Caesar


Recensione a A. Prenner, Caesar, Rizzoli, Milano 2020, Euro 19.

Intenso il romanzo Caesar di Antonella Prenner, filologa e docente di Letteratura latina all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Un’opera che fonde documentazione storiografica, suggestioni letterarie e quella fantasia che reinfonde lo spiraculum vitae in vicende del passato, illuminando figure celeberrime per gli appassionati delle vicende dell’antica Roma (e non solo).

Muovendo da un suggestivo notturno, in cui un cavallo stramazzato dopo una corsa forsennata e un corriere livido sembrano preannunciare sventure, la narrazione parte dal passaggio del Rubicone per giungere al post Idi di marzo del 44 a.C., recuperando in retrospettiva praticamente l’intera vita di Gaio Giulio Cesare. A essere adottata dalla Prenner è l’insolita ottica di Servilia Cepione, io narrante e protagonista, con il condottiero, di una vicenda testimoniata in soggettiva, con un punto di vista appassionato, talora altero e sprezzante, ma sempre franco e onesto nel sentire. Lei, la madre del cesaricida Bruto e, come scrisse Svetonio (e come recupera Prenner in epigrafe), colei che Cesare “ante alias dilexit”.

La vicenda si snoda in trentacinque capitoli e un epilogo, in cui il lettore potrà conoscere – ovviamente nella lettura che la fictio propone – la risposta al dilemma che aleggia per tutto il romanzo e che storicamente non è mai stato risolto, la paternità di Giunio Bruto e il significato del “fili mi” pronunciato da Cesare in punto di morte. Ogni capitolo si apre con una citazione il più delle volte desunta da Lucano, ma non di rado anche da altri autori, quali Plutarco in primis, Svetonio, Catullo… Parole che finiscono con l’assumere funzione di “rubrica” della narrazione, che sviluppa proprio il tema cui la citazione allude. Si pensi, per esempio, ai versi del carme 57 di Catullo rivolti “Mamurrae pathicoque Caesarique”, che fungono da introduzione al rapporto tra Cesare e Mamurra, osservato con sgomento e rabbia dalla donna.

In Caesar vediamo sfilare tanti personaggi che la storia e la letteratura latina hanno reso ben note. Una di esse è Catone l’Uticense, fratellastro di Servilia, che tra l’altro era nipote di quel Marco Livio Druso il cui assassinio fu una delle cause scatenanti della guerra sociale. Lo sguardo di Servilia nei confronti del fratello si rivela impietoso, ne sottolinea l’egoismo e il rancore, pur ammirandone e invidiandone il coraggio. Bella è la rappresentazione anche del cesaricida Bruto, inquieto, quasi predestinato a una sorta di funesta dannazione; egli emerge, sconfitto, dopo l’epica sequenza di Farsàlo, che vede Servilia, amazzone impazzita, seguire a cavallo le evoluzioni della battaglia. Così, nel capitolo XXX, per un attimo scorgiamo il giovane prendersi cura della madre e percepiamo che “nel suo sguardo non c’è odio”: eppure la triste quiete di questo Achille troppo umano in riva al fiume durerà troppo poco. Poi tornerà a prevalere la rabbia. Del resto, in filigrana si avverte il grande conflitto interiore che dové provare colui che, ancora giovane, si trovò a scegliere di schierarsi, per quella che reputava dedizione alla res publica (e per l’influenza dell’Uticense), con l’uomo, Pompeo, che aveva causato la morte di suo padre. E che dire di Cicerone, con il segno di sconfitta che già aleggia su di lui, ma ancora la volontà di continuare a incidere nella vita dello Stato? Molto suggestiva è anche la rappresentazione, piena di grazia e suscitatrice di un senso di tenerezza, che la Prenner fa della sua Tulliola, moglie di Dolabella, tragicamente morta di parto. E altri esempi potremmo addurre: si pensi a Cleopatra, che sarà causa del lungo allontanamento di Cesare da Servilia. “Cleopatra mi seduce, mi avvilisce, mi vince. È il suo mistero”, dichiarerà la donna, descrivendo l’apparizione della rivale come l’epifania di una creatura superiore.

In tutta l’opera si avverte fortissima la memoria della Pharsalia di Lucano: a parte le citazioni in apertura dei capitoli, si potranno cogliere chiari il riferimento a Pompeo-quercia, il richiamo al fantasma di Giulia, persino l’episodio della maga Erichto e poi la sequenza egiziana. La latinista dialoga con quella letteratura latina amorevolmente studiata, dando forma, con cura e passione, alle immagini che essa le ha offerto.

Il romanzo è coinvolgente e ha un fascino particolare: lo stile passa dall’epico al lirico, per poi posare lo sguardo sulla bellezza del quotidiano o addentrarsi nei terreni dell’onirico o nelle maglie dell’epistolografia. Un’opera che consentirà di accostarsi, in un’ottica – teniamo a precisarlo – lontana da un’acritica celebrazione, alla figura di Cesare con un approccio originale e a meglio conoscere questa donna che, seppur citata dagli storici e non del tutto ignota al grande pubblico, resta un interessante enigma.

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