I prigionieri


Recensione a P. Vito, I prigionieri, Augh, Viterbo 2021, Euro 15.

Colpisce per la qualità della documentazione, la finezza dell’introspezione e la forza della narrazione il romanzo storico I prigionieri di Pierluigi Vito.

L’opera ricostruisce i quarantasette giorni di prigionia, consumatisi tra maggio e luglio 1981, del direttore del petrolchimico di Porto Marghera, Giuseppe Taliercio, per opera della Colonna Veneta delle Brigate Rosse.

L’autore, giornalista professionista, si è basato “sulle sentenze dei processi per l’assassinio di Giuseppe Taliercio, sulle fonti giornalistiche dell’epoca, sulle conversazioni con chi partecipò al rapimento e con i familiari della vittima”, producendo quello che non definisce “un resoconto fedele in tutto e per tutto”, ma piuttosto “un tributo alla memoria di un periodo crudele e nefasto per l’Italia” e al martirio di un uomo perbene, invischiato suo malgrado nelle panie di “una storia sbagliata”.

Ne è venuto fuori un romanzo connotato dal pluriprospettivismo, in cui il narratore esterno adotta sequenza per sequenza una focalizzazione incentrata su un diverso personaggio, muovendosi tra i terroristi, menzionati attraverso i loro nomi di battaglia. Alcuni di loro, come Marcello e Lucia, avvertiranno gradualmente l’insensatezza di un’azione nata male e condotta peggio; altri, quali Emilio, la figura su cui l’autore insiste maggiormente, pur percependo – sebbene a un livello non pienamente consapevole – l’erroneità della direzione di marcia, si lasceranno guidare da una dedizione fanatica all’‘ideale’. Alla narrazione dei contatti, delle azioni, all’illuminazione dei pensieri dei brigatisti fungono da contrappunto le lettere che il prigioniero, Taliercio, immagina di scrivere all’amata consorte, Gabriella, e ai figli. Pensieri che l’uomo tenterà anche di fissare su carta, per poi, all’ultimo momento, strappare gli abbozzi delle missive per non lasciare che la propria interiorità sia violata al pari della sua persona. Nel costruire queste epistulae fictae Vito raggiunge i livelli più alti della sua scrittura; da esse emerge l’abbandono confidente del prigioniero alla volontà divina, la sua capacità, a dispetto di tutto, di un sentire empatico nei confronti dei suoi carcerieri (per il suo carnefice egli alimenterà una sorta di tenerezza paterna), la sua schiacciante superiorità morale sulle altre figure che puntellano la narrazione. Colpisce il contrasto tra il linguaggio sprezzante dei comunicati dei brigatisti, che lo definisce “il porco Taliercio”, e la natura della vittima quale emerge dalla narrazione e dalle stesse dichiarazioni dei terroristi all’indomani dell’esecuzione. Alcuni di loro hanno fatto riferimento alla “dignità altissima” con cui l’uomo è andato incontro al suo destino e alla sua caparbia volontà di opporre “il diritto alla vita, suo e di tutti” “al linguaggio di morte” degli aguzzini, “prigionieri” come, e più di lui, a causa di un’ideologia perseguita nell’insipienza del bene e del male. Un’attitudine tale da far germogliare in chi l’avrebbe ucciso “un seme così potente” da non poter essere estinto.

È un romanzo che appassiona e commuove I prigionieri. Che ti porta a solidarizzare con Taliercio, ma anche ad avvertire il desiderio, per i suoi carcerieri, di una redenzione che per alcuni arriverà, sebbene in maniera troppo tardiva. Un’opera in cui la fede e i valori del cristianesimo sono affermati con vigore, con l’energia di uno stile curato, ora crudo ora lirico. Molto ben riuscito il tentativo di Vito di calarsi nelle prospettive dei brigatisti. Su tutti, ritengo particolarmente riuscito il personaggio di Lucia, dapprima sprezzante verso il prigioniero, poi sempre più conquistata dalla sua gentilezza e dalla lettura ‘rubata’ delle sue missive stracciate. Certo, non basta dissociarsi dal male per impedire che esso si consumi… E purtroppo quella che avverrà è – per usare un termine preso in prestito dagli scritti di don Tonino – una dolorosa ‘antipasqua’.

Quell’antipasqua che è importante e meritorio che Vito abbia ricostruito con gli strumenti dell’arte. Arte che non pretende certo di sostituirsi al lavoro dello storico, ma pone l’accento sugli aspetti che un lavoro storiografico spesso non rileva. Lo scandaglio del sentire umano in tutto il suo contraddittorio dispiegarsi. È proprio con quel sentire che il lettore finisce col vibrare all’unisono, partecipando con commozione alla tragedia di Taliercio e della sua famiglia e figurandosi anche il disagio di chi, per perseguire ciecamente un sogno, un ideale, ha finito col declinare il verbo oscuro della Morte, col seminare il buio.

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