L’ultimo Natale di Mrs. Dalloway


Recensione a C. Inguanta, L’ultimo Natale di Mrs Dalloway, Scatole parlanti, Viterbo 2022, Euro 12.

L’opera di Cinzia Inguanta, che potrebbe essere concepita quale raccolta di racconti ma a nostro avviso costituisce una sorta di unico corale romanzo psicologico, si presenta come una curiosa ‘staffetta’ di punti di vista differenti. Ogni capitolo (alcuni sono veri e propri microcapitoli, anche di una sola pagina) è dedicato a uno dei giorni che da Natale giungono all’Epifania ed è caratterizzato dall’assunzione dell’ottica di un diverso personaggio. Inguanta adotta così il difficile artificio della focalizzazione interna variabile, determinando un pluriprospettivismo che mostra le medesime vicende e le medesime figure secondo angolazioni differenti. L’esito è a nostro avviso efficace.

A quest’opzione Inguanta affianca, forse con qualche suggestione della narrativa di Tozzi, l’introduzione di un Leitmotiv, la presenza di una figura che compare quasi in ogni capitolo e che finisce con l’accomunare i vari personaggi. Presenza che, inutile dirlo, è la Mrs Dalloway del titolo, per conoscere l’identità della quale (identità che non sveleremo) il lettore dovrà attendere l’ultimo, spiazzante capitolo.

L’ultimo Natale di Mrs Dalloway (titolo che ammicca ad Ammaniti e rivela la passione dell’autrice per il meraviglioso romanzo di Virginia Woolf) è un’epopea minimale dei vinti. I suoi protagonisti sono creature solitarie, spesso alla deriva come Remo, vittima di una patologica dipendenza dalle slot machine, o Luciana che annega nell’alcool il suo dolore per una situazione sentimentale irrisolta e insostenibile. I luoghi del loro stento, oltre al casamento in cui la maggior parte di loro abita, sono bar, palestre, quei non luoghi insomma che possono diventare teatro di affollate solitudini.

Inguanta segue i suoi personaggi nelle loro azioni a volte insignificanti, come per esempio nelle abluzioni o nelle operazioni finalizzate alla cura di un corpo che poi essi stessi andranno magari a demolire per effetto del vizio o dell’autolesionismo. Quelle dell’Ultimo Natale sono infatti spesso creature disincantate, che vivono in modo straniante la relazione con il contesto che le circonda. O magari sono anziani alla disperata ricerca di un po’ d’affetto come la prof.ssa Bertoluzzi o la signorina cui allude il personaggio di Clara nel capitolo a lei dedicato. Nell’opera di Inguanta emerge in misura considerevole proprio il divario generazionale, con gli adulti incapaci di dialogare con gli anziani e questi ultimi inermi al cospetto del narcisismo o dell’egoismo a volte radicati nei giovanissimi. L’autrice adombra con forza anche un ulteriore problema che la società contemporanea deve fronteggiare: l’incapacità che a volte si radica nelle nuove generazioni di discernere il reale dal virtuale; il graduale processo di derealizzazione che le induce a servirsi delle tecnologie in maniera egotica e disumana, senza alcuna percezione dei risvolti etici del proprio agire. L’imprevedibilità della mente umana, l’insondabilità degli abissi che si celano dietro il volto anche apparentemente più angelico sono alla base di quel continuo  aproṣdòketon che suggella le chiuse dei capitoli, a tratti molto efficaci (“Quando fu il momento smise di respirare”). In questo gioco di specchi, in cui chi parrebbe più sano si rivela gravemente minato nell’interiorità, è emblematico che il sentimento più puro sia rappresentato da una nascente passione omoerotica, la maggiore maturità da un bambino e la più profonda sensibilità e capacità di empatia da un animale. Ma questo in fondo non stupisce affatto…

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