Quasi madre


Recensione a R. Pacilio, Quasi madre, con postfazione di P. Marelli, peQuod, Ancona 2022, Euro 14.

È una scrittura intensa e comunicativa quella che caratterizza Quasi madre di Rita Pacilio. Concordiamo con l’autore della postfazione, Piero Marelli, nella misura in cui egli evidenzia come la raccolta sia “giocata sulla figura della madre, non più come un colloquio con i morti di tanta lirica contemporanea, da Pascoli a Raboni, per esempio, ma invece come dialogo, con una presenza che disarticola continuamente la quotidianità e che possiede già ‘naturalmente’ una propria disarticolazione”.

La madre rappresenta, infatti, il “mito personale” della poetessa.  “Mia madre riflette cicli di giorni / e notti rimestando dialoghi / platonici, i silenzi del destino”: questa è la sua prima comparsa, in uno scritto che oscilla tra ricordanze e frammenti dello straniante oggi, in cui si deve fare i conti con una presenza lontanante e a tratti rabbiosa e con lo strazio del graduale dire addio a una figura ingombrante e al contempo amata (“Se avessi saputo le guerre dell’addio”).

Da un lato il ricordo della donna campeggia come fosse una dea, mitica personificazione della Madre Terra (“Quando mi mandavi a letto senza cena / eri bella e con le unghie laccate / avevi due brillanti sulle dita / e i capelli rossi come Milva). Un’icona che reca in sé una commistione di familiarità ed estraneità (“Tutti a ricordare le braccia della mamma / ma tu con me sei madre e forestiera insieme”). La figlia sembra ossessionata dall’idea di conquistare la sfinge; di apparire ai suoi occhi bella e degna di attenzione: “Ci provo da quando ero bambina / nel catino freddo di nonna da cui uscivo / più piccola e più bianca. / Lascia perdere, non è così che diventi / fiume! Ma io scorro senza tregua.” Il desiderio di lindore viene colto dalla lente deformante della donna come una sorta di cupio dissolvi, precoce manifestazione di un complesso di Ofelia che dall’autrice viene ribaltato in senso positivo, quale vitalistica fluidità. Perenne è nella raccolta la sensazione di esposizione a un occhio che guarda; dallo sguardo giudicante della madre sembrano germinare altre istanze schernitrici o stigmatizzanti. È una proliferazione perpetua (“Stanno ridendo di noi li senti?”) a fronte della quale sorge il desiderio di evanescenza, la volontà quasi di “sbiadirsi con i muri”. Da ciò deriva il desiderio di  “diventare il libro che non hai mai letto” quasi suscitare interesse, senza lasciarsi scoprire del tutto.  In Quasi madre si assiste peraltro al paradosso di uno sguardo che giudica, vedendo senza vedere: “gongoli nel tuo inferno maledetto / e non mi vedi, non mi vedi.”

Il lettore ha così l’impressione di essere testimone della declinazione di una storia di impedimento e frustrazione: “sembro un ragno impigliato nella tasca / di un uccello.”

L’autrice esprime tutto ciò in un dettato limpido, nel quale trovano posto anche termini come, per fare alcuni esempi, ‘singletudine’ o ‘xanax’. Nel complesso, colpisce il fatto che nell’incedere dei versi prorompano a tratti frammenti di conversazione, tesi a riportare soprattutto la parola della madre (ma anche dell’autrice stessa), offrendo squarci e lame di vita a interrompere il flusso della poesia e a riorientarne le parole.

Alla figura materna appartengono termini che affiorano dai campi semantici della ferinità: “dentro di te tutte le lupe / gridano a raffica impaurite di saperti / senza pietà.” Il suo parlare è un ruggito; ella sa “spezzare / ogni ferro con la lingua”.  Sue sono la calunnia, la rabbia, le folate di vento, la maledizione. Sua è però anche la fragilità del dialogo coi morti in una visita al cimitero (questo il tema di uno dei componimenti più interessanti) o nel salutare furbescamente il ritorno della madre defunta, in una delle poesie più terse e intense: “Così / rimango immobile di fronte ai tuoi / occhi di meraviglia mentre a denti stretti: / è tornata mia madre dici”.

In questo microcosmo ora claustrofobico ora arioso si ravvisano precisi Leitmotive, quali il tremore, la metafora bellica (“Lividi, sangue e lacrime di guerra / cadono a terra dall’elmo disgustato”, ma ancora la forma della madre come “mina”), la nebbia assurta a strumento di un “feroce destino”, la maledizione.

Forse proprio per il prorompere delle parole maldicenti che tradiscono un disperato bisogno d’amore (“Maledetto il giorno / che ti ho messo al mondo.”) il motivo in assoluto più pervasivo è la rappresentazione dell’attitudine benedicente della figlia. “Benedirò con ogni benedizione / le betulle di mio padre” o “meno male che ho benedetto il giorno / con le labbra quando nasce un fiore” e ancora “Benedico anche la notte / le radici amare e quelle / che portano nomi stretti in mano. / Benedico il mattino e la stagione / chiara quando rimane / tra i fiori fermi dove riconosco / un’ape e la preghiera dell’erba.” Accanto alla benedizione, costante è l’espressione del desiderio amaro e disperato di intrecciare un dialogo d’amore a dispetto delle incomprensioni e del tempo che annichilisce: “Pensi mai al parto delle api, / alle mani giunte dei gelsomini in fiore?”. Perché non venga meno la volontà di continuare a sentire, malgrado tutto, “l’allegrezza delle cose che crescono”.

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