Immacolata intercessione


Recensione a C. Kirk Ditto, Immacolata intercessione, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 16.

Carlo Kirk Ditto ha pubblicato con Il ramo e la foglia edizioni una sorta di fiaba moderna sulla speranza, ambientata nel mondo delle drag queens e del cinema pornografico di matrice omosessuale.

Protagonisti sono Shebop, transessuale che ha ormai completato la transizione al sesso femminile, e Unicorn, divo del porno, che vive con serenità il suo lavoro, forte anche del conforto di una fede vissuta da cattolico praticante, abituato a raccogliersi in preghiera. Un personaggio di cui Ditto insegue fantasticherie e pensieri di ogni natura, rendendolo io narrante, ma non disdegnando momenti in cui la focalizzazione diviene esterna.

I due protagonisti, coinquilini, vivono la loro esistenza tutto sommato serena, all’insegna dell’accettazione di sé stessi e del mondo esterno, sino all’imprevisto incontro con una certa Mary, domiciliata, si scoprirà in seguito, in una vicina chiesa. Questa svolta li metterà a confronto con il proprio sogno impossibile (e pertanto celato), la genitorialità, e con la sua realizzazione magica, per “immacolata intercessione”.

Una fiaba per adulti, insomma, narrata con stile efficace e accattivante e, soprattutto, con leggerezza e ironia, anche quando la materia si fa greve e un po’ sgradevole (le sequenze di alcuni capitoli mostrano momenti della lavorazione di film porno, evidenziando la loro natura di catena di montaggio) o quando si profila lo spettro della morte. Ciò avviene quando irrompe, in un mondo a suo modo sereno, il morbo dell’Aids e scompagina gli equilibri raggiunti. L’ambientazione è infatti calata negli anni Ottanta (il virus fu riconosciuto per la prima volta nel giugno 1981), di cui Ditto ricostruisce mode, attitudini, sogni e gusti musicali; si consideri a tal proposito il culto che Shebop tributa a Cindy Lauper. Immacolata intercessione è una fiaba politicamente scorretta in cui tutto è eccessivo e improbabile; una narrazione dal ritmo indiavolato, la cui atmosfera ammicca alle serie televisive statunitensi (come americano è il teatro degli eventi), da Ally Mc Beal a Will & Grace.

Il soggetto, a prima vista, potrebbe apparire blasfemo e invece non lo è affatto, perché la dissacrazione di contenuti religiosi non sembra, onestamente (e solo a una lettura superficiale apparirebbe tale), nell’intenzione dell’autore. Si avverte invece il desiderio di continuare a coltivare la speranza che i miracoli – soprattutto quelli che l’amore e l’apertura all’altro dischiudono – possano accadere. “La nascita del nostro bambino è la dimostrazione che a volte il mondo può essere un posto gentile per chiunque, anche per chi è come noi”: è un pensiero di Unicorn che credo aiuti a comprendere la costruzione del romanzo. Certo, in un’opera in cui si passa senza soluzione di continuità da contenuti sessualmente espliciti a sequenze connotate, in chiave parodica, dal buonismo delle melense commedie natalizie, non mancano momenti di forza notevole. Ci riferiamo al capitolo XIV, (Parla Lei), in cui rivive in flashback, attraverso i pensieri di Shebop, il momento della transizione. Qui delicatezza e realismo coesistono, in un narrato che si colora di valenze simboliche, attraverso la presenza di un corrispettivo del liquido amniotico (“Fu un sonno lieve, mi sembrava di galleggiare a pelo d’acqua, stanca e rilassata ma con la paura di affogare. Dormii poco, forse due ore”). È in questo momento che l’individuo affronta i propri fantasmi, fluttuando tra paure e aspettative. Sono i passaggi più intensi dell’opera, che non devono scorrere inosservati nel ritmo euforico da situation comedy. Perché laddove sembra splendere “un sole da spaccare le pietre” e pare regnare un’allegria innaturale, quasi artefatta, si celano le medesime ombre e brillano le stesse luci che adombrano e illuminano qualsiasi altro essere umano, a patto – ovviamente – che sia dotato di sensibilità, qualità oggi decisamente rara.

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