Contraddizioni



 

Recensione a V. Davoli, Contraddizioni, Leucò, 2001.

È un’opera di notevole intensità la silloge Contraddizioni del poeta pugliese Vito Davoli. Una raccolta complessa e sfaccettata, dallo stile ora aspro ora sinuoso ora sensuale. Un percorso all’insegna delle antitesi, condotto con lo “zaino della sussistenza” in spalla.

Contraddizioni sembra nascere nel segno della “gettatezza”. L’uomo si scopre scaraventato in un contesto dominato dalla montaliana arsura (pure tipica del nostro paesaggio mediterraneo), in cui bellezza e asperità coesistono e rappresentano addirittura due volti della stessa medaglia. Elemento chiave per cogliere lo spirito dell’opera ci sembra il ricorrere del mito di Altea. Uno dei primi testi, Figli di Altea, allude appunto a questa figura di madre che, dopo averlo a lungo custodito con amore e trepidazione, getta per rabbia nel fuoco il tizzone che garantiva continuità alla vita del figlio Meleagro, causando di fatto la morte del giovane. In apertura la lirica pone e si pone la domanda se gli uomini (e Davoli usa non a caso la prima persona plurale) non siano forse tutti figli di tale genitrice, pur ignorando di esserlo. Ci sembra di ravvisare, pertanto, già in apertura quel paradosso “creazione e ripudio” che il critico Leo Spitzer, facendo riferimento al récit de Théraméne nella Phedre di Racine, esprimeva in questi termini: “Tutto quanto il dramma si fonda in realtà sull’analogo paradosso che gli dèi ripudiano le proprie creature; mandano nel mondo l’uomo fornito di doni che alla fine risultano doni dei Danai, e lo abbandonano al suo fato”. Ecco che Altea finisce con l’essere, a nostro avviso, figura della Natura stessa o, se si preferisce, della Terra. Non ci pare ancora una volta un caso il fatto che, proprio nel testo a quest’ultima intitolato, Terra, il mito di Altea ritorni: “Altea martoriata all’ombra di Cristo / (anche per te una spugna / d’aceto stringente) / fra i tuoi figli non mi vedi”. Da un lato, dunque, torna l’icona di Altea che si ribella al suo essere madre provocando la morte di Meleagro, dall’altro si leva la parola del poeta/Meleagro che ripudia la madre terra stessa. Il motivo della maternità è vibrante in Contraddizioni; si pensi, per esempio, alla bellissima Madri, un’accorata apostrofe tutta giocata sull’onnipresente antitesi, nel momento in cui – per citare alcuni casi – l’io lirico si definisce “un inno alla vittoria prima della battaglia / al silenzio una voce in controcanto”. Frequente è anche la presenza dei bambini, tutti a nostro avviso figure dell’autore stesso, quasi ch’egli volesse ricongiungersi a una perduta – e forse mai realmente posseduta – condizione di innocenza.

A tal proposito, ci colpisce la frequenza di alcuni motivi, come quello dello “sputo” (usato in senso reale e figurato), della “corda” (gioco infantile ma anche trappola mortale, se diviene cappio), del movimento turbolento e della perdita dell’equilibrio. È come se il poeta squadernasse la sua fragilità, per poi affermare la propria forza interiore, eretta a dimostrazione del voler resistere al cospetto degli specchi stonati della vita, nella ricerca del “ricomporsi / graffiando per terra il mosaico disperso”. La Natura rappresentata è aspra e brulla, eppure amatissima; la luna non è presenza quietante, il sole non sempre illumina, il dolore assomiglia a una tela di ragno. Eppure qualcosa di salvifico in questa raccolta si può ravvisare. È il dialogo con l’altro da Sé, che assume ora le vesti della tradizione letteraria (si veda la bella risposta a Evtušenko) ora quelle del Tu, immaginario o reale, con cui Davoli intesse le sue conversazioni. E soprattutto una funzione catartica spetta alla poesia. Se la Natura crea e ripudia gli uomini, ai quali, a fronte di un mistero insondabile, non resta che cercare affannosamente certezze (magari il “varco” di cui parlava Montale), l’uomo può comunque creare qualcosa e Davoli – anche in questo percepiamo quella sua tensione al sacro che va oltre le appartenenze confessionali – sente di averlo fatto: “il poeta / padre e figlio dell’inchiostro / mi intona disperato / il suo lamento: / perché mai mi creasti? / Gli rispondo per salvarti”.

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