Daniele Giancane. Il meglio di me, vol. 1


Recensione a D. Giancane, Il meglio di me. Volume primo, Adda Editore, Bari 2022, Euro 12.

È un’operazione significativa quella compiuta da Daniele Giancane, che, alla luce di “un’intera vita dedicata alla poesia”, sceglie di operare un parziale bilancio, eleggendo i testi che rappresentano per lui, e alla luce dei giudizi dei critici, la parte migliore della sua produzione.

In questo primo volume lo scrittore ha raccolto sette poemetti dal respiro compatto, accompagnandoli con alcuni saggi dedicati alla sua opera da Anton Berisha, Marco Ignazio de Santis e Giorgio Barberi Squarotti. A conclusione, un’intervista condotta da Teodora Mastrototaro e pubblicata su “Oubliette magazine” nel 2011, testo che finisce col fornire, attraverso le dichiarazioni del poeta, un accessus ai suoi versi.

Nei primi poemetti ben si coglie, accanto all’influenza della beat generation, sottolineata dallo stesso autore, anche la veridicità di quanto scriveva opportunamente Barberi Squarotti. Egli rilevava che l’avanguardia vivida nell’immaginario di Giancane non era, decisamente, “quella a noi più vicina, operante negli anni settanta e oltre, ma una più remota presenza ‘storica’, addirittura quasi ‘classica’ tra scapigliatura e futurismo”. Ciò appare tangibile nella vena incendiaria di Profezia n. 1, poemetto di straordinaria visionarietà, dall’aura apocalittica, influenzata anche dal dantesco contrapasso. L’infognarsi dell’uomo nei “luridi luoghi di tanfo” di cui si parlava in Io pare tradursi nell’icona surreale – in un’atmosfera che ha un je ne sais quoi anche di buzzatiano – degli uomini-topi-gialli, punitori della “Grande Notte Terminale”. V’è un che di gioiosamente ironico in questo sfrenato Carnevale, che sembra voler distruggere tutto perché qualcosa rinasca. Emergono i Leitmotive  della produzione precedente, in parte ripresi anche nella successiva: l’infernale burocrazia ereditata da Kafka, l’attacco contro i plutocrati, la critica serrata del narcisismo, anche poetico. Il tono è decisamente alto, ma si compiace della commistione anche di materiali plebei, perché sgradevole è l’imbestiamento stesso cui l’uomo è andato scientemente incontro: “Orineranno dalle orecchie come fontane / Gli artisti dell’Io!”. L’effetto è di grande plasticità e suggestione.

In Io, il testo che apre la raccolta, Giancane tratteggia un ironico autoritratto. Si descrive, con andamento apparentemente dimesso, come “animale di città”, “avvezzo al caldo soffice del termosifone” e finisce col pennellare il motivo del ‘rintanamento’. Un claustrofobico letargo cui l’uomo si è autocondannato; la descrizione dei caseggiati casermoni, che per certi aspetti finisce con l’accostarsi – con modalità ovviamente differenti –  alla riflessione pasoliniana, dà ancor più risalto alle immagini rivenienti dalla rammemorazione della civiltà contadina e dalle “immense praterie del sogno” in cui il poeta si sente libero di scorrazzare. Ci piace rilevare la presenza, in chiave di negazione, di un animale caro all’Eugenio Montale della Bufera e altro: l’anguilla. Immagine dell’istinto vitale, essa finiva per divenire, agli occhi del poeta ligure, sorella di Clizia. Invece, Giancane dichiara: “non scendo come anguilla al mare quando preme la covata”.

