Svegliarsi negli anni Venti


Recensione di P. Di Paolo, Svegliarsi negli anni Venti, Mondadori, Milano 2020, Euro 18.

È un saggio stimolante, ricchissimo di implicazioni e spunti di riflessione, a tratti persino struggente questo Svegliarsi negli anni Venti di Paolo Di Paolo, edito per le Strade Blu Mondadori.

L’opera istituisce un continuo raffronto, costruito per suggestive dissolvenze, tra gli anni Venti del Novecento e questo primo scorcio del XXI secolo, segnato dallo shock per la pandemia. Quest’ultima ha assestato un duro colpo all’edonismo (al contempo gaio e frenetico al punto da divenire alienante) di un’epoca ormai ai nostri occhi lontana, seppure recentissima.

Altamente evocativa la metafora del risveglio, più volte richiamata dallo scrittore, a cominciare da quello del Carlo Fiala di Franz Werfel con la sua illusoria fiducia nel fatto che tutto sarebbe tornato come una volta. Al suo accesso febbrile, l’autore accosta – con un abile montaggio, manifestando ancora quell’abilità narrativa di cui ha dato prova in opere memorabili come Mandami tanta vita – il destarsi del “paziente tedesco”, caso “rilevante ai fini della ricostruzione dei primi contagi da SARS-COV-2 in Europa”, portato di una globalizzazione di cui soltanto ora riusciamo a cogliere pienamente tutti i risvolti. Al lettore attento non sfugge come, più oltre, nell’articolazione del saggio sia evocato, in sinistra analogia con gli altri, un ulteriore risveglio letterario: quello allucinato di Gregor Samsa  “in seinem Bett zu einem ungeheuren Ungeziefer verwandelt”. Uno degli incubi più emblematici della letteratura moderna, frutto della turbata sensibilità di quel Franz Kafka di cui Galvano Della Volpe seppe ben cogliere le “allucinanti allegorie satiriche di angosce esistenziali, religiose e metafisiche”. Forse tutti noi ora riusciremo a meglio comprendere il claustrofobico confinamento del commesso viaggiatore per cui nulla sarebbe stato più come prima.

Svegliarsi negli anni Venti è un viaggio appassionante in amebeo tra passato e presente. Un itinerario polisemico in cui la letteratura si fa carne e sangue ed emerge nitidamente il suo intreccio con la vita dell’uomo. In sette parti scandite dalle domande di senso che l’io del saggista rivolge all’intelligenza artificiale di Siri e Alexa, ricevendone risposte ora asettiche ora illuminanti (“Il mio tempo non si misura in anni umani”), Paolo Di Paolo ci induce a riflettere su molteplici tematiche.

Seguiamo l’autore di quella “piccola, estenuata, torbida, bellissima dichiarazione d’amore che è Morte a Venezia” sviluppare pensieri “che la Storia pervertirà” nelle malsane Considerazioni di un impolitico e ci chiediamo come sia possibile che tale sensibilità abbia prodotto “la scintilla di un’intuizione tutto fuorché innocente”. Del resto, il rischio del sovranismo, della farneticazione che conduce uno Stato ad autodichiararsi first è sempre dietro l’angolo e lo aveva chiaramente rappresentato Bertolt Brecht nell’Iberin delle Teste tonde e teste a punta, mentre Hitler nazificava la Germania. Paolo Di Paolo compie invece un percorso, anche fisico, nell’Europa della globalizzazione, scandagliando le percezioni dei suoi abitanti e rievocando per il lettore l’operazione compiuta in tal senso da Tsvetkov nel suo Atlante dei pregiudizi.

È difficile riassumere il contenuto di questo saggio, che spesso muove per icastici accostamenti. Per esempio, non sfuggirà la diversità tra le gioiose, a volte goliardiche, folle di studenti a manifestare per i Fridays for future sotto lo sguardo paternalistico delle generazioni adulte e la follia del corteo negazionista del pericolo rappresentato dal Covid 19. In quest’ultimo stride il contrasto tra l’apparente normalità, anche l’affabilità, di determinati individui e l’assoluta irrazionalità delle teorie sostenute con veemenza. Di Paolo sonda anche quella sacca vomitoria in cui non di rado si trasformano i social network, dialogando con figure peraltro addirittura gentili e amabili nella quotidianità, capaci di far bella mostra di un odio xenofobo di ferocia tale da lasciare sgomenti. È “Un tempo molto inquieto” questo, concluderà Di Paolo citando un romanzo di Barnes. La stessa parola “futuro” risuona in esso – come negli anni Venti del Novecento – “bellissima e insieme minacciosa”; lo scrittore mostra chiaramente in cosa consista la sua natura ancipite nello splendido capitolo XIII, “Mentre Monet smette di dipingere”. Nel tempo in cui una parabola straordinaria, quella del pittore dell’Impression soleil levant e delle ninfee, si spegneva, Proust moriva “per una bronchite mal curata” e altri (Picasso, Dalí, Klee, ma anche Einstein e Bergson) percorrevano o cominciavano a percorrere i loro itinerari lungo direttrici straordinarie, perché la vita è così. In fondo Omero lo diceva: “Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini; / le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva / fiorente le nutre al tempo di primavera; / così le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua”. Altro si potrebbe scrivere: sulla sindrome dell’epoca d’oro, che avrebbe potuto cogliere persino gli straordinari artisti concentrati nella Parigi degli anni Venti (e il tempo avrebbe dato ragione a tali melancolie); sulla morte dei giornali; sull'”apocalisse a rate”; sul geniale accostamento tra il popolo della Rete, proteso a improvvisare competenze e criticare senza costrutto, e i flaubertiani Bouvard e Pécuchet, dilettanti del sapere, secondo Cecchi protagonisti de “l’epopea dell’intelletto che si riassorbe nella bestialità” in una sorta di Anticommedia.

Con la grazia di uno stile sempre sorvegliato e icastico, Di Paolo riesce a spaziare dalla filosofia alla “riproducibilità tecnica” dell’arte di Benjamin al fumetto, dalla lacerante poeticità della figura di Clarissa Dalloway all’onirismo della Traumnovelle di Schnitzler all’“eros in agonia” del trionfo della pornografia on line. Tutto questo con levita e incisività, in una riflessione profonda che rinsalda luci e ombre di un’epoca febbricitante e straordinaria (nel bene come nel male) alle maglie ancora sfilacciate di un secolo tutto da inventare.

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