Le coordinate del male


Recensione ad A. Mignani Vinci, Le coordinate del male. Il deficit di empatia e l’assenza di rimorso, con prefazione di A.M. La Scala, Armando editore, Roma 2022, Euro 12.

È una monografia densa e lucida quella di Alice Mignani Vinci, assistente sociale, criminologa forense  e pedagogista. L’accessus all’opera è favorito dalla prefazione di Antonio Maria La Scala, dal prologo di Silvio Ciappi e dalla postfazione di Davide Piserà.

Le coordinate del male si struttura in otto agili capitoli. Vi è l’attenzione all’“eziologia del crimine” che induce Mignani Vinci a scandagliare “l’origine del male”, muovendosi anche sul versante storico (significativi, a tal proposito, i riferimenti lombrosiani, che ricordiamo aver alimentato l’immaginario dell’ultimo scorcio ottocentesco – e non solo – , con tutta una serie di declinazioni in ambito letterario e artistico), e a vagliare una duplice ottica. La saggista esamina infatti le componenti criminologiche, argomentando come un ruolo chiave sia rivestito dal “deficit di empatia” e dall’“assenza di rimorso”. Il primo induce a spersonalizzare l’altro da sé, a considerarlo non quale individuo portatore di sentimenti, capace di provare gioia e dolore, ma a reificarlo. Così “il male (…) concepisce gli altri alla stregua di oggetti inanimati e deumanizzati cui indirizzare rabbia, invidia e rancore”. L’assenza di rimorso, invece, si porta dietro un corollario di comportamenti quali “negazione, minimizzazione, deresponsabilizzazione”, fenomeni che Mignani Vinci analizza nel capitolo terzo in relazione ai cosiddetti sex offender. Molto interessante (ecco perché si parlava di una duplice ottica, in una feconda interrelazione tra prospettive,) come la studiosa affianchi al punto di vista del criminologo considerazioni legate alla branca della vittimologia. Quest’ultima, aliena dal voler operare un paradossale ribaltamento (quello che spesso nella storia si è verificato per le vittime di violenza carnale, colpevolizzate quasi fossero essere stesse sul banco degli imputati), prende in considerazione il complesso insieme di variabili le quali, nell’incontro tra individui con precise caratteristiche, possono innescare quella catena di eventi che a volte conducono all’atto delittuoso. Scopo “di questa branca delle scienze forensi” è conoscere e analizzare “i soggetti fragili, maggiormente esposti” al fine “di prevenire l’azione criminale, di arginare i rischi”.

Alla luce dell’art. 27 e della legge n. 354 del 1975, Mignani Vinci si pone inoltre il problema del “trattamento rieducativo”, affinché si vada, laddove possibile (e la studiosa esamina le condizioni in cui ritiene ciò possa verificarsi), verso una “giustizia riparativa”. Una giustizia che non si limiti all’atto sanzionatorio, ma cerchi di attivare un circolo virtuoso laddove in precedenza hanno prevalso dolore e prevaricazione. In tal direzione, significativo interesse è dall’autrice mostrato per l’“esperienza innovativa del carcere Milano-Bollate”.

Il riferimento a Milano-Bollate è emblematico di quanto la trattazione della studiosa rinsaldi costantemente la componente teorica l’attenzione alla prassi, attraverso lo studio di casi significativi.

Quasi a richiamare l’epigrafe di Mark Twain che pone in evidenza come “Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno”, Mignani Vinci, prendendo in esame il celeberrimo esperimento carcerario di Stanford condotto da Zimbardo, peraltro alquanto controverso, riflette sul cosiddetto Effetto Lucifero e sulle variabili ambientali atte a favorire la sospensione di atteggiamenti empatici e la deresponsabilizzazione rispetto a un agire violento e dissociale. La saggista focalizza poi l’attenzione su due casi di cronaca tristemente noti: il delitto di Lecce, che ha condotto alla morte di Eleonora Manta e Daniele De Santis, e la vicenda di Luca Varani, emblematica dell’“abisso umano”. Qui la criminologa adotta la tecnica dell’intervista, riportando la voce di un giovane, M., vicino agli ambienti in cui è maturato il delitto (ma non coinvolto in esso). Egli concorda con l’autrice nell’identificare nel “decifit di empatia” “il volto del male” nella vicenda in questione. Colpisce l’assenza di profondità del male, il vuoto che lo circonda; è in questo deserto emotivo che trova il suo terreno di coltura una rabbia distruttiva, capace di declassare gli individui a strumenti da abbattere.

Il volume di Mignani Vinci ha il pregio della sintesi e della concisione, ma anche della profondità di lettura degli eventi, del supporto di una significativa bibliografia e del dono di uno stile curato e accattivante al contempo. È un’occasione per riflettere sull’atroce alchimia che favorisce l’atto criminoso, per affacciarsi sugli abissi dell’animo umano e identificare “le coordinate del male”, non per il gusto d’indugiare nella contemplazione del baratro, ma perché si possa magari domani ostacolare i tortuosi itinerari cui “il deficit di empatia e l’assenza di rimorso” conducono.

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