Nel Monologo ininterrotto abbiamo a tratti avvertito un’atmosfera accostabile a quella della Passeggiata di Palazzeschi, ma anche tematicamente a certi passaggi di The Waste Land (A Game of Chess). Suoni onomatopeici, lacerti di conservazione inframmezzati con effetto straniante, fotogrammi che si giustappongono con montaggio efficace, passaggi sentenziosi (“Che è una scimmia pazza la mente / Liane arrotola di zigomorfi fiori tropicali”), iterazioni e citazioni, momenti di visionarietà. In quest’allure monologante rivive la tragedia – dai più non percepita come tale – della disumanizzazione, che comincia dalle modalità educative: “— I bambini hanno studiato la lezione. / La maestra dice bene. Sono educati e remissivi. / Comprensivi. Igienici e belli. Parlantini.” Il pensiero corre alla riflessione del Dino Buzzati di Stupidità dei bambini in In quel preciso momento. L’amore, poi, che dovrebbe essere salvifico, finisce col consumarsi in un rituale degradato: “—Apri le cosce, non ho tempo / (…) La donna nuda gira la testa piangendo”. L’unica possibilità di sottrarsi al tempo della stasi è la volontà di cavalcare “il puledro indomo / Del puro intuito del primordiale istinto / L’approdo sarà terra di meraviglia”.

Al cimitero americano è un’amara meditazione sull’inane distruzione arrecata dalla guerra. Echeggia come motivo costante il topos dell’ubi sunt. Giancane, come spesso fa nei suoi versi, vuole che esso si declini in modo dimesso, quasi colloquiale, ma al lettore non sfugge il tono alto e tragico della riflessione: “E Alfred Cooper spento in paese straniero / di cui è scritto / con ottimismo incorruttibile / CI RIVEDREMO ANCORA / che aveva potuto di ingiusto / nello spazio breve / dei suoi ventidue anni non compiuti?”. Anni dopo, come evidenzia Marco Ignazio de Santis nel bel saggio su Anima vagabonda, quest’attitudine a restituire la voce dei morti, ispirata all’opera di Lee Masters, rivivrà nei versi della sezione Uno Spoon River tutto mio. Versi che, con estrema sintesi, delineano ritratti come quello della Nonna Lauretta, in apparenza “scostante” ma attenta a perpetuare quell’atteggiamento della cura per l’altro, dalle nostre matriarche consumato nel silenzio (il ricordo, emblematico, delle “fette di pane fresco” offerte quale ruvido atto d’amore nei “meriggi estivi”).

Istanza civile e riflessione metafisica si inanellano; quest’ultima finirà col prevalere, ma mai in assenza della prima, nella Terra di dove, col comandante sospeso tra anelito di libertà e amara riflessione sulla storia, “macina / che travolge ogni cosa, / che muta e manda in mille pezzi”.

La tensione al sogno, altro fil rouge della scrittura di Giancane (come si evince anche dall’intervista di Mastrototaro), dona l’occasione per un poemetto decisamente interessante, Attraversammo le porte del sogno. Mitologia greca e psicoanalisi si intersecano; non manca l’ekphrasis felice del Sogno di Costantino di Piero della Francesca, condotta con mezzi scaltriti. In alcuni momenti (i passaggi dedicati a Daniele e Nabucodonsor), la narratività assume un’allure che sembra ammiccare all’epos (“Testa petto e braccia d’argento / ventre cosce di bronzo, / gambe di ferro e di creta”). Agli echi della storia universale, della tradizione classica (si pensi anche ai riferimenti a Esculapio), alle citazioni byroniane o della poesia francese, si accosta poi la descrizione di sogni dell’autore stesso, che – novello Daniele – si trova a tradurne il senso, condividendo l’idea freudiana del manifestarsi nel sogno di una “immaginosa lingua poetica”.

Affascinante anche il tema affrontato in Sì, la reincarnazione, amico, inedito. Poemetto che accosta conversazioni da bar, in cui fa capolino qualche vocabolo aulico (“La barista opima”), a reiterate apostrofi al Lete e a ipotesi metafisiche. Dalla bonaria riflessione sul danno paradossale che deriverebbe da una reincarnazione memore delle precedenti vite, si vira verso il suggestivo momento di “E verrà il tempo designato”, con l’anima posta dinanzi alla scelta se reimmergersi nel brulicante mondo e gioire e soffrire per compiere “un passo avanti / verso una possibile perfezione”. Così dinanzi al verbo inevitabile della sofferenza, si staglia, in un breve plazer, la rappresentazione della bellezza dell’esistere. E il finale è aperto alla speranza: “—Perché la vita finisce, / ma tutto può / in qualche modo / ricominciare”.

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