La folle tentazione dell’eterno



Recensione a F. Romagnoli, La folle tentazione dell’eterno, Interno Poesia, Latiano 2022, Euro 15.
È un itinerario artistico assolutamente meritevole di riscoperta quello della scrittrice romana Fernanda Romagnoli (1916-1986), che conosce nuova valorizzazione nell’antologia di suoi testi pubblicata da Interno Poesia, La folle tentazione dell’eterno. L’opera presenta validi accessus nel bel saggio di Paolo Lagazzi e nelle note biografiche curate da Caterina Raganella, figlia della scrittrice, nella nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat, curatrici anche della Bibliografia. A corredare il volume le Foto d’archivio raccolte dalla stessa Raganella.
La folle tentazione dell’eterno si basa su una scelta dalle sillogi Capriccio (1943), Berretto rosso (1965), Confiteor (1973), Il tredicesimo invitato (1980) e dalle postume Mar Rosso (1997) e  Il tredicesimo invitato e altre poesie (2003). Emerge così il percorso affascinante di un dettato solido, a tratti difficile ma mai oscuro, innervato da una fitta riflessione metafisico-esistenziale. Le prime prove appaiono più legate al riecheggiamento di voci amate: nell’incipit di Presagio si percepiscono chiari echi leopardiani, che hanno mellificato l’incipit di Amore e Morte ma anche l’andamento di La quiete dopo la tempesta. In Campane e fontane, tributo alla bellezza incantevole di Roma, o ancora nella Rondine senti nitidamente l’influsso di D’Annunzio.
Berretto rosso appare prova già più matura e reca in sé quella cifra peculiare che sarà consolidata dalle opere successive. Romagnoli cesella vere e proprie gemme. Veste d’immagini un’intuizione relativa al senso della vita stessa; ciò avviene in Massaia (e ci piace a tal proposito ricordare il romanzo della Masino), in cui il senso di inadeguatezza, di distonia rispetto al reale si traduce nell’immagine di una massaia “poco accorta”, raggiunta dal “mezzodì – ragno divino” ancora invischiata “nella rete del fare e del non fatto”, mentre “già il passo dell’Ospite è alla porta”. È evidente la valenza metafisica del testo, che reca in sé impronta della parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte; l’attesa e l’inopinato giungere di quell’appuntamento col Destino che da ogni creatura è atteso. La riflessione sul divino è costante nell’autrice, che conobbe tra gli altri Betocchi e Bertolucci. Tra le sue declinazioni più intense annoveriamo Preghiera, nello sconfinato bisogno che la dimensione del sacro investa l’intera persona e non si limiti a una tensione mistica connessa a una demonizzazione di tutto ciò ch’è materico. “Ma non con la mia anima tiranna / Ti pregherò, Signore. / Con questo corpo / (…) con questo muratore senza tetto / con questo domatore di demòni / con questo letto di vene / (…) con questo informe mugolìo di fiamma / che tenta canzoni”. Il rapporto con la dimensione della mortalità è sempre ancipite, come emerge nel bel ritratto di Pilota morto, nel contrasto tra la vitalità di chi ha solcato i cieli e l’immobilità di un corpo diaccio; tra l’anelito al trascendente e il dubbio materialista.

Trova posto nei versi di Romagnoli anche la poesia degli affetti. Una costante dell’intero percorso dell’autrice è nell’atto di rapportarsi alla figlia Caterina in un continuo rispecchiamento, che riannoda l’esperienza di figlia a quella di madre. Una madre che non vuole mostrarsi invadente: “E se spasimeranno le mie dita / di toccarti i capelli / sarò più lieve del berretto rosso / che graziosa t’inclini sull’orecchio”. Una figlia che corre alla vita proprio come faceva Fernanda da ragazza; quella Fernanda che nelle ultime raccolte rimpiangerà l’operosità della madre icasticamente rappresentata nel momento della mattutina preparazione del caffè.
La resa all’eterno silenzio coesiste con la resa ai fardelli della vita. Spesso Romagnoli medita su questi gravami, soprattutto nei numerosi autoritratti che costellano il suo percorso. In essi elemento costantemente presente è lo specchio, vero e proprio mito personale della scrittrice. Vibra il contrasto tra l’immagine di sé restituita al presente e la spavalda fiducia nel futuro risalente all’età giovanile. Il suo esito più felice è in un Ritratto della Romagnoli ragazza, in cui fa capolino il secondo mito della poetessa, l’ape. “Che vuoi da me, ritratto, ardente viso, / pupilla come l’ape del mattino, / guancia che sottilmente sulla tempia / sfuma in sorriso? Mi torturi invano / col tuo splendore” .

Non solo l’amore filiale (spiccano le rammemorazioni della figura paterna, con la quale l’autrice intesse un colloquio ideale anche una volta che il genitore è rifluito nel mondo delle ombre) e materno, ma anche quello per il marito conosce declinazione nell’esperienza della Romagnoli, in un legame saldo ma non privo di asperità. Si pensi alla metafora giudiziale del Caso non risolto o ancora al “vizio coniugale” degli sposi “polene di balcone” di Coniugale. La gelosia conosce una declinazione ardente ed efficacissima in Lei, dalla robusta chiusa.

E poi ancora avverti il senso della Natura nei passaggi o il maladjustement di chi si sente come il “tredicesimo invitato”, l’indesiderato al banchetto della vita, colui che porta sfortuna, è di troppo e si aggira tra la gente come un’ombra. Questa sensazione ricorre anche in Falsa identità e può essere vinta, forse, solo dalla poesia. Un percorso destinato Ad ignoto che offre un’illusione di persistenza. “Il mio poco darei / per un unico verso che resti / testimonio di me, / un attimo posato sulla terra / – lieve – come un coriandolo  / di questi” (Carnevale). Non è casuale come l’idea della levitas, oltre che dal pensiero della figlia sia suscitata dalla grazia della poesia. Alla luce di questo dolceamaro amore assume più chiara valenza anche la metafora dell’ape, per tradizione connessa alla creazione poetica. La sua funzione appare chiara in uno dei testi migliori della Romagnoli, consacrato a un Rosaio, che sfinito dall’aestus furens invoca il pungiglione delle vespe. “Ma Iddio manda far loro / un’ape”, la Romagnoli stessa che, vestale della vita, nella gioia e nel dolore, ha un compito di straordinaria pietas: serbarne “la memoria / quando il morto rosaio non sarà / che una corona di spine”.

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