Haiku alfabetici


Recensione a M. Bettarini, Haiku alfabetici, Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2021, Euro 12.

Rappresentano una silloge originale questi Haiku alfabetici di Mariella Bettarini, vettori di una meditazione che muove dal linguaggio per approdare all’esistenziale con levità e ironia.

L’opera si compone di ventisei haiku, uno per ogni lettera dell’alfabeto latino. Ciascuno di essi è pentapartito e conforme allo schema sillabico 5/7/5. Spesso si ha l’impressione quasi di una struttura che ammicca alle coblas capfinidas, come se ogni componimento fosse parte integrante di un unico poemetto, per comprendere il quale bisogna immettersi nel Zirkel im Verstehen, in un percorso che dal centro illumina il cerchio e viceversa.

Non sfugge, tra l’altro, il legame tra l’apostrofe alle rondini di Pasolini in esergo e il primo haiku, dall’inconsueto attacco “Da voi riprendo / dolcissimi animali / da voi riprendo”, quasi che tale inizio non fosse altro che la ripresa di un dialogo caro alla scrittrice, ma anche figlio di una tradizione secolare. Sin dal componimento incipitario, l’opera è impreziosita dai disegni di Graziano Dei (segnaliamo anche la bella fotografia in copertina di Roberto Maggiani e l’accurata postfazione di Annamaria Vanalesti).

Già Animali è indicativo della struttura della raccolta, in cui il gioco paronomastico continuo attiva la riflessione. Il fatto che tali creature siano definite i “compagni / di una vita silente” consente di ricondursi al concetto della “lentezza”; l’autrice, sottolineando la nostra estraneità al mondo interiore di questi esseri, evidenzia anche il binomio tra il nostro percepirci “saputi”, mentre tanto ignoriamo, e il nostro essere in realtà – notare il legame fonico accentuato da sibilante e labiale, ma anche da alcune vocali – “superbi”. Suoni e parole si rincorrono e, negli accostamenti dell’io lirico, fungono da stimolo a una decostruzione del linguaggio nella sua natura di deposito di strutture di pensiero e, non di rado, del pregiudizio.

Ne nascono testi che insistono sulla contraddittorietà insita nel nostro stesso esserci, come nel paradosso del “bene”: far del bene al ‘male’ (o diremmo a chi agisce in tal direzione) potrebbe portare alla vittoria delle forze negative. “Eppure eppure / vittoria o non vittoria / io sto col bene”. L’io lirico stabilisce così con forza il proprio legame con la luce. Non è casuale che di quest’ultima ella scriva: “vivacemente vivi / di vita fonte” (inutile dire come si avverta l’eco della mellificata preghiera alla Vergine di Dante); non è ozioso il fatto che Bettarini definisca le “parole-sole”. È chiaro come, fosse anche a livello inconscio, nell’immaginario metaforizzante non rientri soltanto il concetto subito ribadito da “non soltanto parole”, ma ci sia, a nostro avviso, un’evocazione della stella madre, nel segno della quale si chiude l’opera stessa: “Zenith – sì – zenith? / perché è amico del Sole –  / del Sole amico”.

Con leggerezza e la grazia di un’apparente naïveté emergono temi anche filosoficamente complessi. Penso per esempio a Sorte, in cui si finisce con l’abbracciare l’ipotesi che l’uomo scelga la propria stessa sorte, in una libera adesione alla Necessità; ci torna in mente a tal proposito la lettura bellissima del King Lear che Freud avanzava nel saggio sul Motivo della scelta degli scrigni, in cui l’opzione, differita ma inevitabile, di Cordelia diveniva simbolo dell’accettazione del ritorno naturale alla madre-terra. L’inventività linguistica si dispiega anche nel solco dell’accostamento di lingue straniere, felicissimo in Habitat, in cui la connessione tra il vocabolo eponimo e l’humus riconduce al concetto di humanitas e alla meditazione sui migranti. Se essi hanno perduto il loro habitat, forse all’umanità intera, tutta arroccata pro domo sua, fa difetto quell’humus che si traduce in confidente apertura all’altro e in atto di accoglienza. Il concetto è poi ben ribadito in Xenophilia, non a caso contrapposta alla montante xenofobia, mai nominata ma evocata e contrario. Concordiamo pienamente con Vanalesti quando scrive che questo libro è una “cura contro l’odio”, proposta da una “donna che da sempre è vestale della poesia”.

Potremmo citare ancora molti haiku, come quello dedicato al Tempo, che – tra chiasmi assonanzati (“Misterioso maniero / avvento ombroso”) e poliptoti – ben echeggia la fuga di questo e, con lui, della vita stessa.

Insomma, un’opera da leggere e rileggere per coglierne le sfumature e le molteplici prospettive e per lasciarsi pervadere dall’aura di una parola che non vuole assurgere a decretare l’insignificanza del reale, ma semmai persuaderci a dire di sì alla vita. A non far guerra alla Natura, “vitale sempre”. A riscoprire il nostro sentirci ed essere umani.

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