Voce del verbo mare


Recensione a S. Consorti, Voce del verbo mare, Arcipelago Itaca, Osimo 2022, Euro 13.50.

Voce del verbo mare di Simone Consorti è una raccolta che conduce una fitta riflessione esistenziale attraverso il grimaldello del paradosso ironico e dell’autoironia.

È una perenne sete di luce e di vita quella che traspare dalla silloge, una fame d’aria che s’insinua anche nello humour nero di In ogni bara lasciateci un buco. Tra il serio e il faceto emerge l’idea che a ogni individuo s’ancori un mondo e che un mondo si spenga ogniqualvolta un uomo intraprenda quello che romanzieri dell’Ottocento chiamavano il “sonno invincibile”: “C’è tutto ciò che han veduto / negli occhi di ognuno / quando si chiudono”.

Il silenzio di Dio nel quotidiano, la perenne attesa di un’epifania che si risolve in stasi beckettiana e la gioia insana di sentirsi vivi coesistono. A questo senso di attesa non è indifferente neppure il mare (“Il mare intanto attende / la restituzione di tutte le onde”), elemento chiave della raccolta. Da un lato esso appare, e forse è, “sempre uguale / indifferente ad ogni contrattempo”, dall’altro si rivela in equilibrio precario: l’idea della goccia che possa “far traboccare il mio mare” (significativo l’uso del possessivo) o, per usare un’altra immagine, dello “sputo” che lo fa esondare è correlata al concetto che “L’infinito” possa traboccare “a causa di qualcosa di infinitesimale”. A questo motivo si lega l’icona del tennista Nadal, effigiato nel momento in cui la racchetta si appresta a colpire la palla e si fa strada la suggestione magica che “Ogni gesto / a forza di ripeterlo / può creare o cancellare un universo”.

Nell’opera di Consorti non mancano certo i riferimenti colti. Potremmo a tal proposito citare il testo dedicato agli assediati di Masada e alla loro decisione di darsi reciprocamente la morte per non incorrere nell’anatema che ricade sul suicida: è proprio su quest’ultimo che lo sguardo del poeta indugia, su colui che, ucciso l’ultimo compagno, deve necessariamente, per non cadere nelle mani del nemico, togliersi la vita. Egli invoca il fulmine di Dio su di sé, ma invano. Su un’altra drammatica morte di massa Consorti si soffermerà in uno dei testi della silloge: si tratta dell’eccidio di Jonestown, che pose fine tragicamente all’esperienza del Tempio del Popolo. Chiunque abbia familiarità con il Consorti narratore ricorderà che il motivo lucreziano della capacità della religio di suadere malorum – attraverso la manipolazione della psiche di personalità fragili – era stato già declinato in Il prescelto (https://gianobifrontecritico.wordpress.com/2021/05/07/vi-dichiaro-marito-e-morte/).

Il desiderio individuale di trasumanar affiora in Barnekow, che trae ispirazione dalla celebre dimora storica di Anagni e allude all’immaginario alchemico che trovò espressione negli affreschi della stessa. Si pensi al riferimento alla rubedo, l’ultima fase della Grande Opera, e alla fenice che ne rappresenta il simbolo.

La letteratura affiora un po’ dappertutto, divenendo il reagente che innesca il paradosso: l’inquietudine di “un Amleto ridicolo” e contemporaneo non è più originata dalla sete di vendetta e dall’irresolutezza e non è di certo figlia dello strappo del cielo di carta. L’Ofelia 2022 annega in un “bicchier d’acqua” “e anche se sembra ridicolo / è una cosa seria”, se si pensa alle implicazioni della metafora… Il poeta-Orfeo si rivela una “pessima” riedizione del topos: la paura dell’abbandono è divenuta pressoché compulsiva, così come la sfiducia nel sacro. L’effetto del perenne guardarsi indietro sarà allora un impoetico ma realistico “torcicollo” (né le Baccanti si scomoderanno a dilaniare il cantore). Tutto si presta a demitizzazione eppure tra l’alto tragico-mitico della Letteratura e il sé deaurato del nuovo millennio v’è un legame non tenue ed è l’abisso in cui anche oggi si sprofonda senza che, tuttavia, ci si sia mai librati nelle altezze.

Tra le voci che più hanno influito su questa scrittura, come l’autore stesso rivela, è Fernando Pessoa. In quel Più son solo più fa folla la mia ombra sentiamo riecheggiare l’“affollata solitudine” del poeta portoghese. Nello straniante senso di sdoppiamento, perfino di settuplicazione dell’individuo si avverte l’incidenza dell’esperienza della scrittura di Pessoa e della creazione degli eteronimi. Penso a versi di Pessoa come questi: “Non so quante anime ho. / Ogni momento mutai. / Continuamente mi estranio. / Mai mi vidi né trovai”. Anche il gusto del paradosso potrebbe ricondursi alla lezione del lisbonese, geniale maestro di quest’arte, di cui un celebre esempio è il caso del poeta fingitore che “Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”.

È un poeta che merita senz’altro di essere seguito Simone Consorti, cantore di un sentire spesso distonico, in un incedere ora minimal ora narrativo ora filosofico ora lirico; un “pessimo Orfeo” che, senza prendersi sul serio, arrivando anzi perfino a insinuare che “questo libro” possa essere “proprio lo scarto di tutto quello che non ho più buttato” (“C’era una volta un ragazzo di venticinque anni che buttava le poesie del ragazzo di vent’anni. C’era una volta un uomo di quarant’anni che non ha buttato più niente, nemmeno gli appunti”), finisce col farci riflettere – seriamente – sulla bellezza e l’assurdità dell’esistere.

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