Generazione disfagia


Recensione a D. Zumkeller, Generazione disfagia, Amazon 2021, Euro 10.

È una raccolta interessante quella che Dario Zumkeller, autore del manifesto dell’olfattivismo, ci offre con Generazione disfagia, come recita il sottotitolo stesso “Raccolta di poesie per una generazione potenziale in una società fallita”.

L’opera si configura quale una sorta di discesa negli inferi della quotidianità, connotata come tempo di un’apparente frenesia che si traduce in stasi. L’emblema di questa condizione diviene proprio la “disfagia” richiamata nell’intitolazione. La disfagia è un termine medico che designa la difficoltà a deglutire, più comune negli anziani, ma che nella fattispecie diviene elemento connotativo della generazione dei trentenni, cui lo stesso Zumkeller appartiene. Essa assurge dunque a metafora dell’impossibilità di adattarsi a occupazioni precarie e mal retribuite, alla condizione di dover usufruire di ciò che la generazione dei padri o i sedicenti depositari della verità scartano dal proprio piatto (“La stella di Betlemme! / La trovo leccando i residui di cibo nei piatti dei clienti”).

Emblema di un vivere schizofrenico ai confini del non esistere diventa il ristorante teatro dell’ambientazione della prima sezione. Lo rivela in maniera chiara il fiorire delle metafore che lo assimila a una “caserma di frontiera” in cui ci si fortifica per la guerra imminente, a una “scarpa galleggiante su un fiume-taser a scacchiera” (destinata al contatto col piede, che per sua natura, se scalzo, posa sulla terra e ne raccoglie la sozzura). E poi ancora esso è “scafo di storie masticate e sputate” e infine non più luogo di addestramento al conflitto, ma “campo di battaglia” vero e proprio.

 Zumkeller ne osserva gli avventori e i non luoghi, dedicando un testo persino ai gabinetti del ristorante, componimento in cui ironizza sulla loro ubicazione “in fondo a sinistra”, dialogando giocosamente con la citazione bertinottiana incastonata nel testo (“Il comunismo si trova nei cessi pubblici”). Ci si ingannerebbe se si etichettasse la poesia di Zumkeller come semplice e meramente provocatoria. Il suo dettato è complesso; squaderna nella sua cucitura l’armamentario della mitologia (germanica con Freya ma anche greco-latina con Diana), dell’alchimia (il “mercurio filosofico”), della botanica (i “transfrontalieri aclamidati”, accostati a fiori privi di perianzio e pertanto quasi nudamente ridotti alla funzione riproduttiva), della religione shintoista (i “kami senza ricami”). Innesta lacerti di lingue straniere, dal gaelico al polacco, e su tutti evoca il dominio della tecnologia e dell’informatica al centro della seconda sezione, dedicata ai Precari in domotica. Così, con una bella intuizione, alcuni avventori del ristorante sono definiti “variabili booleane”, perché ammettono solo due possibili valori, il vero o il falso (c’è implicitamente forse da pensare che il primo sia quello di cui tali individui si sentono depositari). Tra l’altro il processo di reificazione cui sono sottoposti uomini e donne o la loro riconduzione a concetti astratti o legati al linguaggio dell’informatica ci spinge a considerare Zumkeller come uno di quegli autori che sembrano additarci il nostro esser giunti a un’epoca postumana. Un momento in cui il rischio di perdere le insegne dell’humanitas è altissimo.

In tal direzione va forse colta anche la presenza ossessiva del concetto della “domotizzazione”; tutto deve essere ben funzionale al potere dell’uomo depositario di quello strumento di dominio che gli consente di digitare i tasti del Pos-Bancomat. Resta da chiedersi se vi siano elementi forieri della possibilità di restituire un respiro diverso al vivere disfagico. A nostro avviso sì; ha tale potere, seppure effimero, il suono del carillon che può “disegnare il suo volto / (…) spargere il profumo del suo scialle celeste”. Basta poi, tuttavia, la caduta in terra di una forchetta, riprodotta onomatopeicamente dal poeta, per ricondurre l’uomo alla sua condizione di “cadavere di edera”. Tale funzione può essere rivestita, in un sollievo ugualmente non duraturo, anche dal sorriso dei bambini avventori, a cui Zumkeller dedica una poesia: “A guardarli mi arriva un breve momento di angelico raccoglimento”.

La seconda sezione continua a sbozzare il ritratto della generazione dei “precari in domotica” e lo fa sfoggiando l’armamentario della poesia visiva, mellificando una tradizione che va da Apollinaire a Govoni, ma che è rivisitata alla luce della moderna grafica del linguaggio di programmazione, degli stickers, degli emoticon e della pubblicità. Quest’ultima è rivisitata con l’ironia di un acrostico che parte dall’innocua e invitante immagine di un succo ACE per sciorinare i più nocivi ismi contemporanei, AntagonIsmo, ConsumIsmo ed EdonIsmo. Il tutto con un gusto del pastiche che va dal frego delle revisioni dei documenti word al linguaggio postgrammaticale, dal lessico della psicologia all’antropologico Panopticon. Il lettore può non cogliere tutti gli elementi che si celano dietro le “Fiamme nella brughiera” o nell’inferno karmico, ma si lascia catturare da quest’atmosfera distonica e sorride delle citazioni operistiche rievocate in chiave gastronomica e demitizzate della Bohème Gourmet.

Bella conclusione della raccolta è l’apostrofe a una protagonista del carnevale di Guspini, la “Carrista Guspinese”. Nel testo Zumkeller ci sembra ammiccare alle atmosfere di epigrammi dell’Antologia Palatina per poi opporre alla “caduta primordiale” e alla vita-meretrice un amuleto, una “collana di smeraldi” che forse potrà salvare la donna dal diluvio.  Il finale esprime con grande leggerezza concetti struggenti. Il linguaggio della fisica coesiste con quello immaginifico del poeta metamorfosato in coccinella e con la citazione straniante di A Silvia, in un possibile ammiccamento all’anagramma che Agosti rilevava al termine della prima strofa del capolavoro leopardiano.  Gli effetti a distanza dell’interazione tra due anime e l’idea che il “protone diviso non romperà mai il filo” che lo lega a ciò da cui è fatalmente separato tradiscono la consapevolezza che al di là della compresenza dei corpi esiste molto altro. Qualcosa che supera il mistero dell’eterno sparire. “Io coccinella me ne volo nell’etere sporco / e intanto tu di spalle salivi, salivi e sparivi / Silvia, con il tuo carro”.

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