Madre matrigna. A volte, però, non basta mutare cielo per placare l’inquietudine radicata nel cuore e l’ideale dell’ostrica potrebbe essere considerato non solo alla luce dell’incombere di un mondo pescecane che divora chi si avventuri di là dal proprio habitat. Esiste, infatti, anche una refrattarietà dell’ostrica ad abbandonare lo scoglio impervio su cui il destino l’ha collocata, nella consapevolezza che nel coacervo di un DNA con l’impronta magari di contadini bitontini, marinai molfettesi, predoni saraceni o sudditi bizantini è racchiusa parte della propria essenza. È anche così che nasce quel moto di odio-amore – il quale può pendere più dall’uno che dall’altro polo a seconda delle circostanze – che ti conduce, seppure con rabbioso e dolente orgoglio, a dire: “Io sono Libertà”.

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