Canto del vuoto cavo


Recensione a F. Innocenzi, Canto del vuoto cavo, Transeuropa, Massa 2012, Euro 15.

Il Canto del vuoto cavo di Francesca Innocenzi si sviluppa sin dal titolo all’insegna del paradosso. Il fatto di connettere all’idea del vuoto, con il suo portato di assenza, il concetto di cavità, in cui al contrario qualcosa potrebbe essere racchiuso, finisce con l’alludere a come anche le vide che cercava Baudelaire rappresenti un terreno di coltura per inusitate possibilità.

Così l’intonazione della raccolta – che si basa sul recupero di forme metriche della tradizione giapponese, il senryu (nella fattispecie doppio) e il tanka – segue sempre un duplice binario: la stasi col suo portato di sospensione, malessere e alienazione e, per contrasto, l’aprirsi alla luce, allo sfarsi delle cose al chiarore delle stelle, o ancora l’indugiare sui cromatismi del giorno e della notte.

Significativa è l’attenzione al corpo, spesso accostato ai frutti o al miele, presenza ricorrente nella silloge (“di terra è il corpo / labbra ciliegia, / cosce schiuma di miele” oppure “pelle di mela / la sera allo specchio / miele che cola”).

La scelta del senryu consente a Innocenzi di accostarsi con vena ironica alle contraddizioni della natura umana. Contraddittorietà che si squadernano soprattutto nelle tre elegie dell’uomo comune, in cui trovano spazio il negazionismo – pur selettivo – della pandemia (“il covid non c’è, / però i negri lo hanno”), l’antiparlamentarismo qualunquista, i pregiudizi contro la diversità etnica o sociale. Altri dittici e trittici connotano la raccolta, ciascuno con una sua interessante cifra: il Trittico bianco, che scruta la morte con sguardo di bambina; il delizioso dittico della puella, suggellato da un’umoristica (e in fondo per tanti veritiera) riflessione su un inopinato potere del greco antico: “il greco antico / fu un amore / saggio e corrisposto. // un miracolo / di aoristi a sanare / solitudini”. Altri testi hanno sapore decisamente paradossale, come l’‘elogio’ della “scadenza della felicità” – condizione che rende possibile la poesia (e qui ovviamente l’autrice gioca con quegli stereotipi, già irrisi dal Palazzeschi, che vogliono il poetare strettamente connesso al dolore) – o il senryu consacrato alla Morte, la “falciatrice / bohèmienne”. Vi emerge l’ambivalente rimozione che conduce gli uomini, al pari dello scudiero di Samarcanda, a credersene al riparo quand’essa incombe, per il semplice fatto di non ‘guardarla in faccia’ (con tutte le implicazioni metaforiche dell’espressione adoperata).

Particolarmente efficaci alcune soluzioni stilistiche, come l’uso – comunque sporadico – di verbi rari quali “inacquare” nella variante “inacquarsi” (“l’eclissi di te / si inacqua e dona luce / alla grondaia), le citazioni dal francese soprattutto nella ricorrenza del vocabolo vide (allusivo al Leitmotiv della raccolta), gli innesti del greco antico, il cui suono assume un je ne sais quoi d’epifanico all’orecchio dell’autrice che subisce la fascinazione ipnotica della parola antica (“Saffo è sola / nel tramonto di luna / sélanna, dice –“). Innocenzi intreccia un dialogo a distanza con autrici a lei care; tra le altre, Ingeborg Bachmann. Se per lei “Das Unsägliche geht leise gesagt übers Land”, Innocenzi risponde che “l’indicibile, / das Unsägliche, resta / scritto nel mare”, tributando così il suo omaggio all’“afona voce” della poetessa austriaca. Il cantico di Simeone (“Nunc dimittis servum tuum, Domine”) irrompe in funzione straniante nel trittico dedicato al lockdown, che si chiude con una sibillina invocazione a Crono: “Lega i tuoi passi, Crono!”. Quest’ultima osservazione ci consente di aggiungere quanto il riferimento al mito non sia raro nella raccolta; non è un caso che uno dei testi di chiusura sia il trittico per Medea, il quale ci immette senza infingimenti – complice il fatale verdetto di Dike – “nel cerchio degli esclusi”, nella lacerante solitudine di chi grida bárbara onómata in una terra straniera.

Interessante anche l’approccio allo scorrere del tempo: nella silloge, la scansione dei mesi sembra correlata alla maggiore o minore capacità di ‘apertura’ del cuore dell’uomo. Spicca (non senza matrici eliotiane) il contrasto tra aprile – caratterizzato dal canonico risveglio della Natura – e il cuore di gelo, immune agli effetti della luce primaverile al pari del guinizzelliano cuore vile assimilato al fango (“così la grotta / affossa ore di luce / e resta fredda”), che non si giovava dell’opera nobilitante del sole. A maggio, invece, spetta il racconto della verità del cuore. Quest’ultimo è presenza ricorrente (la silloge stessa si apre sulla parola “extrasistole”, il più frequente tipo di aritmia): basti pensare all’ironia amara del senryu del “cuore doppio” (non a caso un doppio senryu), che enuncia, ma ironicamente, la condanna del cor ipertrofico all’infelicità in un mondo in cui “la bilancia stringe, / dosa l’amore”. Tra altri testi meritevoli di menzione rammenteremo la bella natura morta con “Olivetti / accanto al davanzale” nella raffigurazione di Torino in un pomeriggio di pioggia. Sentore di crisi e ambizione alla rinascita, edacità del Tempo e desiderio di guidarne i passi perché non si perdano quegli stati di grazia che a volte la vita offre coesistono in un dettato che condensa ed evoca, nel dono di una sintesi felice e di un sorriso che lenisce il maladjustement.

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