La mafia nello zaino


Recensione ad A. Cortese, La mafia nello zaino. Il bimbo, il nano e l’assassino, Roma 2022, Euro 17.

La mafia nello zaino di Alessandro Cortese è un romanzo che appare particolarmente indicato per un pubblico di lettori giovanissimi, ma che riteniamo possa non deludere nemmeno gli adulti.

La trama è incentrata sull’inchiesta condotta dal protagonista, il decenne picciriddu attratto a investigare sulla morte del giovane Giulio. Una vittima tacciata di un ‘latrocinio’ al centro di una rete di reticenze e tentativi di nascondimento che il picciriddu nota subito essere posti in atto dalle figure a lui più vicine, dal barbiere Santo Freni al padre, Mastru Saru. Sul caso aleggia lo spettro della ‘mafia’, concetto oscuro per il giovanissimo io narrante, che cercherà di conoscere il significato della parola, ricevendo in risposta le versioni contrastanti della madre, la passionale e delusa Melina, del padre – ‘negazionista’ del fenomeno – e di un misterioso don Nino, ‘il nano’. Le apparizioni di quest’ultimo sono sempre preannunciate dal suono onomatopeico del suo bastone (per qualche curioso meccanismo mentale ha richiamato alla nostra memoria il coccodrillo di Peter Pan, puntualmente anticipato dal ticchettare della sveglia che aveva ingoiato). La personale quête del bambino – che sconterà sulla sua pelle l’amara verità del proverbio “Chi cerca ciò che non dovrebbe, trova ciò che non vorrebbe” – lo porterà a contatto con la zona oscura della sua Sicilia; l’incontro con un bimbo che anagraficamente non esiste lo farà entrare in possesso di un moderno ‘mezzo magico’: uno zaino in cui è racchiusa la verità sulla mafia. Il picciriddu saprà farne buon uso? E come riuscirà a fronteggiare il progressivo insinuarsi dell’unheimlich in un contesto familiare mai idilliaco, ma ora sull’orlo della deflagrazione?

Il romanzo rievoca alcune vittime della mafia, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, adombrati nel giudice Falco Di Giovanni e nel suo collega Paolo. Nella vicenda di don Pippo si cela il dolore per i sacerdoti caduti nella lotta contro la criminalità organizzata, a cominciare da padre Pino Puglisi.

 L’assunzione del punto di vista di un bambino fa sì che la narrazione non perda mai quel tono di levità in grado di bilanciare la drammaticità e la brutale violenza che caratterizzano gli eventi.

L’opera è carica di elementi simbolici. L’insistenza del particolare delle lenzuola bianche, su cui si chiude, nelle parole della dolceamara Melina, il capitolo settimo, finisce con l’assurgere a simbolo del muro di omertà dietro cui l’uomo medio si trincera al cospetto del fenomeno, tendendo alla purificazione dell’impuro e a edulcorare il Male dietro apparenze di lindore. “In Sicilia c’è il rispetto: per le regole, per le persone e per il posto in cui stamu”, dirà mastro Saru nel momento stesso in cui negherà l’esistenza della mafia parlando con suo figlio.

La struttura teatrale che caratterizza il romanzo è frutto di una ben precisa istanza narrativa. La teatralità dell’opera è evidente in molteplici aspetti. L’uso espressionistico del dialetto, la prevalenza del dialogato sul narrato in numerosi capitoli, la gestualità emotivamente caricata e quasi istrionica dei personaggi (si veda il dialogo tra don Nino e il picciriddu a p. 61, per non parlare delle già citate apparizioni del nano; le movenze e le pose della madre nel dialogo di p. 45, quelle della donna e del maresciallo nel cap. 7). È come se essi fossero perpetuamente su un palcoscenico: la metafora del resto è squadernata dalla stessa Melina, quando dice che “Niente è come sembra e neanche la Sicilia. Tutti attori siamo e tutto teatro è”. Tra l’altro, poco prima il picciriddu aveva rammentato di aver assistito a una rappresentazione del romanzo pirandelliano Uno, nessuno e centomila, riferimento non casuale se si vuole comprendere la figura più sfuggente dell’opera, mastro Saru.

Un altro riferimento teatrale importante è quello all’Opera dei Pupi e alle declinazioni marionettistiche delle gesta di Orlando. Dietro il generoso sforzo di Roland v’è la metafora della chisciottesca lotta di chi cerca di opporsi a un latente sistema di corruzione. Empito ch’è destinato a essere soffocato dal Gano di turno, il quale peraltro non aveva consapevolezza di agire iniquamente, perché riteneva che ad aver tradito la sua fiducia fosse stato Orlando, nel momento in cui lo aveva suggerito come ambasciatore nella pericolosa missione presso Marsilio.  Attitudine accostabile, con le dovute distinzioni, all’ottica distorta del mafioso per cui gentiluomo è colui ch’è connivente col sistema corrotto, mentre traditore è chi opera per la giustizia. Del resto, altro elemento emblematico del romanzo è la ricorrenza del mito di Colapesce. Mastro Saru se ne serve per spiegare al figlio che la mafia non esiste. “Colapesce tiene a galla la Sicilia”, ma forse qualcuno l’ha mai visto? Quando il bambino scuote il capo in segno di diniego, l’uomo dice che “la mafia è come Colapesce. È una leggenda che si sono inventati in televisione”. Nel momento stesso però in cui Saro, per negarle cittadinanza nella realtà, accosta la mafia proprio a quella leggendaria creatura è come se, implicitamente, stesse asserendo ch’essa “tiene a galla la Sicilia”.

E se, come scriveva Schelling, “È detto unheimlich tutto ciò che potrebbe restare […] segreto, nascosto, e che è invece affiorato”, il picciriddu scoprirà suo malgrado che la sua inchiesta potrebbe approdare a un tragico capolinea, al pari dell’epopea di Orlando. Teatro dell’epilogo sarà non a caso un altro luogo colmo di valenze simboliche, il bosco, punto in cui la storia d’iniziazione giunge alla Spannung, complice una battuta che ci riconduce in Ringkomposition al secondo capitolo e svela l’arcano dell’uomo col sacco, l’uomo nero tanto temuto. Ma anche qui, direbbe Melina, “Niente è come sembra e neanche la Sicilia”.

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