Quel che resta


Recensione a G. Notarangelo, Quel che resta, Tabula fati, Chieti 2021, Euro 11.

Intensa e interessante questa terza raccolta di versi della poetessa barese Giulia Notarangelo, edita da Tabula fati, preceduta da lucidi scritti di Daniele Giancane e Patrizia Calefato.

Quello che subito colpisce (e che è tipico di Notarangelo) è la tendenza alla brevitas, che diviene icasticità e immediatezza espressiva. L’andamento dei versi, in alcuni casi anche monosillabici, ammicca a tratti al sillabato ungarettiano. Questa allure, più che alla volontà di stabilire un ritmo quasi singultante, può essere ricondotta al percorso del pensiero, che scava e incide nel cuore, per poi offrire il frutto della riflessione e dell’autoauscultazione con estrema densità e concisione. Emblematico è quanto dichiarato in uno dei testi dall’autrice: “Mi / piace / la / poesia / fatta / di poco // Quella / che / giunge / dritta / alla meta // Quella / che / lascia / sempre / senza parola”. Notarangelo, dunque, assume l’attitudine dello scultore; ogni verso sembra figlio di una lotta con la costante tentazione dell’afasia.

Forte è la connotazione metaletteraria della raccolta. Alla parola poetica si contrappone quella logora e abusata del chiacchiericcio quotidiano, brulicante anche nella piazza globale dei social. Non sempre, medita l’autrice, il coltivare versi è figlio di quel movimento empatico che spinge a cesellarli con amore, come si curerebbe una rosa; emblematico è il ritratto dello scrittore narciso, “incantato / dal dondolio” dei suoi versi. La poetessa invece concepisce la scrittura come “ricerca / di SENSO”, ma ne fa anche la vessillifera di “quel che resta”, lieto o amaro che sia, oltre che memoria di quanto non è più.

È una raccolta in cui possono ravvisarsi alcuni elementi che concorrono al “mito personale” dell’autrice. Uno di questi è l’immagine ricorrente del “deserto / dei cuori”, una delle barriere più temute dalla poetessa e non a caso varcate dalla figura che diviene il nume tutelare dell’opera, la madre, capace di ‘valicare indenne’ tali avamposti di anaffettività. Quella materna è un’assenza-presenza che appare lacerante nell’antologia: se Notarangelo aspira alla “poesia / fatta / di poco” (e non a caso predilige l’haiku tra le sue forme espressive), la madre è depositaria di una “saggezza / fatta / di poco”, una sapienza quotidiana che si declina nella vicinanza e nella disposizione al sorriso, “che scacciava / le nubi”. Al mito dell’aridità imperante la poetessa contrappone una presenza positiva, uno degli elementi – Bachelard ce lo insegna – più cari all’immaginario femminile: il mare. Mare che non a caso viene definito “Mater” e diviene alter ego di Marisa e di Giulia stessa, che si definisce doppiamente madre, se si considerano le sue creature di carta. Al topos del mare d’inverno, col suo “abbraccio (…) di neve”, si accosta quello, caro a Montale, della Casa sul mare, che però non sembra assumere valore limitaneo. Essa infatti finisce quasi, a nostro avviso, con l’apparire metafora dell’anima della poetessa stessa, del suo aprirsi all’infinito e accoglierlo in sé attraverso la tensione lirica.

Forte è anche il richiamo ai luoghi fisici della Puglia, terra a cui l’autrice leva il suo canto d’amore, rimemorandola nel “fontanone / di Giovinazzo”, scenario dell’evocazione della nonna Giulia, con la Nostalgia che pervade, per esempio, il canto innalzato a Santo Spirito, teatro dell’azzurro (“Il terrazzo / sul mare / sorridente”), ma anche icona della perdita e della melancolia (“Il viale / degli oleandri / che non c’è”). Se l’ironia non manca (il gusto di scindere parole composte a creare calembour, la riflessione pacata e garbata sull’inautenticità di rapporti umani congelati e scongelati all’occorrenza, il delizioso commiato al 2018 e il saluto all’anno nuovo, giunto “con una cornucopia / di vento”, ne sono esempi concreti), il desanctisiano “dolce dolore” in Quel che resta costituisce una sorta di basso continuo e rende quest’opera tanto simile alle “mattinate / di tardo / settembre / con quella giusta / malinconia” che si fa elegia.

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