Nessuno sotto il letto


Recensione a P. Musa, Nessuno sotto il letto, Arkadia, Cagliari 2021, Euro 14.

“Nessuno sotto la tavola, nessuno sotto il canapè… / Nessuno sotto il letto; nessuno nel gabinetto; / nessuno nella veste da camera, / pendente dalla parete in attitudine sospetta”. Le parole di A Christmas Carol sono chiarificatrici del significato dell’evocativo titolo del romanzo di Paola Musa Nessuno sotto il letto, edito da Arkadia.

L’opera si pone quale terzo capitolo di una trilogia dedicata ai vizi capitali, apertasi con L’ora meridiana e proseguita con La figlia di Shakespeare, già recensito dal Giano bifronte. Questa volta, come la citazione dickensiana posta anche in esergo subito rivela, a essere indagato e rappresentato è il peccato di avarizia.

Se A Christmas Carol si apriva con la notizia della morte di Marley, il romanzo della Musa ci introduce, in posizione incipitaria, nel bel mezzo della dimora-agenzia di pompe funebri di Arnaldo Trombetta, nel sonnolento borgo di Santa Donata al Vento, consacrato a una santa non canonizzata e alquanto discussa, sulla cui agiografia l’autrice si soffermerà con ironia. Le sequenze incipitarie sono descrittive e pennellano abilmente l’ambiente in cui il protagonista, sul quale è focalizzata la vicenda, trascina la sua esistenza inaridita dall’assenza dell’amore e dal peso della lezione di un padre avaro in tutto, anche nelle manifestazioni d’affetto e nel legame con la propria famiglia d’origine. L’uomo, all’epoca della narrazione, è ormai defunto, ma il figlio percepisce ancora la sua aura di ipercontrollo, tanto da rifuggire da quel poco di civetteria della morte che la pratica della “tanatoprassi”, su cui Musa si sofferma, potrebbe in qualche modo innestare nella sua vita.

Subito emerge il tema dell’avarizia, che si dispiega nel risparmio del danaro, nella tendenza all’accaparramento di beni immobiliari, persino nell’economia del tempo: il padre, su suggerimento della moglie, teneva sempre pronte le vesti di ‘rappresentanza’, per poter agevolmente ricevere con abiti decorosi i parenti dei defunti anche nel cuore della notte. Dalla famiglia Trombetta, l’ottica si amplia subito, attraverso il discorso del parroco don Mariano, all’intero borgo. Ipostasi dell’avarizia che l’attanaglia è la denatalità: il sacerdote denuncia, non a caso, l’invecchiamento della popolazione e la presenza di soli dodici bambini. Egli stesso dichiara di essere inizialmente caduto in errore e di aver interpretato come “sobrietà, degna di umile santità” quelle che poi si sono rivelate “insidie di certe ataviche grettezze”. Il ‘sermone’ pronunciato a uso e consumo dell’amico Trombetta finirà con l’allargare ulteriormente la prospettiva alle alte sfere delle gerarchie ecclesiastiche. Con poche battute, Musa finisce così con il mostrare quanto quel morbo che attanaglia il piccolo borgo di Santa Donata sia in realtà un male pervasivo.

E poi a interrompere il flusso dei pensieri notturni di Trombetta, di cui scopriamo la passione per David Copperfield –  unico libro da lui letto perché l’altro, ricevuto in dono a Natale (e si intende subito sia A Christmas Carol) gli era stato sottratto senza spiegazioni (e capiamo perché) dal padre –, è un dickensiano “picchiotto alla porta”. Trombetta apre, perché crede che sia il tanto atteso annuncio di morte del signor Serrano, e invece si ritrova davanti una figura degna del magrittiano Golconda. “L’uomo teneva ancora l’ombrello aperto e inspiegabilmente pioveva però solo sopra la sua testa”. Quest’uomo, con disinvolta arroganza, vincendo la mancanza di accoglienza di Arnaldo (anche questa si rivelerà un vizio collettivo, peraltro connesso all’avarizia stessa), si instaura in casa sua, spodestandolo dal letto coniugale dei genitori, su cui dormirà con i calzari sporchi di fango. Questo particolare non è irrilevante perché questo personaggio è destinato a portare il “dolce rumore della vita” nell’aridità esistenziale di Trombetta.

Musa cavalca questa situazione assurda, pennellando una surreale black comedy di grande incisività, perché, quando arriverà la notizia della tanto attesa morte (almeno presunta) del signor Serrano, lo sconosciuto seguirà come un’ombra il Trombetta, scombinando i suoi piani, mettendo a nudo (nel vero senso della parola) le sue fragilità… Un particolare rilevante è l’indugiare dell’autrice sui calzari; non a caso, per entrare in casa Serrano, tutti i personaggi – tranne lo sconosciuto – si toglieranno le scarpe. Questo li esporrà quasi a una deposizione delle maschere. Il riferimento alle calzature non è affatto secondario, perché sono lo strumento che ci accompagna nel nostro cammino e ci aiuta a non ferire il piede, diversamente nudo. Un altro aspetto che ci sembra interessante è la presenza di figure di predicatori: a don Mariano, si affiancano la presenza del maestro Verga e del medico, predicatori occasionali ma ben più incisivi del parroco stesso, figure ormai ai margini della società e che, come tali, riescono a denunciarne senza infingimenti la grettezza, a svelarne i più bassi moventi. Arnaldo seguirà così un cammino impervio, tra scosse telluriche reali e figurate che lo ricondurranno a contatto con i suoi vulnera, passando per il recupero memoriale della figura del cugino Arminio.

Sul finale non anticipiamo nulla, ma possiamo dirvi che quest’opera, che alterna accensioni indiavolate a momenti di sospensione oratoria, riserva molte sorprese e che il canto natalizio fuori stagione, ambientato in novembre, la pascoliana “estate fredda dei morti”, non delude, complici la cura e la grazia dello stile dell’autrice

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