Le morte


Recensione a J. Ibargüengoitia, Le morte, La Nuova Frontiera, Roma 2021, Euro 15.

Un romanzo asciutto e pluriprospettico questo Le morte del messicano Jorge Ibargüengoitia, scritto nel 1977 e ispirato alla vicenda delle sorelle González Valenzuela, artefici della morte di almeno novantuno vittime, prevalentemente prostitute. Il romanzo è stato recentemente pubblicato in Italia dalla Nuova Frontiera nella bella traduzione dallo spagnolo di Angelo Morino.

Nascono così Serafina e Arcángela Baladro, ciniche tenutarie di tre bordelli, di cui (già informati del loro arresto) seguiamo in retrospettiva, attraverso le testimonianze delle persone coinvolte nell’inchiesta, ascesa e declino. La prima con cui entriamo in contatto è Serafina: in un’atmosfera stralunata, la vediamo consumare, coadiuvata anche dal capitano Bedoya (uno dei personaggi chiave dell’intreccio), il tentativo di omicidio del suo antico amante, Simón Corona. L’attentato non solo non sortisce l’effetto sperato, ma suscita un’indagine che farà emergere gli ‘scheletri nell’armadio’ (o dovremmo dire nel giardino) delle due sorelle. Ricostruiremo così la storia delle “morte”, le prostitute sepolte nel Casino del Danzón (una delle case di tolleranza) e in un fondo di proprietà delle Baladro (dall’antifrastico nome di Los Angeles), attraverso frammenti di interrogatori o di testimonianze rese dalle persone coinvolte.

L’opera, illuminata dal dono dell’humour nero di un corrosivo Ibargüengoitia, ci pone subito dinanzi agli occhi una figura femminile, Serafina, che si rivela sin dal principio un fascio di contraddizioni: nella sezione incipitaria, infatti, si inginocchia devotamente al cospetto di un simulacro della Vergine Maria a San Juan del Camino (una “madonna miracolosa”) per chiederle la grazia che la propria vendetta vada a buon fine. La Baladro conserva tuttavia, a suo modo, un germe di purezza ed è caratterizzata da una profonda passionalità; nel suo anelito ad essere amata intensamente e sinceramente, non manca di slanci, sebbene risulti totalmente incapace di entrare realmente in empatia con il prossimo. Non a caso ella riusciva a tenere legato a sé l’amato Simón Corona grazie ai servigi di una polizia compiacente, facendolo incarcerare come disertore ogni qualvolta l’uomo desiderasse di allontanarsi da lei per tornare al Salto de La Tuxpana, la sua terra. Proprio la candida confessione di queste manovre da parte di Serafina in un momento di accorata intimità aveva determinato il definitivo abbandono del Corona e fatto nascere il desiderio di vendetta nella donna. Poi, un po’ come l’ariostesca Doralice, Serafina conosce il capitano Bedoya e, momentaneamente, “dimentica colla massima facilità i lontani ed i morti per i vivi e i vicini” (abbiamo preso in prestito parole utilizzate da Rajna in riferimento al personaggio femminile del Furioso).

Più dura e calcolatrice è senz’altro la sorella Arcángela, matronale nella sua imponenza. La ‘udiamo’ dire tranquillamente al cognato Teófilo, cui affida alcune prostitute ribelli, da tenere recluse: “Dagli da mangiare quello che vuoi. Se vedi che qualcuna cerca di scappare, prendi la carabina e sparale dietro”. Questo gelido cinismo coesiste con una calda attitudine materna, che la indurrà a cercare di proteggere, vanamente, il figlio Humberto, per evitare che imbocchi sentieri sbagliati, e ad assumere l’attitudine della mater dolorosa, quando quest’ultimo morirà, dopo aver varcato la soglia del México Lindo, uno dei locali delle Baladro. “Non si avvicina al cadavere, né lo prende fra le braccia, né lo guarda piangendo, come si potrebbe supporre, ma indietreggia, si siede sul bordo di una sedia e, con le mani sulle ginocchia, chiude gli occhi e urla”. È come se il Fato, assumendo le forme della Nemesi, incombesse sulle due donne e facesse concretizzare per loro quelle vices che dai fasti ti sprofondano nella polvere, di cui parlava Brecht nella famosa Canzone del re Salomone. Forse l’invidia altrui contribuirà a far sì che gli effetti della loro sconsiderata avidità si spingano ben oltre le loro intenzioni; emblematica è la frase pronunciata dalla sorella Eulalia, poi coinvolta nelle loro manovre: “Per molti anni è sembrato che Dio le proteggesse. Mentre mio marito e io abbiamo perso tutto quello che possedevamo tre volte, lavorando onestamente, le mie sorelle sono diventate ricche vivendo nell’immortalità”.

L’autore delinea, senza mai giudicare i suoi personaggi, un mondo fatto di passioni che si dispiegano talora animalescamente (si veda la drammatica lotta tra Evelia e Feliza o l’assalto di alcune prostitute a Marta), nonostante l’animo umano si riveli alquanto complesso e sfaccettato. Un microcosmo in cui accade di tutto: discorsi improvvidi e balli galeotti che causano conseguenze gravose; automobili che caricano e scaricano cadaveri; donne che escono da ‘case chiuse’ solo apparentemente chiuse spostandosi, attraverso i terrazzi, nelle abitazioni adiacenti; prostitute che tentano di seppellirne vive altre; balaustre che crollano e mille altri eventi che determinano frequenti accelerazioni del ritmo. Nei momenti salienti della narrazione (l’incipit del capitolo settimo con la morte di Beto; la conclusione del capitolo quattordicesimo abilmente filtrata dal punto di vista di Ticho), Ibargüengoitia si avvale dell’ipotiposi, descrivendo vividamente le situazioni e, attraverso un sapiente uso del presente e la ricchezza di particolari, facendoti immaginare visivamente la scena. Quando il lettore si trova di fronte a questa variazione nello stile della narrazione è già preparato al fatto che stia per incombere un tragico evento o che comunque si preannunci una svolta nelle vicende. Un libro agile e geniale in cui non esistono anime candide, ma anche il nero appare tutt’altro che monocromo.

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