Il Cantico dei Cantici


Recensione a S. Ciric, Cantico dei cantici, a cura di S. Guida, La Città del Sole, 2021, Euro 12.

È un testo raffinato e intenso la riscrittura del Cantico dei cantici elaborata dalla scrittrice Slobodanka Ciric e corredata da numerosi testi esplicativi, di Pasquale Giustiniani, Deborah Di Bernardo e Daniela Marra, oltre che illustrata dalle tavole figurative di Mila Maraniello.

Come ben chiarisce l’autrice nelle Note esplicative, il personaggio autobiografico di Liberata (che poi è la traduzione in italiano del suo nome), “attraverso il suo cercare l’Amore, vuole raccontare la Storia dell’umanità, confusa e smarrita nella spasmodica ricerca di un Dio da seguire e amare incondizionatamente”. Se anche Dio non è mai nominato, vi sono chiari riferimenti a lui nel “corteo nuziale” del Quarto poema, che riprende quello del re Salomone, ma anche in altri elementi. Nel Primo poema, infatti si parla di “padre della creazione e figlio generato”, della sua possibilità di ‘screare’ così come ha creato e ancora del fatto che “la sua sinistra sa ciò che fa la sua destra”, chiaro ribaltamento di Matteo 6, 3.

Ciric segue in maniera piuttosto precisa l’allure del cantico, optando però per una suddivisione in dieci poemi a cui vanno aggiunte le appendici (bipartite come nell’originale). La riscrittura reinterpreta in un intreccio di storia personale e collettiva al contempo il complesso, enigmatico e meraviglioso testo biblico, che raggiungeva l’apice nell’“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata”, e nel finale lacerante: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore”.

L’autrice sa bene che quel testo prendeva il nome di “Cantico dei cantici” a voler evidenziarne l’assoluta sublimità perché al mondo non v’è forza più nobilitante e rigenerante dell’Amore, anche quando esso procura sofferenza. Non è un caso che la Ciric riprenda fedelmente i due momenti della quête compiuti dalla donna in cerca del suo diletto, che vedono nel primo caso la collaborazione delle ronde e nel secondo, onirico (forse evangelicamente riecheggiato nella parabola delle vergini stolte), il dileggio e l’umiliazione, da parte della comunità, di Liberata che ha tardato ad aprire allo sposo. I riferimenti alla malignità della gente e al suo invidere, presenti nel Cantico probabilmente nella metafora delle volpi e senza dubbio nell’enigmatico 8,1, riecheggiano anche nella riscrittura di Ciric, con la sostituzione dei cani alle volpi e accenti analoghi al passo citato: “Vorrei che tutti fossimo fratelli / allattati al seno della stessa nutrice! / Potrei venirti incontro e baciarti davanti alla porta, / senza che nessuno ci biasimi per i baci audaci”. Ma bello anche il riferimento ai “vecchi che mormorano, / spiando tra le fronde di leccio e lentisco”, che mi ha fatto ripensare ai senes severiores di Catullo.

Nell’opera, diversamente dalla figura dell’amato, aerea e inafferrabile sebbene descritta (spesso con metafore militari) secondo il canone delle bellezze (Ciric rispetta l’elencazione del Cantico, ma ovviamente reinventa il biblico plazer e lo stesso fa il Diletto), il personaggio di Liberata assume una sua precisa connotazione.

Nel primo poema, l’autrice riprende lo schema del “Bruna sono ma bella”, adattandolo a sé. A quello che sarà il topos del fuscula, sed formosa contrappone, nel rispetto della costruzione avversativa, il proprio essere “Non più giovane ma bella, / o rivali ancora acerbe”, definendosi “l’idromele della poesia, / il frutto maturo e succoso”. È subito evocata anche l’esperienza della dolorosa partenza dalla propria terra, la Serbia: “La mia gente mi ha rinnegata: / voleva che restassi a fare la guerra”. L’immaginario bellico balena più volte; Liberata stessa affianca all’immagine del giardino, il biblico hortus conclusus, l’icona della fortezza. Tale è divenuta colei che “è stata più volte dal destino travolta”. Non a caso Ciric si accosterà a Ecate, per il suo vivere una triplice dimensione (trascendente, mortale e terrena); all’amato, lei che ha già conosciuto per due volte la maternità, potrà solo offrire il suo grembo non più come “culla della vita”, ma come scrigno puro da custodire e amare. L’amore per il proprio luogo di origine emerge anche nella sostituzione dei toponimi biblici, riferiti all’ovest asiatico, con l’immagine della lipizzana o con l’epiteto di “tiglio dei Balcani”. In realtà, all’abbondanza dei toponimi nel Cantico dei Cantici subentra una maggiore rarefazione, che accentua il senso di visionarietà già presente nello splendido ipotesto. Lo stile della Ciric è elegante, evocativo, l’atmosfera sensuale e l’effetto d’insieme raffinato; un’ottima occasione per apprezzare la qualità di una meditata riscrittura moderna e per rileggere un antico capolavoro che ancora ci commuove nella sua forza di dar voce al mistero dell’Amore, la più grande aspirazione di ogni creatura.

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