Poco allegretto


Recensione a M. de Freitas, Poco allegretto, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 16.

Colpisce positivamente la bella raccolta Poco allegretto, opera del poeta portoghese Manuel de Freitas, classe 1972, pubblicata a cura di Roberto Maggiani, con il testo originale e la traduzione italiana a fronte.

L’opera si connota per la forza comunicativa notevole, grazie all’intenso dialogo che lo scrittore intesse con i lettori, di cui le suggestioni appaiono limpide già a un primo approccio, anche se i testi necessitano, per essere colti più in profondità, di riletture che consentano anche di contestualizzare le occasioni dell’ispirazione. Come ben sottolinea infatti Maggiani, “Poco allegretto può essere letto come un percorso temporale e spaziale (…) nelle affascinanti terre del Portogallo, nella sua grandezza storica ma anche nella semplicità di un popolo che ha saputo dialogare con l’infinito identificato nel suo Oceano”. Infatti, i luoghi della saudade sono protagonisti dei testi così come le figure, spesso laceranti, che vi vengono pennellate: si va dalle numerose taverne, in cui l’Ulisse contemporaneo incontra i Ciclopi che allignano nel suo cuore, sino all’“Hotel Luna, camera 203” di Cartaxo, cui si sovrappone il profilo della scuola che fu teatro di tragiche vicende nel 1985, quando il poeta aveva tredici anni; “le prime innamorate si / confondono con la memoria di un incendio. / Alcuni non sono sopravvissuti, certo”.

Alcuni Leitmotive si delineano chiaramente sin dalle prime battute. Tra questi vi è la pervasività del tema della Morte. L’uomo sembra esistere per essa, unica certezza del nostro andare: “Di certo, nelle nostre / vite, esiste quello che infine – o / da sempre – le nega. Ha più ragione / di Hegel l’oscuro Teognide di Megara”. Ciò rende l’‘allegretto’, ossia quello che, già di per sé, musicalmente è un “movimento meno veloce dell’allegro”, ulteriormente rallentato, al pari di un individuo preda di un’ebbrezza alcolica.

E il topos del vino, caro alla poesia greca del migliore Alceo, poi rinverdito da Orazio, ricorre di frequente, con parenesi da carme potorio. La differenza è che esso avvicina esistenze derelitte, lo fa anche solo per lo spazio di una notte o per pochi istanti, ma questa comunione improvvisa ed effimera è solo un temporaneo inganno al tempo della stasi (“La vita, ovviamente, continua senza apparire da queste parti”). Quest’ultimo sembra connotare l’esistere dell’uomo, il cui procedere appare assimilabile all’“immoto andare” montaliano. Solo che qui il varco è stato trovato ed è l’annientamento. E il “ritorno a casa” è solo “il gesto anonimo / e vacillante con cui ti stai lasciando / dietro il legno sporco dei gradini”.

Eppure, nonostante queste premesse, il canto di de Freitas non deprime. Tutt’altro. È un canto della vita così com’è, nella partita doppia del suo dare e avere. In questo l’arte esercita un ruolo importante. La musica è costantemente presente, evocata – a ben vedere – già nel titolo. Continue sono le citazioni di musicisti; spesso si tratta di figure come Chet Baker o John Balance che hanno concluso tragicamente una vita difficile. L’arte non li ha salvati dall’abisso, ma li ha consegnati alla memoria collettiva. Ha fatto sì che qualcuno possa dire della My funny valentine suonata in modo memorabile da un Baker vicino alla fine: “Ma non mi rubino, per favore, questa canzone”. Poi ci sono le fotografie, ricorrenti (penso al bellissimo Bollettino salesiano) così come il ricordo di artisti come Sérgio Eloy, di cui si parla in Alto de São João: “Più del Requiem / mi ha commosso / tornare a vedere la fotografia / in cui teneva il cane e sorrideva. / Mi ha morso anche alcune / volte, Sancho; / ora non esiste / – e neanche Sérgio”. Di questo componimento, uno dei migliori, ricorderò anche il finale, in cui il cimitero di Lisbona viene salutato come “Città reale, spazzatura di tutte le chimere”.

Non è da dimenticare come un ruolo fondamentale sia ricoperto nella raccolta dalla meditazione sulla poesia. Di essa si constata a più riprese l’inutilità. “Non c’è niente da fare, / nessuna parola ci salva” e poi ancora “Ma questa poesia, pure che sia insufflabile, / non ha mai salvato nessuno dal proprio corpo” o “Noi, poeti, scriviamo solo sciocchezze” e “versi in cui / inutilmente vi dico che sono un uomo felice”. Perché vi è una sorta di ‘allegria’ in questo vivere/non vivere, sentirsi “un roseau pensant, il più bel cadavere di Lisbona”. La poesia è inutile come le parole indirizzate al padre (cui era caro il linguaggio postgrammaticale dell’entomologia) in Difesa fitosanitaria, eppure tanto quell’inutile poesia quanto quelle inutili parole sono in fondo necessarie. Scontano il paradosso della perdita delle ali di gabbiano, è vero: “Fuori, / una luce imbavagliata sconsigliava qualsiasi / tentazione lirica, è venuta a morire tra i cavoli, / nei vari escrementi che gli rendevano meno sola la solitudine”. Sebbene dichiari di invidiare al gabbiano “la pungente irragionevolezza del volo, / questa gioia di non avere parole / sotto il cielo limpido che ci uccide”, questa poesia è essa stessa perennemente in volo. Vola, quando intona il requiem per un’ape come potrebbe farlo (e lo fa) per il suo più caro amico, quando saluta il miracolo di un uomo che comunica efficacemente con un cane, quando medita sui propri Lari e Mani, quando si china a raccogliere il lamento dell’Ecce homo moderno e delinea lo stanco andare di un contemporaneo Ulisse asfitticamente dimentico di Penelope. Così questa “poesia senza destinatario”, senza inutili melensaggini, raggiunge il cuore.

4 pensieri riguardo “Poco allegretto

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