Recupero dell’essenziale


Recensione a M. Zanarella, Recupero dell’essenziale, con prefazione di Dante Maffia, postfazione di Anna Santoliquido, Interno Libri, 2022, Euro 12.35.

Non possiamo che concordare con Dante Maffia quando asserisce che Michela Zanarella “ha l’animo traboccante di accensioni calde e raffinate che sono transitate attraverso il fuoco di autori centrali nel panorama della poesia del Novecento”. E conveniamo con Anna Santoliquido mentre scrive che “Etica e spiritualità sono la brina dei versi, rischiarati da una ‘luce superstite’”.

È una raccolta interessante e convincente questa Recupero dell’essenziale della Zanarella, di grande compattezza tematica e curata nella tessitura musicale dei versi.

La figura umana è presente nella misura in cui l’autrice dialoga con i poeti e le poetesse che hanno puntellato il suo percorso di formazione spirituale e con i quali ha consonato, condividendone battito e respiro.

Con Rafael Alberti ha condiviso la ricerca dell’eternità e la scoperta ch’essa possa parlarci nella voce del vento in una ballata; con Camillo Sbarbaro la consapevolezza che la serenità risiede in quella treccia di bambina ancora ignara dell’arsura dell’esistere o nella meraviglia di un padre fanciullo nell’atto di additare la “prima viola”. Con Sergio Corazzini ha in comune l’anelito che non si arresti al confine il volo della “rondine di mare”, speranza che risuona con accenti altri in questa minacciosa fine d’inverno, mentre le immagini dei profughi ci stordiscono, ci lacerano; con Vincenzo Cardarelli il canto della luce, dell’estate, il sentirsi creatura d’acquario, fintanto che la Natura ci cammina accanto.

A dominare, però, è proprio quest’ultima, declinata nell’ossessione della luce, dell’alba (ce n’è una, reale o potenziale o attesa, pressoché in ogni testo), delle stelle. Esse sono protagoniste assolute; in loro è vibrante quel “recupero dell’essenziale” che, indicandoci la contemplazione del cielo e del cosmo, ci addita, a nostro avviso, in qualche modo il sentiero per riscoprirci e tornare a essere umani.

Sono numerosi i testi che hanno suscitato in noi risonanze profonde. In E si riaprono gli argini della memoria, colpiscono l’atto di “innamorarci del filo d’erba” e, ancor più, quel “diluvio / della luce variabile” della vita che ci meraviglia, col suo incedere sempre fuori programma.  Uno dei componimenti più intensi è Almeno qualcuno fa caso Qui, l’ascolto della voce dei morti (quella che, diceva Ungaretti, è “l’impercettibile sussurro” e non fa “più rumore / Del crescere dell’erba”), in una sorta di umanesimo animista, popola “l’ombra nel sonno della città” e diviene l’essenziale a cui è necessario prestare ascolto, perché si vada incontro alla vita con consapevolezza e coraggio. Analoga convinzione si coglie nel bel Vegliare la pace di giorno e di notte, con l’ammonimento, anch’esso di grande attualità, a “pensarci prima di ferire il ruscello”. Il culmine di questo sentimento del mondo, che ci sembra l’aspetto più intrigante e foriero di esiti felici nella poesia di Zanarella, è raggiunto nel testo a nostro avviso migliore, Esiste una lingua segreta, in cui vivido e misterioso è il senso della Natura, che in qualche modo ci ha rammentato quello di un poeta come Vincenzo Rossi, che auscultava il Respiro dell’erba e la Voce delle rocce. “Esiste una lingua segreta che s’impara / origliando ai piedi dell’erba / sottoterra c’è una folla di ombre sepolte / rugiade strette che vogliono tornare / sale su per le radici la grammatica dei papaveri”, scrive l’autrice.

Nella poesia astrale come in quella terragna di Zanarella risuonano una musica indefinita, un arcano stupore di vivere, una promessa di eternità che corre col raggio di luce, fattori che infondono nel lettore una struggente nostalgia di cielo.

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